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Leopardi, ” una gentil senese”, e le fiorentine “sciocchissime,
ignorantissime e superbe”.  

A SUA ECCELLENZA  CONTE GIACOMO LEOPARDI - RECANATI

                                                                                      In Siena, il 7 marzo 1992

Gentile amico Giacomo,

                  non può immaginare quanto mi ha deliziato leggere il Suo nutrito epistolario,
che mi è caro e prezioso come le sue amate e struggenti elegie.
        Esse, nel  incessante fluire del “reo tempo”, hanno arricchito lo spirito e lenito
la mia aspra solitudine.
        Ho provato piacere e malinconia nel constatare la cruda somiglianza delle sorti,
quanti sentimenti , quante privazioni e condizionamenti abbiamo subito per colpa di
una malferma salute.
      Anche in questo mite e assolato sabato primaverile, e ormai per troppi mesi, vivo
  reclusa in casa per una invalidante malattia che ha tarpato le mie ali.
     Mi creda, non posso fare a meno di pensare che fuori , oltre il mio piccolo terrazzo
  bordato di rose rosse e di petunie, la frenetica vita continua a pulsare senza di me.
     E solo immaginando di essere interamente compresa, da chi ha sofferto, nella carne
e nell’anima , i miei stessi infelici tormenti,  mi ha dato il coraggio di scriverLe questa
lettera.
      Attraverso la fitta corrispondenza  da Lei inviata agli amici,  in particolare al Suo
signor padre Monaldo, alla dolce sorella ( da Lei chiamata vezzosamente  Pilla), sono
riuscita a  percepire  i nobili aneliti dell’anima e a ricostruire buona parte  della Sua
travagliata esistenza.
        E’ un vero peccato, che per il disservizio postale, molte importanti missive siano
andate smarrite.. Esse ci  hanno privato della Sua affascinante scrittura e forse
di episodi salienti  per i suoi amici e altrettanto  cari a noi che  l’ammiriamo.
       Le sarà consolatorio sapere,  che anche oggi alle soglie del duemila, con
  mezzi  più tecnologici e rapidi, le nostre patrie poste non brillano per efficienza
e troppe lettere ancora si perdono o per “tardanza” ci arrivano dopo qualche mese,
proprio come accadeva ai suoi tempi.
      Nel bellissimo epistolario donatomi da nonno Raffaele ( lo conservo come una
rara reliquia) , ho letto con maggiore intensità emotiva, le pagine  che delineano la
Sua permanenza in Toscana.
       Mi è dispiaciuto sapere che in principio a Firenze non si è ambientato molto bene,
sia per le strade strette (che le sembravano sporchi viottoli), sia per l’eccessivo rumore
che tanto l’infastidiva.
      L’albergo della Fontana, indicatoGli dal Giordani, era ubicato al  mercato del grano
vicino a Palazzo Vecchio, era forse questo il motivo del rione  alquanto rumoroso.
      Mi ha sorpreso piacevolmente, l’apprendere che la padrona della  Locanda che  tutti
i giorni Le cambiava la biancheria , fosse “una gentil senese”.
       E’ noto che  la Firenze  di allora, era considerata la città più economica d’Italia,
tuttavia Lei , come  purtroppo succede anche a me, stentava a vivere dignitosamente
con solo dodici scudi al mese.  Cosa dirLe? Gli scenari cambiano, ma i problemi
esistenziali per la maggior parte delle  persone sono sempre gli stessi!
      Amico mio di penna, Le assicuro che oggi la città è divenuta invivibile  e alquanto
cara. Intorno al centro storico si snodano le stesse anguste strade affollate e ingombre
di  rombanti motorini e biciclette.
      Le romantiche carrozze e i “ fiacres” sono un nostalgico ricordo. Solo qualche rara
carrozzella è sopravvissuta  per portare a passeggio i turisti.
    
