LA SCRITTURA NURAGICA E QUELLA GRECA ARCAICA
(Il testo integrale dell'intervento di Gigi Sanna alla Conferenza internazionale di Cagliari del 16 giugno 2005)
La vera identità del cosiddetto cacciatore uccisore di lupi del Museo della fattoria di Glozel. L’icona delfica del Lossia e la collana scritta dell’Apollo bronzeo di Manticlo di Tebe del Museum of Fine Arts di Boston.
di Gigi Sanna
La relazione tenuta durante la conferenza di Parigi dell’Aprile scorso (Maison des sciences de l’homme) aveva, prevalentemente, lo scopo di prospettare un’ipotesi, con argomenti di una certa solidità scientifica, sulla natura degli enigmatici documenti francesi, scoperti inizialmente, nel lontano 1924, dal giovane contadino Emil Fradin (e da suo padre) durante l’aratura di un campo della fattoria di Glozel, a 20 chilometri da Vichy.
Il breve tempo a disposizione non mi ha consentito, tuttavia, di esplicitare in modo - come si dice - “esaustivo” forme e contenuti della ricchissima documentazione (circa tremila pezzi) custodita attualmente nel piccolo Museo della fattoria di proprietà dei Fradin, a Vichy, a Lyon ed in vari archivi di cittadini privati.
Ho cercato di sostenere soprattutto, in quella sede, con delle prove epigrafiche e linguistiche, che la strana scrittura di Glozel celava un alfabeto greco molto arcaico e che la stessa lingua dei documenti doveva ritenersi greca.
Non c‘entravano dunque, a mio giudizio, né il latino, né l’etrusco, né il celtico, né il gaelico e neppure altre lingue via via ritenute, da dilettanti e da linguisti di professione, nascoste dietro il singolarissimo ed inafferrabile codice alfabetico delle iscrizioni su osso, ceramica o pietra leggera; quelle rinvenute dai Fradin prima e quelle messe in luce attraverso scavi successivi attuati dal dott. Morlet nel campo chiamato Duranthon (e con altri scavi ancora).
Nell’esporre quello che era il frutto delle mie (e non solo mie) convinzioni sapevo bene che mi sarei trovato di fronte ad un pubblico di appassionati e di studiosi molto scettici, dal momento che i non pochi tentativi di decifrazione del codice alfabetico glozeliano, che hanno come data già gli anni immediatamente successivi a quelli della scoperta (1924), non avevano persuaso nessuno e tanto meno convinto il mondo scientifico, francese e non, in parte infastidito (e, direi, in certi casi non a torto) da apodittiche affermazioni sulla preistoria europea continentale come quella riguardante la presenza in Francia di un tipo di scrittura neolitica che avrebbe preceduto di secoli o millenni (e con ascendenze alfabetiche addirittura del periodo magdaleniano!), quelle protocananea, gublita e fenicia.1
Gli stessi ultimi lavori del dott. Morlet - il battagliero medico e dilettante archeologo, protagonista in assoluto in positivo e in negativo della storia di Glozel - con la pubblicazione delle due piccole icone (quelle che più avanti esamineremo) con un volto maschile ed uno femminile, ritenute dallo studioso (soprattutto la seconda) chiare raffigurazioni del soma della razza glozeliana,2 hanno accentuato ancor più la diffidenza e, conseguentemente, allontanato molti, anche a priori, dal lavoro scientifico sui documenti.
Anzi, si può dire che per alcuni settori della scienza cosiddetta ufficiale francese il caso Glozel non esisteva ieri e non esiste oggi, o se si preferisce, è meglio che non esista.
Fenomeno assai noto questo, che il più delle volte si manifesta quando si verificano in archeologia e, direi, in tutte le discipline storiche, dei casi giudicati e, in sostanza, liquidati come aberranti.
Lo stesso breve saggio del paleografo Isserlin del 1974,3 con uno studio di tipo comparativo sulle tipologie alfabetiche riscontrabili nei testi di Glozel, che è, a mio modesto parere, uno dei lavori più seri ed interessanti condotti sul caso Glozel dopo il noto ed ormai antico saggio del Reinach,4 non ha contribuito - stante ancora il dilemma manifestato dallo studioso sulla falsità o non dei documenti - a rimuovere più di tanto la stanchezza che si è accumulata, com’era naturale che fosse, nel corso di molti decenni, su un caso considerato da molti irrisolvibile perché, per certi versi, del tutto assurdo.
Eppure nutrivo la speranza che quello scetticismo e quella stanchezza potessero essere in qualche modo rimossi e alleviati se fossi riuscito a portare delle nuove prove, chiare ed inconfutabili, su ciò che, comunque, presentavo per prudenza (ripetendolo più volte) ancora a livello di ipotesi.
Queste prove intendo in questa conferenza ribadire e riassumerle molto brevemente.
Esse consistono principalmente nel fatto che:
- i documenti nuragici da me studiati (in particolare quelli di Tzricotu di Cabras) riportavano delle lettere che, soprattutto per una certa tipologia, erano del tutto identiche a quelle dell’alfabeto di Glozel;5
- più di un documento di Glozel, con l’operazione del traslare il codice consonantico semitico, soprattutto quello dei grafemi con valore di matres lectionis dei documenti sardi,6 dava come esito una lingua con lessico e basi radicali chiaramente greche;
- il numero elevato delle lettere del codice di Glozel - l’aspetto che più era responsabile del disorientamento degli studiosi riguardo alla decifrazione, in quanto si ipotizzava un alfabeto di natura sillabica - era imputabile al fatto (già ipotizzato da alcuni studiosi) che gli scribi erano ricorsi ad un numero considerevole di segni diversi ma omofoni, soprattutto vocalici e, in particolare, per le tre vocali epsilon/eta, iota ed omicron/omega, ovvero per i suoni sacri del rito di Delfi in quanto attraverso di essi si rendevano le esclamazioni di aiuto dei devoti e gli avvertimenti e/o le stesse risposte curative o apotropaiche della divinità;7
- il contenuto di alcune tavolette e di alcune iscrizioni su vasi in ceramica risultava pertinente ad un rito e ad un culto di chiara matrice apollinea o, per meglio dire, di un dio ineffabile chiamato, in maniera significativa, solo con appellativi (Loxih, tokeuV, ekktwr)8 ed invocato con la formula esclamativa ih oppure iw testimoniate e riportate, l’una e l’altra, come si sa, tante volte dalla letteratura tragica o dallo stesso paratragwidein dei comici greci.9
Naturalmente mi rendevo conto che le prove paleografico-fonetiche e linguistiche e gli stessi contenuti tratti dai documenti, anche se offrivano e garantivano senso, non erano però ancora del tutto sufficienti per la dimostrazione, in quanto era urgente dare anche una risposta ad un quesito fondamentale e ad una forte obbiezione, facilmente prevedibili: come erano finiti i supposti documenti oracolari e templari apollinei in una zona interna della Francia? Chi e quando li aveva portati e in così gran numero?10
Io non so, tuttora, se la risposta all’interrogativo, offerta agli studiosi ed agli amici francesi a Parigi,11 sia quella giusta e rassicurante. Tuttavia la ritengo ancora oggi l’unica possibile ed attendibile.
