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Nota redazionale.
Terza Pagina ringrazia Natalino Piras per avere messo a disposizione questo suo bellissimo pezzo originariamente pubblicato su La Nuova Sardegna del 27 Aprile 2003 (pag. 25 - edizione nuorese), quale omaggio alla memoria di Peppino Marotto, poeta in limba, assassinato ad Orgosolo il 29/12/2007.


Uomini e storie     
Peppino Marotto, bambino “anzoneddaru” poeta e comunista

di Natalino Piras

Orgosolo   C’è un libro che non  lo rattrista ma che lo  fa piangere. E’ l’“Odissea”. Lo legge in traduzione sarda. La sua vita è stata per molti  tratti un’odissea,  con tutto il carico di naufragi, ritorni e approdi momentanei. Quando girarono in paese “Banditi a Orgosolo”, il capo d’opera di Vittorio De Seta, lui  non c’era. Scontava gli ultimi anni di  carcere.  Quel film, una finzione raccontata con stile documentaristico, un rigoroso bianco/nero, contiene comunque anche la sua storia. Che è storia di tanti allora, a Orgosolo.

Correva l’inizio degli anni sessanta del Novecento. Il confino era stato soppresso da poco: solo nel 1955.  Nell’elenco dei confinati di Orgosolo del 1954, tra i 32, diversi parenti e amici di  Tandeddu, è il numero 27:  Marotto Giuseppe, di anni 29, pastore, 1 anno a… I puntini puntini prenderanno il nome di Ustica e poi, trasformatisi in carcere, Nuoro, Spoleto, Orvieto, Gorgona. “Sa prima die de s’annu sessantunu/m’est arbeschidu annenne a sa Gorgona/ in d’una cella de Regina Coeli”.

Il cielo non è parola ordinaria ad Orgosolo  che pure dette i natali alla Beata Antonia Mesina. Più che il cielo altre contigue definizioni sono “confino” e “carcere”. Così come nel  seguito di questa storia: “impegno politico e sindacale”,  nella loro più totalizzante accezione. Due nomi significativi: “bracciantato” e “L’Unità”, un mestiere e un’idea.  Che sono poi due elementi che spesso ritornano a scandire,  a dare senso e forma a una vicenda che altri direbbe di banditismo e di sfruttamento.

Quando invece è una storia di comune straordinarietà. La rivive ancora una volta il protagonista: Marotto Giuseppe diventato tziu Pipinu Marotto, nato a Orgosolo il 28 agosto del 1925, “da genitori poveri, quarto di sette figli di un boscaiolo”. Detto dell’ufficialità anagrafica e del luogo del racconto, la Camera del Lavoro in via Piero della Francesca, nome significativo nel paese dei murales, diversi potrebbero essere gli inizi. Uno data al 1949, “anno dello sciopero alla rovescia”. 

Peppino  Marotto era da poco ritornato dal servizio militare, iniziato nel 1945. Due anni “in sa Cremona”,  a Torino, Fossano, Lazio.  Anni caratterizzati da furibonde risse tra continentali e sardi.  Marotto capeggiava le risse. Sino alla presa di coscienza, grazie anche ad un bolognese, “un bel cervello”. Cosa conta la contrapposizione tra terroni e polentoni?  E’ come una folgorazione. Il bolognese  “faceva ragionamenti mai sentiti prima”. Neppure alla scuola impropria dell’ovile dove il bambino Marotto fu anzoneddaru, custode di agnelli.

Finito il militare, il ritorno a Orgosolo segnò, nel 1946, la prima tessera  registrata da Francesco Murgia, segretario paesano del PCI. Erano tempi di disastro economico, di disoccupazione, di criminalità, di arresti di massa. Non si poteva non scioperare alla rovescia. Cento operai per aprire una strada verso il monte. Travagliare bisognava. Per sopravvivere. Nessuna industria, stato di repressione, eccessi di omertà, la campagna non popolata, ingiustizia. Pastore o operaiu: nessun’altra possibilità.

