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La rivolta dell’oggetto
di Michelangelo Pira

Antropologia
della Sardegna

continua dalla prima parte del quarto capitolo...


IV. LA CONFLITTUALITA' DEI CODICI
(bilinguismo e omologie)
Seconda parte.


4.2.10. PRIMI TENTATIVI PIEMONTESI DI INTRODURRE L’ITALIANO IN SARDEGNA E INDUZIONE DI UNA PIÙ ACCENTUATA STRATIFICAZIONE SOCIALE.          

Non è questa la sede per una puntuale ricostruzione dei modi in cui incominciò ad essere introdotta in Sardegna la lingua ita­liana dopo il passaggio dell’Isola ai Savoia. Ci si limiterà a poche considerazioni essenziali ma, crediamo, illuminanti.

La Spagna non aveva mai perseguito un preciso disegno poli­tico di assimilazione dei tratti distintivi delle istituzioni isolane a quelle di terraferma (76). Il Piemonte invece si diede questo disegno politico (77).

La volontà della Corte di Torino di introdurre nell'Isola l'italiano come lingua ufficiale viene volgarmente attribuita al patriottismo dei Savoia, la cui preoccupazione sarebbe stata quella di ac­centuare l’italianità della Sardegna. Ma si tratta di una spiegazione forzata, che anticipa di più di un secolo la consapevolezza della fun­zione unificatrice assunta dallo Stato sabaudo. Il problema dell'in­troduzione dell'italiano in Sardegna si pose alla Corte di Torino in funzione del distacco dell'Isola dalla Spagna. Il 20 maggio 1720, all'indomani del passaggio dell'Isola ai Savoia, il re Vittorio Amedeo Il scriveva al Barone di Saint Remy, vicerè di Sardegna: «il linguaggio ordinario praticato nei tribunali è lo Spagnolo, o il Catalano.  Nelle città e, luoghi però  ove qualche commercio, viene inteso e vi si parla eziandio l'italiano. Pratticarete perciò, per quan­to vi sarà possibile, la lingua italiana, senz’affettare per altro di non volersi servire della spagnuola, ed in tal modo introducendo insen­sibilmente la prima, andrà l'altra per se stessa in disuso» (78).

Per sorprendente che possa sembrare - ma non lo è - i grandi esperti del potere, fossero re spagnoli o piemontesi, avevano già in materia di sociolinguistica o, che è più esatto dire, di linguistica esterna, idee più chiare degli intellettuali che li corteggiavano. Del resto fu niente di meno J. V. Stalin a liquidare come non marxista l'ipotesi del linguista sovietico Nicola Marr che affermava la natura classista» della lingua. «Il marxismo - corresse Stalin - non ammette esplosioni improvvise nello sviluppo della lingua, la morte improvvisa della lingua esistente e l'improvvisa costruzione di una nuova lingua» (79).

Il vicerè così rispondeva il 22 luglio 1720 a Vittorio Amedeo Il: «Io credo che non sarà difficile introdurre la lingua italiana in que­sto paese. Tutti la parlano e tutti dicono che si augurano di poter trovare dei maestri italiani per i loro figliuoli...» (80).  Ma se c’è un campo nel quale il potere politico non può dettare norme immedia­tamente efficaci questo è proprio quello della lingua, almeno fino a quando il potere politico non disponga dei media elettrici del comunicare (81), di cui dispone oggi, ma di cui certamente non di­sponeva nella prima metà del sec.  XVIII. Il gesuita Padre Falletti, incaricato di studiare il problema, già nel 1726 prevedeva che sa­rebbe stato facile cancellare lo spagnolo ma non il sardo. Egli scrisse una «Memoria dei mezzi che si propongono per introdurre l'uso della lingua italiana in questo regno» sostenendo che non si dovessero «fare più notari» per il tempo di tre anni, essendovene nel regno esuberantemente. E passati detti tre anni, quelli che vorranno essere ammessi dovranno essere esaminati in italiano.

«Si dovrà cercare qualche espediente per avere predicatori italia­ni. Si dovrà ordinare alla Sala, et alla real governazione di votare e parlare italiano, come pure fare le sentenze e decreti et altre provisioni in lingua italiana. E il vicerè comincerà a decretare le sup­pliche in Italiano quando S.M. lo ordini. E con questo si crede si potrà introdurre con facilità la lingua italiana, ed abolire la lingua  spagnola, e non la sarda, che è la naturale in questo Regno» (82).

Quanto il Falletti si sbagliasse nel prevedere una rapida sosti­tuzione dell'italiano allo spagnolo è dimostrato dal fatto che an­cora nel 1816 venivano compilati atti notarili in quest'ultima lin­gua (e in sardo) (83).

Tutto sommato il re si era mostrato più accorto dei suoi con­siglieri raccomandando di andarci piano anche con la pretesa di far parlare l'italiano alla ristretta classe dirigente feudale di origine spagnola, la quale aveva, oltretutto, ottenuto la garanzia del rispetto da parte del nuovo sovrano degli antichi «privilegi» e usi del - Regnum Sardiniae (84). Anche a livello di classe dirigente la sostituzione dell'italiano allo spagnolo andò di pari passo con la sostituzione del personale piemontese a quello spagnolo, cioè molto gradualmente, tanto che poté dirsi compiuta soltanto nel quarto decennio del sec.  XIX con l'abolizione dei feudi, effettuata per altro con piena soddisfazione dei feudatari.

In realtà il processo di diffusione della lingua italiana in Sardegna coincise con la storia della diffusione dell'istruzione gui­data dal Piemonte (85). L'esiguo numero dei ragazzi che frequentavano le scuole e i metodi d'insegnamento seguiti non giocavano certo a favore di una rapida diffusione della lingua italiana neppure tra le classi più elevate. Quanto agli abitanti dei paesi delle zone interne la presenza politica dei piemontesi spesso risultava ignorata ancora nei primi decenni del sec.  XIX.  Il Lamarmora raccontò di essersi sentito dire da un notabile della zona interna che, per un certo sopruso, si sarebbe fatto ricorso a Madrid (non a Torino).

A parte casi limite (ma significativi), come quello citato, tra il finire del sec.  XVIII e soprattutto nei primi decenni del XIX, venne formandosi nell'Isola un ceto burocratico, militare-giudi­ziario e di borghesia urbana oggettivamente alleato (sia pure con contraddizioni che non è il caso di illuminare in questa sede) del governo di Torino nel perseguimento del disegno dell'assimilazione agli usi linguistici di terraferma. A questi ceti si aggiunse a par­tire dal terzo decennio del sec. XIX quello della borghesia agraria beneficiaria della famigerata legge delle Chiudende (86); ceto che si irrobustì ulteriormente in seguito con l'abolizione dei feudi e con l'usurpazione degli adempirvi (87).

Se era esagerata l'osservazione del Vicerè circa la diffusione dell'italiano al momento del passaggio dell’Isola ai Savoia («tutti lo parlano») (88), la considerazione di Vittorio Amedeo Il circa la presenza di un ceto commerciale che intendeva l'italiano non era del tutto infondata. E, sia pure in tempi molto più lunghi di quelli previsti dal Falletti., la politica scolastica piemontese di italianizzazione delle classi, dirigenti locali finì per dare qualche frutto.

Non fu dunque un caso che nel Parlamento subalpino quelli che meglio parlavano la lingua italiana erano i deputati provenienti dalla Sardegna; i resocontisti della Camera, anche nel bre­ve periodo di Firenze capitale, osservavano che il miglior italiano era tutto sommato quello parlato dall'Asproni (89).

E dalla Sardegna veniva il Presidente del Senato, il barone Giuseppe Manno, il quale fu, oltrochè il maggior storico isolano, anche un fine grammatico (90).  Quando però si confronti la sua scrittura con quella contemporanea del Manzoni non si può sfug­gire alla constatazione che la prima era connotata da un ritardo di almeno un secolo, non avendo il Manno mai preso a modello il dialetto catalano della sua cittadina (Alghero), né mai provve­duto a sciacquar panni in Arno, ma essendosi sempre attenuto ai modelli classici della letteratura, del diritto e della storiografia.



4.2.11. DECLASSAMENTO E RESISTENZA DELLA LINGUA LOCALE.


Si cessa di scrivere in una determinata lingua quando e nella misura in cui la comunità che parla quella lingua cessa di essere libera e passa sotto un dominio parlante altra lingua.  È da con­siderare anche che l'apprendimento dell'arte della scrittura av­viene nelle lingue delle collettività che la diffondono.  Osserva André Martinet (91): «La credenza diffusa nell'unità e nella omoge­neità della lingua di una data comunità non soltanto nasconde le differenze linguistiche esistenti all'interno delle frontiere di ogni Stato, ma tende a convincere anche le persone colte che la lingua che si parla e la lingua che loro scrivono è la stessa. Il che è, in certi casi, decisamente falso e in altri da discutere. Quando una comunità linguistica, sino ad allora analfabeta, prende conoscenza dell'arte della scrittura, si tratta di una scrittura che serve per al­tra lingua. In questo caso, il fatto di dissociare la scrittura dalla lingua domanda un potere d'astrazione che può mancare, di modo che le prime persone che scrivono lo fanno in lingua straniera.  Questa situazione può diventare ufficiale, così che la gente che sa scrivere continua a parlare il proprio vernacolo talvolta esclusiva­mente, e non sa scrivere che in un'altra lingua».

Tutto ciò incominciò ad accadere in Sardegna soprattutto sotto la dominazione spagnola e continuò ad accadere in misure cre­scenti sotto la dominazione piemontese e tutt’ora accade.

I sardi «in quanto tali» vengono tagliati fuori dalla, comunicazione scritta, perché manca un potere sardo.  Le istituzioni giu­ridiche sono scritte in una lingua diversa dalla loro.  Al sardo scritto ricorrono soltanto i poeti, le cui esigenze però sono non tanto comunicative quanto espressive.  I tentativi dell'Araolla e del Ma­dau di dare un'autonoma dignità di lingua letteraria al sardo ar­rivano quando il sardo ha perduto la sua autonomia globale, e in­comincia a sentirsi dialetto, lingua povera di poveri, rispetto alla lingua ricca dei potenti venuti dal mare. La presa di coscienza dell'autonomia, in senso tecnico, della lingua sarda e i tentativi di fondare un volgare illustre sardo si registrano paradossalmente       proprio quando le comunità sarde vedono diminuire la misura della loro autonomia politica. Se si prescinde dal breve periodo dei giudicati possiamo dire che lo scrivere in Sardegna e strutturalmente connesso ad un lingua non sarda. Essere istruiti, essere cioè alfabeti, significa conoscere un’altra lingua. Istruito è, almeno per tutto il secolo scorso e nel nostro secolo, il sardo che sa scrivere e parlare in italiano.  Istruzione e cultura, scrittura e lingua ita­liana, sono per la coscienza popolare la stessa cosa (92).

Eppure è soprattutto tra la fine del Settecento e nel corso dell'Ottocento che si volgono alla poesia dialettale numerose persone istruite. Abbiamo accennato a Matteo Madau che tenta il «ripuli­mento della lingua sarda lavorando sopra la sua analogia delle due matrici lingue, la greca e la latina», autore di poesie bilingui sarde e latine.  Ma i nomi che si potrebbero fare sono numerosi.

Generalmente si tratta di religiosi, preti o frati. Fu prete Pie­tro Pisurzi, come il Madau; fu frate Luca Cubeddu; preti MeI­chiorre Dore, autore della Gerusalemme Vittoriosa, e il principe dei poeti satirici sardi Diego Mele. L'attività di questi poeti colti, istruiti, tende a fondare una letteratura sarda innestandovi i va­lori acquisiti attraverso lo studio della letteratura italiana e latina.

Nel 1833 a Cagliari appaiono a cura del Pasella i «Canti popolari della Sardegna» e nel 1898 appare a Sassari I'«Antologia dei classici poeti sardi» curata da Pietro Nurra.

I poeti scrivono in sardo. Quando lo, Spano dovrà fornire al, Pitrè i testi della poesia popolare sarda egli li cercherà proprio nella produzione intermedia di questi poeti colti, la cui importanza e stata soltanto una decina d'anni fa messa in luce da A. M. Cirese.

Non vogliamo però inoltrarci sul terreno della letteratura Po­polare allontanandoci dalla linguistica, che del resto proprio nel secolo scorso in Sardegna incomincia a condurre le sue ricerche scientifiche. Gli errori compiuti dagli studiosi del secolo scorso, in gran parte dovuti all'orientamento generale della filologia italiana, in parte a carenze soggettive dei ricercatori sardi, non ci devono trarre in inganno. Al di là delle metodologie sbagliate, delle defor­mazioni derivanti da finalizzazioni politico-culturali si deve rico­noscere agli studiosi del secolo scorso un'acuta coscienza dell'importanza dei problemi di linguistica. Vale per tutti loro quel che Antonio Sanna ha scritto nella sua Introduzione agli studi di lin­guistica sarda a proposito del Madau e dello Spano:

«In una società che tendeva ad assimilarsi passivamente alla cultura più evoluta dei dominatori, essi furono i soli a compren­dere come l'inquadrarsi in un'organizzazione politica, sociale e cul­turale più vasta non dovesse significare la perdita dei caratteri storici, culturali e tradizionali del popolo sardo.  Malgrado le loro pretese i loro sogni di eruditi, essi espressero, in fondo, le esigenze del popolo; la loro voce - se pure velata da confessati intenti letterari - voleva essere l'espressione di una cultura popolare, a cui si illusero di poter dare prestigio con una cultura raffinata. Era in sostanza, la voce dei pastori, dei contadini, degli ar­tigiani delle regioni dell'interno dell'Isola che non avrebbero mai potuto accettare, con la rapidità con cui l'accettarono le classi so­cialmente più elevate, l'assimilazione - o, quanto meno, opportunistica mimetizzazione - con la classe dei governanti stranieri».

Gli studi di linguistica sarda per tutto il secolo scorso sono più o meno consapevolmente ispirati ad una concezione romantica tendente alla riscoperta di valori nazionali sardi, autonomi, da op­porre alla diffusione di una cultura nazionale italiana sentita come estranea alle strutture sociali e culturali della Sardegna più interna.

Non è questa la sede per un approfondimento dell'esame dei valori che l'attività di questi studiosi è riuscita a salvare.  Né è questa la sede per un bilancio degli sviluppi degli studi di linguistica sarda d'allo Spano al Wagner, dal Campus ad Antonio Sanna. Qui è sufficiente dire che la presa di coscienza delle strutture culturali che fanno i sardi diversi dagli italiani delle altre regioni e dagli europei degli altri paesi deve gran parte della propria ma­turazione alle loro fatiche.

Essi sono stati i primi ad avvertire quanto fosse e sia importante la circostanza di un popolo al bivio tra due lingue. Per tutto il secolo scorso, almeno in relazione alle esigenze espressive, i sardi si mantengono fedeli ai dialetti della loro lingua. Se i saggi si scrivono in italiano, la poesia continua ad essere «dialettale», o quanto meno a dare il meglio di sé nei dialetti di lingua sarda. C’è un tentativo aperto di acquisizione della scrittura a questa lingua; c’è ancora fiducia nella struttura sociale e nelle istituzioni locali; c’è in molti uomini istruiti una aspirazione, se non un fermo impegno, a non lasciarsi tagliare fuori dalle vicende e dalle sorti della massa popolare che parla ancora in sardo. C’è un con­tinuo tentativo di innestare nella poesia popolare valori acquisiti con la frequentazione di altre culture.

Contro un'intensa produzione di poesia sarda pubblicata dalla Tipografia Niedda di Ozieri a fogli volanti e da stampatori dì Sassari e di Cagliari, le poesie italiane pubblicate in Sardegna sono ben poca cosa, nel secolo scorso, quando ancora l'uomo dei sardi non dubita della propria dignità, né della stabilità delle strut­ture sociali in cui si sente inserito.  La poesia dunque tenta la tra­duzione in sardo dei valori della cultura colta, diciamo fino a Montanaru.

La tendenza inversa, quella a tradurre in versi italiani l'espe­rienza dialettale, prende consistenza soltanto con Sebastiano Satta che però scrisse anche poesie in dialetto nuorese, come Paolo Mossa uno dei maggiori poeti in lingua sarda, aveva anche scritto satire politiche in italiano.

Non viene compiuto alcun tentativo di fondare una prosa sarda. Saggisti e narratori, scrittori e scriventi (per usare la dizione proposta da Roland Barthes) si servono dell'italiano. La lingua sarda perde l'appuntamento con la scrittura.  Non stupisce che nella  prima metà del nostro secolo i sardi che tentano la narrativa siano deleddiani e quelli che tentano la poesia italiana siano sattiani.

Sul piano della lingua scritta l'antico disegno piemontese d'imporre l'italiano è già realizzato agli inizi del nostro secolo. Tutto quel che si scrive in Sardegna si scrive in italiano, dai libri ai giornali, dai bilanci ai certificati, dalle lettere private al turpiloquio murale.

Lo scontro sul piano della scrittura fra istituzioni armate della parola scritta e istituzioni che conoscono solo la parola parlata non poteva non vedere vittoriosa la lingua delle prime.

Ma un’analisi della sola comunicazione scritta ci dà un’imma­gine deformata dei rapporti esistenti in Sardegna tra la lingua ita­liana e dialetti sardi.  Nonostante lo spazio sempre più largo che la scrittura ha nella vita dell'uomo, ancora oggi egli parla più di quanto non scriva. Anche se quella che una volta si sarebbe chia­mata una «buona lingua» oggi la si chiama una «buona penna», ancora oggi le lingue sono riprodotte in larga misura dall'insieme della comunicazione sociale verbale, fredda e a bassa definizione. E nella catena del parlato ancora oggi la presenza del dialetto non soltanto è forte ma e ancora prevalente.

Per risparmiarci un lungo discorso sul rapporto tra la lingua italiana e i dialetti negli ultimi cento anni, rimandiamo all'esauriente libro di Tullio De Mauro, Storia linguistica dell'Italia unità. De Mauro ricostruisce le fasi della diffusione della lingua italiana, parlata solo da un'esigua minoranza nel 1860, fino a trasformarsi in lingua comune, vera e propria koiné usata in tutte le regioni del paese ai nostri giorni; ma come hanno osservato G. Barbiellini Amidei e U. Bernardi (93) ancora nel 1954-55 due terzi degli abi­tanti parlano abitualmente il dialetto.

La diffusione della lingua italiana è stata promossa dalla pub­blica amministrazione e, soprattutto, dalla scuola. Una svolta im­portante si ebbe proprio agli inizi del nostro secolo grazie appunto allo sviluppo delle strutture scolastiche.  Gli strumenti di comunica­zione di massa moderni, sconosciuti alla corte di Torino, sono stati tutti mobilitati dallo Stato unitario per creare una lingua nazio­nale standard.  Ma la scuola è il primo che consenta di ottenere risultati apprezzabili a favore della lingua italiana nello scontro di questa coi dialetti di lingua sarda, e solo a partire dagli anni Sessanta  è. battuta dalla TV. In un primo momento il tributo alla lingua uf­ficiale viene pagato soltanto nella scrittura, ma gradualmente esso finisce per essere richiesto e riscosso anche nel parlato.  L’uomo sardo, che nei rapporti con la pubblica amministrazione e con la giustizia poteva servirsi di intermediari (interpreti bilingui, il capo clientela e l'avvocato), quando viene chiamato a scuola o alle armi deve parlare direttamente in italiano, senza intermediari. Ma qualche anno di scuole elementari e qualche anno di servizio militare erano una breve parentesi in una lunga vita tutta vissuta e parlata in dialetto.  L'alfabetismo coincideva con l'italofonia, ma, finite le scuole elementari e il servizio militare, l'uomo dei paesi dell'interno cessava di essere italofono, tornava al suo dialetto, cioè tornava all'analfabetismo.