Furono con ogni probabilità i Focesi, scappati in massa nel 545 a.C., in seguito all’invasione persiana di Ciro, che portarono gli oggetti votivi - quelli di cui è letteralmente cosparso il sottosuolo della campagna dei Fradin e anche quella circostante - prima in Massalia e quindi, verisimilmente, dopo aver percorso il corso del Rodano e della Loira, nel territorio di Glozel.
è lo ionico Erodoto a dircelo, mi sembra, in maniera chiara e precisa. I Focesi infatti, durante la fuga precipitosa decidono di imbarcare nelle loro penteconteri “le donne e i bambini e tutti i beni trasportabili ed inoltre anche i simulacri degli dei e gli altri oggetti votivi, ad eccezione di quelli che erano bronzi o pietre o dipinti”.12
Ora, come ho potuto constatare di persona durante la visita nel museo di Glozel, gli oggetti in esso custoditi sono tutti ascrivibili alla tipologia degli anaqhmata ovvero degli oggetti votivi13 , proprio quelli di cui parla Erodoto nel logos focese del primo libro delle sue Storie.
E non è certo un caso che lo studioso Hans- Rudolph Hitz, sia pur sbagliando, a mio giudizio, nel tentativo di riportare i documenti di Glozel alla cultura alfabetica celtica, arrivi comunque alla conclusione che Glozel costituisca con i suoi oggetti un “luogo di memorie”, un “recinto sacro”, un luogo di “pellegrinaggio”.14
Aggiungo ancora che, tra l’altro, la presenza di oggetti in osso, in terracotta e in leggera pietra scistosa e per contro, l’assenza di oggetti di bronzo o in altro metallo in Glozel, sono uno degli aspetti del ritrovamento che maggiormente ha colpito e, conseguentemente, messo fuori strada interpretativa sia il dott. Morlet sia i suoi numerosi sostenitori i quali, proprio in ragione di questa prova, ritenuta inconfutabile, si sono sempre battuti per un’ origine neolitica (cioè per un tempo anteriore a quello della civiltà dei metalli) dei documenti di Glozel e, quindi, per un periodo preistorico che precedeva di molti secoli quello delle scritture sia sillabiche sia consonantiche semitiche dell’Oriente Mediterraneo.
Dopo le suddette prove addotte di tipo linguistico e storico sui documenti di Glozel intendo oggi sviluppare un argomento di natura archeologica ed artistica che a me sembra essere di notevole rilevanza. Dico sviluppare perché nella comunicazione francese ne ho fatto già cenno.
Tra i suddetti anaqhmata di cui ho parlato, ovvero tra gli oggetti votivi del Museo di Glozel, vorrei soffermarmi su di uno in particolare. Si tratta di un pezzo del Museo giudicato sempre assai interessante della collezione,15 perché è costituito da una piccola statua in osso raffigurante un cacciatore o chasseur, con una breve scritta alla base, incisa con i consueti caratteri dell’alfabeto che, solo per comodità, chiameremo, per ora, di tipo glozeliano (v. fig. 1).
L’oggetto è stato esaminato e studiato, tra gli altri,16 dal dott. Morlet che, essendo un medico oltre che un archeologo (anche se non di professione), ha fornito di esso un’ampia (e bella) scheda che merita d’essere riportata tutta in traduzione (in corsivo i punti che commenterò più avanti):
“Cacciatore sopra la sua preda. Si tratta di un cacciatore, giovane d’apparenza, scolpito sull’estremità di un osso di animale. La testa, un po’ voluminosa, sembrerebbe, rispetto al resto del corpo, è disegnata con atteggiamento di fierezza che viene ulteriormente completato dalla mano sinistra poggiata sul fianco destro e dalla mano destra che stringe una specie di spada acuminata con scanalature elicoidali. Un folta capigliatura, formata da trecce, ricade da entrambi i lati delle spalle. La fronte è particolarmente stretta. Le sopracciglia sono disegnate con un tratto curvo che domina gli occhi piccoli e profondi. Il naso è diritto e si allarga alla fine. La bocca, separata dal naso da un certo intervallo è socchiusa come se il cacciatore emettesse un grido di vittoria.
L’artista ha disegnato una barba che spunta per qualche tratto al di sotto della bocca e sulle guance. Il cacciatore glozeliano è completamente nudo. Egli porta soltanto sul petto una larga collana, composta da elementi sferici, che ricade all’altezza del seno che arrotondato ed accostato sembrerebbe quello di una donna se l’organo virile non fosse disegnato con un’indiscutibile precisione anatomica. Al di sotto dell’ombelico, si notano delle leggere incisioni che mostrano una zona pelosa sviluppata. L’aspetto muscolare ed il movimento delle braccia sono resi con precisione. Le mani sono scolpite con perfezione realistica, la sinistra allungata sopra il fianco e la destra che stringe l’arma tra il pollice e le altre dita.
Il corpo che mostra un aspetto di giovane è sorretto dalle membra inferiori muscolose e slanciate da atleta atto alla corsa. La rotula destra è disegnata ma i piedi visti di profilo - mentre il corpo è visto di fronte - appaiono gracili e assai schematici. In atteggiamento trionfante il giovane cacciatore poggia i piedi sul ventre di una fiera esalante l’ultimo respiro, un grosso lupo, con il pelo disegnato da piccole incisioni, la testa voltata, con le zampe sollevate, la coda rigida e la lingua fuori della bocca. Infine si vede sul fianco dell’animale, una freccia con le alette ma senza peduncolo, del medesimo tipo di quelle che sono disegnate sulla scultura della pantera e della renna ferite.
Al di sotto dell’animale uno spazio viene riservato per un’iscrizione che è tracciata su due linee. Dall’altra parte dell’osso si vede un’altra iscrizione, più lunga, con segni alfabetiformi in parte agglutinati (aggrovigliati)”.
Ora a me sembra che il suddetto “chasseur debout sur sa proie”17 di Glozel altri non rappresenti, dati i chiari aspetti iconografici (sottolineati e commentati con scrupolosa precisione dal dottor Morlet), se non il prototipo della figura del cosiddetto kouros o “apollino” o dello stesso Apollo (v. figg. 2 - 3 -4 ) dell’arte della scultura e della ceramica greca,18 cui è agevole estendere anche tutti o quasi tutti i classici attributi ed appellativi che la letteratura, a partire già dall’arcaico19 Inno omerico ad Apollo, ci ha tramandato.
