La rivolta dell’oggetto
di Michelangelo Pira
Antropologia
della Sardegna
IV. LA CONFLITTUALITA' DEI CODICI
(bilinguismo e omologie)
Seconda parte.
4.2.10. PRIMI TENTATIVI PIEMONTESI DI INTRODURRE L’ITALIANO IN SARDEGNA E INDUZIONE DI UNA PIÙ ACCENTUATA STRATIFICAZIONE SOCIALE.
Non è questa la sede per una puntuale ricostruzione dei modi in cui incominciò ad essere introdotta in Sardegna la lingua italiana dopo il passaggio dell’Isola ai Savoia. Ci si limiterà a poche considerazioni essenziali ma, crediamo, illuminanti.
La Spagna non aveva mai perseguito un preciso disegno politico di assimilazione dei tratti distintivi delle istituzioni isolane a quelle di terraferma (76). Il Piemonte invece si diede questo disegno politico (77).
La volontà della Corte di Torino di introdurre nell'Isola l'italiano come lingua ufficiale viene volgarmente attribuita al patriottismo dei Savoia, la cui preoccupazione sarebbe stata quella di accentuare l’italianità della Sardegna. Ma si tratta di una spiegazione forzata, che anticipa di più di un secolo la consapevolezza della funzione unificatrice assunta dallo Stato sabaudo. Il problema dell'introduzione dell'italiano in Sardegna si pose alla Corte di Torino in funzione del distacco dell'Isola dalla Spagna. Il 20 maggio 1720, all'indomani del passaggio dell'Isola ai Savoia, il re Vittorio Amedeo Il scriveva al Barone di Saint Remy, vicerè di Sardegna: «il linguaggio ordinario praticato nei tribunali è lo Spagnolo, o il Catalano. Nelle città e, luoghi però ove qualche commercio, viene inteso e vi si parla eziandio l'italiano. Pratticarete perciò, per quanto vi sarà possibile, la lingua italiana, senz’affettare per altro di non volersi servire della spagnuola, ed in tal modo introducendo insensibilmente la prima, andrà l'altra per se stessa in disuso» (78).
Per sorprendente che possa sembrare - ma non lo è - i grandi esperti del potere, fossero re spagnoli o piemontesi, avevano già in materia di sociolinguistica o, che è più esatto dire, di linguistica esterna, idee più chiare degli intellettuali che li corteggiavano. Del resto fu niente di meno J. V. Stalin a liquidare come non marxista l'ipotesi del linguista sovietico Nicola Marr che affermava la natura classista» della lingua. «Il marxismo - corresse Stalin - non ammette esplosioni improvvise nello sviluppo della lingua, la morte improvvisa della lingua esistente e l'improvvisa costruzione di una nuova lingua» (79).
Il vicerè così rispondeva il 22 luglio 1720 a Vittorio Amedeo Il: «Io credo che non sarà difficile introdurre la lingua italiana in questo paese. Tutti la parlano e tutti dicono che si augurano di poter trovare dei maestri italiani per i loro figliuoli...» (80). Ma se c’è un campo nel quale il potere politico non può dettare norme immediatamente efficaci questo è proprio quello della lingua, almeno fino a quando il potere politico non disponga dei media elettrici del comunicare (81), di cui dispone oggi, ma di cui certamente non disponeva nella prima metà del sec. XVIII. Il gesuita Padre Falletti, incaricato di studiare il problema, già nel 1726 prevedeva che sarebbe stato facile cancellare lo spagnolo ma non il sardo. Egli scrisse una «Memoria dei mezzi che si propongono per introdurre l'uso della lingua italiana in questo regno» sostenendo che non si dovessero «fare più notari» per il tempo di tre anni, essendovene nel regno esuberantemente. E passati detti tre anni, quelli che vorranno essere ammessi dovranno essere esaminati in italiano.
«Si dovrà cercare qualche espediente per avere predicatori italiani. Si dovrà ordinare alla Sala, et alla real governazione di votare e parlare italiano, come pure fare le sentenze e decreti et altre provisioni in lingua italiana. E il vicerè comincerà a decretare le suppliche in Italiano quando S.M. lo ordini. E con questo si crede si potrà introdurre con facilità la lingua italiana, ed abolire la lingua spagnola, e non la sarda, che è la naturale in questo Regno» (82).
Quanto il Falletti si sbagliasse nel prevedere una rapida sostituzione dell'italiano allo spagnolo è dimostrato dal fatto che ancora nel 1816 venivano compilati atti notarili in quest'ultima lingua (e in sardo) (83).
Tutto sommato il re si era mostrato più accorto dei suoi consiglieri raccomandando di andarci piano anche con la pretesa di far parlare l'italiano alla ristretta classe dirigente feudale di origine spagnola, la quale aveva, oltretutto, ottenuto la garanzia del rispetto da parte del nuovo sovrano degli antichi «privilegi» e usi del - Regnum Sardiniae (84). Anche a livello di classe dirigente la sostituzione dell'italiano allo spagnolo andò di pari passo con la sostituzione del personale piemontese a quello spagnolo, cioè molto gradualmente, tanto che poté dirsi compiuta soltanto nel quarto decennio del sec. XIX con l'abolizione dei feudi, effettuata per altro con piena soddisfazione dei feudatari.
In realtà il processo di diffusione della lingua italiana in Sardegna coincise con la storia della diffusione dell'istruzione guidata dal Piemonte (85). L'esiguo numero dei ragazzi che frequentavano le scuole e i metodi d'insegnamento seguiti non giocavano certo a favore di una rapida diffusione della lingua italiana neppure tra le classi più elevate. Quanto agli abitanti dei paesi delle zone interne la presenza politica dei piemontesi spesso risultava ignorata ancora nei primi decenni del sec. XIX. Il Lamarmora raccontò di essersi sentito dire da un notabile della zona interna che, per un certo sopruso, si sarebbe fatto ricorso a Madrid (non a Torino).
A parte casi limite (ma significativi), come quello citato, tra il finire del sec. XVIII e soprattutto nei primi decenni del XIX, venne formandosi nell'Isola un ceto burocratico, militare-giudiziario e di borghesia urbana oggettivamente alleato (sia pure con contraddizioni che non è il caso di illuminare in questa sede) del governo di Torino nel perseguimento del disegno dell'assimilazione agli usi linguistici di terraferma. A questi ceti si aggiunse a partire dal terzo decennio del sec. XIX quello della borghesia agraria beneficiaria della famigerata legge delle Chiudende (86); ceto che si irrobustì ulteriormente in seguito con l'abolizione dei feudi e con l'usurpazione degli adempirvi (87).
Se era esagerata l'osservazione del Vicerè circa la diffusione dell'italiano al momento del passaggio dell’Isola ai Savoia («tutti lo parlano») (88), la considerazione di Vittorio Amedeo Il circa la presenza di un ceto commerciale che intendeva l'italiano non era del tutto infondata. E, sia pure in tempi molto più lunghi di quelli previsti dal Falletti., la politica scolastica piemontese di italianizzazione delle classi, dirigenti locali finì per dare qualche frutto.
Non fu dunque un caso che nel Parlamento subalpino quelli che meglio parlavano la lingua italiana erano i deputati provenienti dalla Sardegna; i resocontisti della Camera, anche nel breve periodo di Firenze capitale, osservavano che il miglior italiano era tutto sommato quello parlato dall'Asproni (89).
E dalla Sardegna veniva il Presidente del Senato, il barone Giuseppe Manno, il quale fu, oltrochè il maggior storico isolano, anche un fine grammatico (90). Quando però si confronti la sua scrittura con quella contemporanea del Manzoni non si può sfuggire alla constatazione che la prima era connotata da un ritardo di almeno un secolo, non avendo il Manno mai preso a modello il dialetto catalano della sua cittadina (Alghero), né mai provveduto a sciacquar panni in Arno, ma essendosi sempre attenuto ai modelli classici della letteratura, del diritto e della storiografia.
