In verità questo è un pezzo da musei: il mio primo articolo pubblicato su un quotidiano, per la precisione La Nuova Sardegna di Giovedì, 18 Ottobre 2001.
Una razza da salvare:
LE FORMICHE BARATTE
di Rina Brundu Eustace
Da un po' di tempo lo strano concetto di formiche baratte mi ronza continuamente in testa. Barattu in sardo significa non caro, ma la sua capacità semantica è senz'altro più ampia. Barattu infatti significa anche leggero, di scarso valore. Certamente, qualunque sia la traduzione più corretta, il significato è diametralmente opposto a quello della parola lusso, come il concetto traslato di formica si oppone a quello di cicala.
Forse è proprio una qualche insofferenza di fondo a questa drastica opposizione, o meglio ancora l'intuizione di una naturale insofferenza, che è infine responsabile per quel continuo e fastidioso ronzio che mi tortura da giorni. Dal 3 Ottobre scorso, soprattutto. E ancora di più mi infastidisce la certezza che, mentre si continuerà a parlare per mesi, per anni, delle innegabili qualità delle cicale di lusso, così come di tutti gli altri insetti che friniscono intorno, velenosi e rumorosi, nessun dibattito, nessun programma, nessun convegno, nazionale e non, verrà mai considerato e organizzato per presentare e davvero comprendere il difficile ambiente delle formiche baratte.
Chi sono? Le formiche baratte sono insetti modesti, raramente molesti, quasi sempre nascosti e non si propongono mai. Di solito le possiamo ammirare come sfondo necessario, incazzato e silenzioso, dentro foto scattate per catturare insetti altri e più importanti, oppure, nelle giornate calde di sole è possibile cogliere il loro sorriso mesto, astuto e intelligente, mentre ci studiano e ci osservano da dentro le loro tane riparate, o ancora le abbiamo sicuramente notate di sfuggita e ad un tempo ignorate, ogni qualvolta hanno tentato disperatamente di non farsi calpestare. Nello specifico, formiche baratte mi sono sembrati gli abitanti di Villanova Strisaili (Nu), ed io tra quelli, dopo i fatti del 3 Ottobre scorso, giorno in cui la signora Rosanna Fiori, proprietaria delle serre Barbagia Flores è stata barbaramente trucidata.
Questo perché, proprio come ordinate e dignitose formichine curiose, i Villanovesi si sono sin da subito radunati intorno alla scena del delitto ad occupare gli sfondi, timorosi e turbati, partecipi e silenziosi. Intanto, gli altri, i forestieri e le più importanti autorità competenti, si affaccendavano, si affannavano e si davano da fare anche per loro e soprattutto si proponevano per loro, parlavano per loro, filosofeggiavano per loro e si spiegavano per loro. Quindi, si indignavano per loro. Di nuovo, come sempre accade alle formiche baratte, i Villanovesi sono stati ignorati, quasi schiacciati. E non solo.
Non ho potuto fare a meno di sussultare infatti, quando, in un articolo de La Nuova Sardegna del 6 Ottobre scorso, ho letto che durante una manifestazione di solidarietà, gli stessi scolari della piccola frazione sono stati costretti a chiedere scusa. Scusa di cosa? Scusa di che? Scusa di non essersi mai sentiti protetti abbastanza? Scusa di vivere dentro una zona franca dove lo stato latita, o meglio dove lo stato non è mai stato presente? Scusa di vivere in una zona dove un'autorità fantastica e invisibile ha da sempre avvallato l'assenza di una vera cultura del lavoro? Scusa di vivere in una zona dopata dalle baby pensioni e dai contributi facili? Scusa di vivere in una zona imbrogliata dalla burocrazia e turlupinata dai vari signori e signorotti locali di manzoniana memoria? Scusa di esistere sempre a due passi dalla storia che diviene comunque, anche senza di loro?
No, gli scolari di Villanova non debbono chiedere scusa a nessuno, ma non credo che si possa dire altrettanto delle già menzionate e affannate autorità competenti. E se il loro sdegno e lo sforzo di condanna è comunque da apprezzare, c'è da scommettere che forse anche i villanovesi avrebbero avuto qualcosa da dire se gli avessero lasciati parlare. Per esempio, forse avrebbero voluto dire che tanto sdegnarsi non è sufficiente e non può bastare. Non più almeno. Da anni infatti la gente dei paesi ogliastrini vive ad un bivio tra la speranza, l'illusione della normalità e la amara coscienza dell'impossibilità di essere di tale chimera, tra la svogliatezza cronica mal incanalata e l'idea ancora troppo sconcertante del fare, mai veramente considerata, tra il desiderio di rivincita e il baratro sempre più vicino, tra la vergogna pure sentita e l'orgoglio atavico e potente, tra la voglia di proporsi, di scuotersi e il terrore, la paura del parlare e del silenzio.
Soprattutto tutti gli ogliastrini avrebbero detto che quello sdegno ufficiale non è sufficiente ad impedire che l'ombra del marchio infamante si posi sugli onesti tra loro (che poi sono quasi tutti), sugli innocenti, su chi avrebbe ogni ragione di dire no, io sono altro. Si perché, è proprio quello stesso sdegno soltanto urlato, che per un perverso gioco, concatenato e riverso, col suo stesso esistere, accentua quell'ombra infamante e la segnala e la marca e la rende più visibile. Di quale ombra infamante parlo? Dell'ombra del sospetto, del sospetto della tentazione, della tentazione della connivenza, della benevola accettazione, dell'accettazione indifferente, della vendetta soddisfatta e di mille altri e possibili sentimenti indegni. Indegni. Ma non veri. Indegni, ma non veri per chiunque conosca la capacità potenziale dell'Ogliastra, il profondo senso di giustizia delle sue genti, il rispetto per il diverso, l'accettazione dell'altro che lì, come in nessun luogo, si manifestano naturali e veri.
Ecco perché ad ascoltarli forse i villanovesi avrebbero voluto dire che, fino a quando lo sdegno delle parole non si sostituirà alla capacità pragmatica degli atti, sarà mera illusione pensare che ci saranno altri imprenditori che mostreranno lo stesso coraggio della signora Rosanna e del signor Wallner, sarà difficile pensare ad una Ogliastra altra e diversa da quella dove i bambini nascono già gravati di colpe che non hanno mai commesso, sarà difficile immaginare una Ogliastra, o una Sardegna altra e diversa da quella forestiera e aliena dei VIP della Costa Smeralda, o da quella troppo nostrana delle vendette, delle faide, dei criminali e dei farabutti di qualunque specie e genia. Sarà difficile, se non impossibile.
Dicevo: le formiche baratte sono insetti modesti, raramente molesti, quasi sempre nascosti e non si propongono mai. Ad ignorarle e a darle troppo per scontate però, a volte si incazzano, e per atavico incanto si stancano, diventano fastidiose, bellicose, orgogliose e tendono ad esagerare. A volte rischiano forte e altre volte si perdono. Salviamole le formiche baratte, perché quelle siamo noi. Tutti noi.
Rina Brundu Eustace