Infatti, sia pur in iconografia con tratti decisamente più arcaici ed ingenui rispetto anche alle già arcaiche statue raffiguranti Apollo,20 il cosiddetto chasseur nonchè tueur de loups, è, innanzitutto, aneri eidomenoV aizewi te krate rwi/proqh bhi,21 cioè è raffigurato come un uomo forte e vigoroso nella prima giovinezza.
Ciò per l’aspetto generale della persona.
Esaminiamo ora l’immagine nei particolari.
Partendo dalla testa, si nota come l’artista artigiano della statuina ha reso il giovane palesemente akersekomhV,22 ovvero dalla chioma intonsa ed ancora kaithiV eilumenoV eureaV wmouV,23 con i capelli ricoprenti le ampie spalle.
E’ munito di spada, con manico d’osso24 e lama elicoidale, arma ritenuta rozza e primitiva, che nell’ aristocratico Inno omerico (v.123) non poteva non modificarsi e acquistare maggior decoro nobiliare agli occhi della casta (dorica?) al potere, cambiando aspetto e diventando aurea (Apollona crusaora)25 , come quella che solo, assieme all’arco d’argento, si addice ad un dio olimpico figlio di Zeus.26
L’arma è inoltre rigorosamente tenuta nella mano destra, particolare forse da non trascurare in quanto essa è quella - si badi - con la quale Apollo ordina ai sacerdoti cretesi divenuti suoi primi ministri del culto, di sacrificare sempre le vittime che numerose gli uomini di popoli famosi porteranno al suo tempio.27
Il cacciatore è soprattutto raffigurato sulla fiera uccisa, un lupo, possi katastreyaV:28 in un atto abituale, si direbbe, quello con il quale Apollo viene descritto quando sottomette e annichilisce con la sua forza le sue vittime.29
Avendo colpito e fermato30 (ma non ancora ucciso) il lupo con una freccia, il personaggio rappresentato è evidentemente, oltre che inseguitore, armato di arco, quindi toxoforov..31
La cattura della fiera da parte dell’arciere è resa con atteggiamento baldanzoso del cacciatore che si pone in maniera significativa la mano sinistra sul fianco. Ora a me sembra che questo modo di esprimere la sua forza e la sua supremazia sia tipica di Apollo e, in quanto tale, il dio la manifesti, sia pur in modo più sofisticato del Lossia di Glozel, anche nel succitato Inno omerico. L’aedo infatti, traendo probabilmente lo spunto da una singola statua o da un gruppo scultoreo templare di Delo o di Delfi o di qualche altro santuario, con il Lossia o Apollo che tende l’arco raggiante ( faidima toxa titainei), descrive in tale atteggiamento di esuberanza canonica e formulare (del tutto inutile ed inspiegabile nel passo omerico senza il modello ispiratore, dal momento che gli dei stanno in un pacifico consesso nella dimora di Zeus), il dio che incede nella sala della reggia degli Dei che, addirittura tremanti,32 balzano in piedi al suo incedere; tutti tranne la madre Letò che scioglie la corda dell’arco, chiude la faretra e appende infine l’arma ad un chiodo d’oro.33
Il ‘cacciatore’ di Glozel è ancora ritratto in modo da suggerire un altro noto appellativo di Apollo. Infatti, come sottolinea con diligenza il Morlet, il personaggio ha la bocca manifestamente aperta, come quella di uno nell’atto di emettere un grido.34 Quindi a lui si può attribuire l’appellativo di bohdromioV,35 cioè di colui che accorre (per uccidere e salvare dal lupo) con il suo grido rituale ovvero l’OE, come si vedrà meglio più avanti.
La figurina del cacciatore arciere si mostra poi alquanto strana in quanto, come aveva notato il Morlet (ma rifiutando sostanzialmente il dato36 ), presenta, al di sotto di un collier con oggetti sferici,37 i chiari segni femminili delle mammelle; aspetto questo dell’androginia apollinea che non stupisce più di tanto dal momento che il dio è spesso raffigurato, anche nell’iconografia del periodo della Grecia arcaica e classica, con chiare parvenze femminee,38 probabilmente retaggio delle prime antichissime iconografie come questa che andiamo commentando.39
Inoltre da altri documenti inequivocabili, come ad es. dai cosiddetti idoles phalliques et bisexues40 (v. figg. 5- 6 - 7 - 8) presenti in numero considerevole tra gli anaqhmata esposti nelle vetrine del museo di Glozel, si desume che la divinità oggetto del culto era considerata maschio e femmina nello stesso tempo. Lo stesso ritratto del dio, realizzato su di un oggetto di forma manifestamente betilica, induce a pensare che il famoso omfalos delfico, inizialmente almeno, intendesse richiamare la natura della divinità solare di origine siro-palestinese,41 che, come mostrano ad abundantiam i documenti nuragici, era chiaramente androgina.42 Del resto la natura di FoiboV o di luminoso43 del dio orientale è messa in evidenza nello stesso Inno ad Apollo, dove in ben sette versi44 l’aedo insiste particolarmente, servendosi di un lessico particolare e davvero significativo (spinqarideV, selaV, floga, pifauskomenoV, riphV), sull’aspetto splendente, raggiante ed uranico di Apollo, detto, tra l’altro, asteri eidomenoV.45
Uno dei particolari della raffigurazione più degni di attenzione e che mostra, in maniera inequivocabile, con altre prove (archeologiche, artistiche e linguistiche) che si vedranno più avanti, che la statuina di Glozel non può essere se non un’ icona di Apollo o, meglio, del dio ineffabile chiamato Lossia, è offerto dalla parte bassa della statuina che presenta la figura di un lupo colpito a morte dalla freccia del baldo arciere. è, infatti, quello che permette di dire, tra l’altro, che siamo di fronte ad una statuina ben marcata per significato, con riferimento al noto Apollo Liceo o LukeioV, dal momento che il lupo in greco si dice, come si sa, lukoV.
Il rinvenimento dell’icona è tanto più importante e riveste un valore straordinario in quanto per la prima volta la statuaria46 greca, grazie al sito archeologico di Glozel, ci mostra l’enigmatico dio, tante volte citato dalle fonti classiche come uccisore del lupo e mai rappresentato, stando almeno agli attuali ritrovamenti, in quest’atto che pur si direbbe fondamentale od originario dell’agire del dio. Assenza importante questa del lupo, tanto da indurre non pochi studiosi a sostenere che lukeioV, almeno in origine, volesse significare più semplicemente lukioV (licio), ovvero Dio proveniente dalla regione della Licia, senza alcun riferimento ad un dio … cacciatore di lupi.