Io ero caposquadra. Abbiamo aperto un locale nel vicinato di Caspiri.  Portavamo la legna per riscaldarci. Il più eravamo uomini. Ma c’erano anche donne. Seppure per loro significasse poca prospettiva il lavorare come braccianti”. I contatti con l’esterno sono con Nuoro. Erano i tempi di Prevosto e Nioi. “Andammo a piedi al congresso provinciale  della FGCI. Era il 1949, l’anno della rivoluzione cinese. Arrivammo in cento e passa, con le nostre bandiere”. Allora Peppino Marotto credeva nella possibilità della rivoluzione. Credeva in Stalin.

Eravamo in molti,  con le nostre bandiere, in quel 1949. Ricordo che dissi a Velio Spano, che ci  venne incontro al Quadrivio: vedi di cosa siamo capaci”.  Tutta un’idea e un fare che per sa Justissa servono a definire Marotto “capulega”,  istigatore, bandito, comunista, doppio bandito. “Cantavamo Bandiera rossa” ricorda. L’Unità fu un verbo. In carcere, nella Rotonda nuorese, fu punito con il tavolaccio, pane e acqua, perché gli avevano trovato  in cella il giornale. Fece otto anni di galera perché implicato in diverse vicende orgolesi ma anche perché comunista. Il carcere fu comunque una scuola di lettura, di scrittura e di vita. Ci fu un tempo in cui Peppino Marotto ottenne di leggere da solo, isolato da tutto il resto, l’opera omnia di Gramsci.

C’è dell’altro prima di Gramsci.  “So’ diventatu comunista leghenne sas poesias de Pipinu  Mereu e ‘Sa mundana cummedia’ de Salvatore Poddighe”. Diventarono  il suo vangelo. Molto conta il sardo. “Ho visto che se scrivevo in sardo, in poesia, tutti imparavano”. Scriveva lettere in poesia, nonostante  in carcere fosse proibito usare penna e lapis. Bisognava arrangiarsi per recuperare strisce e pezzi di carta. Grande scuola il carcere se si riesce a stabilire le giuste distanze. Finito il carcere, l’esercizio del leggere e dello scrivere non si è mai interrotto. 

Quando sono di malumore”, sostiene tziu Pipinu, “ripasso qualche pagina del don Chisciotte”. Serve a sollevare lo spirito in questi tempi di guerre finite e altre che si profilano all’orizzonte.  Guerre e un grande anelito verso la pace. “Nois puru, sa Pasca ‘e Primu maju/pustis sa Pasca ‘e Risurrezione/l’hamus a fagher”. Marotto coniuga “Pasca Santa” e “Pasca Sociale”, “sa Cresia e su mundu sindacale”: collocabile magari tra il 25 di aprile, festa della Liberazione, e Primo Maggio, festa del Lavoro.

Di guerre ne ha conosciuto tante. Guerre civili all’interno del paese e guerre contro l’altro stato che, specie negli anni caldi del banditismo, ha mostrato qui a Orgosolo e nell'intera Barbagia il suo volto  più duro e spietato. “In d’unu clima de repressione” si è passati dalle cacce grosse di fine Ottocento e dalle grandi  disamistades dei primi del Novecento a stati d’assedio veri e propri. Un tempo terribile, storia nuda e cruda, che l’orgolese Peppino Marotto ha vissuto nella sua totalità e nella rifrazione delle parti: come pastore, bracciante, confinato, carcerato,  organizzatore sindacale, comunista, cantore e poeta. Non poteva non essere simbolo: di orgolesità, parola  caleidoscopica,  di luci e ombre.