4.2.11. DECLASSAMENTO E RESISTENZA DELLA LINGUA LOCALE.
Si cessa di scrivere in una determinata lingua quando e nella misura in cui la comunità che parla quella lingua cessa di essere libera e passa sotto un dominio parlante altra lingua. È da considerare anche che l'apprendimento dell'arte della scrittura avviene nelle lingue delle collettività che la diffondono. Osserva André Martinet (91): «La credenza diffusa nell'unità e nella omogeneità della lingua di una data comunità non soltanto nasconde le differenze linguistiche esistenti all'interno delle frontiere di ogni Stato, ma tende a convincere anche le persone colte che la lingua che si parla e la lingua che loro scrivono è la stessa. Il che è, in certi casi, decisamente falso e in altri da discutere. Quando una comunità linguistica, sino ad allora analfabeta, prende conoscenza dell'arte della scrittura, si tratta di una scrittura che serve per altra lingua. In questo caso, il fatto di dissociare la scrittura dalla lingua domanda un potere d'astrazione che può mancare, di modo che le prime persone che scrivono lo fanno in lingua straniera. Questa situazione può diventare ufficiale, così che la gente che sa scrivere continua a parlare il proprio vernacolo talvolta esclusivamente, e non sa scrivere che in un'altra lingua».
Tutto ciò incominciò ad accadere in Sardegna soprattutto sotto la dominazione spagnola e continuò ad accadere in misure crescenti sotto la dominazione piemontese e tutt’ora accade.
I sardi «in quanto tali» vengono tagliati fuori dalla, comunicazione scritta, perché manca un potere sardo. Le istituzioni giuridiche sono scritte in una lingua diversa dalla loro. Al sardo scritto ricorrono soltanto i poeti, le cui esigenze però sono non tanto comunicative quanto espressive. I tentativi dell'Araolla e del Madau di dare un'autonoma dignità di lingua letteraria al sardo arrivano quando il sardo ha perduto la sua autonomia globale, e incomincia a sentirsi dialetto, lingua povera di poveri, rispetto alla lingua ricca dei potenti venuti dal mare. La presa di coscienza dell'autonomia, in senso tecnico, della lingua sarda e i tentativi di fondare un volgare illustre sardo si registrano paradossalmente proprio quando le comunità sarde vedono diminuire la misura della loro autonomia politica. Se si prescinde dal breve periodo dei giudicati possiamo dire che lo scrivere in Sardegna e strutturalmente connesso ad un lingua non sarda. Essere istruiti, essere cioè alfabeti, significa conoscere un’altra lingua. Istruito è, almeno per tutto il secolo scorso e nel nostro secolo, il sardo che sa scrivere e parlare in italiano. Istruzione e cultura, scrittura e lingua italiana, sono per la coscienza popolare la stessa cosa (92).
Eppure è soprattutto tra la fine del Settecento e nel corso dell'Ottocento che si volgono alla poesia dialettale numerose persone istruite. Abbiamo accennato a Matteo Madau che tenta il «ripulimento della lingua sarda lavorando sopra la sua analogia delle due matrici lingue, la greca e la latina», autore di poesie bilingui sarde e latine. Ma i nomi che si potrebbero fare sono numerosi.
Generalmente si tratta di religiosi, preti o frati. Fu prete Pietro Pisurzi, come il Madau; fu frate Luca Cubeddu; preti MeIchiorre Dore, autore della Gerusalemme Vittoriosa, e il principe dei poeti satirici sardi Diego Mele. L'attività di questi poeti colti, istruiti, tende a fondare una letteratura sarda innestandovi i valori acquisiti attraverso lo studio della letteratura italiana e latina.
Nel 1833 a Cagliari appaiono a cura del Pasella i «Canti popolari della Sardegna» e nel 1898 appare a Sassari I'«Antologia dei classici poeti sardi» curata da Pietro Nurra.
I poeti scrivono in sardo. Quando lo, Spano dovrà fornire al, Pitrè i testi della poesia popolare sarda egli li cercherà proprio nella produzione intermedia di questi poeti colti, la cui importanza e stata soltanto una decina d'anni fa messa in luce da A. M. Cirese.
Non vogliamo però inoltrarci sul terreno della letteratura Popolare allontanandoci dalla linguistica, che del resto proprio nel secolo scorso in Sardegna incomincia a condurre le sue ricerche scientifiche. Gli errori compiuti dagli studiosi del secolo scorso, in gran parte dovuti all'orientamento generale della filologia italiana, in parte a carenze soggettive dei ricercatori sardi, non ci devono trarre in inganno. Al di là delle metodologie sbagliate, delle deformazioni derivanti da finalizzazioni politico-culturali si deve riconoscere agli studiosi del secolo scorso un'acuta coscienza dell'importanza dei problemi di linguistica. Vale per tutti loro quel che Antonio Sanna ha scritto nella sua Introduzione agli studi di linguistica sarda a proposito del Madau e dello Spano:
«In una società che tendeva ad assimilarsi passivamente alla cultura più evoluta dei dominatori, essi furono i soli a comprendere come l'inquadrarsi in un'organizzazione politica, sociale e culturale più vasta non dovesse significare la perdita dei caratteri storici, culturali e tradizionali del popolo sardo. Malgrado le loro pretese i loro sogni di eruditi, essi espressero, in fondo, le esigenze del popolo; la loro voce - se pure velata da confessati intenti letterari - voleva essere l'espressione di una cultura popolare, a cui si illusero di poter dare prestigio con una cultura raffinata. Era in sostanza, la voce dei pastori, dei contadini, degli artigiani delle regioni dell'interno dell'Isola che non avrebbero mai potuto accettare, con la rapidità con cui l'accettarono le classi socialmente più elevate, l'assimilazione - o, quanto meno, opportunistica mimetizzazione - con la classe dei governanti stranieri».
Gli studi di linguistica sarda per tutto il secolo scorso sono più o meno consapevolmente ispirati ad una concezione romantica tendente alla riscoperta di valori nazionali sardi, autonomi, da opporre alla diffusione di una cultura nazionale italiana sentita come estranea alle strutture sociali e culturali della Sardegna più interna.
Non è questa la sede per un approfondimento dell'esame dei valori che l'attività di questi studiosi è riuscita a salvare. Né è questa la sede per un bilancio degli sviluppi degli studi di linguistica sarda d'allo Spano al Wagner, dal Campus ad Antonio Sanna. Qui è sufficiente dire che la presa di coscienza delle strutture culturali che fanno i sardi diversi dagli italiani delle altre regioni e dagli europei degli altri paesi deve gran parte della propria maturazione alle loro fatiche.
Essi sono stati i primi ad avvertire quanto fosse e sia importante la circostanza di un popolo al bivio tra due lingue. Per tutto il secolo scorso, almeno in relazione alle esigenze espressive, i sardi si mantengono fedeli ai dialetti della loro lingua. Se i saggi si scrivono in italiano, la poesia continua ad essere «dialettale», o quanto meno a dare il meglio di sé nei dialetti di lingua sarda. C’è un tentativo aperto di acquisizione della scrittura a questa lingua; c’è ancora fiducia nella struttura sociale e nelle istituzioni locali; c’è in molti uomini istruiti una aspirazione, se non un fermo impegno, a non lasciarsi tagliare fuori dalle vicende e dalle sorti della massa popolare che parla ancora in sardo. C’è un continuo tentativo di innestare nella poesia popolare valori acquisiti con la frequentazione di altre culture.
Contro un'intensa produzione di poesia sarda pubblicata dalla Tipografia Niedda di Ozieri a fogli volanti e da stampatori dì Sassari e di Cagliari, le poesie italiane pubblicate in Sardegna sono ben poca cosa, nel secolo scorso, quando ancora l'uomo dei sardi non dubita della propria dignità, né della stabilità delle strutture sociali in cui si sente inserito. La poesia dunque tenta la traduzione in sardo dei valori della cultura colta, diciamo fino a Montanaru.
La tendenza inversa, quella a tradurre in versi italiani l'esperienza dialettale, prende consistenza soltanto con Sebastiano Satta che però scrisse anche poesie in dialetto nuorese, come Paolo Mossa uno dei maggiori poeti in lingua sarda, aveva anche scritto satire politiche in italiano.