Su quest’aspetto della natura del Lossia, che potrebbe apparire sulle prime - come dire - frutto di arte naturalistica e concreta, ovvero offrire l’idea di un dio semplice cacciatore uccisore di lupi per proteggere, in ambiente pastorale, gli armenti, le greggi e gli animali in genere degli uomini,47 intendo aggiungere qualche parola.
A me sembra chiaro, in considerazione del fatto che il simbolismo della statuina appare più che evidente,48 che l’icona ovvero l’anaqhma presenti il dio che uccide il lupo in quanto esso non rappresenta tanto la bestia in sé, fiera comunque terribile e nociva per gli animali, ma in senso traslato o metaforico, ovvero col significato di pericolo in generale, costituito questo dal male, dal danno, dalla sfortuna e dagli infiniti casi negativi, presenti o futuri, dell’esistenza dell’uomo.
In quanto uccisore di lupi il Lossia, sebbene egli sia l’oscuro, l’obliquo, l’ambiguo e pertanto talora non del tutto chiaro nel suo comportamento e nei suoi disegni, viene comunque invocato perché per chi grida al lupo, al lupo! egli si presenta, o meglio, può presentarsi come possibile salvatore lukoktonoV e quindi apotropaioV, alexikakoV, prostathrioV.49
Il dio inoltre che, in quanto dotato di preveggenza, non solo individua il male che affligge l’uomo ma anche lo cura,50 per cui egli è iatroV e akestwr.51
Ma forse il particolare fondamentale per poter dimostrare, con pochissimo o nessun margine di dubbio, l’identità del dio ineffabile che più tardi si chiamerà, in maniera enigmatica Apollo,52 è dato dal disegno apparentemente il più insignificante di tutta la statuina.
Ci riferiamo al cosiddetto collier che, come si è detto prima, oltre che nel collo della tête de femme, si trova al di sopra del petto ovvero del seno del cacciatore.
Ora se noi ricorriamo alla statuaria greca e prendiamo la più arcaica icona del dio, ossia l’ Apollo dell’ex collezione Tyskiewicz, attualmente custodita nel Museo di Boston, noteremo (v. fig. 9, 10 e 11) che l’artista, Manticlos di Tebe, lo ha disegnato, oltre che con alcune delle caratteristiche (figura atletica e muscolosa, chioma intonsa con i boccoli ricadenti sulle spalle, volto barbuto, nudità totale, androginia) che si sono viste nel cacciatore di Glozel, anche con il collier formato da cerchietti sopra la linea del petto.53
Almeno da quanto mi risulta, nessun’altra immagine apollinea né di altre divinità greche nude, oltre a questa modellata da Manticlo, riporta una simile collana, che richiama perfettamente quella del cacciatore e quella minuscola della tête de femme di Glozel. Però, se si osserva bene nei dettagli il particolare del collier della statuina beotica, si noterà che i suddetti cerchietti non sono affatto semplici; risultano agglutinati nella parte sinistra della collana a dei segni a dente di lupo con la forma arcuata a sinistra - ( - e nella parte destra a dei segni con la forma arcuata a destra - ) -.54
La natura e l’aspetto degli oggetti che formano la singolare collana mostrano che essi non sono tracciati con intenti semplicemente decorativi, come sulle prime si potrebbe pensare. Nella nudità totale della persona infatti sembra del tutto illogico riportare un unico (e, oltre il resto, in fondo modesto oggetto di decus’) se esso non riveste anche, così come nella piccola statua di Glozel, un forte e singolare carattere simbolico.55 Ma lo stesso chiaro valore metaforico, ovvero quello della forza straordinaria del dio resa con il trofeo della serie dei denti dei lupi catturati ed uccisi, non esaurisce la carica di significato della collana in quanto essa ne possiede, a mio parere, un altro importantissimo, allusivo e nascosto, del tutto incomprensibile per chi non conosceva il particolare alfabeto delfico ed il rito vocalico singolare riguardante il Lossia.
Infatti, oltre il segno, facilmente comprensibile, dell’omicron dato dai cerchietti, si hanno con i denti del lupo quelli dell’epsilon - ( - e dello iota - ) -, grafemi con tale valore fonetico tantissime volte espressi56 nei documenti in osso, in pietra e in ceramica rinvenuti in Glozel.
Nella collana e con57 la collana vengono dunque reiterati, in scrittura alfabetica lineare, lo iw e l’oh , che sono rispettivamente il grido d’invocazione del devoto e la risposta rassicurante e salvifica del dio che allontana il male e il pericolo (v. fig.12). Tale tipologia di scrittura con valore artistico, simbolico e fonetico assieme, tipico tra l’altro, come si sa, della scrittura geroglifica egiziana, non è certo isolato nella documentazione del piccolo Museo della fattoria di Glozel.
Si prenda come esempio, tra i numerosi che si possono fare, l’oggetto (cf. figura 13) reso in disegno alla p. 42 del Corpus des Inscriptions del Morlet (fig. 1, Planche XVIII). In esso infatti è riportata, oltre alla scritta greca in caratteri lineari delfici (con lettura progressiva) ote ih oh it,58 anche una serie di ih e di iw, resi però questi con il ricorso alla scrittura con, ovvero attraverso il disegno dell’ harpon a double rangée de barbelures che danno, probabilmente, nella parte superiore dell’oggetto la sequenza degli iw e , nella parte inferiore, la quella degli ih.59
Il già celebre per iconografia Apollo di Manticlo assume quindi ulteriore straordinaria importanza nella statuaria apollinea: non solo perché conferma il particolare del ‘collier’ del Lossia di Glozel offrendo un’ulteriore prova dell’identità apollinea60 del dio cacciatore custodito nel Museo, ma anche perché l’artista, con il trasferire sulla collana l’aspetto simbolico del dio lukeioV, riporta anche, con i denti di lupo e con i cerchietti, una piccola ma significativa parte dei singolari caratteri alfabetici lineari glozeliani (o delfici che dir si voglia), attraverso tre dei grafemi61 delle vocali più importanti del codice fondamentalmente vocalico: epsilon/eta, iota/ypsilon, omicron/omega.
Il che vuol dire, in buona sostanza, che Manticlo (di Tebe e quindi vicino a Delfi!), se così stanno le cose (a meno che egli non abbia semplicemente ricopiato, anche senza intenderlo completamente, il motivo canonico di altre statue arcaiche del Lossia come quella di Glozel ), era in grado, alla fine dell’VIII secolo a.C. o nei primi decenni del secolo successivo, di scrivere ancora con gli antichi ed allusivi caratteri del singolare codice templare dell’oracolo, offrendo così non solo aspetti interessantissimi perché unici dell’iconografia della statuaria apollinea in generale (linee geometriche, tripartizione netta della figura, capelli con lunghissimi boccoli, occhi rotondi, lungo collo, spalle robuste, vita strettissima, gambe tozze e muscolose, ecc.) ma anche aspetti documentari di natura alfabetica. Si potrebbe dire, in un certo senso, che l’Apollo di Manticlo costituisce anch’esso, almeno in parte, un altro documento, per quanto successivo, ideato e scritto della serie … glozeliana.