La realtà globale delle strutture paesane nelle quali l'uomo dell'interno consumava la sua esistenza era ben più forte della pubblica amministrazione e della scuola. Ma quando alla scuola e alla pubblica amministrazione si aggiungono i nuovi strumenti di comunicazione costituiti dai dischi, dalla radio, dal cinema sonoro e poi dalla televisione l'attacco della lingua usata dal potere (dalla capitale e dal capitale) ai dialetti diventa più efficace, riesce a penetrare anche nella comunicazione orale paesana e familiare. Cinema e televisione aggiungono alla trasmissione dei valori fonici della lingua italiana anche la rappresentazione del contesto in cui la frase viene pronunciata, forniscono anche i codici e i messaggi collaterali. Lo spazio dei dialetti si restringe.

Amministrazione pubblica e sistema scolastico erano soltanto le avanguardie di un esercito. Il limite della loro efficacia sta nella loro vocazione più ad escludere che ad includere le strutture allofone, a respingere il Gianni figlio di contadini di cui si parla nella «Lettera ad una professoressa» (94) dei ragazzi di Barbiana perché Gianni dice e scrive «aradio», anziché radio.  Pubblica amministrazione e scuola, nella misura in cui respingevano e respingono, erano a loro volta respinte anche in Sardegna. I dati sull'analfabetismo devono essere letti pensando che l'analfabeta è l’individuo che sa parlare soltanto il suo dialetto.  Ma anche una gran parte degli alfabeti fino ai primi decenni del nostro secolo, di fatto, non avevano che scarsissime occasioni di parlare la lingua italiana appresa a scuola appunto con l'alfabeto.  Il fatto che la scuo­la imponesse un sapere e una lingua (una cultura) diversi da quelli della società sarda nella quale si propose per lungo tempo come un'illegittima intrusione non ha giovato né alla società sarda né alla scuola stessa; e del resto gli obiettivi ai quali il sistema sco­lastico era finalizzato non erano dettati autonomamente dalla scuo­la, né erano quelli delle comunità paesane. In ogni modo la pub­blica :amministrazione e la scuola furono i primi veicoli efficaci per la diffusione di una lingua italiana comune anche parlata.

Il disegno politico piemontese prefigurava una comunicazione a senso unico: l'apparato statale sceglie il codice e i messaggi da trasmettere e le popolazioni devono imparare il codice e ripetere i messaggi adeguandovisi. Questo disegno si realizza lentamente, col crescere delle misure in cui il cittadino viene coinvolto nelle sorti della comunità nazionale.



      4.3. LA DIFFUSIONE DELl’ITALIANO IN SARDEGNA.


«Chi parla solo il dialetto o comprende la lingua na­zionale in gradi diversi, partecipa necessariamente di una intuizione del mondo più o meno ristretta e pro­vinciale, fossilizzata, anacronistico in confronto alle grandi correnti di pensiero che dominano la storia mon­diale. I suoi interessi sono ristretti, più o meno corpo­rativi o economistici, non universali. Se non sempre è possibile imparare le lingue straniere per mettersi a contatto con vite culturali diverse, occorre almeno im­parare bene la lingua nazionale. Una grande cultura può tradursi nella lingua di un'altra grande cultura, cioè una lingua nazionale storicamente ricca e comples­sa, può tradurre qualsiasi altra grande cultura, cioè essere un'espressine mondiale.  Ma un dialetto non può fare la stessa cosa »

(Antonio Gramsci, Quaderni dal carcere)


Medas limbazos: sapientzia.
Molti linguaggi: sapienza
(Antico proverbio sardo)


4.3.1.LA DIFFUSIONE SCOLASTICA E AMMINISTRATIVA DELL'ITALIANO DOPO L'UNITA.

Al momento dell'unificazione italiana la diffusione della lingua nazionale in Sardegna probabilmente non era sostanzialmente minore che in altre regioni, escluse ovviamente la Toscana e Roma.  Secondo Tullio De Mauro (95) «adottando criteri di grande larghezza, si può concludere che negli anni dell'unificazione coloro che fuori di Roma e della Toscana erano giunti ad apprendere l'italiano erano circa l'8 per cento della popolazione, ossia 160.000 persone disperse, per così dire, in una massa di 20 milioni di individui».  E la capacità di usare l'italiano «assurgeva a con­trassegno di classe» (96).

Nel 1858, dopo un decennio di applicazione della riforma Buon­compagni alla vigilia della riforma Casati, in Sardegna, com­plessivamente il numero di quelli che sapevano leggere e scrivere, e dunque di quelli che conoscevano un po' di lingua italiana era: 58147, superiore di poco (27.621) a quello registrato nel censimento precedente del 1848.  Gli analfabeti, che all'inizio del decennio erano 512.481, erano saliti a 531.330 nel 1858. Il tasso dell'incremen­to dell’alfabetizzazione superava di appena lo 0,4 per cento annuo il tasso di incremento della popolazione.  Infatti nel 1848 la per­centuale degli analfabeti in Sardegna era del 93,97 per cento. Poi­ché la media del regno era notevolmente inferiore (69,20 per cen­to) possiamo ipotizzare che in ogni modo la percentuale di italofoni indicata da De Mauro per tutto il paese sia sostanzialmente generosa.

Il mezzo milione di analfabeti era evidentemente monolingue e parlava ovviamente soltanto sardo (97).

Nel 1861 - primo censimento del regno d'Italia -, cioè do­po qualche anno di applicazione della legge Casati e dunque di consolidamento della tendenza della borghesia sarda a costruirsi un apparato scolastico, mentre il numero degli abitanti dell'Isola era salito a 588.964, quello degli analfabeti era salito solo di qual­che migliaio (536.151); la percentuale degli analfabeti era scesa al 91,17 per cento.  Per i successivi censimenti i dati corrispondenti sono: 1871, ab. 636.660, analf. 560.445 (88,06 %); 1881, ab. 632.002, analf. 563.888 (82,68 %); 1901, ab. 791.754, analf. 576.407 (72,80 %).  Possiamo anche leggere le cifre sul versante dell'alfabetismo che passa (secondo le tavole riassuntive del censimento del 1921 non esattamente coincidenti con quelle dei censimenti precedenti) dal 14 per cento del 1871 al 20 del 1881, al 32 del 1901, al 42 del 1911, al 51 del 1921.

Si tenga però presente che il tipo di prove di abilità richieste era tale da gonfiare notevolmente il numero degli alfabeti; tale comunque da escludere in modo assoluto una corrispondenza au­tomatica alfabeti-italofoni.  Il censimento del 1921 fu l'ultimo che conteneva quesiti linguistici (98).

L'ufficiale del censimento doveva interpellare «il capo famiglia o chi per lui, per sapere se e quali membri della famiglia (o convivenza) sapessero esprimersi in LINGUA ITALIANA o in alcuni dei dialetti italiani».  Il sardo era però considerato dialetto italiano. Infatti la scheda per l'accertamento della lingua d'uso o dialetto da rilevare prevedeva francese, tedesco, greco, albanese, catalano, serbo croato, sloveno, rumeno, ladino. A questo punto recava un etc. ma neppure fra questi ceteri era compreso il sardo. Infatti il censimento registrò ad Alghero 12.236 persone parlanti catalano su 12.280 abitanti (99) con uno scarto di appena 44 italofoni. Tutti gli altri abitanti dell'Isola risultarono italofoni.  Ma se ad Alghero gli italofoni erano appena 44 (presumibilmente poche famiglie conti­nentali temporaneamente residenti ad Alghero), quanti mai poteva­no essere gli italofoni, cioè quelli che avevano come lingua d'uso l'italiano, in cittadine e paesi meno progrediti della città catalana?­ (100).

La stessa relazione, generale cit. osservava che «nei riguardi dell'indagine sugli idiomi non italiani, parlati entro gli antichi confini del Regno (...) una ricerca di carattere puramente statistico, fatta in occasione del censimento generale, non era sufficiente a da­re, dell'importanza del fenomeno rilevato, quella chiara notizia che soltanto un'inchiesta più particolare e completa, anche sotto l'aspetto linguistico, era capace di fornire» (101).  Quell’inchiesta non venne mai effettuata.  Anzi il censimento del '21 fu, come s'è visto l'ultimo che contenesse qualche quesito linguistico (102).

Secondo il Rapport sur la communauté sarde a cura dell'Union federaliste des communatés ethnique européennes (103) i parlanti sardo, con una prudente e a mio avviso eccessiva, se non proprio erronea esclusione dei dialetti settentrionali segnati da un elevato grado di italianizzazione (104), sarebbero stati nel 1967 un milione e duecentomila; la stessa cifra è stata indicata da Sergio Salvi, se­condo una stima approssimativa, per il 1974 (105).

Il problema dell'accertamento dell'esatta entità del numero delle persone che parlano il sardo, a mio modo di vedere, non è marginale, anche se oggi dobbiamo riconoscere che la lingua ufficiale ha finito col porsi come elemento unificante e addirittura col favorire anche la comunicazione interdialettale.  In un suo saggio inedito Renzo Laroni aveva riconosciuto che questa funzione era stata svolta in qualche misura già dal castigliano.

La distinzione che si faceva nel secolo scorso tra quelli che sapevano leggere e scrivere e quelli che sapevano soltanto leggere (e le differenze erano sensibili) ci illumina sul carattere assoluta­mente passivo dei fruitori, dei messaggi scritti in italiano. D'altra parte anche l'accertamento della capacità di scrivere si riduceva al controllo di una modesta «abilità», quella di riuscire ad apporre la propria firma. (In atti ufficiali può spesso trovarsi la frase: «per il, sindaco analfabeta, croce dell'assessore anziano»).

Ci asteniamo di proposito da confronti con l'alfabetizzazione nel­le altre regioni italiane; solo di passata dobbiamo rilevare un ritardo isolano di più di mezzo secolo: la percentuale media degli analfabeti nel regno (sollevata da quella sarda) era nel 1848 del 69,20 per cento, cioè più bassa di quella registrata in Sardegna nel 1901.

L’apprendimento della lingua italiana era richiesto soltanto a chi doveva,entrare nella pubblica amministrazione, nell'apparato mi­litare e giudiziario, nel giornalismo, nella politica anche di opposi­zione localista, nel clero e nella scuola (ma per essere abilitati all'insegnamento nelle scuole elementari sulle prime bastava la co­noscenza di un centinaio di vocaboli italiani) (106). (Chi frequentava la scuola elementare a Bitti intorno al 1890 aveva a che fare con «maestri» che sapevano a mala pena insegnare in italiano il «Se­gno della Croce» e il «Gloria al Padre»).

La grande maggioranza della popolazione dunque rimase sardofona anche dopo l'Unità; e nelle zone interne lo è ancora oggi per le generazioni meno giovani. Lo strato bilingue presente nell'Isola ebbe sino ai primi decenni del nostro secolo uno spessore lenticolare, da velo di cipolla. Una vera e propria situazione rile­vante di bilinguismo diffuso ha incominciato a configurarsi nell'Isola soltanto con , la prima guerra mondiale. Ma nella Brigata Sassari il bilinguismo scendeva di rado al di sotto degli ufficiali come Emilio Lussu (lo si può desumere anche dalla lettura di Un anno sull'altopiano), di Camillo Bellieni, di Attilio Deffenu ed altri. Non per capriccio sardocentrico Antonio Gramsci, che da stu­dente universitario aveva mostrato una spiccata attitudine per gli studi linguistici, quando si trovò nella necessità di comunicare con i soldati della Brigata Sassari inviati nel dopoguerra a Torino per schiacciare il movimento operaio faceva diffondere messaggi e Pa­role d'ordine scritti in sardo (107).

In Sardegna si registra, in atto, la presenza della lingua ita­liana e di dialetti di una lingua locale «alterna», appartenente ad una area romanza diversa (108).

Anche se il numero delle persone sardofone non e mai stato esattamente accertato (109), si presume di non restare nell'ambito dell'impressionismo affermando che quella sarda è la più impor­tante minoranza linguistica del nostro paese. I limiti dell'attenzione dedicata a questa minoranza in sede politica si spiegano facil­mente quando si tenga presente il fatto che i dialetti sardi sono parlati soltanto nell'Isola e perciò non suscitano interessi politici esterni di nazioni omofone. questo lavoro non si intendono privilegiare le vicende interne della lingua sarda (110).

In questa sede l'attenzione è posta ai problemi derivanti dalla compresenza nell'Isola di due sistemi linguistici diversi, implicanti anche alterità e conflittualità di codici.

Se per Roman Jakobson il bilinguismo è «il problema fondamentale della linguistica» (111), per i sardi questo è il problema più importante del loro concreto comunicare quotidiano (del qua­le ultimo sappiamo che e sempre problematico, anche quando vi sia comunanza di codici linguistici tra gli interlocutori) e che si aggrava in presenza di alterità di codici o distanze culturali (112).

Si è soliti dire a cuor leggero che, generalmente oggi i sardi parlano indifferentemente la lingua nazionale e quella locale e non si tien presente che non solo non c'è indifferenza tra il parlare l'una o l'altra lingua, ma che non c'è vera e propria possibilità di scelta individuale tra il parlare l'una o l'altra. Si dimentica che nei fatti di lingua la massa parlante conta sempre più del singolo locutore, il quale parlerà sardo o italiano (quand’egli  sia compiutamente bilingue) a seconda della prevalenza dell'una o dell'altra lingua nella massa in cui parla, c/o a seconda della maggiore o minore conoscenza che dell'una o dell'altra abbia il suo interlocutore (113). La scelta si pone in termini più drammatici e cioè tra misure diverse di partecipazione o rinunzia alla comuni­cazione sociale.

La massa parlante in Sardegna (non appena ci si allontani dagli uffici, dalla scuola e dalle città) è rimasta prevalentemente sardofona ancor oggi, così com'era prevalentemente dialettofona anche nelle altre regioni italiane fino a non molti decenni orso­no (114). In ogni modo, fino ad ieri e ancor oggi, la lingua íta­liana in Sardegna, più che nelle altre regioni i cui dialetti cadono nell'area appunto dell'italiano, è rimasta per i sardofoni monolingui «estranea» e, per quelli bilingui, «alterna». L’italiano è però com­piutamente inteso e soprattutto abitualmente parlato da categorie sempre più vaste di persone, ma anche per la maggior parte di queste si pone come una lingua di «inappartenenza» (115). L’ac­quisizione dell'italiano - avvenuta in questi ultimi decenni - da parte della maggioranza dei lavoratori oggi impone una riduzione della questione politica posta in essere nel passato dalla pre­senza nell’Isola di una classe dirigente parlante una lingua altra da quella sarda, cioè in definitiva di una classe dirigente non da, non esprime autonomamente, spesso neppure sul piano della finzione giuridica, dalle istituzioni sociali interne all'Isola.

Anche nella sincronia odierna la classe dirigente isolana (nel­la quale il personale anagraficamente sardo ha una presenza mag­gioritaria) parla una lingua non sarda; tollera che la cultura delle popolazioni isolane sia declassata a «folklore» e che di lingua sar­da si parli solo da un punto di vista tecnico-accademico, ma re­spinge le implicazioni sociopolitiche e culturali della presenza di questa lingua nella quale di fatto essa vede niente di più e di meglio che un dialetto, che essa però ha contribuito a rendere tale di fatto.  Tuttavia l'acquisizione della lingua italiana da parte delle classi subalterne e in particolare da parte della classe operaia non legittima più il giudizio che presentava l'italiano come lingua del dominatore e del colonizzatore esterno. L’italiano, forse oggi  più del sardo, è anche lingua della classe antagonista.



4.3.2. IL FATICOSO VIAGGIO VERSO IL BILINGUISMO Di MASSA.


Una situazione di bilinguismo di massa può dirsi giunta ad un certo grado di maturità quantitativa soltanto in questi ultimi venti anni, in conseguenza dell'ulteriore espansione della presenza della scuola (e soprattutto nell'ultimo decennio, con la scuola dell'ob­bligo) e con la diffusione della radio anche nelle campagne e della televisione anche nei villaggi più sperduti dell'interno della Bar­bagia.  Riteniamo infatti che non si abbia vero e proprio bilingui­smo fino a quando il ceto bilingue di una popolazione sia costituito da cerchie ristrette (altrimenti dovremmo dire che una città come Roma è caratterizzata da bilinguismo italo-inglese).  Essendo cresciuta la misura del coinvolgimento delle classi subalterne iso­lane nelle strutture italofone e italografe è cresciuta la misura del­la presenza del bilinguismo.

Oggi un dizionario italiano incomincia ad essere utile anche per intendere il sardo ma fino ai primi decenni del secolo nella parte meridionale dell'Isola era più utile un dizionario spagnolo; e nella zona interna, per chi abbia un minimo di conoscenza delle varianti fonetiche intervenute nel consonantismo e nel vocalismo, e ancora utile un dizionario latino (116), ma anche qui non più di un dizionario italiano.

L’uso comune della lingua italiana - s'è già detto - oggi consente ad un sassarese di intendersi con un cagliaritano meglio che nei rispettivi dialetti; e poiché questi ultimi sono entrambi influenzati dal contatto con I’italiano, oggi, un sassarese e un cagliaritano si intendono meglio che nel passato anche quando parlano i rispettivi dialetti. Sul codice fonematico interferisce un «adat­tamento interlinguistico» e un «adattamento interdialettale» che attendono ancora di essere studiati (117).

Ma c'è un altro aspetto importante, più da un punto di vista culturale in generale che dal punto di vista strettamente lingui­stico. È quello costituito dalla mediazione esercitata in esclusiva attraverso la lingua italiana dalle classi culturalmente egemoni nel Paese e in Sardegna tra la cultura che trova espressione nei dia­letti di lingua sarda e le altre culture. Per fare qualche esempio: i sardi per l'apprendimento di altre lingue straniere devono oggi  (così vuole la scuola ufficiale) passare attraverso la conoscenza dell'italiano, anche quando si tratta di lingue che potrebbero appren­dere più rapidamente senza la mediazione italiana.

Già la lettura diretta delle opere letterarie scritte in una lingua diversa da quella materna, ha un sapore diverso a seconda che sia l'italiano o il teclesco (dunque anche a seconda quest'ultima che essa sia il sardo anziché l'italiano), perché diverse saranno le operazioni interpretative, i termini di confronto linguistico-culturale.  E, infine, la lettura del Don Chisciotte avrà effetti diversi a seconda della lingua di traduzione: una cosa in inglese, altra cosa in francese, altra cosa ancora in italiano, e dunque ancora tutt'altra cosa in sardo.  Diverso sarà il recupero dei valori, non solo semantici ma anche formali (118).

Leggendo Cervantes in spagnolo un sardo ha spesso la sensa­zione di trovarsi di fronte ad una lingua che potrebbe essere la sua, o meglio ha l'intuizione di quel che avrebbe potuto diventare la sua lingua se non le fosse stata negata l'ulteriore esperienza di se medesima.  L'italiano si interpone tra il sardo e le altre lingue di cultura, spesso come un vetro sufficientemente trasparente, ma non di rado come un vetro opaco.

Soltanto nel contatto con l'italiano in questo momento il sar­do assorbe «tipi strutturali (patterns) - tipi fonematici, categorie grammaticali, quelli che Sapir chiamava i processi grammaticali» si potrebbe dire con jakobson (119); e sempre con lui aggiungere: «la portata e la diffusione fonematica tra lingue vicine, di origini chiaramente diverse, è così sorprendente, cosi difficile da spiegare» da suggerire «l'urgenza di uno studio sistematico, con­dotto su scala internazionale di questi fenomeni» (120).

Se questa esigenza si pone per lingue lontane, che cosa do­vremmo dire per lingue cosi vicine, geneticamente e tipologica­mente, come il sardo e l'italiano, il sardo e lo spagnolo?  Ma, per restare ai rapporti sardo-ítaliano, è assurdo il fatto che la prima lingua nell'Isola venga insegnata nelle scuole e l'altra no. Qui in Sardegna l'uso dell'una lingua influenza l'altra; anche le per­sone colte quando parlano in italiano riproducono i fonemi della presonanza tipici del sardo e altri tipi fonematici e anche lessicali sardi.