Non viene compiuto alcun tentativo di fondare una prosa sarda. Saggisti e narratori, scrittori e scriventi (per usare la dizione proposta da Roland Barthes) si servono dell'italiano. La lingua sarda perde l'appuntamento con la scrittura. Non stupisce che nella prima metà del nostro secolo i sardi che tentano la narrativa siano deleddiani e quelli che tentano la poesia italiana siano sattiani.
Sul piano della lingua scritta l'antico disegno piemontese d'imporre l'italiano è già realizzato agli inizi del nostro secolo. Tutto quel che si scrive in Sardegna si scrive in italiano, dai libri ai giornali, dai bilanci ai certificati, dalle lettere private al turpiloquio murale.
Lo scontro sul piano della scrittura fra istituzioni armate della parola scritta e istituzioni che conoscono solo la parola parlata non poteva non vedere vittoriosa la lingua delle prime.
Ma un’analisi della sola comunicazione scritta ci dà un’immagine deformata dei rapporti esistenti in Sardegna tra la lingua italiana e dialetti sardi. Nonostante lo spazio sempre più largo che la scrittura ha nella vita dell'uomo, ancora oggi egli parla più di quanto non scriva. Anche se quella che una volta si sarebbe chiamata una «buona lingua» oggi la si chiama una «buona penna», ancora oggi le lingue sono riprodotte in larga misura dall'insieme della comunicazione sociale verbale, fredda e a bassa definizione. E nella catena del parlato ancora oggi la presenza del dialetto non soltanto è forte ma e ancora prevalente.
Per risparmiarci un lungo discorso sul rapporto tra la lingua italiana e i dialetti negli ultimi cento anni, rimandiamo all'esauriente libro di Tullio De Mauro, Storia linguistica dell'Italia unità. De Mauro ricostruisce le fasi della diffusione della lingua italiana, parlata solo da un'esigua minoranza nel 1860, fino a trasformarsi in lingua comune, vera e propria koiné usata in tutte le regioni del paese ai nostri giorni; ma come hanno osservato G. Barbiellini Amidei e U. Bernardi (93) ancora nel 1954-55 due terzi degli abitanti parlano abitualmente il dialetto.
La diffusione della lingua italiana è stata promossa dalla pubblica amministrazione e, soprattutto, dalla scuola. Una svolta importante si ebbe proprio agli inizi del nostro secolo grazie appunto allo sviluppo delle strutture scolastiche. Gli strumenti di comunicazione di massa moderni, sconosciuti alla corte di Torino, sono stati tutti mobilitati dallo Stato unitario per creare una lingua nazionale standard. Ma la scuola è il primo che consenta di ottenere risultati apprezzabili a favore della lingua italiana nello scontro di questa coi dialetti di lingua sarda, e solo a partire dagli anni Sessanta è. battuta dalla TV. In un primo momento il tributo alla lingua ufficiale viene pagato soltanto nella scrittura, ma gradualmente esso finisce per essere richiesto e riscosso anche nel parlato. L’uomo sardo, che nei rapporti con la pubblica amministrazione e con la giustizia poteva servirsi di intermediari (interpreti bilingui, il capo clientela e l'avvocato), quando viene chiamato a scuola o alle armi deve parlare direttamente in italiano, senza intermediari. Ma qualche anno di scuole elementari e qualche anno di servizio militare erano una breve parentesi in una lunga vita tutta vissuta e parlata in dialetto. L'alfabetismo coincideva con l'italofonia, ma, finite le scuole elementari e il servizio militare, l'uomo dei paesi dell'interno cessava di essere italofono, tornava al suo dialetto, cioè tornava all'analfabetismo.
La realtà globale delle strutture paesane nelle quali l'uomo dell'interno consumava la sua esistenza era ben più forte della pubblica amministrazione e della scuola. Ma quando alla scuola e alla pubblica amministrazione si aggiungono i nuovi strumenti di comunicazione costituiti dai dischi, dalla radio, dal cinema sonoro e poi dalla televisione l'attacco della lingua usata dal potere (dalla capitale e dal capitale) ai dialetti diventa più efficace, riesce a penetrare anche nella comunicazione orale paesana e familiare. Cinema e televisione aggiungono alla trasmissione dei valori fonici della lingua italiana anche la rappresentazione del contesto in cui la frase viene pronunciata, forniscono anche i codici e i messaggi collaterali. Lo spazio dei dialetti si restringe.
Amministrazione pubblica e sistema scolastico erano soltanto le avanguardie di un esercito. Il limite della loro efficacia sta nella loro vocazione più ad escludere che ad includere le strutture allofone, a respingere il Gianni figlio di contadini di cui si parla nella «Lettera ad una professoressa» (94) dei ragazzi di Barbiana perché Gianni dice e scrive «aradio», anziché radio. Pubblica amministrazione e scuola, nella misura in cui respingevano e respingono, erano a loro volta respinte anche in Sardegna. I dati sull'analfabetismo devono essere letti pensando che l'analfabeta è l’individuo che sa parlare soltanto il suo dialetto. Ma anche una gran parte degli alfabeti fino ai primi decenni del nostro secolo, di fatto, non avevano che scarsissime occasioni di parlare la lingua italiana appresa a scuola appunto con l'alfabeto. Il fatto che la scuola imponesse un sapere e una lingua (una cultura) diversi da quelli della società sarda nella quale si propose per lungo tempo come un'illegittima intrusione non ha giovato né alla società sarda né alla scuola stessa; e del resto gli obiettivi ai quali il sistema scolastico era finalizzato non erano dettati autonomamente dalla scuola, né erano quelli delle comunità paesane. In ogni modo la pubblica :amministrazione e la scuola furono i primi veicoli efficaci per la diffusione di una lingua italiana comune anche parlata.
Il disegno politico piemontese prefigurava una comunicazione a senso unico: l'apparato statale sceglie il codice e i messaggi da trasmettere e le popolazioni devono imparare il codice e ripetere i messaggi adeguandovisi. Questo disegno si realizza lentamente, col crescere delle misure in cui il cittadino viene coinvolto nelle sorti della comunità nazionale.
4.3. LA DIFFUSIONE DELl’ITALIANO IN SARDEGNA.
«Chi parla solo il dialetto o comprende la lingua nazionale in gradi diversi, partecipa necessariamente di una intuizione del mondo più o meno ristretta e provinciale, fossilizzata, anacronistico in confronto alle grandi correnti di pensiero che dominano la storia mondiale. I suoi interessi sono ristretti, più o meno corporativi o economistici, non universali. Se non sempre è possibile imparare le lingue straniere per mettersi a contatto con vite culturali diverse, occorre almeno imparare bene la lingua nazionale. Una grande cultura può tradursi nella lingua di un'altra grande cultura, cioè una lingua nazionale storicamente ricca e complessa, può tradurre qualsiasi altra grande cultura, cioè essere un'espressine mondiale. Ma un dialetto non può fare la stessa cosa »
(Antonio Gramsci, Quaderni dal carcere)
Medas limbazos: sapientzia.
Molti linguaggi: sapienza
(Antico proverbio sardo)
4.3.1.LA DIFFUSIONE SCOLASTICA E AMMINISTRATIVA DELL'ITALIANO DOPO L'UNITA.
Al momento dell'unificazione italiana la diffusione della lingua nazionale in Sardegna probabilmente non era sostanzialmente minore che in altre regioni, escluse ovviamente la Toscana e Roma. Secondo Tullio De Mauro (95) «adottando criteri di grande larghezza, si può concludere che negli anni dell'unificazione coloro che fuori di Roma e della Toscana erano giunti ad apprendere l'italiano erano circa l'8 per cento della popolazione, ossia 160.000 persone disperse, per così dire, in una massa di 20 milioni di individui». E la capacità di usare l'italiano «assurgeva a contrassegno di classe» (96).
