Primo Levi: Un incontro a Torino
Breve analisi del testo e dissertazione sull’incontro con
il DR. Levi nell’Aprile del 1979.
di Michele Venturini
Ricordo i libri di Primo Levi che lessi per primi: “Se questo è un uomo” e “La tregua”; mi colpirono profondamente e ricordo che assorbii notevolmente lo stile letterario di Levi; non fu plagio. Mi capitava però di pensare in prima persona, con la razionale analisi della vita tipica dello scrittore, con il suo stile. In pochi mesi avevo completamente assorbito Primo Levi. Avevo anche un biografia, una tra le prime, con una valida intervista. E da qui ebbi l’idea.
Con l’ausilio di mia madre contattai per telefono Primo Levi; e con mia madre mi recai a Torino, in Corso Re Umberto, nel vasto ed elegante appartamento dei genitori di Primi, che là aveva il suo studio. E proprio nel suo studio ci fu l’incontro.
Sono passati molti anni e mia madre mia ha aiutato ora a riannodare le fila di quella giornata: tutto era stato predisposto scrupolosamente come piaceva a Levi. Si dimostrò subito interessato verso la mia curiosità di conoscerlo.
Gli chiesi molte cose, quel giorno: gli chiesi se si era reintegrato nella società al ritorno dalla prigionia. Mi disse che l’imperativo di allora era: raccontare, far sapere cosa è stato a chi non lo sapeva.
E mi disse che se allora ci fù uno strano reintrodursi nella società, e cioè reintrodursi come testimone di memorialistaica, e quindi ormai diverso dagli schemi. Chi racconta diceva, può avere paura di non essere creduto. Feci notare a Levi che questo lo aveva scritto in un capitolo centrale del primo libro e mi rispose che era proprio così. Nel libro Levi scriveva di sognare di ritornare a casa, durante gli incubi nelle brevi notte di riposo in Lager, notti che si spezzavano all’alba ai richiami dei Kapò, e in questi incubi raccontava di sé e non era creduto. Mi raccontò di come pubblicò con ansia il proprio primo libro; con un editore di calibro più piccolo della Einaudi di Torino che aveva rifiutato di stampare “Se questo è un uomo”.
Il destino volle che tale editore si trasferisse da Torino a Firenze, portando con sé alcune centinaia di copie, che andarono quasi tutte disperse durante l’alluvione del 1969. I pochi esemplari che sono rimasti fanno parte dei libri moderni rari; la versione per i tipi di Einaudi in effetti si discosta dalla prima edizione.
Levi amava definire la propria opera come “uno studio pacato di alcuni aspetti dell’animo umano” ricordo che me lo disse. Durante la narrazione si incontrano descrizioni di personaggi che popolano il mondo del Lager insieme a Primo Levi. Non c’è una retorica divisione tra buoni e cattivi. Esiste piuttosto una acuta analisi di coloro che Levi definisce in un capitolo del romanzo, ‘i sommersi’ e ‘i salvati’ cioè chi non ha resiste alla vita di privazioni del Lager, alla fame perenne e al freddo, e chi invece, pur dando alle parole ‘fame’ e ‘freddo’ un terribile significato di nuova realtà, riesce in qualche modo a sopravvivere, adattandosi agli inumani ritmi che il campo di prigionia impone. Ma anche chi reste giunge prima o poi ‘Sul fondo’; Primo Levi resiste caparbiamente nel Lager, la necessità di sopravvivere sfuma poi nella volontà di raccontare a gli ‘altri’ di essere come loro. Levi entra ad Aushwitz nei primi gelidi mesi del 1944; dopo l’estate, quando si preannuncia un altro inverno nel campo di prigionia, Levi sembra perduto. Scrive di sentirsi ”sul fondo”, di giacere senza poter reagire. Ma la forza di reagire viene ritrovata dall’Autore che essendo chimico, viene inviato a lavorare in un laboratorio riscaldato, e grazie a questo sopravvive. Qui formulerà un pensiero forte. “non sono più abbastanza vivo per sapermi sopprimere”. Questa forza di spirito Levi me la ha spiegata dicendo che in ogni momento, nel Lager, pensava a come sopravvivere, tornare e raccontare. E così ha fatto.
Ricordava e tracciava una analisi realistica e concreta di quello che fu la sua esistenza fino ad allora, e di come il lavoro, per lui un bene fondamentale, era un lavoro fatto senza gratitudine quando era in Lager. Lavoro inutile e senza compenso dello spirito. Per Levi il lavoro era tutto. In effetti, volle raccontarmi, si era salvato dal Lager anche per la propria professione di Chimico. Quando iniziava il secondo gelido inverno per Levi in prigionia, fu inserito in un laboratorio di Chimica, senza più lavorare all’aperto nel freddo inverno. Il lavoro gli aveva salvato la vita in campo questo era vero, ma non fu mai un vero lavoro mi spiegò. Inoltre nonostante facesse parte di un centro di ricerca, non approfondì mai tropp gli studi, portando per le lunghe gli esperimenti, e danneggiando, seppur in minima parte i suoi stessi aguzzini.
Nel 1971 divenne scrittore, amava raccontare e raccontò anche a me del suo “prima” e “dopo” essere scrittore. Nel 1971 esce infatti ‘Vizio di forma’ e nel 1975 ‘Il sistema periodico’. In questi libri Levi racconta la sua vita di chimico e dei personaggi che hanno accompagnato la sua vita.
Come dirà altrove, Levi considerava un ‘prima’ e un ‘dopo’, rispetto alla prigionia ad Aushwitz.
I racconti parlano del ‘prima’. Levi inizia a scrivere di lavoro e di operai, raccontando attraverso la narrazione del protagonista, quello che lui vedeva come il mondo del lavoro. E se talvolta parla del ‘suo’ lavoro, il Chimico, e degli studi fatti per diventarlo, in ‘La chiave a stella’ del 1979 parla di un operaio edile, che seguendo un itinerario dettato dalle trasferte di lavoro, viaggia e vede il mondo. Tutto visto dalla parte di questo operatore di gru, il mondo del lavoro viene profondamente analizzato da Levi. A questo proposito gli fu rivolta allora la critica di trattare del lavoro degli operai senza essere lui stesso un operaio. Ma l’analisi dello scrittore torinese non risente di questo limite. Acuta e precisa traccia un profilo ideale del lavoratore secondo Primo Levi scisso nelle diverse figure di ‘operaio’ e di ‘scrittore’.