Perciò il miglior modo di insegnare l'italiano a chi arriva a scuola disponendo soltanto della conoscenza del sardo e quello di insegnare simultaneamente le due lingue; ed empiricamente fanno i maestri più avvertiti, sempre che non siano venuti da altre regioni e cioè che non siano privi degli strumenti linguistici e critici necessari         per attuare questa forma di insegnamento; ma lo fanno in via eccezionale, come se si trattasse di un'operazione vitanda e suggerita soltanto da una pedagogia paternalistica (e già in ogni modo questa pedagogia o anche soltanto didattica pater­nalistica è già da preferire all'altra, come definirla?, più schiettamente autoritaria) (121).

Il problema del bilinguismo è decisivo per le sorti della cul­tura e della autonomia in Sardegna (e non solo della cultura in senso etnologico, ma anche della stessa cultura colta).  Perciò oc­corre che le riflessioni sul fenomeno non si limitino all'indicazione della presenza delle isole linguistiche interne alla Sardegna (quel­la- catalana ad Alghero, la sardo-corsa della Gallura, la genovese di Carloforte), ma investano il fenomeno centrale che e quello ap­punto dell'esistenza di un bilinguismo sardo-italiano.

In un convegno tenutosi ad Alghero (4-8 luglio 1971, per ini­ziativa dell'istituto Ricerche e Studi sull'informazione per la Sardegna) nel corso della mia relazione su «codici e strumenti del comunicare e autonomia» (122) proposi per la prima volta uno schema di ricognizione dello stato del bilinguismo che considero ancora esauriente e valido.  In quel convegno mi limitai a definire il bilinguismo sardo «zoppo» (123) «nel senso che crescono e migliorano la diffusione e la conoscenza dell'italiano mentre regrediscono quelle del sardo».

Fermo restando quello schema generale, sei anni dopo, mi pare di poter arricchire la rappresentazione della categorie nelle quali già allora avevo distinto i locutori presenti in Sardegna a seconda del grado di conoscenza dei codici e a seconda dei codici usati. Ad Alghero avevo individuato la causa della claudicanza nella crescita delle strutture italofone e nel ridursi degli spazi di ulteriore esperienza autonoma della lingua e dei sistemi semiologici locali (in una parola della cultura locale in senso antropologico).  Ma oggi vedo un quadro più ricco di sfuma­ture anche se resta valido quel che allora dicevo e che giova ripetere e sviluppare.

In un rapporto equilibrato, più propriamente, democratico (poi­che le lingue «naturali» sono il modello positivo delle istituzioni prodotte da un insieme sociale con la partecipazione di tutti e di ciascuno) tra masse italofone e masse sardofone nell'Isola avrebbe dovuto prodursi un'integrazione linguistica, cioè forse (nonostante l'appartenenza del sardo all'area romanza occidentale, e dell'italiano

a quella centro-orientale) la nascita di una nuova lingua locale, con un processo analogo a quello che aveva prodotto le lingue romanze; del resto anche oggi le persone più compiutamente bilingui alternano espressioni sarde ed espressioni italiane come se parlassero una unica lingua nella quale di volta in volta si privilegino certi patterns anzi­ché certi altri, ma interni ad un unico sistema, o quanto meno ad un corpus comune di conoscenze linguistiche (teoria del continuum)

Il guaio è che in nessun momento - come si è creduto di aver dimostrato negli accenni a successivi stadi sincronici del rap­porto sardo e lingua esterna - si ebbe incontro molecolare di masse parlanti lingue diverse, ma decise ad intendersi (a «comu­nicare», a mettere veramente in comune il proprio patrimonio e il proprio lavoro linguistico); si ebbe invece. come sommariamente si è visto, un rapporto squilibrato tra un potere esterno italofono e italografo avente una forza ben maggiore e concentrata di quella della dispersa massa sardofona.

A quest'ultima il potere politico esterno doveva trasmettere pochi anche se perentori messaggi «ad alta definizione» (124), cioè tali da escludere la possibilità che la risposta dei ricettori ne mo­dificasse il segno sia sul versante dei significati sia sul versante dei valori semantici (De Mauro e Pagliaro).

Non solo il potere politico, per la diffusione dei propri messaggi (ordini) ricorreva ad un medium caldo (la stampa), non solo faceva un uso caldo di tutti gli strumenti del comunicare (anche della parola parlata), ma, per raggiungere temperature torride, si differenziava anche quanto al codice linguistico (125).

Fino a quando non si ebbe la concreta e molecolare sostituzioni della classe dominante piemontese e italiana a quella spagnola, la presenza dell'italiano nell'Isola fu come s'è già visto piuttosto marginale. L’italiano si pose più come unica o seconda lingua di un ceto ristretto che come lingua alterna; fu una presenza mar­ginale dal punto di vista quantitativo dei parlanti, ma non da un punto di vista polìtíco-sociale, perché la parola italiana del vicerè e della classe dominante contava certamente più delle migliaia di parole sarde degli abitanti dell'Isola.

Sulle prime e per lungo tempo non si ebbe vero e proprio bilinguismo, perché non si ebbe incontro di masse parlanti lingue diverse, ma solo di una massa monolingue e dispersa con un nu­cleo ristretto di potere parlante un'altra lingua, e di entrambi con una ristretta cerchia di interpreti bilingui.

L’incontro di due masse parlanti lingue diverse conduce ne­cessariamente e oggettivamente al bilinguismo, nel senso che si impone all'una e all'altra la necessità di cercare di diffondere i pro­pri messaggi oltre che nel proprio codice in quello dell'altra, con la conseguenza oggettiva della necessità che si diffondano entrambi i codici nella prospettiva dell'integrazione in un continuum Iingui­stico.  Quando due masse parlanti si incontrano in termini di scambio tra eguali la comunicazione tende alla bassa definizione, oltre che dei messaggi, dei, codici, e privilegia i media freddi c/o l'uso freddo dei media in genere.

Ma il dominio non ha alcuna necessità, di farsi bilingue; quest’obbligo si ricade solo sui sudditi: vedano loro come regolarsi; apprendano il codice della classe dominante e «non facciano storie», che è come dire «si rassegnino ad essere esclusi dal processo storico, si rassegnino ad avervi soltanto il ruolo di oggetti, non quello di pro­tagonisti» (126).  Nasce di qui il privilegiamento dei media caldi e dell'uso caldo anche dei media freddi da parte del dominio (127).



4.3.3. PER UNO SCHEMA DI RAPPRESENTAZIONE DELLA SITUAZIONE LINGUISTICA IN ATTO.

È ben noto che delle lingue si possono avere due livelli estremi di «conoscenza» (ma il termine è ritenuto ambiguo e non ancora formalizzato). Il primo livello è quello «esecutivo» (performance nel senso chomskyano), corrispondente al grado di conoscenza che il bambino mostra di avere della lingua materna nell'atto e per il fatto di parlarla. L'altro è quello che può definirsi scientifico, o critico, o linguistico (o ancora, chomskyanamente, «della competenza») e che incomincia ad essere attinto con l'alfabetizzazione perché la rappresentazione e grafica della catena parlata è già la prova della capacità di scomporre i morfemi in fonemi ai quali sì fa corrispon­dere una lettera. «i primi fonologi furono, in sostanza, gli inven­tori della scrittura alfabetica» ha scritto il Pagliaro (128); l'alfabetizzazione presuppone già una capacità di analisi del sistema fonetico e perciò un primo metalinguaggio, quello appunto della ortografia e della grammatica.  Non è il caso di addentrarci in questo ordine di problemi. Qui sarà sufficiente contrapporre la conoscenza esecutiva ad una conoscenza profonda (senza pretendere di misu­rare i livelli di quest'ultima).  La coppia oppositiva proposta ci con­sente di chiarire la condizione zoppa del bilinguismo presente in Sardegna e, in altri termini, di rivelarlo un bilinguismo con accen­tuata diglossia (129).  Nell'Isola possiamo registrare le seguenti classi di parlanti in ordine ai due poli ora indicati della conoscenza lin­guistica:

I)                      Conoscenza dell'italiano soltanto al livello esecutivo e perciò con forte interferenza dialettale delle regioni di provenienza dei parlanti, socialmente collocabili nella «bassa forza» (militare indu­striale e dei servizi) di provenienza esterna.  Quanti sono?  Non lo sappiamo e non lo sapremo mai fino a quando i censimenti si rifiu­tano di porre quesiti linguistici. Questa classe di parlanti ha la gamba italiana corta ed è del tutto priva della gamba sarda.

II)                   Conoscenza del sardo soltanto a livello esecutivo.  Da un punto di vista sociale questa è una classe prevalentemente immersa nella cultura (in senso antropologico) locale (ma è più esatto par­lare di culture locali), analfabeta, coinvolta soltanto come oggetto passivo nelle vicende della cultura colta; non avente comunicazione diretta, immediata, con locutori che si servano solo di un'altra lingua (nel nostro caso dell'italiano) e sostanzialmente incapace di comprendere non solo l'esperienza linguistica della comunicazione italofona ma anche quelle giuridiche, economiche e politiche na­zionali (italofone e italografe). là una classe di anziani (piccoli proprietari terrieri e braccianti, pastori, contadini e massaie); copre quasi tutta l"arca interna rurale e agro-pastorale; si estende anche ai ceti urbani subalterni nei quali per incominciare a crescere una conoscenza esecutiva anche dell'italiano; e per la comunicazione con le strutture italofone ha bisogno di interpreti (cioè del ceto bilingue): preti di campagna, maestri elementari, dettaglianti, studenti falliti, piccoli impiegati.  Gamba sarda corta, gamba italiana assente.

III)                  Conoscenza dell'italiano ai due livelli, esecutivo e profondo (ma sconoscenza del sardo ai due livelli).  Anche questa classe ha bisogno di interpreti bilingui quando deve rivolgersi alla seconda; ma la sua area di comunicazione è quella dell'intero paese.  Questa classe ha accesso alla cultura colta e, attraverso le estensioni traduttive locali, subalterne, si sottrae al proprio coinvolgimento nelle risposte della massa esclusivamente sardofona. Socialmente questa classe quasi tutta esterna alla Sardegna (anche se si va accen­tuando il fenomeno dei sardi bilingui che non insegnano il sardo ai propri figli - il che condannava Antonio Gramsci – (130) e si compone di ceti dirigenti o subalterni (medi) ma strutturalmente legati , al dominio: ci stanno dentro i grandi capitalisti che hanno impiantato le petrolchimiche nell'Isola e i loro tecnici, ingegneri ecc., i professori universitari provenienti dalle altre regioni, ma anche i professori di scuola media superiore e inferiore e persino maestri elementari, i commessi viaggiatori, funzionari di banca, militari, burocrati etc.  Gamba italiana lunga, assenza della gam­ba sarda.

IV)                Conoscenza esecutiva delle due lingue: vi corrisponde una classe, ora abbastanza vasta, comprendente i ceti operanti in fun­zioni produttive subalterne e perciò più profondamente travagliati dalla conflittualità dei codici vigenti nell'Isola (non soltanto linguistici, ma anche giuridici, di comportamento, e così via) (131). A seconda della maggiore o minore frequenza con la quale sono sardofoni o italiofoni essi vengono strumentalizzati e a loro volta strumentalizzano gli altri ceti.  Bilinguismo nano (entrambe le gam­be sono corte).

V)                   Conoscenza del sardo soltanto a livello esecutivo e dell’ita­liano ai due livelli: vi corrispondo una classe tutta di provenienza interna avente socialmente tutti i privilegi controllabili localmente della III classe (accesso alla pubblica amministrazione, alle scuole ufficiali alle carriere militari ed ecclesiastiche, ai quadri dirigenti dei partiti politici e dell'industria, alle professioni e così via).  Gam­ba italiana lunga e gamba sarda corta.

VI)                 Conoscenza delle due lingue ai due livelli: vi corrisponde una esigua categoria di studiosi, economicamente irrilevante: bi­linguismo ambidestro a gambe lunghe.  Roman Jakobson scrive: «Poiché i soggetti bilingui possono evidentemente parlare ad un maggior numero di ascoltatori ed influire su di essi, è chiaro che tali soggetti godono di un maggior potere e di un più alto presti­gio» (132). Questo e vero soltanto in parte per la Sardegna, essendo la radice del potere situata fuori dell'Isola, a monte dei fatti lin­guistici. Tuttavia è vero nel senso appunto in cui jakobson intendeva parlare di «potere», cioè nel senso che questi bilingui anche in Sardegna «adattano una lingua all'altra e, di conseguenza, stimolano la diffusione di alcuni fonemi tra i non bilingui» (133).



VII)        Conoscenza della sola lingua sarda ai due livelli: non vi corrisponde alcuna categoria sociale perché per attingere il livello profondo della conoscenza del sardo è richiesta «dal sistema scolastico» la conoscenza dell'italiano. Una volta i dotti tedeschi dicevano che chi non conosceva la loro lingua non poteva studiare la propria; infatti è proprio ad un glottologo tedesco come M. L. Wagner che si devono gli studi più rigorosi della lingua sarda come lingua romanza (134).      


Oggi è ipotizzabile anche un insegnamento delle strutture del sardo in questa lingua, almeno in astratto, nel senso che il linguista può non aver bisogno di essere poliglotta; nel senso, si vuol dire, che almeno le assunzioni della linguistica generale possono essere intese da uno che conosca soltanto il sardo se in questa lingua gli vengono proposte da un'altra persona che le possieda per averle apprese (non importa in quale lingua).  Se valga la pena di fare esperimenti in questa direzione ovviamente non è questione che possa decidersi una volta per sempre in sedi accademiche.

Complessivamente deve dirsi che la gamma dei mezzi linguistici oggi a disposizione della collettività sarda, cioè quel che ha preso il nome di «repertorio» (135) può essere descritta come un «repertorio di varietà» nel senso proposto da Giorgio Raimondo Cardona (136) per cui, in ultima istanza, si può anche fare a meno dei termini «bilinguismo» e «plurilinguismo», «nella convinzione che parlare come abitualmente si fa anche da parte di studiosi informati di parlanti monolingui, bilingui ecc., sia una ipersemplificazione che non tiene conto dell'effettiva stratificazione e dinamicità della competenza linguistica del parlante e che ri­vela una visione tradizionale in cui ciascuna lingua è un alcunché di compatto che si possiede o non si possiede».




4.4. PROBLEMI ATTUALI DEL BILINGUISMO


«È stato un errore, per me, non aver lasciato che Edmea, da bambinetta, parlasse liberamente il sardo. Ciò ha nociuto alla sua formazione intellettuale e ha messo una camicia di forza alla sua fantasia. Non devi fare questo errore coi tuoi bambini.  Intanto il sardo non è un dialetto ma una lingua, quantunque non abbia una grande letteratura, ed è un bene che i bambini impa­rino più lingue, se è possibile. Poi, l'italiano, che voi gli insegnerete, sarà una lingua povera, monca, fatta solo di quelle frasi e parole delle vostre conversazioni con lui, puramente infantile; egli non avrà contatto con l'ambiente generale e finirà con l'apprendere due ger­ghi e nessuna lingua: un gergo italiano per la conversazione ufficiale con voi e un gergo sardo, appreso a pezzi e bocconi, per parlare con gli altri bambini e con la gente che incontra per la strada o in piazza. Ti raccomando proprio di cuore, di non commettere un tale errore e di lasciare che i tuoi bambini succhino tutto il sardismo che vogliono e si sviluppino sponta­neamente nell'ambiente naturale in cui sono nati: ciò non sarà un impaccio per il loro avvenire, tutt'altro».

(Antonio Gramsci, Lettera a Teresina del 26 marzo 1927)


«Uno dei compiti essenziali del linguaggio è di supe­rare lo spazio, di abolire le distanze, di creare una con­tinuità spaziale, di trovare e stabilire un linguaggio comune attraverso l'aria. Naturalmente, dal momento in cui entra in gioco la distanza compaiono differenze dialettali sempre più accentuate e numerose [... ]. Qui intervengono i mediatori interlinguistici, gli interpreti, i bilingui. Così noi arriviamo ad un punto molto rile­vante, ad un punto decisivo: il bilinguismo è per me il problema fondamentale della linguistica, ed è per questo che la divisione accademica in dipartimenti se­parati (il dipartimento di francese, il dipartimento d'ita­liano ecc.) mi è sempre sembrata artificiosa».

(Roman Jakobson, Saggi di linguistica generale, cit., pp. 13-14)



4.4.1. PER UNA NUOVA POLITICA LINGUISTICA.


Si ritiene di aver chiarito l'estensione e i limiti del bilinguismo presente in Sardegna. Da questa rappresentazione emerge a colpo d'occhio il che fare in Sardegna; cioè la necessità di ope­rare per un'espansione del bilinguismo ambidestro a gambe lun­ghe con una promozione innanzitutto della classe attualmente in possesso del bilinguismo nano.  Alla prima classe occorre dare la gamba sarda e allungare quella italiana; alla seconda occorre al­lungare la gamba sarda e dare quella italiana; alla terza dare la gamba sarda; alla quarta allungare le due gambe; alla quinta al­lungare la gamba sarda; per la settima categoria è difficile im­maginare un avvenire nella prospettiva attuale di riduzione del mondo ad un unico villaggio sia nel senso previsto da L. Mumford (La città nella storia) sia nel senso indicato da McLuhan: «vil­laggio elettrico». Sarebbe veramente folle qualsiasi proposito di chiusura dei sardi nella loro lingua, nel nostro tempo che impone la conoscenza di almeno una lingua internazionale e nel quale matura rapidamente la domanda di una unica lingua internazionale che sia lingua seconda per tutti gli abitanti del pianeta. Quel che pri­ma il villaggio neolitico e poi la città storica furono in grado di pro­durre (le lingue dei propri universi chiusi) attraverso il «bricolage » della comunicazione verbale spontanea (la creazione di una lingua valida per la dimensione planetaria del nostro universo) oggi può ottenersi soltanto attraverso l'attuazione consapevole di un «progetto».

Il plurilinguismo è una necessità radicale della comunicazione verbale del nostro tempo e del nostro universo.  La conoscenza profonda dei codici linguistici oggi deve realizzarsi innanzitutto attraverso gli strumenti specifici dell'istruzione (a cominciare dal­la scuola) e della comunicazione di massa.

Di qui la proposta formulata all'unanimità dalla facoltà di lettere di Cagliari di inserimento del sardo nei programmi scolastici (137).

Il problema dell'insegnamento della stessa lingua italiana in sardegna è reso più complicato dalla posizione, ora seconda ora alterna, di questa lingua rispetto ai dialetti di lingua sarda posse­duti dai ragazzi che entrano nella scuola ufficiale.

In Italia si dimentica, soprattutto da parte della scuola, che «si impara a parlare prima che a scrivere, e il rapporto naturale è capovolto» (138); in Sardegna la scuola seguendo coerentemente questa logica capovolta ha sempre preteso che gli scolari imparino a scrivere l'italiano prima che abbiano appreso a parlarlo.

Al normativismo esasperato di insegnanti sempre in agguato per scovare e condannare come errori le interferenze dell'italiano parlato sull'italiano scritto si aggiunge la caccia ai «sardismi» (alle interferenze derivanti da abitudini lessicali, morfologiche e fonolo­giche contratte nell'uso di dialetti sardi) (139).

La situazione era ed è resa ancor più grave da quegli insegnanti che, non conoscendo il sardo, fanno risalire la causa dell'«errore» non alla interferenza del sardo sull'italiano ma ad in­capacità e insufficienze individuali dell'allievo. Le conseguenze di questo atteggiamento diventano - come s'è detto - drammatiche quando le interferenze si esercitano non a livello di codici lingui­stici, ma a quello degli altri codici di comportamento (costume e norme penali: si è già fatto l'esempio della conflittualità del codice barbaricino col codice penale italiano).