Nel 1858, dopo un decennio di applicazione della riforma Buoncompagni alla vigilia della riforma Casati, in Sardegna, complessivamente il numero di quelli che sapevano leggere e scrivere, e dunque di quelli che conoscevano un po' di lingua italiana era: 58147, superiore di poco (27.621) a quello registrato nel censimento precedente del 1848. Gli analfabeti, che all'inizio del decennio erano 512.481, erano saliti a 531.330 nel 1858. Il tasso dell'incremento dell’alfabetizzazione superava di appena lo 0,4 per cento annuo il tasso di incremento della popolazione. Infatti nel 1848 la percentuale degli analfabeti in Sardegna era del 93,97 per cento. Poiché la media del regno era notevolmente inferiore (69,20 per cento) possiamo ipotizzare che in ogni modo la percentuale di italofoni indicata da De Mauro per tutto il paese sia sostanzialmente generosa.
Il mezzo milione di analfabeti era evidentemente monolingue e parlava ovviamente soltanto sardo (97).
Nel 1861 - primo censimento del regno d'Italia -, cioè dopo qualche anno di applicazione della legge Casati e dunque di consolidamento della tendenza della borghesia sarda a costruirsi un apparato scolastico, mentre il numero degli abitanti dell'Isola era salito a 588.964, quello degli analfabeti era salito solo di qualche migliaio (536.151); la percentuale degli analfabeti era scesa al 91,17 per cento. Per i successivi censimenti i dati corrispondenti sono: 1871, ab. 636.660, analf. 560.445 (88,06 %); 1881, ab. 632.002, analf. 563.888 (82,68 %); 1901, ab. 791.754, analf. 576.407 (72,80 %). Possiamo anche leggere le cifre sul versante dell'alfabetismo che passa (secondo le tavole riassuntive del censimento del 1921 non esattamente coincidenti con quelle dei censimenti precedenti) dal 14 per cento del 1871 al 20 del 1881, al 32 del 1901, al 42 del 1911, al 51 del 1921.
Si tenga però presente che il tipo di prove di abilità richieste era tale da gonfiare notevolmente il numero degli alfabeti; tale comunque da escludere in modo assoluto una corrispondenza automatica alfabeti-italofoni. Il censimento del 1921 fu l'ultimo che conteneva quesiti linguistici (98).
L'ufficiale del censimento doveva interpellare «il capo famiglia o chi per lui, per sapere se e quali membri della famiglia (o convivenza) sapessero esprimersi in LINGUA ITALIANA o in alcuni dei dialetti italiani». Il sardo era però considerato dialetto italiano. Infatti la scheda per l'accertamento della lingua d'uso o dialetto da rilevare prevedeva francese, tedesco, greco, albanese, catalano, serbo croato, sloveno, rumeno, ladino. A questo punto recava un etc. ma neppure fra questi ceteri era compreso il sardo. Infatti il censimento registrò ad Alghero 12.236 persone parlanti catalano su 12.280 abitanti (99) con uno scarto di appena 44 italofoni. Tutti gli altri abitanti dell'Isola risultarono italofoni. Ma se ad Alghero gli italofoni erano appena 44 (presumibilmente poche famiglie continentali temporaneamente residenti ad Alghero), quanti mai potevano essere gli italofoni, cioè quelli che avevano come lingua d'uso l'italiano, in cittadine e paesi meno progrediti della città catalana? (100).
La stessa relazione, generale cit. osservava che «nei riguardi dell'indagine sugli idiomi non italiani, parlati entro gli antichi confini del Regno (...) una ricerca di carattere puramente statistico, fatta in occasione del censimento generale, non era sufficiente a dare, dell'importanza del fenomeno rilevato, quella chiara notizia che soltanto un'inchiesta più particolare e completa, anche sotto l'aspetto linguistico, era capace di fornire» (101). Quell’inchiesta non venne mai effettuata. Anzi il censimento del '21 fu, come s'è visto l'ultimo che contenesse qualche quesito linguistico (102).
Secondo il Rapport sur la communauté sarde a cura dell'Union federaliste des communatés ethnique européennes (103) i parlanti sardo, con una prudente e a mio avviso eccessiva, se non proprio erronea esclusione dei dialetti settentrionali segnati da un elevato grado di italianizzazione (104), sarebbero stati nel 1967 un milione e duecentomila; la stessa cifra è stata indicata da Sergio Salvi, secondo una stima approssimativa, per il 1974 (105).
Il problema dell'accertamento dell'esatta entità del numero delle persone che parlano il sardo, a mio modo di vedere, non è marginale, anche se oggi dobbiamo riconoscere che la lingua ufficiale ha finito col porsi come elemento unificante e addirittura col favorire anche la comunicazione interdialettale. In un suo saggio inedito Renzo Laroni aveva riconosciuto che questa funzione era stata svolta in qualche misura già dal castigliano.
La distinzione che si faceva nel secolo scorso tra quelli che sapevano leggere e scrivere e quelli che sapevano soltanto leggere (e le differenze erano sensibili) ci illumina sul carattere assolutamente passivo dei fruitori, dei messaggi scritti in italiano. D'altra parte anche l'accertamento della capacità di scrivere si riduceva al controllo di una modesta «abilità», quella di riuscire ad apporre la propria firma. (In atti ufficiali può spesso trovarsi la frase: «per il, sindaco analfabeta, croce dell'assessore anziano»).
Ci asteniamo di proposito da confronti con l'alfabetizzazione nelle altre regioni italiane; solo di passata dobbiamo rilevare un ritardo isolano di più di mezzo secolo: la percentuale media degli analfabeti nel regno (sollevata da quella sarda) era nel 1848 del 69,20 per cento, cioè più bassa di quella registrata in Sardegna nel 1901.
L’apprendimento della lingua italiana era richiesto soltanto a chi doveva,entrare nella pubblica amministrazione, nell'apparato militare e giudiziario, nel giornalismo, nella politica anche di opposizione localista, nel clero e nella scuola (ma per essere abilitati all'insegnamento nelle scuole elementari sulle prime bastava la conoscenza di un centinaio di vocaboli italiani) (106). (Chi frequentava la scuola elementare a Bitti intorno al 1890 aveva a che fare con «maestri» che sapevano a mala pena insegnare in italiano il «Segno della Croce» e il «Gloria al Padre»).
La grande maggioranza della popolazione dunque rimase sardofona anche dopo l'Unità; e nelle zone interne lo è ancora oggi per le generazioni meno giovani. Lo strato bilingue presente nell'Isola ebbe sino ai primi decenni del nostro secolo uno spessore lenticolare, da velo di cipolla. Una vera e propria situazione rilevante di bilinguismo diffuso ha incominciato a configurarsi nell'Isola soltanto con , la prima guerra mondiale. Ma nella Brigata Sassari il bilinguismo scendeva di rado al di sotto degli ufficiali come Emilio Lussu (lo si può desumere anche dalla lettura di Un anno sull'altopiano), di Camillo Bellieni, di Attilio Deffenu ed altri. Non per capriccio sardocentrico Antonio Gramsci, che da studente universitario aveva mostrato una spiccata attitudine per gli studi linguistici, quando si trovò nella necessità di comunicare con i soldati della Brigata Sassari inviati nel dopoguerra a Torino per schiacciare il movimento operaio faceva diffondere messaggi e Parole d'ordine scritti in sardo (107).
In Sardegna si registra, in atto, la presenza della lingua italiana e di dialetti di una lingua locale «alterna», appartenente ad una area romanza diversa (108).
Anche se il numero delle persone sardofone non e mai stato esattamente accertato (109), si presume di non restare nell'ambito dell'impressionismo affermando che quella sarda è la più importante minoranza linguistica del nostro paese. I limiti dell'attenzione dedicata a questa minoranza in sede politica si spiegano facilmente quando si tenga presente il fatto che i dialetti sardi sono parlati soltanto nell'Isola e perciò non suscitano interessi politici esterni di nazioni omofone. questo lavoro non si intendono privilegiare le vicende interne della lingua sarda (110).
In questa sede l'attenzione è posta ai problemi derivanti dalla compresenza nell'Isola di due sistemi linguistici diversi, implicanti anche alterità e conflittualità di codici.
