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Ritratto di Cesare Pavese

di Michele Venturini

Pavese nasce a Santo Stefano Belbo nel 1908 da una famiglia originaria del luogo che in seguito si trasferisce a Torino; esperienza importante per lo scrittore che sembra avvertire continuamente la propria inadeguatezza a confrontarsi con la vita e ad entrare nel flusso della storia superando l'isolamento. A Torino Pavese si laurea con una tesi su Walt Whitman e in breve diventa un esperto traduttore dall'inglese di classci della letteratura angloamericana moderna; tra le traduzioni ricordiamo “Moby Dick” di Melville. Fino a questo momento Cesare Pavese è conosciuto perlopiù come traduttore, mentre dopo le recensioni positive della critica a “Paesi tuoi”, si delinea una nuova forma di descrivere la campagna che fa da sfondo al racconto: abbiamo ora una campagna primitiva e barbarica, con passioni violente. Questo potrebbe in effetti far pensare ad un Realismo dello stampo di Giuseppe Verga, anche se si parla di un neorealismo con suggestioni date dagli scrittori americani come Steibeck che Pavese aveva fino ad allora brillantemente tradotto. Propone un nuovo modulo della poesia-racconto, che costituisce l'avvio verso una direzione realistica, e mentre altri tra cui Saba, recuperavano una tradizione tardo ottocentesca, Pavese piuttosto guardava alla letteratura americana di cui si occupava come traduttore, letteratura che influenzerà molto la sua narrativa. I temi della poesia anticipano quelli della successiva opera narrativa e sono riconducibili alla incolmabile scissione tra mito e storia, e tra mito e realtà. Per realtà Pavese intende la concretezza della sua Torino, vissuta attraverso solitudine e angoscia. Il mito invece si rappresenta con la natura, che è sia costituita da dolci colline e cieli sereni ma che è anche fatica e abbrutimento; a questo proposito si vedano le figure dei contadini di “La luna e i falò”, quella del Valino, il contadino padre di Cinto, giovane compagno del ritorno di Anguilla al paese dove ha trascorso l'infanzia e la giovinezza.
Il dissidio mito-storia è presente in tutte quelle dicotomie, come campagna-città e infanzia-maturità che sarebbero stati momenti dolorosi e ricorrenti nella sua opera. Una tipica figura letteraria di Pavese è quella dell'espatriato: personaggio che compare già nella raccolta di poesie “I mari del sud”, che tenta, come in “Paesi tuoi” e in “La luna e i falò”, il recupero di una felicità perduta attraverso il ritorno nel paese d'origine; e cerca di superare l'incomunicabilità, l'alienazione e la tendenza al suicidio che non rispecchiano la vita contadina. Il ritorno al paese d'origine è amaro perché l'infanzia è un momento di felicità che è ormai trascorsa e non torna, diventa irrecuperabile e resta la solitudine. “La luna e i falò rappresenta la non realizzabilità e il fallimento del processo di reintegrazione di se stessi con la propria personalità nel clima mitico della infanzia trascorsa.
I Miti germinano in noi durante l'infanzia ma quando l'individuo entra in contatto con la natura questi momenti diventano “Luoghi unici” dove il ricordo diventa assoluto e si colloca in una dimensione fuori dallo spazio sensoriale. I luoghi mitici sono il mare, la collina, la terra brulicante di vitalità,o vista come natura selvaggia, come esplosione di forze primordiali.
Esiste quindi in Pavese un compenetrarsi di due piani, il simbolo e la realtà.
Il primo romanzo esprime questo concetto nella figura di Stefano il protagonista di “La casa in collina”, relegato per motivi politici in un piccolo paese del mezzogiorno, che esprime la solitudine dell'uomo, e di Pavese stesso. Si nota un forte realismo in una visione quasi fotografica di Pavese nella poesia “Tradimento”. Un lento risdestarsi da un sogno notturno, descritto da Pavese, è il viaggio sulla barca descritto dal poeta, che termina su un prato da dove inizierà l'altra poesia “Lavorare stanca”: qui notiamo come poesia e narrativa si mischiano per Pavese divenedo l'una l'altra.