In sostanza permane ancora in Italia, ovviamente soprattutto nella scuola (ma sappiamo quanto, in una società fortemente con­dizionata dalla gerarchia dei valori riconosciuta dalla scuola que­sto fatto sia implicante) la considerazione che la vera lingua sia quella scritta («la lingua di Dante, di Manzoni e di Cavour», come mi obiettava nel Convegno di Alghero Luigi Volpicelli) e non a la lingua comune effettivamente parlata dalle popolazioni, con­siderata una prova dell'infe-riorità di queste rispetto ai gruppi domi­nanti, anziché il segno della integrazione comunitaria di tutti quelli che la parlano; come se il fine pratico della comunicazione fosse trascurabile e come se la cultura si esaurisse nella «cultu­ra colta» (140) e non fosse invece tutt'uno con la «cultura in senso antropologico».

Basta aprire a caso qualsiasi testo adottato nella scuola dell'ob­bligo per trovarvi ad ogni pagina prove inquietanti del permanere di questo privilegiamento. Il termine dotto, di bassa frequenza, è sempre preferito al termine corrispondente di alta frequenza nella lingua parlata. Ne deriva nell'allievo o un rifiuto della lingua scrit­ta come lingua vitanda per i suoi orpelli letterari, oppure una ac­cettazione di questa ed un distacco dell'«istruito» che egli diven­terà dalla massa parlante, con la chiusura in una dimensione riduttiva ed esclusivista, appunto in una «cultura colta» (general­mente soltanto letteraria). Oltre tutto il rifiuto scolastico della lin­gua (prima «istituzione sociale») (141) effettivamente parlata dagli scolari riflette e rende clamoroso il rifiuto (la negazione) da parte delle classi nazionalmente dominanti di tutte le altre «istituzioni», anche giuridiche, che le comunità si sono date.

L’insegnamento scolastico si ostina a non voler tener conto del­la priorità della lingua parlata, anche se nell'insegnamento dell'in­glese si segue da tempo il metodo orale (142).

Occorre in Sardegna una programmazione dell'insegnamento linguistico sia dell'italiano sia dei dialetti che tenga conto delle dif­ferenziazioni linguistiche (e dunque culturali e sociali) interne all'Isola. L'impatto dell'italiano è innanzitutto con i dialetti della lingua sarda. Gli insegnanti non possono ignorare, nella scuola dell'obbligo, le caratteristiche fonologiche, morfologiche, sintattiche, les­sicali e in una parola strutturali del dialetto parlato dai loro scolari.

Negli anni Cinquanta affiorò nel Consiglio regionale sardo il problema dell'esclusione dall'insegnamento nella scuola elementare dei maestri «continentali», ma affiorò in termini corporativi, di difesa del posto di lavoro degli insegnanti sardi.  E fu proprio un rappresentante del Partito sardo d'azione (l'avv.  Piero Soggiu), spesso accusato di inseguire utopie separatiste per il fatto di essere la forza politica più caratterizzata in senso autonomistico, a far presente che la proposta urtava contro principi fondamentali della nostra Costituzione, quelli dell'uguaglianza dei cittadini e della libertà di movimento nel territorio della Repubblica.

Ma in questa sede non si fa questione dell'origine continentale o locale dell'insegnante, si pone una questione ben più grave, quel­la della capacità dell'insegnante di comunicare con i propri scolari; della misura della conoscenza che l'insegnante (quale che sia da la sua regione di provenienza) deve avere dei codici linguistici comportamentistici, e «culturali» (in senso antropologico) già acquisiti dai suoi scolari prima e fuori della scuola.

Giustamente gli autori de La riforma possibile (143) ribadiscono la «necessità della prospettiva di una ‘grammatica della lingua italiana per ogni singola regione [e sarà da chiarire che deve trattarsi non di regione politica, ma di regione linguistica, nota di P.], in cui una puntuale analisi contrastava lingua-dialetto di quella re­gione possa essere sussidio valido per il lavoro dell'insegnante».

E si tenga presente che gli autori della Riforma possibile ipotizzano non la situazione di netto bilinguismo o di lingue alterne che si registra in Sardegna, ma la situazione di «una scuola forma­ta da ragazzi che, arrivati alla età scolare, possiedono già nelle strutture essenziali una competenza linguistico italiana»; competen­za che invece i ragazzi dell'interno dell'isola non posseggono.

Non sarà mai data una rappresentazione adeguata, se non in termini di narrativa, della misura di assurdità del fatto che l'in­segnamento della lingua italiana a ragazzi che arrivano alla scuola ufficiale in possesso di un dialetto sardo sia affidato a maestri che non conoscono questo dialetto o che ne abbiano soltanto una «conoscenza esecutiva» e non anche una conoscenza critica per va­lutare nella misura adeguata i problemi posti dall'impatto della lingua materna con la lingua obiettivo.

È invece necessario che l'insegnante sia in grado di valutare perfettamente il valore semantico di ogni atto linguistico (anche «erroneo» dal punto di vista dei grammatici italiani) dell'allievo. Egli deve essere in grado di accostarsi alla verità del significato, che corre sappiamo è inattingibile quando non si conosca lo stato d'animo del locutore, il suo patrimonio linguistico, gli usi con­creti che questi, con gli altri, ne fa nel suo ambiente di lavoro e di vita e così via. Occorre una irruzione delle conquiste comuni a tutte le correnti della linguistica moderna nelle metodologie dell'insegnamento delle lingue innanzitutto (ma io direi nelle metodologie dell’insegnamento tout court) almeno per porre fine alle mortificazioni inflitte alla libertà di espressione degli allievi dalla miopia normativa di insegnanti che si ostinano a sottolineare come erronee forme che hanno soltanto il torto di non corrispondere all'idea che essi e il loro ceto si son fatta del dover essere della lingua, disconoscendo il, valore del concreto lavoro linguistico quotidiano delle masse parlanti e quello delle ricerche sullo stato reale della lingua per privilegiare invece il valore connotativo (di classe) del linguaggio a spese del valore denotativo e semantico (con punte non infrequenti di gestione della «coscrizione scolastica» in­tesa a mutilare l'identità sociale degli allievi, attraverso la nega­zione dei valori delle classi di provenienza e, nel caso sardo, negando i valori delle culture «altre» alle quali la scuola strappa i ragazzi).

Oggi non è scientificamente corretto porre l’italiano in Sardegna come lingua straniera, perché per gruppi sociali sempre più vasti essa è lingua madre. Perciò in Sardegna il problema primario è quello di un insegnamento scolastico bilingue che consenta ai diversi gruppi di integrarsi appunto nel bilinguismo: che lascia aperto il problema della scelta di una lingua straniera seconda da apprendere per la comunicazione internazionale. La scelta di que­sta 2° lingua è stata finora lasciata alle famiglie che privilegiano l'inglese.

Le resistenze politiche alla scelta uniforme di una lingua seconda (può anche non essere l'inglese) da far apprendere in tutto il mondo di fatto portano al privilegiamento dì un poliglottismo spontaneo (nel senso che è prodotto da un «bricolare» anziché da un «progettare») che registra con frequenza il caso di incomuni­cabilità tra persone che pur conoscendo ciascuna due o tre o anche più lingue non ne hanno una comune. D'altra parte l'obbligatorietà dell'insegnamento di una stessa lingua seconda in tutto il mondo non ostacolerebbe, ma anzi forse favorirebbe, l'apprendimento di lingue terze.

In Sardegna è ipotizzabile un insegnamento della lingua ma­terna (sardo o italiano) simultaneamente alla lingua alterna (sardo o italiano) fin dalla scuola elementare col metodo induttivo; successivamente a partire dalla prima media si può incominciare lo studio dell'inglese (latino moderno), se si vuole che i contatti sempre più frequenti con le culture straniere non trovino i sardi disarmati. Ma anche nei confronti della lingua seconda si dovrà tendere ad un alto grado di esposizione ad essa del discente.

Non è questa la sede per addentrarci nell'analisi delle conse­guenze positive che un abbandono generalizzato della linguistica normativa può avere o non avere nell'insegnamento scolastico delle lingue, né delle vie da seguire per far persuasi gli insegnanti che il non grammaticale è, non già ciò che ad essi appare non cor­retto, bensì ciò che sia privo di valore semantico.  È sufficiente raccomandare per l’insegnamento «simultaneo» del sardo e dell'italiano un’attenta considerazione dell'uso concreto che si fa nell'Isola di ciascuna di queste lingue e dunque delle reciproche interferenze, degli strumenti del comunicare dei quali ci si serve e così via, al fine, di approdare ad una per quanto possibile ragionevole previ­sione dei comportamenti dello scolaro e del ricevente nei confronti della lingua obiettivo e delle sue esigenze soggettive (di soggetto già istituito da una cultura) di parlante, nel momento appunto dell'atto di parola.

Nell'insegnamento della scrittura come tecnica di riproduzione della catena parlata occorrerà partire anche in Sardegna dalla lin­gua effettivamente posseduta dagli alunni, cioè dai dialetti locali, parlati soprattutto dalle comunità delle zone interne a prevalente economia contadina o pastorale, o dall'italiano per chi approda alla scuola possedendolo già.  Si tenga presente che i dialetti sono ancora parlati anche nelle maggiori città, Cagliari e Sassari, in­nanzitutto dalle classi subalterne e, nella comunicazione familiare, con notevole frequenza da cospicui strati delle classi me­die (144).

Le comunità-universo dell'interno costituiscono per l'elevata misura delle distanze dei loro patterns, nel senso formalizzato dall'antropologia, il nucleo essenziale di quel problema storico-po­litico che va sotto il nome di Questione Sarda (145).



4.4.2. UN PROBLEMA DIDATTICO E MOLTI PROBLEMI CULTURALI.


Si è aperto in Sardegna in questi ultimi anni un dibattito sulla grafia del sardo nella vana ricerca di un unico modo di rap­presentazione corretta di questa lingua.  Uno sforzo in questa dire­zione viene ritenuto necessario da Massimo Pittau, docente di lin­guistica sarda nel Magistero di Sassari e, con maggiore prudenza, anche da, Antonio Sanna, docente di linguistica sarda nella facoltà di lettere di Cagliari. Si tratta, a mio modo di vedere, di un’ipotesi di lavoro che prescinde in grave misura dagli strumenti critici acquisiti dalla linguistica strutturale per privilegiare ancora quelli della linguistica storico-comparatista. Grava su questa ricerca l’ombra della contesa sul dialetto sardo da scegliere come lingua nazionale.

Si dovrebbe invece partire dalla lingua prima, o materna che dir si voglia, sempre, quale che sia il dialetto al quale essa cor­risponde. E si tratta di trovare nell'analisi fonologica i tratti di­stintivi e il modo di rappresentarli. Per fare soltanto qualche esem­pio il ragazzo di Oschiri, nel Logudoro, è già abituato a distin­guere Pé da Pè: egli sa infatti che nel primo caso chiama Pietro (Pédru), nel secondo Giuseppe (Pèppe).  l’insegnante non avrà dif­ficoltà a fargli intendere con questo esempio la diversità di noema implicata dalla diversità del tratto distintivo (chiusura o apertura della e); né il discente potrà confondere Pè (Giuseppe) con pè (piede), perché quest'ultimo termine non ricorre mai da solo co­me il vocativo Pè (Peppe), ma si presenta soltanto preceduto da una preposizione a pè (ad pedem = a piedi). Con questo metodo oppositivo-associativo, che è poi quello generativo della lingua, il maestro potrà fornire diversi modi di scrivere la parola a seconda di quelle che la precedono su vè; sos pés, appè, in pès.  Come a Luz­zara non può insegnare proficuamente un maestro elementare che, provenendo per esempio dalla Sardegna, ignori la differenza tra « vèt » e « vét » significanti rispettivamente «vai» e «vieni», così non dovrebbe essere consentito ad un insegnante di Luzzara o an­che di Cagliari, che ignori la differenza tra, Pé e Pè, di insegnare ad Oschiri.

Occorrerà innanzitutto l'analisi fonologica del singolo dialetto parlato localmente successivamente e insieme si potrà procedere ai confronti coi dialetti vicini e poi con l'italiano e con lo spagnolo e col latino.  Ma l'obiettivo primario deve essere quello di insegnare all'allievo la rappresentazione grafica della catena parlata della lingua (dialetto) da lui effettivamente conosciuta.  Una volta acqui­sita questa abilità o competenza egli stesso sarà in grado di rilevare la differenza del dialetto del suo paese da quello dei villaggi vicini e poi dalla lingua alterna (italiana) e da tutte le possibili lingue seconde.

Nell'insegnamento dell'alfabeto e del suo uso per la scrittura l'insegnante sottoporrà consapevolmente i materiali linguistici ad una analisi fonologica sincronica, sia sul versante dei significanti sia su quello del significato; lo scolaro apprenderà il metodo con la stessa «naturalezza» con la quale a suo tempo aveva appreso la lingua prima, facendo scattare il meccanismo dell'opposizione-associazione.

Ma il continuo rinvio ai diversi valori semantici corrispondenti a diversi tratti distintivi potrà essere effettuato soltanto da un insegnante che abbia una conoscenza profonda sia della lingua prima già posseduta dallo scolaro, sia della «lingua obiettivo». Un insegnante che abbia questa preparazione potrà non limitarsi a for­nire strumenti di analisi sincronica della lingua, dovrà anche forni­re schemi di analisi diacronica per esempio nei confronti dei di­versi esiti che le forme latine presentano nel dialetto di lingua sarda e nella lingua italiana. Studio sincronico e studio diacronico condurranno entrambi alla scoperta da parte del discente delle strut­ture profonde generative e insieme del carattere sistematico e storico-sociale delle lingue e dunque alla «rivelazione» del mistero della comunicazione verbale. In sostanza non si può oggi insegnare la grafia sarda raccomandata nel secolo scorso da Giovanni Spano (146).

La società industriale avanzata non si accontenta delle decime in natura che il regime feudale durato in Sardegna fino alla prima metà del secolo scorso attribuiva al clero e ai feudatari; la società industriale avanzata - osservato da Edgard Morin e da altri prima e dopo di lui - esige l'anima; dice quando è il momento di ridere, di piangere e di cantare, per chi o perché e come farlo. Non v',è ormai particella dell'etere - è ancora un’os­servazione fatta da Morin - che non vibri dei messaggi del dominio.

La caratteristica della comunicazione moderna è quella di non essere a misura    dell’uomo, come invece era e resta I'arcaica parola parlata(e in parte anche la scrittura a mano). un giornale, un film, un’emittente radiofonica o televisiva non sono imprese alla portata del singolo uomo (147), né alla portata di tutte le tasche. Sono il risultato di una implosione urbana, di una concentrazione di mezzi e capacità tecniche, finanziarie, politiche e culturali enor­mi; hanno in definitiva, sia nello spazio sia nel tempo, la dimen­sione del potere che li pone in essere. Infatti, per i costituzionalisti più avveduti la libertà di stampa ha per soggetti i gruppi non gli individui e cade in tutti gli ordinamenti nella sfera del diritto pubblico e segnatamente del costituzionale.

Rispetto all'industria culturale la Sardegna si pone nella posi­zione passiva del consumatore, senza esercitarvi alcun ruolo attivo. Non solo non ha alcuna possibilità di intervenire sulla gestione dei media per modificare la scelta dei codici della comunicazione, non ha neppure la forza di modificare i messaggi. La barriera di­fensiva dei dialetti, l'isolamento, che la scuola e la pubblica am­ministrazione riuscivano a perforare solo qua e là, viene travolta dagli strumenti più moderni di comunicazione di massa.

Ormai anche la ragazza analfabeta del villaggio più sperduto dell'Isola canta canzoni italiane venute dal mare e dal cielo, ripete parole d'ordine elaborate nelle capitali del potere.

L'alfabetismo non è più un passaggio obbligato per diventare italofoni. La scuola creava il sardo bilingue, anche se non ammet­teva nel proprio territorio l'uso dei dialetti di lingua sarda. La radio e la televisione tendono ad esaurire le possibilità di comuni­cazione sociale e a creare un uomo sardo monolingue, a fargli dimenticare del tutto le sue lingue paesane.  E a questo punto bi­sogna tener presente una osservazione fatta da Carla Schick (148), cioè che la misura della libertà di espressione in una lingua che non sia quella materna, cioè in una seconda lingua com'è ancora oggi l'italiano per molti sardi, è data dal grado di conoscenza che si ha di quella lingua. Se poi si tiene presente che le capacità di comprensione sono maggiori delle capacità ,di espressione si potrà avere un'idea dei limiti angusti che si pongono alla libertà di esprimersi dell'uomo sardo in  lingua italiana. In questa lingua egli è un uomo e ascolta, ma non parla, o parla pochissimo cercando di costringere i propri pensieri nell'ambito ristretto del lessico e delle forme effettivamente posseduti.

Si aggiunga il fatto che la lingua diffusa dagli strumenti di comunicazione di massa é - come s'è visto - generalmente molto povera, sia sotto il profilo morfologico sia sotto il profilo lessicale. E tuttavia, nonostante tutto, resta ancora molto spazio per i dialetti. nella catena infatti si ha un continuo alternarsi di forme italiane, sia quando prevalgono le une sia quando prevalgono le altre.  Anche chi in Sardegna usa soltanto una lingua è coinvolto nelle conseguenze del contatto di questa con l'altra lingua. Nella comunicazione c'è un nuovo binarismo co­stituito dalla presenza sincronica di lingua italiana e di lingua sar­da. Dialetto e lingua si integrano nella catena parlata come se costituissero un unico sistema linguistico, perché l'uno e l'altra sono patrimonio sociale comune ai parlanti.  Un sintagma sardo può strutturalmente tenersi con uno italiano e viceversa, soprattutto nel­le aree sociali di confine tra le due lingue, cioè per i sardi ogget­tivamente situati tra l'una e l'altra.

Scuola, amministrazione, aggregati urbani e industrie moderne sono italofoni; le strutture sociali arcaiche, gli analfabeti, le classi subalterne, i villaggi dell'interno e ovviamente le campagne privilegiano ancora il dialetto. Questa dicotomia linguistica corri- sponde – come si è visto - ad una dicotomia sociale, è la prova di una mancata integrazione, del permanere di distanze, di una separazione di fatto, come quella intuita da Giuseppe Dessì, che chiamava il sardo «l'altra faccia della luna» (149), è quando scri­veva: «Nessun sardo accetterebbe di essere considerato straniero in Italia, ed io infatti uso questa parola, "straniero", in un senso tutto particolare, ben lontano dal negare l'italianità dei sardi.  Vo­glio soltanto insistere su un concetto che contrasta con la solita retorica nazionalistica. Quel processo di unificazione [...] che ogni italiano rivive in se stesso e che continuamente si ripete e si rinnova nel passaggio e nello scambio tra lingua e dialetto, tra cultura regionale e cultura nazionale, mentre si compie naturalmente per gli italiani della Penisola, senza bisogno di una scelta (anzi direi, senza possibilità di scelta), per il sardo invece implica un impegno volontario, attivo, un'intima decisione. Se egli vuole, può restare chiuso entro i confini della piccola patria sarda, rifiutare di far della lingua italiana la propria lingua. La lingua vera, che tutto esprime, nella quale si pensa, nella quale si canta, si impreca, nella quale si piangono i morti e si ninnano i bambini».  Nessuno vuole più restare chiuso entro i confini della piccola patria sarda; in ogni modo anche chi lo volesse non potrebbe se non a prezzo di sofferenze sempre più aspre.

Oggi c’è una tendenza delle classi alte e medie ad allonta­narsi sempre più dal dialetto, addirittura ad aggiungere alla lingua italiana lingue straniere, spostando sempre più in avanti i con­fini della cultura mettendo una distanza sempre maggiore con le classi subalterne e con la cultura interna all'Isola. È una tendenza tipica delle classi egemoni decise a non spartire il potere, a non ammettere la partecipazione alla vita della collettività di nuove classi sociali, se non nella misura in cui queste siano disposte a restare in una condizione subalterna.

La tendenza delle classi dirigenti laiche è esattamente opposta a quella seguita dal clero rurale. Furono, come in parte s'è visto, i preti a porsi per primi il problema della lingua sarda, cioè di una comunicazione del messaggio cristiano nella lingua degli uni­versi paesani (150). La conquista delle anime alla Chiesa avviene ancora nella lingua di quelle anime. Le preghiere in dialetto, le prediche in dialetto (151), la confessione in dialetto ecc. rispondono all'impegno della Chiesa rustica sarda ad essere sempre organica alle popolazioni. La Chiesa è stata finora l'unica cultura universale, capace di farsi paesana e  popolare. La Chiesa a difeso i dialetti dell’interno nella misura in cui li ha parlati ed è stata parlata da loro.