Ora, poiché la statua riproduce due codici alfabetici greci, quello più recente sulle cosce-gambe e quello più arcaico sul petto, ed essendo riferibile il primo all’VIII o al principio del VII secolo a.C., non può che trarsi la conclusione che il secondo sia molto più arcaico (soprattutto per l’aspetto pittografico e della cosiddetta scrittura con di molti dei documenti) di quello beotico e che lo preceda almeno di un paio di secoli (1100 - 1000 a.C.). Prova questa che procura ulteriore forza all’ipotesi da noi prospettata qualche mese fa che il codice greco di Glozel, riportato negli anaqhmata di cui parla Erodoto, non fosse del periodo in cui i Focesi scapparono dalla Ionia (545 a.C.) ma di un periodo precedente a quello della stessa rifondazione della loro città nelle coste anatoliche, avvenuta forse in seguito all’invasione dei Dori.62
Vediamo però ora se dalla stessa scritta, incisa nella base della statuina, si possa confermare quanto abbiamo ricavato dai dati archeologici, nonché da quelli della storia della letteratura, della religione e dell’arte greca.
Ci sembra però doveroso premettere che quanto ora presentiamo a supporto dei dati precedenti, presenta, come dire, un certo limite, in quanto lo studio prescinde, purtroppo, dalla lettura completa del documento dello chasseur data l’impossibilità63 di poter riportare anche la scritta (con i soliti caratteri glozeliani) che si trova, parzialmente visibile, nella parte posteriore della statuina. Ciò non impedisce tuttavia di fare qualche notevole passo in avanti perché è possibile leggere e dare senso compiuto alle due righe di un’espressione, certamente organica per significato e presumibilmente a sé stante, in scrittura bustrofedica (con inizio progressivo), costituita da sette parole e queste da dodici lettere, ovvero da undici vocali64 e da una consonante (tau).
Stando al codice consonantico-vocalico da noi individuato, il testo riporta, una volta traslitterato, verisimilmente questa espressione:
ih w w oi / h -
w hw it.
La traduzione sarebbe questa: “A lui (si invii) lo IE Oh Oh! Presto (verrà) l’EO EO”. Espressione questa che si comprende più agevolmente se si prende in considerazione, oltre il succitato testo della collana dell’Apollo di Manticlo, l’iscrizione vascolare del Corpus des Inscriptions del Morlet da noi illustrata durante la conferenza di Parigi,65 che ripresentiamo qui per esteso per maggiore comprensione (cf. fig.14):
mh ih ih iihV l/
ox(i)hi iwkhi ekktor/i;
a oh wleto ew.
e e e e
Traduzione: “Non invii l’IE al Lo/ssia che insegue66 e cattura?/ Ah! L’OE, va perduto l’EO. Ahi, ahi, ahi, ahi !”.
Il dio senza nome, ovvero il Lossia cacciatore e inseguitore, aiuta e soccorre subito (it: att. iqu oppure iquV) con la sua risposta salvifica (EO) il devoto che lancia il suo grido (ih w w). Se non s’invoca il dio non vi può essere (si perde) l’intervento apotropaico67 del bohdromioV e lukoktonoV.
Ritengo inoltre che per l’assunto riguardante l’identità dello Chasseur - Lossia - Apollo di Glozel e la presenza del suo culto vocalico, non debbano essere trascurate le due immagini di tête d’homme e di tête de femme (V. fig. 16 e 17), presentate ed illustrate dal Morlet di seguito alla figura ed al commento dell’icona dello chasseur debout sur sa proie’.
Esse, dai particolari del viso e dalla bocca, sembrano confermare ulteriormente il culto delfico specifico dello ih, ovvero del grido di aiuto e salvezza, inviato dai seguaci del dio.
Infatti, come con notevole precisione commenta il medico e studioso Morlet,68 i volti delle due persone raffigurate (che però non hanno niente a che vedere con visi di uomini e donne di una presunta razza glozeliana-esquimese!69) manifestano soprattutto, nei loro lineamenti (labbra e zigomi) lo sforzo muscolare di emettere un grido.
Il ‘grido’ dunque, d’invocazione e di soccorso, manifesto ed indiscutibile, in tutte e tre le immagini (le uniche, tra l’altro, rinvenute durante gli scavi del dott. Morlet) raffiguranti persone o personaggi della documentazione iconografica di Glozel.
Poche immagini forse, qualcuno dirà, ma tutte assai esplicite e significative per l’organicità del nostro discorso riguardante il singolare aspetto del culto apollineo, quello che denunciano gli stupendi, antichissimi e, direi, storicissimi documenti greci di Glozel, ritenuti, purtroppo, da quasi tutta la scienza accademica del primo e del secondo dopoguerra, francese e non, solo perché giudicati del tutto incomprensibili ed oscuri, “aberranti” e “falsi”.
Aveva dunque ragione Salomon Reinach nel difendere a spada tratta la loro autenticità ed il loro altissimo valore paleografico, linguistico e storico; da solo contro tutti o quasi tutti i suoi colleghi, i savants come lo stesso Arthur Evans, che negavano, tanto caparbiamente quanto superficialmente, l’evidenza. E non sempre in buona fede.
Pur sbagliando clamorosamente, con la sua generale ipotesi antiorientalista, sulla nascita della scrittura, il vecchio e riverito studioso nel 1932 ebbe la determinazione e l’orgoglio di replicare così contro lo scetticismo manifestato sul sito archeologico di Glozel da Jerome Carcopino (che era andato un giorno a trovare lo studioso in non buona salute): “Tant pis pour vous! Je comptais sur Charles Picard et sur vous pour discerner e proclamer le vrai. Vous et lui, vous lui tournez le dos, vous regretterez de l’avoir meconnu”.70
Il Picard e il Carcopino, da quel che si sa, non ebbero né modo né opportunità di rammaricarsi o di pentirsi di aver misconosciuto la verità.71 E gli attuali successori, savants silenziosi ed eccessivamente prudenti, li avranno? Ci auguriamo che ciò avvenga, presto, molto presto.
L’ho sostenuto, con la doverosa prudenza, nella Conferenza di Parigi, e intendo sostenerlo oggi con maggior convinzione (e non sono da solo): l’intervento della scienza non può che essere ora doveroso ed urgente. Non solo perché la posta in gioco è oggettivamente immensa e consiste nel recupero (anche con documenti di ulteriori scavi a Glozel) di aspetti fondamentali della cultura religiosa e della storia greca arcaica, ma anche perché, data la ben nota spiritualità e universalità del culto apollineo, ne va di una migliore conoscenza dell’origine del modo di pensare e di vivere, ossia della ‘filosofia’ di tutto il Continente Europeo.