Se per Roman Jakobson il bilinguismo è «il problema fondamentale della linguistica» (111), per i sardi questo è il problema più importante del loro concreto comunicare quotidiano (del quale ultimo sappiamo che e sempre problematico, anche quando vi sia comunanza di codici linguistici tra gli interlocutori) e che si aggrava in presenza di alterità di codici o distanze culturali (112).
Si è soliti dire a cuor leggero che, generalmente oggi i sardi parlano indifferentemente la lingua nazionale e quella locale e non si tien presente che non solo non c'è indifferenza tra il parlare l'una o l'altra lingua, ma che non c'è vera e propria possibilità di scelta individuale tra il parlare l'una o l'altra. Si dimentica che nei fatti di lingua la massa parlante conta sempre più del singolo locutore, il quale parlerà sardo o italiano (quand’egli sia compiutamente bilingue) a seconda della prevalenza dell'una o dell'altra lingua nella massa in cui parla, c/o a seconda della maggiore o minore conoscenza che dell'una o dell'altra abbia il suo interlocutore (113). La scelta si pone in termini più drammatici e cioè tra misure diverse di partecipazione o rinunzia alla comunicazione sociale.
La massa parlante in Sardegna (non appena ci si allontani dagli uffici, dalla scuola e dalle città) è rimasta prevalentemente sardofona ancor oggi, così com'era prevalentemente dialettofona anche nelle altre regioni italiane fino a non molti decenni orsono (114). In ogni modo, fino ad ieri e ancor oggi, la lingua ítaliana in Sardegna, più che nelle altre regioni i cui dialetti cadono nell'area appunto dell'italiano, è rimasta per i sardofoni monolingui «estranea» e, per quelli bilingui, «alterna». L’italiano è però compiutamente inteso e soprattutto abitualmente parlato da categorie sempre più vaste di persone, ma anche per la maggior parte di queste si pone come una lingua di «inappartenenza» (115). L’acquisizione dell'italiano - avvenuta in questi ultimi decenni - da parte della maggioranza dei lavoratori oggi impone una riduzione della questione politica posta in essere nel passato dalla presenza nell’Isola di una classe dirigente parlante una lingua altra da quella sarda, cioè in definitiva di una classe dirigente non da, non esprime autonomamente, spesso neppure sul piano della finzione giuridica, dalle istituzioni sociali interne all'Isola.
Anche nella sincronia odierna la classe dirigente isolana (nella quale il personale anagraficamente sardo ha una presenza maggioritaria) parla una lingua non sarda; tollera che la cultura delle popolazioni isolane sia declassata a «folklore» e che di lingua sarda si parli solo da un punto di vista tecnico-accademico, ma respinge le implicazioni sociopolitiche e culturali della presenza di questa lingua nella quale di fatto essa vede niente di più e di meglio che un dialetto, che essa però ha contribuito a rendere tale di fatto. Tuttavia l'acquisizione della lingua italiana da parte delle classi subalterne e in particolare da parte della classe operaia non legittima più il giudizio che presentava l'italiano come lingua del dominatore e del colonizzatore esterno. L’italiano, forse oggi più del sardo, è anche lingua della classe antagonista.
4.3.2. IL FATICOSO VIAGGIO VERSO IL BILINGUISMO Di MASSA.
Una situazione di bilinguismo di massa può dirsi giunta ad un certo grado di maturità quantitativa soltanto in questi ultimi venti anni, in conseguenza dell'ulteriore espansione della presenza della scuola (e soprattutto nell'ultimo decennio, con la scuola dell'obbligo) e con la diffusione della radio anche nelle campagne e della televisione anche nei villaggi più sperduti dell'interno della Barbagia. Riteniamo infatti che non si abbia vero e proprio bilinguismo fino a quando il ceto bilingue di una popolazione sia costituito da cerchie ristrette (altrimenti dovremmo dire che una città come Roma è caratterizzata da bilinguismo italo-inglese). Essendo cresciuta la misura del coinvolgimento delle classi subalterne isolane nelle strutture italofone e italografe è cresciuta la misura della presenza del bilinguismo.
Oggi un dizionario italiano incomincia ad essere utile anche per intendere il sardo ma fino ai primi decenni del secolo nella parte meridionale dell'Isola era più utile un dizionario spagnolo; e nella zona interna, per chi abbia un minimo di conoscenza delle varianti fonetiche intervenute nel consonantismo e nel vocalismo, e ancora utile un dizionario latino (116), ma anche qui non più di un dizionario italiano.
L’uso comune della lingua italiana - s'è già detto - oggi consente ad un sassarese di intendersi con un cagliaritano meglio che nei rispettivi dialetti; e poiché questi ultimi sono entrambi influenzati dal contatto con I’italiano, oggi, un sassarese e un cagliaritano si intendono meglio che nel passato anche quando parlano i rispettivi dialetti. Sul codice fonematico interferisce un «adattamento interlinguistico» e un «adattamento interdialettale» che attendono ancora di essere studiati (117).
Ma c'è un altro aspetto importante, più da un punto di vista culturale in generale che dal punto di vista strettamente linguistico. È quello costituito dalla mediazione esercitata in esclusiva attraverso la lingua italiana dalle classi culturalmente egemoni nel Paese e in Sardegna tra la cultura che trova espressione nei dialetti di lingua sarda e le altre culture. Per fare qualche esempio: i sardi per l'apprendimento di altre lingue straniere devono oggi (così vuole la scuola ufficiale) passare attraverso la conoscenza dell'italiano, anche quando si tratta di lingue che potrebbero apprendere più rapidamente senza la mediazione italiana.
Già la lettura diretta delle opere letterarie scritte in una lingua diversa da quella materna, ha un sapore diverso a seconda che sia l'italiano o il teclesco (dunque anche a seconda quest'ultima che essa sia il sardo anziché l'italiano), perché diverse saranno le operazioni interpretative, i termini di confronto linguistico-culturale. E, infine, la lettura del Don Chisciotte avrà effetti diversi a seconda della lingua di traduzione: una cosa in inglese, altra cosa in francese, altra cosa ancora in italiano, e dunque ancora tutt'altra cosa in sardo. Diverso sarà il recupero dei valori, non solo semantici ma anche formali (118).
Leggendo Cervantes in spagnolo un sardo ha spesso la sensazione di trovarsi di fronte ad una lingua che potrebbe essere la sua, o meglio ha l'intuizione di quel che avrebbe potuto diventare la sua lingua se non le fosse stata negata l'ulteriore esperienza di se medesima. L'italiano si interpone tra il sardo e le altre lingue di cultura, spesso come un vetro sufficientemente trasparente, ma non di rado come un vetro opaco.
Soltanto nel contatto con l'italiano in questo momento il sardo assorbe «tipi strutturali (patterns) - tipi fonematici, categorie grammaticali, quelli che Sapir chiamava i processi grammaticali» si potrebbe dire con jakobson (119); e sempre con lui aggiungere: «la portata e la diffusione fonematica tra lingue vicine, di origini chiaramente diverse, è così sorprendente, cosi difficile da spiegare» da suggerire «l'urgenza di uno studio sistematico, condotto su scala internazionale di questi fenomeni» (120).
Se questa esigenza si pone per lingue lontane, che cosa dovremmo dire per lingue cosi vicine, geneticamente e tipologicamente, come il sardo e l'italiano, il sardo e lo spagnolo? Ma, per restare ai rapporti sardo-ítaliano, è assurdo il fatto che la prima lingua nell'Isola venga insegnata nelle scuole e l'altra no. Qui in Sardegna l'uso dell'una lingua influenza l'altra; anche le persone colte quando parlano in italiano riproducono i fonemi della presonanza tipici del sardo e altri tipi fonematici e anche lessicali sardi.
Perciò il miglior modo di insegnare l'italiano a chi arriva a scuola disponendo soltanto della conoscenza del sardo e quello di insegnare simultaneamente le due lingue; ed empiricamente fanno i maestri più avvertiti, sempre che non siano venuti da altre regioni e cioè che non siano privi degli strumenti linguistici e critici necessari per attuare questa forma di insegnamento; ma lo fanno in via eccezionale, come se si trattasse di un'operazione vitanda e suggerita soltanto da una pedagogia paternalistica (e già in ogni modo questa pedagogia o anche soltanto didattica paternalistica è già da preferire all'altra, come definirla?, più schiettamente autoritaria) (121).