Il potere politico ha perseguito un disegno opposto e ne ha scontato le conseguenze. Lo stesso errore è stato commesso dalle ideologie avanzate. I preti hanno perseguito l'impegno alla tradu­zione dei valori della cultura universale di cui erano portatori fino a provocare l'aneddotica laica sulla loro semplicità, ma hanno con­seguito lo scopo di non lasciarsi tagliare fuori dalla vita paesana. La scuola non ha saputo fare altrettanto. Esigendo che gli alunni imparassero a leggere e scrivere in una lingua sconosciuta ha re­spinto ed è stata respinta. La radio e la televisione parlando una lingua diversa da quella delle popolazioni hanno detto alle popo­lazioni parlanti altra lingua: voi non fate parte della comunità nazionale.

Eppure televisione e radio potevano essere usate ben diversamente.  Il dialetto che «stride» scritto, non stride parlato alla radio e alla televisione, suona anzi più vero e «naturale» della lingua ufficiale. Un consenso chiesto nella lingua di quelle popolazioni e ottenuto in quella lingua può avere garanzie di autenticità, di veri­tà; un consenso chiesto e manifestato nella lingua ufficiale cadrà sempre sotto il sospetto di essere stato imposto o estorto con la frode. Resterà sempre uno scarto tra la verità e le strutture di rappresentazione, fino a quando ci sarà uno scarto linguistico tra le seconde.

La linguistica moderna che fra tutte le scienze sociali è quella più avanzata, viene suggerendo persino alla scuola francese una revisione del proprio giudizio sull'insegnamento dei dialetti, ha riscoperto verità che la Chiesa o Rousseau avevano già teorizzato ed ora ci avverte che chi tocca una lingua tocca un popolo, chi usa violenza ad una lingua usa violenza al popolo che la parla. I dia­letti sardi nei disegni nazionalistici del potere esterno dovevano sparire già da qualche secolo. Essi hanno invece resistito, a prezzo però di gravi misure di scissione della cultura e della società iso­lana dallo sviluppo culturale e sociale italiano ed europeo.

Ora le scienze sociali riscoprono che le accumulazioni culturali popolari non sono semplicemente da cancellare, ma da assumere a componenti del patrimonio culturale universale, fondato sulla plu­ralità degli apporti anziché sull'uniformità. I dialetti di lingua sar­da non hanno ancora né ricevuto né dato tutto quello che dove­vano e potevano ricevere e dare. Una meditazione politico-culturale sul ruolo delle lingue di vita dei paesi sardi è appena incomin­ciata. Quali sviluppi attendano gli studi sul dialetto e gli stessi dialetti, oggi è difficile prevederlo.  È certo però che sì apre un nuovo capitolo nella vicenda della cultura sarda.

Ma, come non si hanno dubbi sulla necessità dell'apprendimen­to della «lingua alterna» (152) e anche di lingue seconde, cosi non se ne dovrebbero avere sulla necessità di una profonda conoscenza della lingua «materna» (o «prima»).

In Sardegna l'italiano svolge oggi la funzione (preziosa sotto un certo profilo) che il francese e l'inglese svolsero e ancora svolgono nelle aree coloniali o ex-coloniali. là «la lingua dell'amministrazione, del governo, della politica, della legge, della medicina, dell'industria, del commercio, dei giornali e pubblicazioni a ca­rattere generale, nonché dell'istruzione dalla scuola elementare in avanti» si potrebbe dire con Wilkins (153). Ma è assolutamente in­dispensabile - e vuole essere un elemento distintivo del presen­te lavoro - aggiungere subito: di un certo modo di amministrare e governare e dì fare politica, di certe leggi, persino di certa medi­cina, di certa industria, di un certo modo di esercitare gli scam­bi, di concepire l'istruzione e in particolare la scuola.

Questo è un nodo centrale del nostro discorso.  Nella misura in cui i sardi non possono usare anche la propria lingua anche nelle sedi, circostanze e funzioni prima indicate c'è una negazione delle possibilità di ricomposizione e ulteriore sviluppo della loro identità.

Negli stati dove la seconda lingua «riveste un ruolo di primo piano, le autorità preposte all'istruzione sono continuamente com­battute tra l’esigenza di raggiungere un insegnamento ad alto li­vello, facendo iniziare lo studio nelle scuole primarie, e il deside­rio di educare i bambini nella madre lingua» scrive D. A. Wil­kins (154). Nel nostro Stato solo di recente le autorità scolastiche hanno incominciato ad avere preoccupazioni di questo genere.

Nelle scuole primarie delle ex colonie francesi prevale la tendenza a servirsi della lingua locale; in quelle delle ex colonie inglesi prevale la tendenza a usare l'inglese come mezzo per la istruzione. Ma in ogni modo «nei paesi dove le lingue locali stan­no prendendo il sopravvento, francese e inglese cominciano ad es­sere insegnati come lingue straniere. Si ritiene infatti che le lingue regionali possono far fronte a tutti gli aspetti dell'istruzione, eccetto per gli argomenti tecnici e scientifici a livello universitario» (155).

Non direi che la Sardegna si trovi esattamente in questa con­dizione, non foss'altro che per la fortissima misura di esposizione extrascolastica dei sardi alla lingua italiana. Inoltre il sardo non potrebbe immediatamente assolvere a tutte le funzioni ora svolte dall'italiano (a meno che non si vogliano eliminare queste funzioni, sul che non si può decidere a cuor leggero).  Ma è necessario che l'italiano si collochi esplicitamente nella posizione di lingua alterna.

Come nelle ex colonie francesi e inglesi emerge l'impegno a costruirsi «una loro unità e identità nazionali» (156), la Sardegna - dopo trent’anni di esperienza di un'autonomia regionale sia pure limitata - ha incominciato a porsi questo problema del rapporto della lingua parlata agente con l'italiano e con le altre lingue. Proprio in conseguenza dell'autonomia regionale si è incominciato a prendere coscienza del valore della presenza nell'Isola di una lingua originale (e di culture differenziate) e della necessità di non lasciar cadere questo «valore» ma anzi di recuperarlo per un ul­teriore autonomo sviluppo delle istituzioni locali; e tutto ciò ov­viamente senza nulla togliere alla coscienza dei valori culturali or­ganici alla presenza della lingua italiana.



4.4.3. ASPETTI GIURIDICI DEL PROBLEMA DELLA DIFESA DELLA MINORANZA LINGUISTICA SARDA.


La discussione sui modi in cui l'insegnamento simultaneo del sardo e dell'italiano dovrebbe realizzarsi in concreto può restare aperta, anche perché le decisioni non possono non essere condizio­nate dalle scelte che si dovranno operare sull'uso generale della scuo­la: deve continuare ad essere la scuola che abbiamo avuta finora «luogo specifico d'istruzione teorica» per la formazione di ristrette cerchie dirigenti, o deve (posto che il farsi scuola di massa contraddice la sua finalità originaria selettiva, classista) trasformarsi in scuola che riunifica il processo educativo con quello produttivo? (157).

È evidente che, a loro volta, le scelte concrete dei modi di in­segnamento del sardo nella scuola dell'obbligo avranno ripercussioni a valle.

Oggi i bambini che entrano nella scuola dell'obbligo sono co­stretti a lasciare fuori della porta gran parte del loro bagaglio di cognizioni linguistiche, etiche, tecniche e cosi via già appreso nelle designazioni e connotazioni proprie della lingua-dialetto materna; situazione che si aggrava - come s'è visto - quando l'impatto è con un insegnante di altra regione italiana privo della conoscenza del sardo.

Nell’economia di un lavoro come questo non è necessario fare esempi di quel che si è fatto altrove per risolvere questi problemi di incomunicabilità derivanti da non comunanza di codici. Le acquisizioni della linguistica (a cominciare dall'affermazione più volte richiamata del primato della lingua parlata su quella scritta) alle quali si aggiungono quelle di altre scienze umane come l'an­tropologia, la psicologia, e la pedagogia, non lasciano dubbi su quale sia la strada da percorrere, quand'anche si volesse dimen­ticare quel che altri paesi hanno fatto per la tutela delle culture interne.

Il modo in cui viene trattata la lingua e la cultura interna alla Sardegna dallo Stato italiano, dalla stessa Regione sarda e dagli enti locali isolani non è conforme al testo più importante elaborato dall’ONU sulla materia . Infatti l'art. 27 della dichiarazione per i diritti civili e politici, adottata dall'Assemblea generale il 16 dicem­bre 1966, stabilisce che «nei paesi in cui esistono minoranze etni­che, linguistiche o religiose, le persone appartenenti ad esse non possono essere private del diritto di valorizzare la propria cultura, di professore     e praticare la loro religione o di usare la loro lingua, anche agendo come collettività».?

È quella sarda una minoranza? Non lo è dal punto di vista della religione. Le entità statuali nelle quali la Sardegna è stata coinvolta non hanno mai avuto religione diversa da quella cristiana cattolica praticata dalle popolazioni dell'Isola; per cui non si è dovuto far ricorso al principio cuius regio etus religio, data la coincidenza oggettiva sempre registratasi tra religione del sovrano e religione delle popolazioni (se mai una questione religiosa in­sorse, questo avvenne sotto Gregorio Magno, in epoca tanto remota da collocare quella questione tra le curiosità erudite).

È quella sarda una minoranza etnica?  La questione è controversa, perché appare difficile configurare un’unità etnica regionale, mentre è possibile parlare di presenze etniche differenziate all’interno della Sardegna.  Se certe tesi positiviste della fine del secolo non fossero state respinte, come furono respinte innanzitutto proprio dagli studiosi e dall'intellettualità sarda, probabilmente oggi non apparirebbe del tutto insensato neppure un tentativo di con­notazione razziale della minoranza sarda. È certo in ogni modo che il problema oggi non si pone in questi termini tranne che agli oc­chi di qualche osservatore male informato.  Affiora però oggi in Sardegna una corrente (avente in Giovanni Lilliu il suo esponente più autorevole) tendente a privilegiare una ricerca della specificità etnica, che ha più di un fondamento se riferita ad etnie differen­ziate interne all'Isola, ma appare a mio modo di vedere meno mo­tivata quando assuma l'ipotesi di un'etnia sarda uniforme e uni­ficatrice dimensionata nella scala regionale.  In ogni modo il discorso (e mi riferisco non tanto a quello accademico quanto a quello politico) su questa questione può e forse deve restare aperto, in attesa di ulteriori approfondimenti delle ricerche e di più rigorose formalizzazioni politico-giuridiche del concetto di etnia.

Resta però il fatto indiscutibile che quella sarda è una minoranza linguistica implicante una propria cultura.  Ed è quanto basta per legittimare una richiesta di applicazione specifica a questa minoranza dell'art. 6 della Costituzione. Com’è ben noto (158) la coni norma contenuta in tale articolo non appariva nel testo elaborato dalla Commissione del 75. Fu introdotta in Assemblea su emenda­mento Codignola, la cui intenzione forse non era quella attribui­tagli da Pizzorusso di costituire l'istituzione delle Regioni con la previsione costituzionale della protezione delle minoranze etno­linguistiche, bensì quella di ottenere - quale che fosse l'esito dello scontro sulle regioni - che la tutela delle minoranze fosse co­munque costituzionalmente garantito (159).  Lo stesso Codignola nel ripresentare il suo emendamento nella seduta del 22 luglio aveva omesso il riferimento all'aspetto etnico. Il testo proposto da Codi­gnola parlava di «protezione»; termine che fu sostituito con «tu­tela» su proposta, dell'On. Meuccio Ruini. Lussu aveva proposto e poi ritirato un emendamento aggiuntivo a quello Codignola, ten­dente a garantire il rispetto delle minoranze interne anche da par­te delle Regioni («Gli enti autonomi regionali non possono in nessuna forma limitare il pieno e libero sviluppo delle minoranze etniche e linguistiche esistenti nel territorio dello Stato»).  A chiarire che l'emendamento approvato dovesse, in sede di coordinamento, avere la collocazione attuale - art. 6 - fu il Presidente dell'Assemblea (in quel momento Targetti).

Dall'On. Meuccio Ruini in un primo momento la proposta Codignola era stata giudicata superflua perché la Costituzione con­teneva già la proclamazione dell'uguaglianza dei cittadini senza di­stinzioni di lingua. In sostanza Ruini faceva appello a quella che i costituzionalisti chiamano la possibilità di «tutela negativa» derivante appunto dal principio d'uguaglianza. Ma l'approvazione dell'art. 6 (accompagnata per giunta non dalla soppressione ma dall'approvazione degli statuti speciali e del titolo V) configura una garanzia di «tutela positiva» delle minoranze riferita ad un secondo principio fondamentale, quello del pluralismo culturale.

Un autore che ha studiato in modo particolare questi problemi, A. Pizzorusso, formalizza in questi termini la questione: la Costituzione tende a porre in essere, col principio di eguaglianza, una «'tutela negativa’, che si attua impedendo le discriminazioni»; il che è considerato sufficiente per le «minoranze necessarie» o «loro malgrado» (quelle date da una situazione in cui «la minoranza vorrebbe conseguire l'assimilazione» ma questa è «impedita dalla maggioranza»).  Ma la «tutela negativa» (derivante dall'attuazione del principio di uguaglianza) non \e sufficiente per le «minoranze volontarie» che «aspirano a veder valorizzate le proprie caratteristiche particolari attraverso una 'tutela positiva' quale pu' risultare o soltanto da provvedimenti particolari e derogatori i quali stabili­scono nei loro confronti un regime in certo senso privilegiato» (160).

Le «minoranze volontarie» sono quelle date da una situazione in cui «la maggioranza tende ad assimilare la minoranza, la quale vi si oppone».

Il caso della minoranza sarda non cade interamente né nella categoria delle «volontarie» né in quella delle «necessarie». Esso appare un caso misto, di difficile definizione. Infatti in Sardegna sono sempre state presenti sia la tendenza all'assimilazione sia la tendenza al rifiuto dell'assimilazione.  Nella prima tendenza è da inquadrare la rinuncia ai «privilegi» autonomistici del Regnum Sardiniae operata sul finire del 1847 dalla classe dirigente sarda in sintonia col disegno storico dell'assimilazione della perseguito dal Governo piemontese (in tal senso v. Girolamo Sotgiu) (161). Ma cade nella seconda tendenza la presa di coscienza degli effetti negativi dell'assimilazione, documentati dallo stesso  Sotgiu e da tutta la storiografia sarda successiva al '48. Naturalmente tendenza positiva e tendenza negativa continuarono a scontrarsi e intrecciarsi anche in seguito, portate da diversi soggetti sociali, che l'analisi di classe ha individuato per quanto riguarda la prima ­tendenza nella classe dirigente (residui della nobiltà e borghesia colta mediatrice) e per quanto riguarda la seconda nella borghesia progressista e radicaleggiante di opposizione e nelle classi subalterne degli operai, dei contadini, dei pastori e degli artigiani, nella misura del loro emergere alla coscienza storica e politica, dunque nella misura del loro impatto e del loro coinvolgimento effettivo con le implicazioni storiche, culturali, politiche ed economiche del disegno finalizzato all'assimilazione.

Le due tendenze sono presenti e si contraddicono anche all'interno del primo partito politico di massa specificamente sardo fondato nel primo dopoguerra da Lussu, Bellieni, Mastino, Oggiano, De Lisi, Puggioni, che trasferisce la questione sarda dal terreno della ricerca sociologica, nel quale era rimasta durante il secolo XIX, sul piano dell'azione e della dialettica politica.  Anche nel Psd’Az infatti si scontrano una tendenza al rifiuto dell'assimilazione (più o meno francamente separatista, e comunque considerata tale dagli avversari) e una tendenza integrazionista e assimilatrice sia pure in un quadro costituzionale da riformare radicalmente nella ­prospettiva di una nazionalità italiana in divenire (verso il nazionale-popolare gramsciano), nazionalità crogiuolo-processo nel quale la realtà statale assorba le specificità regionali.  E sarà in questo quadro teorico e politico (formalizzato dal pensiero americano ma anche influenzato da altri esempi, tra i quali, non ultimo, quello del disegno costituzionale repubblicano spagnolo, ma soprattutto influenzato dalle esperienze maturate dall'antifascismo) che si colloca la Costituzione italiana e in essa lo statuto speciale per la Sardegna e gli altri statuti speciali e ordinari, con accentuate connotazioni garantiste del pluralismo culturale.

Pur non avendo né le caratteristiche altamente definite delle «minoranze volontarie», né quelle delle «minoranze necessarie», la minoranza linguistica sarda non ricade nelle «minoranze occa­sionali», può essere definita una minoranza «tendenzialmente permanente», non quanto alla religione, né quanto alla razza, forse (nel suo complesso) neanche in quanto all'etnia, ma certo appunto in quanto alla lingua e ai codici, e dunque in quanto alla cultura.

Essa però - a differenza di tutte le minoranze più studiate -  ­non ha mai trovato né cercato (ed è questa una circostanza decisiva) una tutela nel diritto internazionale, ma si è sempre limitata a porre la propria questione nell’ambito del diritto interno allo Stato italiano, concentrando le proprie rivendicazioni in quella dell'auto­nomia regionale. Infatti nel pensiero sardista l'autonomia doveva darsi carico di tutte le problematiche specifiche della Sardegna, com­prese quelle linguistiche e culturale (Lussu, che fra tutti i sardisti era quello che aveva maturato nell'esperienza di esule la più lucida e più coerente coscienza del che fare del contatto sempre più stretto della cultura sarda con la cultura italiana ed europea senza cadere né nel pericolo del regionalismo chiuso né in quello del cosmopolitisrno, fu sostenitore esplicito della necessità di sancire costituzio­nalmente «l'obbligo dell'insegnamento della lingua sarda» in quanto «patrimonio millenario da conservare») (162).

In altre parole, la questione sarda non fu mai posta in termini rigorosi - né dal punto di vista scientifico né dal punto di vista politico - di problematiche di una nazionalità sarda.  In questa direzione non sono mancate ricerche più o meno dilettose degli intellettuali sardi del secolo scorso nel quadro della concezione romantica dello Stato, non sono neppure mancate le invenzioni di «carte fal­se» (quelle di Arborea) comprovanti l'esistenza di una nazione sarda, ma di fatto la classe dirigente isolana si è sempre mossa nel­l'ambito di concezioni che riconoscevano l'inclusione della nazione sarda come realtà storica «fallita», o come realtà storica dubbia, nel­la nazione-stato italiana.  Scarsa o nulla l'attenzione prestata dai sardi alle Costituzioni belga del 7 febbraio 1831, austriaca del 21 dicembre 1867 e svizzera del 31 maggio 1864 che pure affrontavano le questioni delle minoranze interne a quegli Stati. Scarsa e quasi nulla agli inizi del secolo l'attenzione per le dottrine allora emergenti tendenti a «conciliare, anche all'interno degli Stati, il prin­cipio di nazionalità col pluralismo dei gruppi, le quali condussero alla valorizzazione delle forme di tutela delle minoranze fondate esclusivamente sul diritto interno» (Pizzorusso).

Che il problema delle minoranze interne sia emergente oggi si spiega soprattutto col fatto che esso non si connette più necessaria­mente (tranne che agli occhi di chi non riesce ancora a ragionare se non in termini di nazione, sia che tenda a favorire sia che tenda a contrastare la tutela della minoranza) alle questioni internazionali, di prestigio e di potere concorrente degli Stati. Del resto è soltanto di recente che i problemi delle minoranze sono affiorati anche nell'ambito di Stati che in passato non sembravano averli, come l'Inghilterra, che nel 1967 s'è data il Welsh Language Act sull'uso del gallese, o la Francia, sempre orgogliosa del proprio accentramento giacobino, dove però è forte il risveglio dei gruppi minoritari, pre­senti anche al Convegno di Trieste e sostenuti anche da Sartre (163) e oggetto del citato libro di Calvet.