E non solo.
Lingua sarda e paleosarda: come tirare il sasso e nascondere la mano
Neofiti e paleofiti del sardo. La polemica con i segni ‘diacritici’ non giova a nessuno e non fa chiarezza.
Non è utile, soprattutto, alla lingua ed alla cultura sarda.
Nel De bello glozelico (traiamo da qui lo spunto per l’incipit, dal momento che l’argomento è diventato sardo sardo e ancora di stringente attualità) Salomon Reinach, non esitò neppure un istante a schierarsi, pur sapendo di andare contro tutti o quasi tutti i suoi colleghi, emeriti ‘savants’ dell’Accademia francese della prima metà del secolo scorso, dalla parte del dottor Morlet.
Chi era costui? Uno sconosciuto, un medico, solo un buon medico, che però per sua ‘disgrazia’, aveva una passione enorme, quella per l’archeologia. Tanto sconfinata che ebbe, lo sciagurato, non solo l’ardire di effettuare degli scavi (allora in Francia, prima delle leggi Carcopino, era permesso anche ai privati) e, soprattutto, inde irae, di ficcare il naso dove non ‘doveva’, ovvero di ‘pronunciarsi’ sul materiale che andava scoprendo.
Uomo piccolo piccolo per cultura e dottrina scientifica il Morlet; però la sua ardita ipotesi ‘neolitica’ sui documenti epigrafici di Glozel e quella di una scrittura ‘occidentale’ che avrebbe preceduto quella orientale, colpirono allora molti, in Francia e in altri paesi europei. Anche il Reinach, che la sposò tanto da voler fare, con grinta da par suo e mostrando anche i denti, come egli stesso dice (Glozel. La decouverte, la controverse, les insegnements, 1928), ‘il cane da guardia’. Il cane da guardia a chi? Alle balbuzie di un neofita? A chi di archeologia, paleografia e di linguistica sapeva quanto il primo passante? Roba a cui non credi se non la leggi. Perché il Reinach è il Reinach, il grande archeologo e linguista, quello citato in tutte le enciclopedie del mondo, o se si vuole un ‘paleofita’ o ‘protofita’ riconosciuto universalmente per la sua competenza, mica uno sconosciuto professorucolo di provincia.
E’ questo un esempio, per così dire, ‘antico’; ma se ne potrebbero addurre degli altri, tanti, tantissimi, anche freschissimi, di firme prestigiose e di ‘cani da guardia’ in difesa di ‘deboli’ ma coraggiosi, anche di giornalisti ‘neofiti’ che hanno l’ardire di parlare, entrando incautamente in ‘lacanas’ altrui, di archeologia (e di altro) e di spostare, solo con ‘indizi’ e deduzioni da fonti mitologiche e letterarie, tetragone colonne.
Oggi sappiamo che sia il Reinach sia il Morlet avevano torto sulla ostinata tesi ‘occidentalista’ della scrittura e che facevano bene certi studiosi francesi ad opporsi, ma sappiamo anche che la loro ostinazione, sia quella dello spericolato neofita e sia quella del consumato protofita, era dovuta a deduzioni molto serie tratte dagli scavi e dalla singolare natura degli oggetti rinvenuti. Tuttavia, anche con gli errori, la loro importanza per la scienza non è venuta a mancare, perché fu quella di aver tenuto duro, a costo del biasimo universale, prospettando un’ipotesi alla quale altri (e non pochi), non potendo opporsi con altre più valide ipotesi, rispondevano con gli insulti e, talora, con le calunnie. Per questo dei documenti bellissimi della storia della civiltà dell’uomo (ritenuti poi autentici) sono, per fortuna, ancora oggetto di dibattito e di studio e non definitivamente cestinati, come altri avrebbero voluto dall’alto(?) del loro spocchioso ‘fastidio’, per finire nell’immenso immondezzaio delle scienze storiche. Anzi, stando alle ultime notizie (v. il saggio nelle pagine successive), pare che così non solo si siano salvati dei cocci della tipologia dell’ ‘aberranza’ dei saggi dell’archeologia ma le stesse lettere alfabetiche del santuario delfico di Apollo del XII secolo a.C. e persino la prima iconografia della divinità anti-presunzione ( che pochi linguisti e archeologi conoscono), autrice del famoso detto gnvqi seautón, sposato senza indugi da Socrate.
Ora non è chi non veda che su neofiti e su paleofiti, ci sarebbe molto, ma molto da discutere, anche circa le loro ‘oggettive’ qualità; ma non possiamo non sottolineare in primo luogo il fatto che spesso si dimentica che, sia per gli uni che per gli altri, bisogna saper fare dei ‘prudenti’ distinguo, senza sparare ad alzo zero sul mucchio. Altrimenti così facendo, i Carta Raspi (antichi, moderni o contemporanei) ci diventano, sempre e comunque, dei dilettanti da strapazzo e all’opposto i Camille Jullian (antichi, moderni e contemporanei) dei Breuil o dei Carcopino; in secondo luogo che nei loro confronti bisogna sempre, sempre riferirsi tenendo presente la buona fede e, soprattutto, non ponendo in discussione la ‘serietà’; termine improprio questo, difficilissimo e pericoloso da usare, anche nel salotto degli amici compiacenti, perché attinente alla sfera della scienza della morale e non certo a quella della critica della scienza linguistica. Forse il tempo, solo il tempo (e non si sa quando) potrà autorizzare se dirlo e anche come.
Chi infatti non legge con stupore di quanti hanno parlato e scritto della non serietà di studiosi, perché giudicati ignoranti ed impreparati, come di Champollion oppure di un Ventris (oggi ‘eroi’ della scienza, allora anonimi Guido Rossi nel campo degli studi); soprattutto quest’ultimo che veniva perseguitato ed infilzato un giorno si e l’altro pure (anche quando l’evidenza del greco nella cosiddetta scrittura lineare B era più che palese) da articoli di dotti vanagloriosi, grassi come suini di dottrina, conoscitori sì di milioni di segni e di centinaia di grammatiche, ma del tutto incapaci di saper cogliere e di sfruttare anche le più semplici analogie. Perché, come è stato detto, non fa scienza, anzi abbaglia e stordisce, chi pretende e si sforza di accumulare luce e luce per far vedere a sé e agli altri, ma solo colui che anche la poca luce è in grado di concentrare in un punto solo.