     Ora un traffico caotico e infernale assilla gli abitanti sino a tarda  notte.
Per quella  limpida sincerità che deve cementare ogni buona amicizia, non Le
nascondo che ho  ritenuto eccessivo il Suo severo giudizio sulle donne fiorentine,
che le suscitavano ira perché ”sciocchissime, ignorantissime e superbe.”
     Forse in quell’afoso Luglio del 1828 la Sua pesante infelicità non traeva conforto,
né  alcun diletto dalle femminee conversazioni salottiere, per Lei troppo futili e
spumeggianti. Poiché appartengo ad un altro secolo, mi avvilisce il pensiero di non
aver avuto  il privilegio di conoscerLa , magari per lenire la Sua perenne malinconia.
      Con pizzico di vanità tutta femminile, avrei desiderato dimostrarle, che non tutte
le donne toscane sono sciocche e vanesie.
      Con la dovuta deferenza per  la Sua dotta cultura e per il  raro ingegno, mi lasci
l’innocua illusione, che Ella nel conoscere meglio questa presuntuosa senese, si
sarebbe ricreduto, almeno in parte, sulle intellettive facoltà femminili.
      Da parte mia, tenace come sono, avrei innescato varie frecce al mio arco…per
conquistare la Sua fiducia.
    Sapendo di farle cosa gradita, Le avrei preparato con ogni cura.” la ricetta del
latte - e- mèle “,  che aveva gustato a Bologna . Inoltre, poiché cucinare bene per
i propri cari, lo ritengo un  doveroso gesto d’amore, per Lei avrei impastato e poi
infornato le calde schiacciate pisane, che Le erano piaciute più della “Crescia”.
      Mi sarei persino procurata il tabacco “Caradà fino lusso”, che con tanta premura
Le voleva inviare madama Adelaide Maestri, da Parma.
      Riesco tuttavia a comprendere che l’animata compagnia di Giampietro Viesseux,
di Montani, di Forti , Colletta e Capponi, Le fosse più congeniale e stimolante dei
mondani pettegolezzi salottieri.
     Spesso ho  tentato di immaginare le  vostre accalorate dispute letterarie, come per
l’argomento - Crestomazia poetica -che stava  elaborando.
     Con sano orgoglio e letizia, ho letto che dopo aver a lungo soggiornato nella mia
splendida terra, ha considerato la Toscana, la Sua seconda patria e mi creda, di tale
felice scelta siamo fieri ed onorati.
      Studiando attentamente i suoi scritti, ormai, credo di conoscere molti aspetti
della Sua vita e  i lati del Suo carattere schivo e riservato.
  Così , sono riuscita ad intuire, che era solito celare nel fondo dell’anima, tutti gli
affanni e le vere affezioni, svelate con pudore solo a pochi intimi.
      Non le nascondo di essere  stata un po’ gelosa di quel tenero amore, germogliato
già dal primo fior degli anni, per Pietro Giordani  Ho ammirato il vostro radicato
sentimento rimasto algido e intatto sino alla morte.                                                    
    Obbiettivamente  devo  ammettere che tale stima era ampiamente meritata.
Pietro infatti si era  rivelato un amico sincero, fedele e si era prodigato con generoso slancio,
alla diffusione delle Sue esemplari opere.
     Egli,  tentava di addolcire con consigli disinteressati e discreti, le Sue molte amarezze,
e standole vicino, si  rese conto più del Suo signor padre, dei  giovanili, impellenti bisogni 
per  poter vivere con dignità. Tale avvilente motivo esacerbava l’estrema sensibilità  che
si annidava nel Suo animo orgoglioso e ferito.
       Ricorda con quanta premura, (nel dì di Pasqua del 1817 ) Pietro esortava da Milano
il Suo amatissimo contino a non studiare più di sei ore al giorno, per non debilitare
l’organismo già tanto delicato?
     Sin da allora il buon Giordani Le suggeriva paternamente di “ passeggiare, cavalcare,
schermire, nuotare, ballare, giocare a  pallone, a palla e maglio” per assecondare le esigenze
della fugace giovinezza e per rinvigorire  il corpo.
     Dopo tanti anni di sostegno morale e devoto affetto, capisco perché Ella dal soggiorno
Pisano, ( il 5 maggio 1828 ) gli scrisse quella bellissima frase:-
“ …E sappi ( o ricordati ) che fuori della mia famiglia, tu sei il solo uomo il cui amore mi
sia paruto tale da servirmene come di un’ara di rifugio, una colonna dove la stanca mia vita s’appoggia….”
    Che meravigliosa attestazione di affettuosa amicizia! Anche se non ne sono degna, quanto
quanto avrei desiderato far parte di quel ristretto numero di eletti che Lei considerava amici.
      Freud, uno studioso che Ella non ha potuto conoscere scriveva che immortalità significa
essere amati da molte persone che non ci conoscono, io  invece sostengo che le persone appartengono solo a chi le ama.
     Forte della mia convinzione e di un sincero sentimento, che travalica il tempo e lo
spazio,  Le chiedo umilmente di serbare per me un angolino negletto e appartato nel
luminoso giardino del suo cuore e “ remittuntur  multa ei qui diligit multum”.
       
                                      Maria Teresa Santalucia Scibona


Nota dell’autrice: La mia “lettera impossibile” risponde ad una  missiva di GiacomoLeopardi,
tratta dall’opera” Epistolario di Giacomo Leopardi con le iscrizioni greche triopee da lui
tradotte e lettere di Pietro Giordani e Pietro Colletta all’Autore . (Il volume) Raccolto e ordinato da PROSPERO VIANI  - Seconda impressione con qualche nuova cura dell’Autore  -Vol..II°  -  1860 – (editato) – presso Gabriele Saracino  –Strada Trinità Maggiore, n.° 41  -  Napoli.
L’epistolario fu comprato dal mio nonno Raffaele Santalucia  dal  Libraio Ferreo Carlo di  Nizza
Monferrato.     

Non condivido ciò che dici, ma sarei disposto a dare la vita affinché tu possa dirlo.
(Voltaire)
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