Anche l'intellettualità sarda viene faticosamente aggiungendo al­la richiesta dell'uguaglianza (che aveva ispirato sia i moti del '48 sia l'adesione alla Resistenza che ha prodotto la Costituzione) quella della tutela positiva della cultura locale, nel «contemperamento del­le diverse aspirazioni degli individui e dei gruppi sociali quale è realizzabile soprattutto attraverso l'attuazione del principio plurali­stico e del principio di uguaglianza. Al principio pluralistico con­segue infatti la valorizzazione di tutte le formazioni sociali in cui si realizza la personalità dell'uomo, non più considerato isolatamente, ma visto nel vivo del tessuto sociale, anche ove si tratti di comunità o di associazioni che hanno dimensioni più ridotte di quella della comunità statale o che attraversano in vario modo le frontiere degli Stati. Le minoranze etnico-linguisfiche rientrano indubbia­mente in siffatte comunità e pertanto la loro tutela si giustifica con le stesse considerazioni che giustificano la tutela di tutti gli altri tipi di formazioni sociali, senza più bisogno di ricorrere ad un re­gime privilegiato qual era quello che traeva origine da un principio di , nazionalità» (164).

Gli interessi collettivi della minoranza sarda sono individuali nell'ordinamento        positivo in primo luogo dello Statuto speciale per la Sardegna, ma quest'ultimo non li esaurisce.  Per quanto riguarda l'uso della lingua esso infatti tace, anche se può ipotizzarsi che, nelll'ambito della competenza integrativa in materia di pubblica istru­zione, la Regione sia legittimata ad emanare norme sull'uso della lingua sarda nelle scuole.  L'art. 6 della Costituzione passò in una formulazione che non fa riferimento alle minoranze etniche, ma solo a quelle linguistiche.  L’intento della correzione era quello di «attenuare in qualche misura la portata dell'affermazione di prin­cipio e precisamente di limitare la tutela minoritaria al suo aspetto linguistico-culturale, onde isolarlo da quello politico-nazionale» (165). Pizzorusso osserva che da un punto di vista pratico la portata delle due formule non appare molto diversa.  Si potrebbe aggiungere che forse la formula approvata è oggettivamente – al di là dell’intenzione del costituente - più ampia, in quanto non richiede, per la messa in moto del meccanismo di tutela positiva, la presenza di una minoranza anche etnica, ponendo come sufficiente quella lin­guistica. È fuor di dubbio l'applicabilità della norma alla, mi­noranza linguistica sarda, che è certamente la maggiore delle mi­noranze interne allo Stato italiano, anche se sinora gli studiosi, a parte Sergio Salvi, hanno mostrato di trascurare questo fatto. L’omis­sione è ovviamente generata dalla mancanza di protezione interna­zionale del sardo e dal ritardo con cui in Sardegna si è preso e si viene prendendo coscienza di queste problematiche.  Lo stesso Piz­zorusso, ancora nel citato articolo del 1976, non fa riferimento al sardo, pur non dimenticando la piccola isola catalana di Alghero, i greci delle province di Lecce e di Reggio Calabria, i serbo-croati del Molise, gli albanesi di varie zone dell'Italia meridionale e della Sicilia etc.  Soltanto nella più recente delle sue pubblicazioni citate accenna al sardo sia pure in forma dubitativa: «Ben venga dunque, attraverso la legge generale o altrimenti, una tutela delle 'piccole' minoranze linguistiche, purché essa non si risolva in uno strumen­to di 'diluizione' della tutela spettante alle minoranze maggiori, fra le quali dovrebbe trovar posto, accanto a quelle già nominate [la tedesca dell'Alto-Adige, quella francese della Val d'Aosta, e quella slovena del confine orientale], anche il gruppo linguistico friulano delle province di Udine, Gorizia, Pordenone e Venezia e forse an­che il gruppo linguistico sardo».

Dei due modi di tutela possibile delle minoranze linguistiche, quello dì una legge-quadro di attuazione dell'art. 6 della Costitu­zione con norme astratte applicabili a qualsiasi minoranza presente nel territorio italiano (per esempio la prescrizione della partenza dell'insegnamento nella scuola materna e dell'obbligo dalla lingua materna - intendendo come lingua anche i dialetti - del bambi­no) non è stato ancora sperimentato, mentre episodicamente si è se­guito l'altro modo, quello di regolare con norme specifiche situa­zioni specifiche, ma in forma non sistematica.  A beneficiarne sono state sinora le minoranze «forti»: quella francese della Val d'Ao­sta e quella tedesca del Trentino Alto Adige e soprattutto della Provincia di Bolzano, con sia pure inadeguati e parziali privilegi riflessi per la minoranza ladina. A chi scrive non sembra oppor­tuno estendere meccanicamente alla minoranza sarda né il sistema di bilinguismo totale (per altro inattuato) della Val d'Aosta né quel­lo «separatista» del «pacchetto» Alto Adige.

Il problema della minoranza linguistica sarda deve, a mio av­viso, essere affrontato con un sistema misto e più articolato.  Nell'Isola il bilinguismo non è fra due lingue di grande, moderna e Complessa cultura come l'italiano e il francese (Val d'Aosta), l'ita­liano e il tedesco (l'Alto Adige).  Il sardo non è né il tedesco né il francese. La minoranza che parla sardo residente nell'Isola è, con quella dispersa nella Penisola e nell’emigrazione all'estero, tut­ta la massa sardofona. Omologia coi francofoni e coi germanofoni presenti nel territorio italiano può esservi più tra i sardi che parlano la lingua materna fuori dell'Isola, che non con quelli che parlano il sardo in Sardegna.

Ma purtroppo i primi - a parte le poche assemblee de­gli emigrati - non si concentrano stabilmente in un’area definita e perciò non possono presentarsi - almeno per ora - come collettivitá.  Questo non accade neppure tra i sardi residenti a Roma che pure sono tanti da giustificare la denominazione di Roma come «terza città della Sardegna».  A parte le patetiche riunioni nei cosiddetti Gremi, neanche i sardi di Roma, di Torino, di Milano  e di Genova riescono o sembrano avere motivi emergenti di aggregarsi stabilmente.

Eppure la condizione dalla quale scaturiscono le problemati­che linguistiche minoritarie privilegiate dall'attenzione sia politica sia dottrinaria è proprio quella di chi - come gli emigrati sardi, i francofoni della Val d'Aosta e i germanofoni dell'Alto Adi­ge - è tagliato fuori dal grosso della massa parlante la lingua materna e dislocato in un'area diversa da quella in cui questa lingua è lingua di una maggioranza attiva che la trasforma, la con­serva, la vive e usa.

Il problema della minoranza linguistica sarda residente in Sar­degna non è dunque un problema di area accantonata rispetto ad un'area separata madrelingue. Il problema sardo ha maggiori affinità con quello gallese, catalano e basco, di lingue maggioritarie nel proprio territorio, ma insidiate da presenze linguistiche e Culturali esterne egemoni proprio in quel territorio. Il bilinguismo totale valdostano non si può adottare immediatamente in Sardegna, perché vaste regioni del sapere non sono parlate dal sardo, che manca di una grande quantità di nomenclature la cui acquisizione alla lingua, come deposito, come capitale fisso di una società, di una massa parlante, richiede anni ed anni di lavoro appunto linguistico. Nelle scuole della Val d'Aosta si prevede di dedicare un­ pari numero di ore d'insegnamento alle due lingue e di usare entrambe a turno per l'insegnamento di tutte le materie.

Ad un equilibrio del genere in Sardegna non si potrà arrivare - se vi si potrà arrivare e ammesso che abbia senso l'arrivarci -  ­se non molto gradualmente.  Tuttavia si deve tendere subito ad un bilinguismo ottimale, specialmente nella scuola dell'obbligo, cioè a mettere tutti i residenti in Sardegna in condizioni di avere una conoscenza sia esecutiva sia critica di entrambe le lingue. Certo deve porre quanto prima fine allo scandalo pedagogico e culturale e dunque anche politico, morale e giuridico, del maestro elementare che pretende di insegnare a ragazzi che non capisce una lingua che essi non capiscono.  Quanto agli atti pubblici, in una prima fase si potrebbero accompagnare quelli eventualmente redatti nei dialetti di lingua sarda dalla traduzione in lingua italiana; soltanto più avanti si potrebbe arrivare alla redazione di quelli fra di essi destinati ad esclusiva circolazione locale - ma è questa ipotizzabile? - anche soltanto in sardo.

Certo è urgente dotare scuole e uffici pubblici di insegnanti e funzionari che siano perfettamente bilingui, ma anche nell'attua­zione di questo principio è necessario procedere con molta gra­dualità. La situazione linguistica dei paesi dell'interno è alquan­to diversa da quella delle città maggiori; e inoltre bisogna tener presenti le differenziazioni dialettali: un insegnante che conosca solo il sassarese non è adatto all'insegnamento elementare in un pae­se del Campidano e viceversa.

Del «pacchetto» per l'Alto Adige (orientato, anziché a promuo­vere il maggior contatto tra le due lingue, ad accentuarne la separazione, in quanto presuppone che i componenti di un gruppo non siano tenuti a conoscere la lingua dell’altro gruppo e perciò portante alla istituzione di scuole separate), nella condizione sarda non è accettabile la filosofia di fondo. Il bilinguismo ottimale in Sar­degna non deve porre la lingua diversa da quella materna come lingua seconda, ma come lingua alterna, perché gli orizzonti di una cultura monolingue sarda sono troppo angusti.

Se è vero che i ragazzi dei paesi dell'interno arrivano alla scuola avendo come lingua materna il proprio dialetto, è vero però anche che nelle città sarde accade più frequentemente forse il contrario e cioè che i ragazzi approdino alla scuola avendo come lin­gua materna l'italiano. In entrambi i casi si devono insegnare le due lingue, ma la partenza deve privilegiare la lingua materna. Spetterà ai genitori dichiarare quale sia stata la lingua nella quale il bambino è stato educato, e agli insegnanti accertare il grado di conoscenza sia della lingua materna sia della lingua alterna. Ovviamente si avranno ripercussioni anche nella formazione delle clas­si e nella programmazione dell'insegnamento (ma della scuola si parlerà più avanti).

La condizione sine qua non perché si portino gli alunni ad un bilinguismo ottimale è che gli insegnanti siano perfettamente bilingui. Non pare che in Sardegna si possa porre una questione di proporzioni  etniche per la formazione dei ruoli degli insegnanti, ma il requisito richiesto della conoscenza sia esecutiva sia critica di entrambe le lingue produrrà di fatto la discriminazione degli insegnanti che non conoscano il sardo (non si dà il caso di insegnanti che non conoscano l'italiano). Si tratta però di una di­scriminazione che non violerebbe il principio dell'uguaglianza, non più di quanto lo viola l’obbligo di dare l'esame di anatomia per conseguire la laurea in medicina, non più di quanto lo viola la richiesta della laurea in medicina o in giurisprudenza per essere abilitati all'esercizio della Professione di medico o di avvocato.

Ovviamente una riforma come quella proposta (è necessaria)          urta contro tutte le abitudini mentali della piccola borghesia che finora ha fatto nel campo della scuola il buono e il cattivo tempo a spese delle popolazione della Sardegna e della loro cultura. Non      e difficile immaginare la violenza delle reazioni di chi insegna nella scuola dell’obbligo in Sardegna ignorandone la lingua e la cultura. Posso anche capire che non è piacevole l’essere costretti a studiare una lingua e una cultura liquidate per secoli come «inferiori» dalla cultura del proprio gruppo etnico e/o sociale. Ma chi vuoI restar fermo in questo giudizio e non compie lo sforzo che si è detto non ha diritto alla qualifica di insegnante in Sardegna nel nostro tempo. L'epoca del colonialismo culturale  è finita. Siamo nell'epoca dello scambio tra uguali; o almeno vogliamo che la nostra epoca, a differenza di quelle passate, in questo senso si caratterizzi.

Ormai non esistono più uomini di scienza, degni di questo nome, propensi a negare ad altri la possibilità di migliorare la propria conoscenza delle lingue e dei codici dei quali quotidianamente essi si servono per comunicare e convivere; dunque il chiedere che ognuno abbia dei propri codici non soltanto una conoscenza esecu­tiva ma anche una conoscenza profonda è - almeno me lo augu­ro - come sfondare una porta aperta. Certo è in ogni modo che, fino a quando manchi questa conoscenza. e l'individuo (del quale si sa che, più che un «parlante» e «agente», è un «parlato» e un «agito») non può essere chiamato a rispondere delle sue scelte, specialmente laddove egli parli ed operi in uno spazio caratterizzato dalla vigenza e  dalla guerra di codici diversi, o con­trastanti, non soltanto sul piano linguistico, ma anche su un piano semiologico generale.



4.4.4. PRIMI EFFETTI DI UNA PRATICA INTENSA E DIFFUSA DEL BILINGUISMO.


Ancora vent’anni fa chi era già bilingue sapeva con quale in­terlocutore usare il sardo e con quale l'italiano; si sapeva o sì ca­piva subito, fin dalle prime battute, quale delle due lingue l'inter­locutore conosceva meglio, in quale delle due era abituato a desi­gnare le cose e le relazioni tra le cose e a connotare con maggiore libertà le proprie espressioni. A partire dagli anni Sessanta questa operazione è diventata sempre più difficile: anche dopo ore di conversazione ci si chiede quale delle due lingue l'interlocutore cono­sca peggio, perché sia con l'italiano sia col sardo si rivela im­pacciato e impedito, oscillando spesso nella ripetizione di intere frasi fatte nell'una e nell'altra lingua.

Siamo ormai in una situazione non tanto di bilinguismo quanto di mistilinguismo, di sincretismo linguistico, un «pasticcio» vissuto come se fosse un’unica lingua piena di eccezioni e incertezze lessicali, grammaticali, sintattiche, fonematiche, eccezioni dovute ad interferenza di regole del sardo nell'applicazione di regole del­l'italiano e viceversa; un pasticcio che però risolve e crea nuovi problemi di comunicazione in questa fase di intensissimo contatto fra lingue-culture alterne. La frase incominciata in italiano finisce in sardo e viceversa; L’interferenza è sempre in, azione.  Non sempre la combinazione del codice (code switchíng) è volontaria e consapevole. Essa e anzi praticata con una intensità tale da bru­ciarsi come fenomeno interessante la sociolinguistica e configurarsi invece come fenomeno di linguistica interna.  Sembra uscirne con­fermata (e in questo senso è stata una relazione all'Xl Congresso della SLI da parte di una linguista sarda di formazione statuni­tense) l'ipotesi di Labov circa l'impossibilità di considerare la lin­gua come un «sistema integrato strutturato» (166) o quella di Gumperz che assume il bilinguismo come un elemento stabile «al punto che sembra irrilevante parlare di ‘interferenza’ tra forme di linguaggio '’standard’'» (167).

La costrizione a parlare o l'una o l'altra lingua è, in molte circostanze, una ragione di sofferenza dovuta alla rinuncia a designare ed esprimere la totalità di se stessi; infatti la metà di sé che si è abituati a denominare e connotare nella lingua esclusa è ta­ciuta, abrogata. Questo è vero anche per i non molti che hanno una conoscenza sia esecutiva sia critica delle due lingue.

Nella rilevazione di questi fenomeni, linguistica e antropologia culturale non solo concordano, ma si stimolano reciprocamente. «Le parole isolate - scriveva Malinowski fin dal 1935 - in realtà sono soltanto una finzione, il prodotto di un'analisi linguistica avanzata. La frase è, talvolta, un'unità linguistica autonoma, ma nemmeno una frase può essere considerata un dato linguistico completo. Per noi, un reale fatto linguistico consiste in un enun­ciato completo entro il quadro della sua situazione» (168).

Comincia a deperire il «maggiore» e il più «alto pre­stigio» di cui, come diceva jakobson (169) - e come sino a non molti decenni orsono chiunque poteva rilevare in Sardegna - godono i soggetti bilingui in un contesto sociolinguistico caratterizzato dalla diglossia.

Già alle nostre spalle c'è un lungo processo di adattamento di una lingua all'altra e di diffusione di fenomeni dell’una nell'altra: «tipi strutturali (patterns) - tipi fonematici, categorie grammaticali, quelli che Sapir chiamava i processi grammaticali» (170).

A questo punto si pone invece il problema dell'accesso di chi conosce un italiano da canzonetta e da carosello pubblicitario ai livelli di uso più complesso della lingua nazionale; e si pone anche il problema del recupero (sia pure nelle misure possibili sempre inadeguate, perché non si può e forse non è neppure giusto disseppellire tutto il passato né collettivo né individuale) degli oggetti dell’esperienza che si era abituati a denominare in sardo; si pone cioè il problema di una discesa laica ai livelli più profondi dì conoscenza critica della lingua-cultura materna tenendo ben presente che il rapporto dell'individuo col linguaggio (come retaggio sociale, come accumulazione semiologica sociale) è il terreno nel quale si gioca la sorte della personalità, che sia equilibrata o scis­sa a seconda che questi rapporti siano stabili o incerti e, labili.

Sono da ricondurre a questa problematica già le prime osser­vazioni di Freud sul linguaggio e le ricerche ulteriori sul rapporto cultura/personalità sia dei linguisti (si vedano gli studi di jakobson sull’afasia) sia di psicoanalisti (qui il riferimento è ovviamente in­nanzitutto a Lacan) sia degli antropologi (171). Del rapporto tra psicotici e cultura interna alla Sardegna aveva incominciato ad oc­cuparsi a Cagliari il prof. Terzian; e se non sono male informato se ne occupa attualmente il prof. Quandomatteo con l'equipe dell’ospedale psichiatrico di Dolianova.

A Sassari è stato, credo però solo per il tempo richiesto da una ripresa televisiva, un esperimento di insegnamento della chi­mica in sardo in un'aula universitaria (172).

Io mi guardo bene dal dire che le strutture fonetiche, gram­maticali e sintattiche del sardo non consentirebbero l'insegnamento della chimica moderna. La mia obiezione è di linguistica esterna: quanti e quali libri di chimica annovera la biblioteca in lingua sarda? Io credo che se anche impegnassimo tutti gli abitanti dell’lsola nel lavoro di traduzione dei libri di chimica scritti in lin­gua inglese non arriveremmo molto presto alla fine del lavoro. (E se tutti i sardi come nell'ipotesi, conoscessero l'inglese, che senso avrebbe mai quell'enorme e improba fatica?).  Quando si tenga presente che in una lingua di cultura come quella italiana il Corso di linguistica generale di Saussure è stato tradotto con un ritardo di quasi mezzo secolo (47 anni) si avrà la misura del carattere velleitario dell'impresa. Quando poi si consideri che gia persino l’italiano incomincia ad apparire una lingua provinciale rispetto all’inglese, che è il latino del nostro tempo, si vedrà come sia deli­rante l'ipotesi di lavoro sottesa all'esperimento della chimica in sardo.

Si cita Gramsci e il suo richiamo al fatto che il sardo non è un dialetto bensì una lingua. Certo, Gramsci, che aveva fatto studi di linguistica, sapeva benissimo che, sotto il profilo tecnico, il sardo è una lingua, ma credo che da vero rivoluzionario non si sarebbe mai sognato di proporre imprese cosi «rivoluzionarie», per velleitarie, come la traduzione dello scibile umano in sardo. Il sardo è una lingua, dal Punto di vista della linguistica interna «ma nel senso - di fatto coincidente con quello saussuriano - in cui Gramsci usa questi termini, non una lingua dal punto di vista della linguistica esterna, cioè dal punto di vista, lato sensu, politico; e Gramsci non era certo uomo che non tenesse conto di questo punto di vista. Dal punto di vista politico il sardo è soltanto un insieme di dialetti. E Gramsci diceva: «Se è vero che ogni linguaggio con­tiene gli elementi di una concezione del mondo e di una cultura, sarà anche vero che dal linguaggio di ognuno si può giudicare la maggiore o minore complessità della sua concezione del mondo. Chi parla solo il dialetto o comprende la lingua nazionale in gradi diversi, partecipa necessariamente di un’intuizione del mondo più o meno ristretta e provinciale, fossilizzata, anacronistico in confronto delle grandi correnti di pensiero che dominano la storia mondiale... Se non sempre è possibile imparare più lingue stra­niere per mettersi a contatto con vite culturali diverse, occorre al­meno imparare bene la lingua nazionale. Una grande cultura può tradursi nella lingua di un'altra grande cultura, cioè una grande lingua nazionale storicamente ricca e complessa, può tradurre qualsiasi altra grande cultura, cioè essere un’espressione mondiale. Ma un dialetto non può fare la stessa cosa» (173). Più semplicemente: meda limbazos sapienzía recitava un proverbio sardo citato dallo Spano.