Certo, talvolta l’ingenuità, l’improvvisazione e, soprattutto, la faciloneria sono macroscopiche e spingono al biasimo aggressivo chi lavora come un negro con esperienza della fatica; ma riteniamo che spesso un sorriso di consapevolezza e, se proprio non se ne può fare a meno, un po’ d’ironia garbata (alla Michele Columbu per intenderci), anche con denuncia ‘pubblica’, riescono molto meglio a celare e mostrare nello stesso tempo il ‘fastidio’ che prova d’istinto (ma l’istinto spesso gioca brutti scherzi) chi sa, o meglio, presume di sapere. Tanto più che è increscioso il dover rimarcare che l’atteggiamento professorale arcigno e non quello sereno e distaccato (che è, come si sa, per lo più merce dei veri maestri), può ritorcersi nei confronti di chi i difetti stupidamente non vede ed incautamente ‘ospita’ . Perché le pagine della cultura di qualsiasi ‘giornale’, momenti effimeri di ‘quotidiani’, effimeri di per sé, non sono severe e selezionanti riviste scientifiche dove far sfoggio di dottrina e poter accusare altri (anche con il pennino graffiante), degli errori ed emendarli; né luogo dove fare della polemica indiretta (e davvero poco coraggiosa) con raffinati segni diacritici, taglienti come leppe pattadesi, ma che in fondo nessuno capisce veramente; breve maliziosa strizzatina d’occhio, come sono, per pochi amici simpatizzanti e boccacce per l’avversario che, di norma, se ha un’ indole ragionevole e comprensiva della natura umana, fa spallucce per non dover sfoderare anche lui il coltello o qualche altra arma più letale.
Se proprio si vuol parlare a chi scrive di Grammata paleosardi (e non di ‘Grammatica paleosarda’, come invece, ad orecchio, si riferisce) dicendo pane al pane e vino al vino (e anche casino al casino), ovvero che si sostengono ipotesi del tutto infondate o strampalate, i luoghi opportuni e qualificati per le matite rossoblu, per ‘stroncare’ anche impietosamente, non mancano di certo. Né si può prendere in prestito un articolo con presunti o veri errori dell’uno (e mostrarli a profusione) per coinvolgere anche l’altro senza entrare minimamente nel merito e per di più metterlo in cattiva luce dicendo che lavora su documenti inesistenti.
Perché questo, caro professore, non è vero affatto; anzi è vero tutto il contrario (che è facile sostenere), a meno che uno non parli proprio a vanvera senza aver letto, come tanti ( mille copie vendute in tre mesi al costo di 80 euro!) che leggono e giudicano, il libro incriminato. Ed è una cosa gravissima, del tutto biasimevole per l’autorevolezza del pulpito e, soprattutto, per la piazza scelta per concionare a ruota libera. Coinvolgere poi l’autore in questioni di serietà, conoscendo bene il personaggio ci sembra quasi scandaloso per il metodo e lo scrupolo con cui tutti sanno che lavora. E le stesse nostre pagine ne sono una dimostrazione.
Lo stesso ex direttore dell’Unione sarda (la cui competenza in fatto di libri non crediamo possa essere posta in dubbio da nessuno) proprio nelle pagine dell’Unione, recensendo un paio d’anni fa, un libro del suddetto autore che si basa sullo studio di cinquecento (mica cinque!) manoscritti, metteva in risalto, nel suo ‘taccuino’, proprio la serietà dello studioso che non si vanta mai ma che sminuisce subito, sin dalla prefazione, il valore ‘scientifico’ di quello che presenta al giudizio del pubblico.
A questo punto davvero non ci si raccapezza più. Chi dei due ha ragione? Filippini o il professore? L’autore è serio quando parla di sardo e di prediche e di predicatori in lingua sarda ed è poco serio, o peggio, quando per dieci anni studia prima e prospetta poi ipotesi sul paleosardo? Sarebbe, forse, poco serio a… metà ? Risulta poco serio, o peggio ancora, uno che fa disegnare dal grafico la copertina del suo libro con palese fastidio di ogni inutile tromba e che volutamente terrorizza, con la stessa incomprensibilità dell’enunciato, la maggior parte dei potenziali lettori?
Certo,certo; sappiamo che di fronte a chi studia il sardo e il paleosardo si ergono, severi e ammonitori, il Wagner e il Rohlfs; c’e anzi, per chi più sa guardare ‘oltre’, tutta la immensa gerarchia dei moderni e dei contemporanei linguisti, i grandi giganti paleofiti della terra: Meyer-Lübke, Boysach, Terracini, Dunand , Naveh, Garbini, Alinei, Paulis, ecc. ecc.
E che monta la puntualizzazione del professore? Forse che di tutto ciò non si tiene conto? Pagina dopo pagina? Nota dopo nota? Forse che nella prefazione del libro non si avverte sulla metodologia tenuta che, almeno per chi se ne intende, parte da lontano, da molto lontano, in ossequio proprio ai detti nefilim o meglio alla serietà della scienza?
Bisogna stare attenti a non agitare soffi, o venti che vogliano essere, di discredito perché spesso, anche inavvertitamente, a pagare è chi proprio non se lo merita (e talora il più generoso per la straordinarietà degli argomenti che comunica ed espone e che colloca apertamente sul piatto, già in partenza ostile, della verifica puntuale) che vede così spinosamente intralciato il suo cammino, faticosissimo e solitario, nel tentativo di scoprire proprio quel sardo che tutti vorrebbero in qualche modo recuperare. Proprio per stimolo non della strega che non dà appelli ma della famosa ‘sfinge’ incantatrice indicata dal Wagner!
Altrimenti chi ci rimette non è tanto chi è oggetto della polemica indiretta e che scivola nell’accusa infondata (questo si) di falso, ma soprattutto, in maniera diretta e con conseguenze irreparabili, e per tanto tempo, la stessa lingua sarda.
Per essere più chiari: davvero nei documenti di Tzricotu (compreso quello autentico che giace presso la Sovrintendenza di Cagliari) c’è il nome di yhw.h ? Davvero con tanto di nome, cognome e soprannome ci sono, come si sostiene, abay o babay re e principi di origine semitica ? Davvero il dio ha l’appellativo di Hogiano? E c’è scritto veramente, nei documenti, Gawaulu (il cabrarese Gavaurru)? E’ da Spaziator dire che nell’oggetto di Locci Santus si trova scritta la parola bidente e la preposizione sarda ‘di’? Ha ragione il neofita Gigi Sanna (che è, per chi non lo sa, anche istituzionalmente, più protofita di tanti altri) sulla presenza di lettere protosinaitiche e pittografiche o il paleofita Atzeni sulla semplice presenza di raffigurazione di pecore e di pastori nel documento? Questo vorremmo sapere, come sin dai primi istanti dell’uscita del libro, ha scritto, con impareggiabile chiarezza ed onestà intellettuale, Beppe Corongiu, che pure sarebbe portato a fare ‘a priori’ un tifo da matti per il primo oggetto scritto del Mediterraneo Occidentale.