Il problema del bilinguismo è decisivo per le sorti della cultura e della autonomia in Sardegna (e non solo della cultura in senso etnologico, ma anche della stessa cultura colta). Perciò occorre che le riflessioni sul fenomeno non si limitino all'indicazione della presenza delle isole linguistiche interne alla Sardegna (quella- catalana ad Alghero, la sardo-corsa della Gallura, la genovese di Carloforte), ma investano il fenomeno centrale che e quello appunto dell'esistenza di un bilinguismo sardo-italiano.
In un convegno tenutosi ad Alghero (4-8 luglio 1971, per iniziativa dell'istituto Ricerche e Studi sull'informazione per la Sardegna) nel corso della mia relazione su «codici e strumenti del comunicare e autonomia» (122) proposi per la prima volta uno schema di ricognizione dello stato del bilinguismo che considero ancora esauriente e valido. In quel convegno mi limitai a definire il bilinguismo sardo «zoppo» (123) «nel senso che crescono e migliorano la diffusione e la conoscenza dell'italiano mentre regrediscono quelle del sardo».
Fermo restando quello schema generale, sei anni dopo, mi pare di poter arricchire la rappresentazione della categorie nelle quali già allora avevo distinto i locutori presenti in Sardegna a seconda del grado di conoscenza dei codici e a seconda dei codici usati. Ad Alghero avevo individuato la causa della claudicanza nella crescita delle strutture italofone e nel ridursi degli spazi di ulteriore esperienza autonoma della lingua e dei sistemi semiologici locali (in una parola della cultura locale in senso antropologico). Ma oggi vedo un quadro più ricco di sfumature anche se resta valido quel che allora dicevo e che giova ripetere e sviluppare.
In un rapporto equilibrato, più propriamente, democratico (poiche le lingue «naturali» sono il modello positivo delle istituzioni prodotte da un insieme sociale con la partecipazione di tutti e di ciascuno) tra masse italofone e masse sardofone nell'Isola avrebbe dovuto prodursi un'integrazione linguistica, cioè forse (nonostante l'appartenenza del sardo all'area romanza occidentale, e dell'italiano
a quella centro-orientale) la nascita di una nuova lingua locale, con un processo analogo a quello che aveva prodotto le lingue romanze; del resto anche oggi le persone più compiutamente bilingui alternano espressioni sarde ed espressioni italiane come se parlassero una unica lingua nella quale di volta in volta si privilegino certi patterns anziché certi altri, ma interni ad un unico sistema, o quanto meno ad un corpus comune di conoscenze linguistiche (teoria del continuum)
Il guaio è che in nessun momento - come si è creduto di aver dimostrato negli accenni a successivi stadi sincronici del rapporto sardo e lingua esterna - si ebbe incontro molecolare di masse parlanti lingue diverse, ma decise ad intendersi (a «comunicare», a mettere veramente in comune il proprio patrimonio e il proprio lavoro linguistico); si ebbe invece. come sommariamente si è visto, un rapporto squilibrato tra un potere esterno italofono e italografo avente una forza ben maggiore e concentrata di quella della dispersa massa sardofona.
A quest'ultima il potere politico esterno doveva trasmettere pochi anche se perentori messaggi «ad alta definizione» (124), cioè tali da escludere la possibilità che la risposta dei ricettori ne modificasse il segno sia sul versante dei significati sia sul versante dei valori semantici (De Mauro e Pagliaro).
Non solo il potere politico, per la diffusione dei propri messaggi (ordini) ricorreva ad un medium caldo (la stampa), non solo faceva un uso caldo di tutti gli strumenti del comunicare (anche della parola parlata), ma, per raggiungere temperature torride, si differenziava anche quanto al codice linguistico (125).
Fino a quando non si ebbe la concreta e molecolare sostituzioni della classe dominante piemontese e italiana a quella spagnola, la presenza dell'italiano nell'Isola fu come s'è già visto piuttosto marginale. L’italiano si pose più come unica o seconda lingua di un ceto ristretto che come lingua alterna; fu una presenza marginale dal punto di vista quantitativo dei parlanti, ma non da un punto di vista polìtíco-sociale, perché la parola italiana del vicerè e della classe dominante contava certamente più delle migliaia di parole sarde degli abitanti dell'Isola.
Sulle prime e per lungo tempo non si ebbe vero e proprio bilinguismo, perché non si ebbe incontro di masse parlanti lingue diverse, ma solo di una massa monolingue e dispersa con un nucleo ristretto di potere parlante un'altra lingua, e di entrambi con una ristretta cerchia di interpreti bilingui.
L’incontro di due masse parlanti lingue diverse conduce necessariamente e oggettivamente al bilinguismo, nel senso che si impone all'una e all'altra la necessità di cercare di diffondere i propri messaggi oltre che nel proprio codice in quello dell'altra, con la conseguenza oggettiva della necessità che si diffondano entrambi i codici nella prospettiva dell'integrazione in un continuum Iinguistico. Quando due masse parlanti si incontrano in termini di scambio tra eguali la comunicazione tende alla bassa definizione, oltre che dei messaggi, dei, codici, e privilegia i media freddi c/o l'uso freddo dei media in genere.
Ma il dominio non ha alcuna necessità, di farsi bilingue; quest’obbligo si ricade solo sui sudditi: vedano loro come regolarsi; apprendano il codice della classe dominante e «non facciano storie», che è come dire «si rassegnino ad essere esclusi dal processo storico, si rassegnino ad avervi soltanto il ruolo di oggetti, non quello di protagonisti» (126). Nasce di qui il privilegiamento dei media caldi e dell'uso caldo anche dei media freddi da parte del dominio (127).
4.3.3. PER UNO SCHEMA DI RAPPRESENTAZIONE DELLA SITUAZIONE LINGUISTICA IN ATTO.
È ben noto che delle lingue si possono avere due livelli estremi di «conoscenza» (ma il termine è ritenuto ambiguo e non ancora formalizzato). Il primo livello è quello «esecutivo» (performance nel senso chomskyano), corrispondente al grado di conoscenza che il bambino mostra di avere della lingua materna nell'atto e per il fatto di parlarla. L'altro è quello che può definirsi scientifico, o critico, o linguistico (o ancora, chomskyanamente, «della competenza») e che incomincia ad essere attinto con l'alfabetizzazione perché la rappresentazione e grafica della catena parlata è già la prova della capacità di scomporre i morfemi in fonemi ai quali sì fa corrispondere una lettera. «i primi fonologi furono, in sostanza, gli inventori della scrittura alfabetica» ha scritto il Pagliaro (128); l'alfabetizzazione presuppone già una capacità di analisi del sistema fonetico e perciò un primo metalinguaggio, quello appunto della ortografia e della grammatica. Non è il caso di addentrarci in questo ordine di problemi. Qui sarà sufficiente contrapporre la conoscenza esecutiva ad una conoscenza profonda (senza pretendere di misurare i livelli di quest'ultima). La coppia oppositiva proposta ci consente di chiarire la condizione zoppa del bilinguismo presente in Sardegna e, in altri termini, di rivelarlo un bilinguismo con accentuata diglossia (129). Nell'Isola possiamo registrare le seguenti classi di parlanti in ordine ai due poli ora indicati della conoscenza linguistica:
I) Conoscenza dell'italiano soltanto al livello esecutivo e perciò con forte interferenza dialettale delle regioni di provenienza dei parlanti, socialmente collocabili nella «bassa forza» (militare industriale e dei servizi) di provenienza esterna. Quanti sono? Non lo sappiamo e non lo sapremo mai fino a quando i censimenti si rifiutano di porre quesiti linguistici. Questa classe di parlanti ha la gamba italiana corta ed è del tutto priva della gamba sarda.