Fino a quando le dimensioni del mondo furono quelle dei singoli paesi dell'interno, i loro dialetti furono lingue, anche di «cultura» nel senso che veicolavano tutta la cultura delle società che se ne servivano; oggi che il mondo ha le dimensioni del pia­neta essi sono -solo dialetti.

Tutto ciò non significa attenuare il giudizio positivo espresso sulla necessità dell'insegnamento del sardo nelle scuole o che non si debba scrivere anche in sardo. Per dire l'intraducibile, da sempre si scrivono poesie anche in sardo. Ma appunto si ricorre a questa lingua per lavori nei quali le esigenze di espressione prevalgono su quelle di comunicazione. E ciò non significa che non sia oppor­tuno farlo con maggiore frequenza che nel passato, significa esat­tamente il contrario: come consumatore di messaggi, personalmente sento il bisogno anche di una narrativa in lingua sarda (174), ma non della traduzione di romanzi che possa leggere nella lingua originale o anche già tradotti in una lingua da me conosciuta; co­me produttore di messaggi sono persuaso che la maggior misura di «resistenza» opposta dal sardo rispetto all'italiano, costringa chi usi il primo (ma non dico chiunque lo usi) a porsi più i problemi pro­pri dello «scrittore» che quelli dello «scrivente» (175).







4.4.5. VERSO UN CONTINUUM LINGUISTICO-CULTURALE E UNA RIQUALIFICAZIONE DELLE CONTRAPPOSIZIONI DI CLASSE.



Sul versante del sardo si registra una tendenza a passare da una condizione di lingua sufficiente a soddisfare tutti i bisogni di espressione e comunicazione orale alla condizione di lingua da usare in circostanze determinate. Sul versante dell'italiano si ha una tendenza opposta: a passare da una condizione di lingua  ufficiale (da usare in circostanze ufficiali) a quella di lingua da usare in un crescente numero di circostanze.

l due fenomeni che abbiamo contrapposto sono entrambi do­vuti alla dilatazione dei bisogni di comunicazione, al porsi cioè del problema del superamento di distanze che nel passato non si aveva, motivo di desiderare di coprire. Ne deriva una tendenza oggettiva del sardo a riqualificarsi addirittura come dialetto della lingua ita­liana (prima sotto il profilo della linguistica esterna ed ora anche per fenomeni di linguistica interna) coerentemente al processo di trasferimento della cultura sarda dal suo spazio di autonomia og­gettiva alla circoscrizione della cultura nazionale, europea occiden­tale (dalle microetnie ad una macroetnia).

L’italiano e il sardo non si presentano più in Sardegna come «depositi» separati secondo la tradizione classificatoria delle lin­gue, ma - si potrebbe dire chomskyanamente - come un insieme infinito di frasi generato dalle regole di entrambe le lingue e del loro intersecarsi (176).

Per contro si ha una tendenza dell'italiano ad uscire dalla con­dizione di lingua d'élite per entrare in quella di lingua nazionale popolare, fondante il suo «potere» più sulla capacità di includere che su quella di escludere gruppi sociali e contenuti, in coerenza col       processo di emersione-affermazione di un continuum culturale nazionale tendente all'unificazione sincretica più che pluralistica delle realtà differenziate e plurime del paese.

Appare in questo momento incerta la sorte delle tendenze spontanee e dei tentativi espliciti alla istituzionalizzazione di un volgare illustre sardo fondato sul logudorese comune, usato da molti autori nei secoli passati ed ora anche da qualche organo di stampa (Su Populu Sardu, Sardinna libera, Sardigna e da qualche «radio libera», Radiu Supramonte, Radiu Tattari Sera).

Sergio Salvi in un suo articolo (177) rileva che nei 13 anni suc­cessivi alle mie conversazioni raccolte in Sardegna tra due lingue si è avuto un sensibile e sorprendente sviluppo dell'uso scritto del sardo. Si tratta di un fenomeno da seguire attentamente negli an­ni futuri.

Si afferma la vocazione dell'italiano standard e regionale a co­prire tutti gli spazi propri della comunicazione interdialettale e dunque a coprire i bisogni dell'unificazione linguistica interna al­l'area sarda e ovviamente ai bisogni di comunicazione tra gli abi­tanti di quest'area e quelli delle altre regioni italiane.  L’italiano si pone come lingua base per l'apprendimento di altre lingue-obiettivo (apprendimento richiesto dal dilatarsi delle scale dei bisogni di comunicazione e di scambio), soprattutto di lingue di cultura ad alta accumulazione e ad alta diffusione nel mondo (può riconoscersi agevolmente che in Sardegna oggi il numero di quelli che conoscono l'inglese è maggiore di quelli che vi conoscevano e par­lavano l'italiano nel XVIII sec. e nei primi decenni del XIX).

I rapporti tra l'uso del sardo e l'uso dell'italiano possono essere rappresentati in diacronia come nella figura.






Il cono rappresenta dall'alto verso il basso la crescita del nu­mero degli abitanti dell'Isola; l'insieme S, la massa solo sarda; l'insieme I, quella monolingue italofona; l'insieme interno S + 1 la massa bilingue. Ne emerge una crescita della massa monolingue italofona e una tendenza a scomparire della massa monolingue sardofona, ma nel complesso l'apertura del ventaglio della massa bilingue deve essere letta anche come indicatore di un uso accresciuto del sardo oltre che dell'italiano. La figura può essere usata anche per rappresentare, oltre che il rapporto tra la popolazione e gli usi delle due lingue, le novità intervenute nell'accumulazione linguistica in rapporto al numero delle circostanze e dei bisogni che richiedono la comunicazione verbale; e si tratta anche in questo caso di un numero crescente e quindi si è in presenza di un'accu­mulazione maggiore che nel passato degli artefatti linguistici non solo italiani ma anche sardi. Tutto ciò dovrebbe far riflettere sia quelli che temono sia quelli che auspicano una scomparsa del sardo in tempi brevi e prevedibili. La popolazione sarda, che nel passato si aggregava in società fredde, a bassa accumulazione culturale, vie­ne situandosi ora nell'ambito d'una società calda (sia nazionalmen­te sia regionalmente) le cui tensioni (si potrebbe parlare con Levi­Strauss di «entropia») hanno come effetto la crescita delle accumu­lazioni culturali, delle quali beneficia anche il sardo.  Poiché la figura è soltanto-indicativa non è rappresentato neppure un solo evento interno alla diacronia (neppure l’effetto della legislazione scolastica istitutiva dell'obbligo fino al primo anno di età e neppure l'effetto della televisione). Se il censimento del 1981 conterrà quesiti linguistici si potrà finalmente avere un quadro rappresentativo corretto della situazione sincronica (e in parte dell’evoluzione dia­cronica risalendo almeno al 1921).

Il permanere del sardo come lingua «normalmente usata» ri­flette la misura del mancato coinvolgimento di classi strumentali e subalterne nel processo di integrazione nazionale guidato nell'Iso­la dalla borghesia locale dipendente. Il fatto invece che la lingua italiana sia parlata soprattutto dalle classi dirigenti (in passato più e meglio disposte all'uso alternativo del sardo) ma anche, in misure crescenti, dalle classi subalterne rivela come il sardo non si ponga più come lingua esaustiva dei bisogni della società isolana.

Ma nel passato un sottile ceto sociale bilingue era sufficiente a soddisfare i bisogni della comunicazione tra il potere ufficiale ester­no e le popolazioni locali. Ciò per la natura di quel potere e delle estensioni delle quali esso poteva disporre, molto limitate e tali da non consentire un contatto reale, penetrante, costante e diretto con le popolazioni soggette. Le quali, di fatto, potevano continuare a riprodursi e a produrre cultura in una condizione di autonomia oggettiva, implicita. Il che potevano fare però nella misura del loro sottrarsi al contatto con la storia esterna paghe di viverne una che aveva modeste scale di aggregazione sociale e politica: essenzial­mente la famiglia più o meno estesa, eccezionalmente il villaggio, contrapposto ai villaggi contermini e vissuto più come un mondo (universitas quaedam) (178) che come una comunità socio-politica. La natio (nassone) era la famiglia estesa, dalla quale era posta in essere l'identità sociale dell'individuo nell'ambito del villaggio.

La prima domanda che veniva rivolta alla persona sconosciuta (e capitava raramente di incontrarne qualcuna) era: de uve ses? (di dove sei?).  Ma generalmente l'analisi del modo di vestire, di muoversi, di     camminare aveva già fornito una risposta, se lo sconosciuto proveniva      da paesi non molto lontani dei quali non si conoscessero i «costumi».  Se l'interrogante aveva amici nell'uni­verso dello sconosciuto, se questi cioè proveniva da uno dei paesi contermini, la domanda successiva era: E de cale' ses? (e di quali sei?). La risposta doveva essere il cognome e (più frequentemente) il soprannome declinato al plurale della gens (e credo sia da cer­care qui la ragione della frequenza del plurale anche nell'onoma­stica italiana). Quando si arrivava all'accertamento dell'identità in­dividuale il nome della gens veniva dato al singolare (Salvatore Mela e non Melas, Luigi Mele e non Melis, come se in italiano Fanfani si presentasse Fanfano, Mancini Mancino, Mazzini Maz­zino) (179).

La sempre più chiusa presenza della lingua italiana segna non più soltanto il contatto delle classi localmente dirigenti con la cultura del potere esterno bensì anche un fenomeno nuovo: il coinvolgimento delle classi strumentali e subalterne e della stessa società pastorale in un continuum culturale nazionale. Lo «spirito di scissione», anche implicato e oggettivo, ormai si esprime non soltanto nella lingua sarda (e forse è già più esatto dire: non tanto in lingua sarda), bensì anche in certi livelli d'uso della lingua italiana.  Alla distanza culturale tra sardofoni e italofoni assunta come scissione soltanto oggettiva tra due culture (quale che fosse, il giudizio oscillante tra polo negativo e positivo che della cultura dirimpettaia veniva dato dalle due sponde) si viene sostituendo una scissione sempre più esplicita, ma interna alla massa parlante ita­liano e opponente i ceti dirigenti a quelli subalterni.  Contrapposi­zione quest’ultima che ovviamente presenta misure diverse di conoscenza, d'uso e di libertà di espressione nella lingua italiana: maggiore per i  dirigenti e minore per quelli subalterni.

Quel che diceva Don MiIani delle «mille parole in più» è da sempre ben noto alla saggezza popolare, che parlava di per­sone che di parole «ne sapevano una in più del diavolo».  Nota­zione, questa, che potrebbe suggerire a Barbiellini Amidei un pic­colo saggio sulla concezione «popolare» della natura diabolica del sapere; assunzione del resto coerente, non solo con certe interpreta­zioni del peccato originale, bensì e meglio con l'interesse delle classi dominanti a diffondere tra quelle dominate una motivazione positiva, etica, della esclusione dai livelli superiori del sapere espro­priati e gestiti in esclusiva appunto dalle classi dominanti.

Altro modo di dire contenente l'implicito riconoscimento dell'associarsi del maggior sapere al maggior potere è: ne sa due ri­ghe...; usato antifrasticamente a proposito dì chi è messo in una posizione di privilegio dal fatto di «saperne» ben altro che le due righe note a tutti. La condizione di maggior privilegio era quella del prete che «ne sapeva più di due righe rosse» (accessibili solo a lui).

Le classi strumentali e subalterne - questo è il fenomeno nuovo - tendono oggi ad uscire dal terreno della scissione impli­cita, scoprono che «diabolico» non è il sapere in quanto tale, ma il fatto che esso sia posseduto in esclusiva dalle classi dominanti (e dunque il fatto che sia ragione dì dominio); e avvertono il carattere decisivo della lunga marcia guidata dal movimento operaio verso la conquista dei livelli «superiori» della cultura, verso la conquista delle scienze e in primo luogo della politica come scienza della individuazione dei fini e bisogni e della invenzione e co­struzione degli strumenti necessari per conseguirli e soddisfarli.

Sono coerenti a questo processo: la coscienza dei limiti del sapere acquisibile in lingua sarda e l'imputazione (sia pure erro­nea) di questa non tanto alla storia (al lavoro linguistico concreta­mente svolto ,nei secoli dai parlanti sardo) quanto alla natura e per contro la (già chiara) coscienza che la lingua italiana è un prodotto della cultura.

Questa distinzione empirica in qualche modo corrisponde e riflette quella teorica avanzata dalla sociolinguistica tra Abstandsprache, o langue ecart (lingua differenza) e la Ausbansprache, o langue codifiée. Sergio Salvi (180), propone come lingua tout-court la prima «in quanto in rapporto storico, diretto con l'etnia» e la seconda come un Kulturdialekt.

Il ribaltamento dichiaratamente paradossale ed è ovviamente ispirato dal privilegiamento delle microetnie (che Salvi assimila alle nazionalità della letteratura marxista) risarcite del valore ad esse sottratto dalle aggregazioni politiche ulteriori (stati borghesi) che generano macroetnie delle quali Salvi non tiene conto.  Su que­sta linea insiste in particolare lo scrittore Francesco Masala negli articoli che viene pubblicando su «Il Cagliaritano» (181).

A chi stia lontano qualche decina d'anni dal proprio paese ca­pita al ritorno di sentirsi dire che il suo «personale» dialetto non è più corrente e di essere giudicato un uomo antico a causa del lessico accantonato da lui conservato.  La lingua sarda in questi ul­timi decenni - nel contatto stretto con l'italiano - si è venuta modificando più di quanto nel passato accadesse nel corso dei secoli durante i quali i sardi conservarono con l'aratrum simplex dei romani - visto dal Wagner in uno dei suoi primi viaggi in Sar­degna ancora agli inizi del nostro secolo - anche la lingua rurale di Columella.



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NOTE



(1) Cfr.  Luigi M. Lombardi Satriani e Mariano Meligrana, Diritto egemone e diritto popolare, cit., p. 9.



(2) Ibidem, p. 85, ma vedi anche l'introduzione di Lombardi Satriani ai libri citati di Franco Cagnetta e Antonio Pigliaru.



(3) Giulio Angioni, Contadini e Sa Laurera, citati.



(4) V.  L. M. Lombardi Satriani, introduzione a Cagnetta, Op. Cit., p. 10, e introduzione a Pigliaru, Il banditismo, cit., Diritto egemone etc., cit., ar­ticolo sul «Corriere della Sera» del 2 dicembre 1976 e la polemica indiretta con Franco Ferrarotti dell'estate del 1976 e infine l'intervento all'XI Con­gresso della SLI.



(5) Cfr.  Jean Pierre Vernant, La tragedia greca: problemi di inter­pretazione, in La controversia sullo strutturalismo, cit., p. 400.  V. anche, Antonio Pigliaru, La piazza e lo Stato, Edizioni Ichnusa, Sassari 1961, p. 38.



(6)       V. Lilliu, La costante resistenziale sarda, cit.



(7) L'impegno inconsapevole è condiviso da tutti i sardi bilingui, per il fatto stesso di esserlo dovuti diventare; quello critico personale risale agli studi universitari e in particolare alla preparazione della tesi di laurea sul dialetto di Bitti, e si manifesta all'esterno nel 1960. A quell'anno risale il mio primo articolo su Bílinguismo e cultura in Sardegna pubblicato sulla ri­vista diretta da Antonio Pigliaru («Ichnusa», n. 35, pp. 19-36) e, a parte, come primo quaderno della stessa rivista, con lo stesso titolo (Sassari 1960). Antonio Pigliaru, Manlio Brigaglia, Giuseppe Melis Bassu e Luigi Berlinguer vollero che di questo testo facessi una relazione per uno dei «Convegni del Sabato» della rivista. Gli interventi degli intellettuali sardi furono nume­rosi: ricordo tra gli altri quelli di Gonario Pinna, di Sebastiano Dessanay, di Franco Fulgheri, dello stesso Pigliaru e degli altri amici citati del gruppo «Ichnusa». Tre anni dopo seguirono le conversazioni raccolte in Sardegna tra due lingue nel 1968 per iniziativa di Brigaglia. Per molti anni però quella del bilinguismo fu considerata dalla maggior parte dell'intellettualità sarda una mia questione personale.

  In questi ultimi anni il tema del bilinguismo è stato al centro di innu­merevoli dibattiti e articoli di stampa, la cui citazione completa sarebbe im­possibile.  Tuttavia una almeno parziale sarà proposta più avanti. Il Consiglio della facoltà di lettere dell'università di Cagliari ha approvato all'unanimità un documento tendente ad ottenere «la partenza dal sardo» dell'insegna­mento nella scuola dell'obbligo. Fra gli interventi esterni è da segnalare il capitolo dedicato alla Sardegna da Sergio Salvi nel suo libro Le lingue ta­gliate, Milano 1975, pp. 175-207, che era stato ampiamente recensito sui giornali sardi

Anche in Gaspare Barbiellini Amidei 1971 (Il minusvalore, Rizzoli, Milano), nell'ambito di un ampio discorso sulle culture in estinzione, si face­vano espliciti riferimenti al problema sardo. È infine da segnalare il citato congresso della SLI, dedicato ai problemi del bilinguismo in Italia. però da tener presente che il Congresso ha privilegiato (e non poteva fare altrimenti) gli effetti del contatto aventi rilevanza dal punto di vista della linguistica interna.  L’ottica del presente lavoro è invece quella della linguistici esterna, in una prospettiva antropologica. Lo scopo, qui, non è quello di fare avvertiti gli insegnanti della lingua italiana degli effetti che nell'uso parlato e scritto di questa lingua da parte dei sardi possono avere (ed hanno) i fenomeni del bilinguismo e della diglossia presenti nell'isola; il mio scopo è quello inverso: risalire dalla conoscenza dei fenomeni linguistici a quella dei fenomeni sociali.  La sociolinguistica italiana parte da una conoscenza presunta dei movimenti della società per individuare gli effetti che essi hanno sulla lingua; l'antropologia culturale si muove in una direzione opposta. Nel Congresso della SLI - a parte gli interventi di Alessandro Pizzorusso e Luigi M. Lombardi Satriani, di fatto anch'essi strozzati e comunque «non digeriti» dalla maggior parte dei linguisti presenti - i problemi del bilin­guismo sono stati trattati in una prospettiva essenzialmente didattica. Antonio Sanna, docente di linguistica sarda, non è riuscito ad andare al di là della considerazione della necessità dell'insegnamento contrastivo sardo-italiano nel­la scuola dell'obbligo al fine di promuovere un migliore apprendimento della lingua italiana da parte dei sardi.  In un articolo apparso dopo il Congresso su «L'Unione Sarda» del 15 giugno 1977 e in un articolo apparso su «Tutto Quotidiano» di qualche giorno prima egli si è fatto fautore esplicito di una sociolinguistica limitata «per la quale lingua o dialetto, lingua di minoranza o lingua 'egemone' non fanno differenza (son solo due codici del repertorio posseduto dai parlanti)» - cosi su «Tutto Quotidiano» -; «Si vuole igno­rare, o si ignora, che proprio la sociolinguistica pone sullo stesso piano lingua e dialetto, lingua minoritaria e lingua 'egemone' come oggetti di studio, come codici del repertorio posseduto dai parlanti, osservando l'uso che di esso si fa» - cosi su «L’Unione Sarda » -. (Per un primo bilancio dell'XI Congresso della SLI v. articolo di Luigi Rosiello sulla terza pagina de «L’Unione Sarda» del 2 giugno 1977). Della relazione di Antonio Sanna sulla situa­zione linguistica in Sardegna, cosi come di quella di Ines Loi sui fenomeni dell'interferenza in Sardegna, non ho potuto avere il testo. Sanna ha però esposto le sue conclusioni anche sulla stampa quotidiana.