In quella stessa Orgosolo  visse un suo specifico sessantotto, con la rivolta di Pratobello contro le tante occupazioni militari e contro “l’arbitrio” statale, per dirla con Lussu. Una rivolta poi fissata, resa storia sui murales a loro volto diventati altro segno connotante il paese. Marotto fu a Pratobello come cantore, “cando a binti de maju sun torrados/sos pastores in su sessantanoe”, come organizzatore e sostenitore delle lotte.   “Tottu sos progressistas isolanos” furono a Pratobello, “sindacados e partidos, cattolicos e marxistas”.

Erano i tempi della legge De Marzi Cipolla che  Marotto pure cantò: “Si lamentano i padroni dei pascoli/per la legge riforma degli affitti/perché non possono più depositare, nelle banche,/del lavoro altrui i profitti”. Su lamentu sentito da Sergio Atzeni  fu fatto diventare manifesto politico nelle occupazioni all’università a Cagliari. Lo stesso Sergio Atzeni, scrittore simbolo, morto giovane, fu orgolese e come tale riconosciuto.  “M’at impressionau sa poesia de Atzeni”, dice Marotto, “inuve sustenit di farla finita nelle acque gelide del mare”. Così morì Sergio Atzeni, annegato.  Come il londoniano Martin Eden.

Tziu Pipinu Marotto rievoca questo suo tempo e queste tante vite e morti con grande significanza. Tutto ha significanza nella sua vita,  già detta, raccontata e scritta. Tra gli altri  Franco Cagnetta nella sua inchiesta “Banditi a Orgosolo” pubblicata per la prima volta nel 1954  da “Nuovi Argomenti”, rivista bimestrale diretta da Alberto Moravia e Alberto Carocci. Anche l’inchiesta di Cagnetta, una volta pubblicata ebbe vita difficile. Tra i capi d’imputazione c’erano “reato di vilipendio alla forze armate” e “pubblicazione di notizie atte a turbare l’ordine pubblico”. 

Altre vite insieme alla propria, Marotto le ha raccontate a Peppino Fiori, per il libro “La società del malessere” e per le inchieste di Tv 7. Ricorda il grande scrittore e giornalista da poco scomparso di come nel ’66,  durante la fase di montaggio di una puntata di Tv/7, l’allora direttore del TG gli disse: “Il trucco c’è e si vede. Hai travestito da pastore un qualche professore di Orgosolo, vero?”.

Il professore era  Pipinu Marotto, che nella scuola ufficiale arrivò sino alla terza elementare. La licenza media la prese in carcere, nel 60-61, a Spoleto.  Uscito dalla galera, lui che aveva fatto la scuola di partito, alle Frattocchie, nel 1953, riprenderà come dirigente sindacale. Per  vivere e campare la famiglia, moglie e figlia, non gli restava però che travagliare a pala e piccu.

Apposta volle rientrare a Orgosolo dalla Lombardia dove pure aveva trovato buona sistemazione. Fu bracciante, operaio forestale, soprattutto sindacalista. Cercarono ancora di mettergli i bastoni fra le ruote. Fece ancora giorni di carcere. La sua vita raggiunse finalmente un andamento normale. Ci furono anche molti viaggi. Marotto si definisce “un’ispetzia de cantautore”. E’ stato con i cori  “Supramonte”, “Rubanu”, di “Juvanne Pira”. Feste dell’Unità e altre  manifestazioni culturali. Francia, Venezia, Amburgo, Austria, Russia ancora Unione Sovietica. Significativa, l’esperienza di “ Requiem”, canto,  in cinque stanze, con Giovanna Marini.

Canto di  fame,  di sete, di fuoco, di nulla,  di speranza.  Speranza ancora rappresentata dal  25 aprile e dal  primo maggio. “Primu Maju”, canta Marotto, “est distintu e meda variu:/festa,  de lotta e de divertimentu, Pasca manna ‘e su mundu proletariu”.

Natalino Piras

Non condivido ciò che dici, ma sarei disposto a dare la vita affinché tu possa dirlo.
(Voltaire)
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