II) Conoscenza del sardo soltanto a livello esecutivo. Da un punto di vista sociale questa è una classe prevalentemente immersa nella cultura (in senso antropologico) locale (ma è più esatto parlare di culture locali), analfabeta, coinvolta soltanto come oggetto passivo nelle vicende della cultura colta; non avente comunicazione diretta, immediata, con locutori che si servano solo di un'altra lingua (nel nostro caso dell'italiano) e sostanzialmente incapace di comprendere non solo l'esperienza linguistica della comunicazione italofona ma anche quelle giuridiche, economiche e politiche nazionali (italofone e italografe). là una classe di anziani (piccoli proprietari terrieri e braccianti, pastori, contadini e massaie); copre quasi tutta l"arca interna rurale e agro-pastorale; si estende anche ai ceti urbani subalterni nei quali per incominciare a crescere una conoscenza esecutiva anche dell'italiano; e per la comunicazione con le strutture italofone ha bisogno di interpreti (cioè del ceto bilingue): preti di campagna, maestri elementari, dettaglianti, studenti falliti, piccoli impiegati. Gamba sarda corta, gamba italiana assente.
III) Conoscenza dell'italiano ai due livelli, esecutivo e profondo (ma sconoscenza del sardo ai due livelli). Anche questa classe ha bisogno di interpreti bilingui quando deve rivolgersi alla seconda; ma la sua area di comunicazione è quella dell'intero paese. Questa classe ha accesso alla cultura colta e, attraverso le estensioni traduttive locali, subalterne, si sottrae al proprio coinvolgimento nelle risposte della massa esclusivamente sardofona. Socialmente questa classe quasi tutta esterna alla Sardegna (anche se si va accentuando il fenomeno dei sardi bilingui che non insegnano il sardo ai propri figli - il che condannava Antonio Gramsci – (130) e si compone di ceti dirigenti o subalterni (medi) ma strutturalmente legati , al dominio: ci stanno dentro i grandi capitalisti che hanno impiantato le petrolchimiche nell'Isola e i loro tecnici, ingegneri ecc., i professori universitari provenienti dalle altre regioni, ma anche i professori di scuola media superiore e inferiore e persino maestri elementari, i commessi viaggiatori, funzionari di banca, militari, burocrati etc. Gamba italiana lunga, assenza della gamba sarda.
IV) Conoscenza esecutiva delle due lingue: vi corrisponde una classe, ora abbastanza vasta, comprendente i ceti operanti in funzioni produttive subalterne e perciò più profondamente travagliati dalla conflittualità dei codici vigenti nell'Isola (non soltanto linguistici, ma anche giuridici, di comportamento, e così via) (131). A seconda della maggiore o minore frequenza con la quale sono sardofoni o italiofoni essi vengono strumentalizzati e a loro volta strumentalizzano gli altri ceti. Bilinguismo nano (entrambe le gambe sono corte).
V) Conoscenza del sardo soltanto a livello esecutivo e dell’italiano ai due livelli: vi corrispondo una classe tutta di provenienza interna avente socialmente tutti i privilegi controllabili localmente della III classe (accesso alla pubblica amministrazione, alle scuole ufficiali alle carriere militari ed ecclesiastiche, ai quadri dirigenti dei partiti politici e dell'industria, alle professioni e così via). Gamba italiana lunga e gamba sarda corta.
VI) Conoscenza delle due lingue ai due livelli: vi corrisponde una esigua categoria di studiosi, economicamente irrilevante: bilinguismo ambidestro a gambe lunghe. Roman Jakobson scrive: «Poiché i soggetti bilingui possono evidentemente parlare ad un maggior numero di ascoltatori ed influire su di essi, è chiaro che tali soggetti godono di un maggior potere e di un più alto prestigio» (132). Questo e vero soltanto in parte per la Sardegna, essendo la radice del potere situata fuori dell'Isola, a monte dei fatti linguistici. Tuttavia è vero nel senso appunto in cui jakobson intendeva parlare di «potere», cioè nel senso che questi bilingui anche in Sardegna «adattano una lingua all'altra e, di conseguenza, stimolano la diffusione di alcuni fonemi tra i non bilingui» (133).
VII) Conoscenza della sola lingua sarda ai due livelli: non vi corrisponde alcuna categoria sociale perché per attingere il livello profondo della conoscenza del sardo è richiesta «dal sistema scolastico» la conoscenza dell'italiano. Una volta i dotti tedeschi dicevano che chi non conosceva la loro lingua non poteva studiare la propria; infatti è proprio ad un glottologo tedesco come M. L. Wagner che si devono gli studi più rigorosi della lingua sarda come lingua romanza (134).
Oggi è ipotizzabile anche un insegnamento delle strutture del sardo in questa lingua, almeno in astratto, nel senso che il linguista può non aver bisogno di essere poliglotta; nel senso, si vuol dire, che almeno le assunzioni della linguistica generale possono essere intese da uno che conosca soltanto il sardo se in questa lingua gli vengono proposte da un'altra persona che le possieda per averle apprese (non importa in quale lingua). Se valga la pena di fare esperimenti in questa direzione ovviamente non è questione che possa decidersi una volta per sempre in sedi accademiche.
Complessivamente deve dirsi che la gamma dei mezzi linguistici oggi a disposizione della collettività sarda, cioè quel che ha preso il nome di «repertorio» (135) può essere descritta come un «repertorio di varietà» nel senso proposto da Giorgio Raimondo Cardona (136) per cui, in ultima istanza, si può anche fare a meno dei termini «bilinguismo» e «plurilinguismo», «nella convinzione che parlare come abitualmente si fa anche da parte di studiosi informati di parlanti monolingui, bilingui ecc., sia una ipersemplificazione che non tiene conto dell'effettiva stratificazione e dinamicità della competenza linguistica del parlante e che rivela una visione tradizionale in cui ciascuna lingua è un alcunché di compatto che si possiede o non si possiede».
4.4. PROBLEMI ATTUALI DEL BILINGUISMO
«È stato un errore, per me, non aver lasciato che Edmea, da bambinetta, parlasse liberamente il sardo. Ciò ha nociuto alla sua formazione intellettuale e ha messo una camicia di forza alla sua fantasia. Non devi fare questo errore coi tuoi bambini. Intanto il sardo non è un dialetto ma una lingua, quantunque non abbia una grande letteratura, ed è un bene che i bambini imparino più lingue, se è possibile. Poi, l'italiano, che voi gli insegnerete, sarà una lingua povera, monca, fatta solo di quelle frasi e parole delle vostre conversazioni con lui, puramente infantile; egli non avrà contatto con l'ambiente generale e finirà con l'apprendere due gerghi e nessuna lingua: un gergo italiano per la conversazione ufficiale con voi e un gergo sardo, appreso a pezzi e bocconi, per parlare con gli altri bambini e con la gente che incontra per la strada o in piazza. Ti raccomando proprio di cuore, di non commettere un tale errore e di lasciare che i tuoi bambini succhino tutto il sardismo che vogliono e si sviluppino spontaneamente nell'ambiente naturale in cui sono nati: ciò non sarà un impaccio per il loro avvenire, tutt'altro».
(Antonio Gramsci, Lettera a Teresina del 26 marzo 1927)
«Uno dei compiti essenziali del linguaggio è di superare lo spazio, di abolire le distanze, di creare una continuità spaziale, di trovare e stabilire un linguaggio comune attraverso l'aria. Naturalmente, dal momento in cui entra in gioco la distanza compaiono differenze dialettali sempre più accentuate e numerose [... ]. Qui intervengono i mediatori interlinguistici, gli interpreti, i bilingui. Così noi arriviamo ad un punto molto rilevante, ad un punto decisivo: il bilinguismo è per me il problema fondamentale della linguistica, ed è per questo che la divisione accademica in dipartimenti separati (il dipartimento di francese, il dipartimento d'italiano ecc.) mi è sempre sembrata artificiosa».