E ancora. Il coccio di Orani, con tenore identico, a quello della stele di Nora riporta la lingua sarda nuragica oppure non? E’ falso o non? Il sigillo, non certo documento fantasma, di S. Imbenia è scrittura sarda nuragica pura o, invece, come taluno sostiene, invidiosa ‘maldestra imitazione’ di chi la scrittura vedeva solo di quando in quando sbirciando e di sfuggita?
Questo, solo questo vorremmo sapere; ed altro ancora, tanto altro.
Se urge dunque informare e può (e deve) interessare che è sbagliato dire, con scarsa ed ingenua dottrina, che s’uraki non ha niente a che fare con la città di Uruk, tanto più io credo che possa e debba colpire i lettori se si risponde, sempre con il giusto garbo e nelle sedi opportune, a chi cose, quasi incredibili, sostiene da incosciente senza solidi argomenti scientifici. Ma il procedimento allora sarà corretto, perché saranno i molti lettori a entrare nel merito e a dare il giudizio, non uno solo per tutti! Anche perché, come dice Giovanni Lilliu, la verità in fatto di scrittura nuragica ‘non la si può avere in tasca’ e bisogna comunque mantenere il dovuto ‘rispetto’ per coloro che scrivono e parlano non in sintonia con la scienza ‘ufficiale’ e con le ipotesi più consolidate.
Crediamo inoltre che sia solo questo che interessi ai tanti linguisti (forse troppi, ma comunque sempre ‘seri’ e generosi) che, soprattutto di questi tempi, sono impegnati in uno sforzo tremendo per dare la forza, che non ha (perché non le viene, nella sostanza, legge o non legge, riconosciuta ), alla lingua sarda, per renderla lingua di prestigio e di potere, sia che si addivenga o non ad una grafia unificata, sia che si scriva con la ‘limba’ regionale di mesania di Sorradile o di Samugheo o con quella di Orani o di Bonorva ( e speriamo di non, per entrambe le proposte!).
A ben pensarci, la scoperta (ormai acclarata) di documenti sardi scritti con una lingua sarda scritta (sia questa semitica o sia indoeuropea) della seconda metà del secondo millennio a.C., potrebbe dare forse la spinta decisiva per chi ha a cuore le sorti del sardo, di tutto il sardo, non solo quello agro-pastorale.
Infatti quale politico o quale istituzione potrebbero infirmare il valore e negare l’uso intenso e lo studio, ad ogni livello, di una lingua la cui origine è attestata nei testi più arcaici dell’Occidente Mediterraneo? Anzi di una lingua che aveva un alfabeto che, come è stato detto alla Sorbona e nella Conferenza Internazionale di Cagliari (v. il documento appresso), ha permesso, come si accennava prima, il miracolo del recupero delle lettere delfiche e della stessa prima straordinaria icona del dio più misterioso ed affascinante della religione greca. Non crediamo proprio che gli uditori presenti di Cagliari, così come quelli francesi di Parigi, abbiano avuto la sensazione di trovarsi di fronte ad un conferenziere incompetente e, soprattutto, poco serio. E tanto meno a un diffusore di amenità, anche perché noi, così come i colleghi dell’Unione Sarda, non siamo soliti accogliere le barzellette, persino quelle più divertenti in sardo.
Egregio professor Ferrer (è sempre cortese citare per nome anche le persone che scortesemente non citano), dopo la lettura del testo integrale della Conferenza tenuta a Cagliari, se c’è (e se la sente) batta un colpo. Ma senza buttare la porta. E se per carattere lo facesse sia, stavolta, disponibile a chiedere scusa. Altrimenti troverà tutto blindato, sempre e in ogni luogo.
BERA DE ZORI: una femina de portai a ammostu?
Medas sunt is mitus chi curreus in custus tempus modernus: mitus de is calis no sempri scieus provenienzia e sinnificaus profundus, ma chi pigaus cun nosu comente fadeus po unu callelleddu chene meri, forzis po donai pasiu a su sensu de sbuidu chi intendeus aintru.
Cun is mitus est finzas prus facili che cun is calleddus, datu chi no seus nosu a ddus agatai in sa bia, ma funt issus etotu a bussai a domu nosta, a si circai, a s’intrai me is ogus e in su coru po mediu de is giornalis e de sa televisioni.
Abbarrat de nai chi si s’animali arregortu currispundit cun nosu in centu modus differentis, fendisì achisiri amori e fiducia assumancu intre is murus de domu, is mitus tenint sa donaxoni de si cunfundi’ ancora de prus poita, mellus de fai citiri su spinniu chi s’affligit, si fait beni’ a pillu centu affroddius e centus abettus chi si faint stai mali, poita mai heus a renesci’ a assimbillai a is modellus chi si proponint, in cantu is mitus funti, po naturalesa insoru, logus e situazionis chi si fuint de manus, propriu candu si parrit de ddus podi’ acafai.
Cantu funt is mitus passaus anante is ogus de is feminas sardas (e italianas e europeas) in custus urtimus cinquant’annus?
A bortas no teniant nudda de biri cun nosu, nudda de sparziri cun is sentidus, is situazionis o is abettus nostus, ma ddus heus pigaus po bonus, assumancu po unu certu trettu de su camminu. Pustis si funti scarescius, coment’est mellus chi siat stetiu.
In custu andai in circa de su tempus passau, heus attoppau una figura de femina de is biddas nostas: Bera de Zori, hoi forzis dd’hiaus a zerriai, ca est mudau su modu de chistionai, Vera Atzori o mancai Dettori. Su contu de sa vida de Bera est totu ind un’annotu de su priori de su guventu de S. Maria de Bonarcadu, de ottuxentus annus fait. Unu tempus chi, a bortas, portaus a nomunu po sa tranquillidadi e sa paxi chi si biviat in is biddas, datu ch’ insaras teniaus “gurrei e lei”, comenti si nat, e duncas doidoris segurus po sa vida de donnia dì.
E invecis sa vida assimbillàt prus a s’inferru che a su celu, asubetotu po is poburus chi, insaras puru, fuant sa parti manna de sa popolazioni.
Totu custu si podit cumprendi’ de is prefazionis de is studiosus, Giovanni Serreli e Simonetta Sitzia, chi hanti spendiu meda de su tempus insoru po donai cuncretesa e fundamentus storicus a su dramma.
Chene duda Bera fut una femina chi no timiat nudda, mancu di andai contras a is precettus de sa Cresia, po difendi’ is fillus e sa familia.
Ma, posta a is strintas ind una situazioni terribili, proponit unu sceberu de vida chi est contras a su connotu e difficili de pigai po bonu hoi puru.
Po cussu, s’associazioni Sel & Sar est cuntenta de proponi’ a is feminas de hoi, sardas e europeas, sa figura de una femina coraggiosa e liera in coru suu, bivia in Sardigna candu su nai costàt cantu su fai.
Cortesia Franco Pilloni