Un anno prima che Cesare Pavese ponesse fine alla propria vita, aveva una chiara idea di tutta la sua opera; c'è un disegno cronologico, tracciato da Pavese stesso, che però presenta una lacuna che riguarda gli scritti giovanili di cui ultimamente la critica ha cominciato ad interessarsi. Vede in “Lavorare stanca”, la prima opera meritevole di considerazione, ma da un giudizio troppo severo a sé stesso. “Ciau Masino” è un blocco di racconti, dove si intravedono le tematiche care a Pavese; Il mondo descritto nei racconti è quello della Torino contemporanea allo scrittore, ed è una Torino di fermenti politici rivoluzionari: nel 1921 c'è stata l'occupazione delle fabbriche e il sentimento antifascista è alimentato proprio dall'estrazione operaia e proletaria di gran parte della popolazione di questo microcosmo tentacolare.
Negli anni che Pavese si dedica allo scrivere, la letteratura dominate era quella francese; pavese invece scopre l'America; Occorre dire che Pavese si sentiva un po' straniero in patria e che abbia imparato l'italiano come una lingua straniera e questo lo ha portato ad anticipare un orienamento letterario che si sarebbe sviluppato in seguito. Vedeva nell'America la possibilità di realizzare quei concetti dilibertà intellettuale che nella provincia italiana non riusciva ad individuare. Pavese insegno Inglese in scuole serali e private, dopo essersi laurato nel 1930 con una tesi su W.Whitman; collaborò al periodico “La cultura” con saggi su Mark Twain e Edgare Allan Master, su Melville del quale nel 1932 fece la traduzione di “Moby Dick”.
Riguardo al fatto che Cesare Pavese pose volontariamente fine alla propria esistenza si è scritto molto, affermando tra l'altro, che Pavese ebbe frequenti e documentati pensieri suicidi, spesso collegati con il tema amoroso, tema principale nell'esistenza dello scrittore, che pone in relazione al suicidio stesso la 'smania dell'autodistruzione': sostiene che l'autodistruttore distrugge se stesso per scoprire, scrive, ogni viltà insita nel proprio essere. Il suicidio diviene un gesto eroico, un affermarsi dell'uomo di fronte al suo destino, come Pavese scrive nel 1936 quando già sono presenti tematiche di una morte liberatoria e ricercata, ma il cui rapporto con sé non è ancora maturo.
C'è una manifestazione di insofferenza verso la vita che si identifica in forma tragica; c'è la volontà fluttuante di giungere alla conclusione, senza però mai chiudere il cerchio. Afferma di fatti Pavese: “il mio principio è il suicidio, mai consumato, che non consumerò mai, ma che mi carezza la sensibilità”. Sente così presente l'idea del suicidio che questa idea dominante diviene compagna dell'esistenza quotidiana; il suicidio viene analizzato da Pavese che annota nel Novembre del 1937: “Il maggior torto del suicida è non d'uccidersi, ma di pensarci e non farlo”. Quindi è presente in Pavese l'idea di suicidio già alla fine degli anni Trenta e nel 1938, il 23 Marzo, nel suo diario: il mestiere di vivere annota:”non manca mai a nessuno una buona ragione per uccidersi”. Tra le parole di Cersare Pavese appare quindi chiaro il messaggio di esortazione a porre fine volontariamente alla vita umana, cogliendo l'opportunità di una decisione finale sulla propria esistenza. Un gesto che l'uomo compie perchè si sente piccolo di fronte alla vita e vano di fronte al destino, avverte l'impossibilità di realizzare i propri sogni. Pavese arriva ad un punto negli anni successivi durante i quali giunge a giustificare il suicidio a causa della incapacità di affrontare la vita sociale e politica; l'ombra minacciosa della morte cioè il suicidio perseguita per anni Pavese, sotto forma di depressione. Nel periodo in cui Pavese scrive il suo diario, “Il mestiere di vivere”, periodo tra il 1935 e il 1950, vediamo l'evolversi di riflessioni personali e il raggiungimento di bilanci e conclusioni.

Non condivido ciò che dici, ma sarei disposto a dare la vita affinché tu possa dirlo.
(Voltaire)
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