(Roman Jakobson, Saggi di linguistica generale, cit., pp. 13-14)
4.4.1. PER UNA NUOVA POLITICA LINGUISTICA.
Si ritiene di aver chiarito l'estensione e i limiti del bilinguismo presente in Sardegna. Da questa rappresentazione emerge a colpo d'occhio il che fare in Sardegna; cioè la necessità di operare per un'espansione del bilinguismo ambidestro a gambe lunghe con una promozione innanzitutto della classe attualmente in possesso del bilinguismo nano. Alla prima classe occorre dare la gamba sarda e allungare quella italiana; alla seconda occorre allungare la gamba sarda e dare quella italiana; alla terza dare la gamba sarda; alla quarta allungare le due gambe; alla quinta allungare la gamba sarda; per la settima categoria è difficile immaginare un avvenire nella prospettiva attuale di riduzione del mondo ad un unico villaggio sia nel senso previsto da L. Mumford (La città nella storia) sia nel senso indicato da McLuhan: «villaggio elettrico». Sarebbe veramente folle qualsiasi proposito di chiusura dei sardi nella loro lingua, nel nostro tempo che impone la conoscenza di almeno una lingua internazionale e nel quale matura rapidamente la domanda di una unica lingua internazionale che sia lingua seconda per tutti gli abitanti del pianeta. Quel che prima il villaggio neolitico e poi la città storica furono in grado di produrre (le lingue dei propri universi chiusi) attraverso il «bricolage » della comunicazione verbale spontanea (la creazione di una lingua valida per la dimensione planetaria del nostro universo) oggi può ottenersi soltanto attraverso l'attuazione consapevole di un «progetto».
Il plurilinguismo è una necessità radicale della comunicazione verbale del nostro tempo e del nostro universo. La conoscenza profonda dei codici linguistici oggi deve realizzarsi innanzitutto attraverso gli strumenti specifici dell'istruzione (a cominciare dalla scuola) e della comunicazione di massa.
Di qui la proposta formulata all'unanimità dalla facoltà di lettere di Cagliari di inserimento del sardo nei programmi scolastici (137).
Il problema dell'insegnamento della stessa lingua italiana in sardegna è reso più complicato dalla posizione, ora seconda ora alterna, di questa lingua rispetto ai dialetti di lingua sarda posseduti dai ragazzi che entrano nella scuola ufficiale.
In Italia si dimentica, soprattutto da parte della scuola, che «si impara a parlare prima che a scrivere, e il rapporto naturale è capovolto» (138); in Sardegna la scuola seguendo coerentemente questa logica capovolta ha sempre preteso che gli scolari imparino a scrivere l'italiano prima che abbiano appreso a parlarlo.
Al normativismo esasperato di insegnanti sempre in agguato per scovare e condannare come errori le interferenze dell'italiano parlato sull'italiano scritto si aggiunge la caccia ai «sardismi» (alle interferenze derivanti da abitudini lessicali, morfologiche e fonologiche contratte nell'uso di dialetti sardi) (139).
La situazione era ed è resa ancor più grave da quegli insegnanti che, non conoscendo il sardo, fanno risalire la causa dell'«errore» non alla interferenza del sardo sull'italiano ma ad incapacità e insufficienze individuali dell'allievo. Le conseguenze di questo atteggiamento diventano - come s'è detto - drammatiche quando le interferenze si esercitano non a livello di codici linguistici, ma a quello degli altri codici di comportamento (costume e norme penali: si è già fatto l'esempio della conflittualità del codice barbaricino col codice penale italiano).
In sostanza permane ancora in Italia, ovviamente soprattutto nella scuola (ma sappiamo quanto, in una società fortemente condizionata dalla gerarchia dei valori riconosciuta dalla scuola questo fatto sia implicante) la considerazione che la vera lingua sia quella scritta («la lingua di Dante, di Manzoni e di Cavour», come mi obiettava nel Convegno di Alghero Luigi Volpicelli) e non a la lingua comune effettivamente parlata dalle popolazioni, considerata una prova dell'infe-riorità di queste rispetto ai gruppi dominanti, anziché il segno della integrazione comunitaria di tutti quelli che la parlano; come se il fine pratico della comunicazione fosse trascurabile e come se la cultura si esaurisse nella «cultura colta» (140) e non fosse invece tutt'uno con la «cultura in senso antropologico».
Basta aprire a caso qualsiasi testo adottato nella scuola dell'obbligo per trovarvi ad ogni pagina prove inquietanti del permanere di questo privilegiamento. Il termine dotto, di bassa frequenza, è sempre preferito al termine corrispondente di alta frequenza nella lingua parlata. Ne deriva nell'allievo o un rifiuto della lingua scritta come lingua vitanda per i suoi orpelli letterari, oppure una accettazione di questa ed un distacco dell'«istruito» che egli diventerà dalla massa parlante, con la chiusura in una dimensione riduttiva ed esclusivista, appunto in una «cultura colta» (generalmente soltanto letteraria). Oltre tutto il rifiuto scolastico della lingua (prima «istituzione sociale») (141) effettivamente parlata dagli scolari riflette e rende clamoroso il rifiuto (la negazione) da parte delle classi nazionalmente dominanti di tutte le altre «istituzioni», anche giuridiche, che le comunità si sono date.
L’insegnamento scolastico si ostina a non voler tener conto della priorità della lingua parlata, anche se nell'insegnamento dell'inglese si segue da tempo il metodo orale (142).
Occorre in Sardegna una programmazione dell'insegnamento linguistico sia dell'italiano sia dei dialetti che tenga conto delle differenziazioni linguistiche (e dunque culturali e sociali) interne all'Isola. L'impatto dell'italiano è innanzitutto con i dialetti della lingua sarda. Gli insegnanti non possono ignorare, nella scuola dell'obbligo, le caratteristiche fonologiche, morfologiche, sintattiche, lessicali e in una parola strutturali del dialetto parlato dai loro scolari.
Negli anni Cinquanta affiorò nel Consiglio regionale sardo il problema dell'esclusione dall'insegnamento nella scuola elementare dei maestri «continentali», ma affiorò in termini corporativi, di difesa del posto di lavoro degli insegnanti sardi. E fu proprio un rappresentante del Partito sardo d'azione (l'avv. Piero Soggiu), spesso accusato di inseguire utopie separatiste per il fatto di essere la forza politica più caratterizzata in senso autonomistico, a far presente che la proposta urtava contro principi fondamentali della nostra Costituzione, quelli dell'uguaglianza dei cittadini e della libertà di movimento nel territorio della Repubblica.
Ma in questa sede non si fa questione dell'origine continentale o locale dell'insegnante, si pone una questione ben più grave, quella della capacità dell'insegnante di comunicare con i propri scolari; della misura della conoscenza che l'insegnante (quale che sia da la sua regione di provenienza) deve avere dei codici linguistici comportamentistici, e «culturali» (in senso antropologico) già acquisiti dai suoi scolari prima e fuori della scuola.
Giustamente gli autori de La riforma possibile (143) ribadiscono la «necessità della prospettiva di una ‘grammatica della lingua italiana per ogni singola regione [e sarà da chiarire che deve trattarsi non di regione politica, ma di regione linguistica, nota di P.], in cui una puntuale analisi contrastava lingua-dialetto di quella regione possa essere sussidio valido per il lavoro dell'insegnante».
E si tenga presente che gli autori della Riforma possibile ipotizzano non la situazione di netto bilinguismo o di lingue alterne che si registra in Sardegna, ma la situazione di «una scuola formata da ragazzi che, arrivati alla età scolare, possiedono già nelle strutture essenziali una competenza linguistico italiana»; competenza che invece i ragazzi dell'interno dell'isola non posseggono.
Non sarà mai data una rappresentazione adeguata, se non in termini di narrativa, della misura di assurdità del fatto che l'insegnamento della lingua italiana a ragazzi che arrivano alla scuola ufficiale in possesso di un dialetto sardo sia affidato a maestri che non conoscono questo dialetto o che ne abbiano soltanto una «conoscenza esecutiva» e non anche una conoscenza critica per valutare nella misura adeguata i problemi posti dall'impatto della lingua materna con la lingua obiettivo.
È invece necessario che l'insegnante sia in grado di valutare perfettamente il valore semantico di ogni atto linguistico (anche «erroneo» dal punto di vista dei grammatici italiani) dell'allievo. Egli deve essere in grado di accostarsi alla verità del significato, che corre sappiamo è inattingibile quando non si conosca lo stato d'anim