È opportuno chiarire fin d'ora le ragioni del mio netto dissenso dalla concezione che Sanna mostra di avere della sociolinguistica; la quale a mio ' modo di vedere, in quanto disciplina intesa allo studio degli effetti dell'inter­secarsi dei fenomeni sociali con quelli linguistici (e quindi di sociologia e lin­guistica, nel senso chiarito per es. da Luigi Heilmann in Corso di linguistica teorica, CELUC, Milano 1971, pp. 52-65,), deve offrire elementi utili non solo allo sviluppo della linguistica interna ma anche a quello della linguistica esterna e dunque della sociologia e dell'antropologia. Nella sociolinguistica di A. Sanna non potrebbe per esempio trovare un'adeguata considerazione (se non negativa, alla maniera di Calvet) la categoria del « prestigio », già presente in Leonard Bloomfield, Il linguaggio, Il Saggiatore, Milano, 1974, p. 588, trad. di Francesco Antinucci e Giorgio Cardona («quando un parlante viene a contatto con persone che godono di molto maggior prestigio, si adopera ad imitare non soltanto il loro comportamento in genere, ma anche la loro lingua») ma poi sviluppata da Uriel Weinreich (Le lingue in contatto, ed. italiana curata da G. R. Cardona, Boringhieri, Torino 1974, p. 114 ss.) recuperando anche categorie etnologiche (come ha sottolinea­to Cardona, ibidem, p. XXVI). Ma soprattutto non sarebbe possibile te­ner conto del diverso «valore» delle lingue nel senso chiarito nel presen­te saggio sulla scorta dell'omologia del produrre proposta da Rossi-Landi. La linguistica non può limitarsi ad uscire dalla condizione ancillare nei con­fronti della politica (che nel passato le aveva imposto di fatto un privilegia­mento della concezione unitarista giacobina e statuale della lingua) per col­locarsi su un terreno di presunta neutralità. Tanto più un programma del genere sarebbe suicida per la sociolinguistica, in quanto essa approderebbe rapidamente all'espulsione del «sociale» se non dal proprio orizzonte dal proprio corpus, privilegiando l'effetto linguistico verbale del contatto tra cul­ture (l'interferenza e il prestito) fino a perdere di vista le cause sociali. «L'in­terferenza presuppone il bilinguismo (bilinguismo regionale, o sociale o indi­viduale)» - come osserva Bertil Malmberg in Comunicazione e linguistica strutturale, Einaudi, Torino 1975, p. 259 -; ma a sua volta - in sede antro­pologica e sociologica - il bilinguismo deve essere studiato come effetto del contatto tra culture e per i progressi che consente nello studio di questo con­tatto. Dalla presenza nel dialetto bittese degli inizi del secolo del termine «caraculu» (brusar de caracul’a man'i' seta = bluse di caracul rifinite in seta) devo risalire ai rapporti commerciali che hanno portato questa lana dal­l'Asia in Barbagia.  V. E. Sapir, Il linguaggio, Einaudi, Torino 1969, capp.  IX e X.

André Martinet, nella presentazione al libro citato di Weinreich (p.  XXXIX) ha scritto: «Noi dobbiamo sottolineare che una comunità linguistica non è mai omogenea e forse mai autosufficiente. I dialettologi hanno dimo­strato la permeabilità delle cellule linguistiche, e si è visto che i mutamenti linguistici si diffondono come onde attraverso lo spazio. Quel che rimane da far notare è che la diversità linguistica comincia dalla porta accanto, anzi da casa nostra, e spesso all'interno di uno stesso individuo. Non basta dire che ogni individuo è un campo di battaglia, in cui si battono tipi e abitudini lin­guistiche, è allo stesso tempo una fonte permanente di interferenza lingui­stica». Antropologi, linguisti e sociologi possono partire da questo dato per ulteriori scoperte. «Chi sa tutto della 'propria' lingua?  Spesso è più facile capire uno straniero che chiede dov'è la stazione che non seguire la discussione di due chimici del proprio paese» ibidem, p. XLI). Da una constatazione ovvia come questa quali implicazioni si possono spremere non solo in funzione di una migliore conoscenza della società com'è ma anche in funzione di un'individuazione del        dover essere della società?  E ancora: «Il contatto genera imitazione e l'imitazione genera convergenza linguistica. La diver­genza linguistica ha origine dall'allontanamento, dall'estraneamento, dalla per­dita di contatti. [... ] La ricerca linguistica ha finora favorito lo studio della divergenza a spese della convergenza. È tempo di ristabilire il giusto equi­librio» (ibidem, pp.  XLI-XLII). Può dirsi che questo debba essere soltanto il programma della linguistica o non deve essere anche quello della sociolinguistica, della politica linguistica, e forse della cultura dei nostro tempo?  Ho detto programma. O si può già parlare di tendenza?

Prima o poi si dovrà pur porre all'ordine del giorno sia della linguistica sia dell'antropologia il problema indicato da Emile Benveniste (Problemi di linguistica generale, Il Saggiatore, Milano 1971, p. 22): «Scoprire la base comune alla lingua e alla società, i principi da cui dipendono queste due strutture, definendo prima di tutto le unità che, nell'una e nell'altra, si pre­stino a essere confrontate, e facendone risultare l'interdipendenza». Un pro­blema che era stato posto da Meiliet, come osserva lo stesso Benveniste, fin dal 1906, e al quale a mio modo di vedere il materialismo storico ha inco­minciato a rispondere fin dal 1844 (K.  Marx, F. Engels, Die deutsche Ideo­logie, in Werke, vol. 3, Berlino 1958, pp. 30-31, edizione italiana Editorì Riuniti, Roma 1958, pp. 26-27 e K. Marx, Tesi su Feuerbach, in Ludwig Feuerbach e il punto di approdo della filosofia tedesca, Edizioni Rinascita, Roma 1950, pp. 79-80.  V. in Adam Schaff, Op.  Cit., pp. 134-146). (indietro)



(8) Theodore Burn, Dizionario internazionale del linguaggio dei se­gni, Sugar, Milano 1961.



(9) Cfr.  M. L. Wagner, La lingua sarda.  Storia, spirito e forma, Berna 1951: «I tredici secoli che percorrono, dall'introduzione della lingua latina in Sardegna alla prima apparizione di documenti scritti, tutto il lungo periodo durante il quale il latino si trasformò in sardo, tutto il processo della lenta sparizione della lingua o delle lingue indigene e dell'assorbimento di queste nella lingua latina, sono per noi secoli muti» p. 68.



(10) Epistula 27, liber IV, Ind XII - Maii a. 594: «Dum enim Bar­baricini omnes ut insensata animalia vivant, lignam autem et lapides adorent ». La lettera incomincia cosi: « Cum de gente vestra nemo christianus sit».



(11) M. L. Wagner 1951, op. cit., p. 97.



(12) Pare che L. A. Muratori ritenesse il sardo la più antica lingua latina (cfr.  Luigi Falchi, Lineamenti di storia politica e letteraria, Sassari 1952, p. 76).  Anche il Wagner aveva creduto di poter individuare nel sardo due strati latini, uno dei quali molto antico (cfr.  La stratificazione del lessico sardo, in «Revue de linguistique roman», T. IV, 1928, p. 8). La discussione sul momento genetico del sardo e dei tempi e luoghi di penetrazione del latino nell'Isola è ancora, almeno parzialmente, aperta. Antonio Sanna, docente di linguistica sarda nella facoltà di lettere dell'università di Cagliari è sostenitore della tesi - da me condivisa - di un processo ritardato e lento di diffusione dei latino nell'Isola. Di diverso avviso è il prof.  Massimo Pittau, docente di linguistica sarda al Magistero di Sassari, che attribuiva il conser­vatorismo (particolarmente accentuato nei dialetti barbaricini) del vocalismo e del consonantismo ad una latinizzazione più arcaica.  Di Pittau V. Studi sardi di linguistica e storia, Edizione «La Cultura», Pisa 1958 (non mi persuade l'etico che propone per la voce teraku).



(13) L. G. M. Columella, De re rustica; cfr. il libretto di Wagner, LA vita rustica in Sardegna rispecchiata nel lessico.



(14)     «Le lingue indigene parlate in Sardegna, prima della conquista romana, tranne la punica sono ignote», dice Wagner 1951 (Op. Cit.); P­. E. Guarnerio, Il dominio sardo, in «Revue Dialect.  Rom.», pp. 193-231; Maria Teresa Atzori, Bibliografia di linguistica sarda, Modena 1959; Giovanni Lilliu, La degradazione storica etc., cit., p. 31, sostiene che la «ge­nuina lingua sarda del ceppo basco-caucasico» sia stata cancellata dalle domi­nazioni sarde e aggiunge: «quella che i fìlologi moderni chiamano 'lingua sarda' è un vernacolo latino della precoce assimilazione linguistica fatta dei sardi dall'imperialismo romano». V. anche Johannes  Hubschmid, Sardische Studien, Francke Ag. Veriag, Bern 1953.



(15) V. M. McLuhan, op. cit.



(16)          V.  CLG, 45, p. 36: «Prestigio della scrittura: cause del suo ascendente rispetto alla forma parlata». Saussurre spiega come si arrivi a dare «maggiore importanza alla rappresentazione del segno vocale che al segno stesso.  È un po' come se si credesse - aggiunge - che per conoscere qual­cuno sia meglio guardarne la fotografia che guardarlo in faccia ».



(17) L'immagine della «Sardegna dolce madre taciturna», trovata agli inizi del nostro secolo dal poeta nuorese Sebastiano Satta, è stata in seguito condita in tutte le salse.



(18)   Cfr. cap. 12; v. G. Devoto, in Sardegna, 1963, articolo citato.



(19)   Nella prima metà del secolo scorso essi giunsero a fare «carte false» (quelle di Arborea) che suscitarono uno scandalo internazionale, pur di smentire il giudizio di Dante e di chi in genere credeva che la Sardegna non avesse avuto nei secoli bui una sua storia. Sulla querelle suscitata dalle «Carte di Arborea», che tra l'altro collocavano in Sardegna i documenti più antichi del volgare italiano, sono stati versati fiumi d'inchiostro prima e an­che dopo (persino negli anni Cinquanta) che una commissione di dotti tede­schi guidata niente di meno che dal Mommsen ne avesse dimostrato inconfutabilmente la falsità. Nel secolo scorso fu tratto in inganno bellamente il La Marmora e per qualche momento persino Giovanni Spano (sul falso e suoi effetti ha scritto una serie di articoli Giovanni Lilliu su «L'Unione sarda»), il maggior studioso della lingua sarda del secolo scorso. Purtroppo ancora Oggi l'ottica che ha generato la falsificazione non è stata del tutto abbando­nata, se è vero che taluni vanno ancora cercando «una storia nazionale sar­da» omologa a quella di altre nazioni, anziché abbandonare questo schema che impedisce di scorgere le vere peculiarità e specificità della storia sarda caratterizzata da fenomeni di accantonamenti culturali di lunga durata. In un capitolo di un suo lungo lavoro inedito si era occupato delle «Carte Arborea» anche Renzo Laconi, individuando i fini patriottici perseguiti dai falsari. Lo scopo che questi ultimi, ovviamente incapaci di uscire dagli schemi

propri della storiografia «evenemenziale» del loro tempo, volevano conse­guire con documenti falsi, ma presunti verisimili, può essere raggiunto con altre e legittime strumentazioni oggi che la storiografia non storce il musa alla «lunga durata» (v.  F. Braudel, Scritti sulla storia, Mondadori, Milano 1973) e si arricchisce degli apporti della linguistica, della semiologia, dell'etnologia, dell'antropologia culturale, della demologia giuridica e in genere delle scienze del segno. (indietro)



(20) Saumjan, in I problemi attuali della linguistica, Bompiani, Milano 1966.



(21) Saussure (CLG, 268, p. 238) avverte che «l'unità linguistica può essere distrutta quando un idioma naturale subisce l'influenza di una lingua letteraria... di cultura... ufficiale o non, al servizio dell'intera comunità. Ab­bandonata a se stessa la lingua non conosce altro che dialetti dei quali nes­suno usurpa il posto degli altri, e perciò è votata ad un frazionamento indefi-nito... in Italia il dialetto resiste dovunque accanto alla lingua ufficiale». Il problema del bilinguìsmo in Sardegna oggi è dato dal situarsi dei dialetti sardi in una lingua diversa da quella ufficiale, e alla quale sono molto più esposti di quanto al loro tempo i parlanti protosardo al latino. I dialetti sardi singolarmente presi e nel loro complesso configurano «unità etniche» (CLG, 305, p. 272) poggianti «su molteplici rapporti di religione, di civiltà, di difesa comune ecc., che possono stabilirsi anche tra popoli di razza differente ed in, assenza di ogni legame politico».



(22)     Cfr.  Robert Henry Robins, Manuale di linguistica generale, La­terza, Bari 1969, pp. 77-78.  Ma si tenga anche presente quel che egli osserva a p. 31: «Il progresso dell'uomo è largamente accelerato dall'uso che del lin­guaggio egli fa nella trasmissione della cultura (che è una delle funzioni di esso); la conoscenza e l'esperienza accumulate da una data persona possono essere comunicate, tramite il linguaggio, ad un'altra, in modo che quest'ul­tima, in una certa misura, parte dal punto in cui la prima si è fermata.  A questo proposito davvero enorme è l'importanza dell'invenzione della stam­pa». Riconosciamo che concretamente i sardi comunicavano poco, facevano un uso del linguaggio quantitativamente minore di quel che ne potevano fare altri popoli. La comunicazione non è condizionata (resa possibile) soltanto dai codici, ma anche dai media, dagli strumenti dei quali ci si serve per la trasmissione del messaggio. Se le analisi di linguistica interna non legitti­mano giudizi di valore sulle lingue, la linguistica esterna non può sfuggire al problema dell'accertamento del valore.  E il valore delle lingue altro non è che quello delle società che le parlano, come osserva Ferruccio Rossi-Landi a conclusione del suo discorso sull'omologia del produrre artefatti «linguali»o materiali (cfr.  Il linguaggio etc., op. cit.).



(23) Si tenga sempre ben presente che la scrittura nasce soprattutto co­me geroglifica, sacra scrittura, strumento della comunicazione delle caste sacerdotali. Cfr. Alfred C. Moorhouse, Il trionfo dell'alfabeto, Il Saggiatore, Milano 1959.



(24)     Cfr.  John Lyons, Introduzione alla linguistica teorica, Laterza, Bari 1971, 9.4.7., p. 573.



(25) Cfr.  CLG, 40, p. 31 e dello stesso Saussure, Introduzione al se­condo corso di linguistica generale 1908-1909, a cura di Robert Godei, ed. it. a cura di Raffaele Simone, Ubaldini, Roma 1970, 43, p. 56 ss. (d'ora in poi cit. come 2° Corso). Della decisiva distinzione tra linguistica interna e linguistica esterna non si sono ancora spremute tutte le necessarie implicazioni.



(26) «L’unità linguistica può essere distrutta quando un idioma natu­rale subisce l'influenza di una lingua letteraria» avvertiva F. De Saussure in CLG, 2.6.8., p. 238.  Ma sul lavoro linguistico e sull'accumulazione V. Ferruccio Rossi-Landi, Op. cit.



(27) V. Loris Jean Calvet, Linguistica e colonialismo, Mazzotta, Milano 1977.



(28) V. Giorgio Raimondo Cardona, Introduzione all’etnolinguistica, Il

Mulino Bologna 1976.



(29) La lingua è         «un tesoro depositato dalla pratica della parole nei soggetti appartenenti a una stessa comunità, un sistema esistente virtualmente in ciascun cervello [quest'accenno anticipa l'innatismo chomskyanol o, più esattamente, nel cervello di un insieme di individui, dato che la lingua non è completa in nessun singolo individuo» CLG, 30, p. 23. L’insieme, la massa diceva il linguista svizzero, come Durkheim diceva il sociale.  V. Gaetano Berruto, La sociolinguistica, Zanichelli, Bologna 1974.



(30)   Cfr.  Rossi-Landi, op. cit., p. 26.



(31) Ibidem, p. 27.



(32) Ibidem, pp. 27-28.



(33) Saussure chiamò non per caso «produttive» le strutture che Chomsky  chiama «generative» (l'accostamento è legittimo anche se i referenti dei due termini non coincidono perfettamente).



(34) Roman Jaokbson, Saggi di linguistica generale, Milano 1966, a cura di Luigi Heilmann (Feltrinelli).



(35) op- cit-, p. 82.



(36) Forzando un poco, ma non più del lecito, l'immagine saussuriana della lingua come «deposito» sociale della comunicazione verbale effettiva, non si può non avvertire la minore quantità di oggetti reperibili nei depositi linguistici dei paesi sardi.  La lingua è «un tesoro depositato dalla pratica della paroìe nei soggetti appartenenti ad una stessa comunità, un sistema grammaticale esistente virtualmente in ciascun cervello o, più esattamente, nel cervello di un insieme di individui, dato che la lingua non è completa in nessun singolo individuo, ma esiste perfettamente soltanto nella massa» n. 64 a p. 381). (CLG, 30, p. 23; v. però anche la nota di Tullio De Mauro n. 64 a p. 381). Quella che Saussure chiama la pratica della parole ai fini del discorso che qui si è fatto corrisponde a quello che Rossi-Landi chiama il «lavoro linguistico» o «capitale variabile», mentre il deposito saussuriano è sostanzialmente il «capitale costante».



(37) « Le lingue sono estensibili e modificabili all'infinito, in accordo con il variare delle necessità e delle condizioni dei parlanti; ciò si vede chiaramente, ad esempio, nel fatto che il lessico inglese e di altre lingue si è immediatamente adattato negli ultimi secoli» osserva R. H. Robins, Manuale etc., Op. cit., p. 28.  Ma questa capacità di adattamento ' condizionata Come appunto il caso del sardo dimostra - oltre che dalla quantità delle variazioni che intervengono nelle necessità e nelle condizioni dei parlanti, dalla quantità, della massa parlante e dai media di cui questa nel suo complesso dispone, oltre che dalla ripartizione di essi fra i gruppi e gli individui. «Ricerche condotte su tutte le lingue del mondo smentiscono l'assunzione che, dal punto di vista della struttura, le lingue dei popoli dotati di gradi diversi di sviluppo culturale siano intrinsecamente diverse» (Robins, op. cit., pp. 29 e 30). Ma, anche se «gli studi più informati sulle lingue dei popoli cultural­mente primitivi dimostrano in modo tangibile che, dal punto di vista fonetico e grammaticale, quelle lingue non sono meno (né più) sistematiche e ordinate di quelle dell'Europa occidentale e delle principali civiltà del mondo» (ibi­dem) si dovrà tener presente il principio della quantità che modifica la qua­lità; infine non tutti i fenomeni di linguistica esterna hanno effetti soltanto nelle realtà studiate appunto dalla linguistica esterna; molti di essi si riper­cuotono anche sulla linguistica interna. I popoli sprovvisti di media come la scrittura e la stampa (ed ora della radio, del cinema e della televisione) non possono sviluppare le loro lingue nelle stesse misure dei popoli forniti di questi media, cioè non possono produrre la stessa quantità di artefatti lin­guistici. A ben guardare le lingue sviluppate contengono tutti i fenomeni che si crede di poter studiare in chiave etnolinguistica perché considerati spe­cifici delle lingue di società semplici, ma il rapporto tra queste lingue e quelle è lo stesso che corre tra un boschetto e una grande foresta. V. Giorgio Raimondo Cardona, Introduzione all'etnolinguistica, Il Mulino, Bologna 1976, con ricca bibliografia.  La trattazione del problema del bilinguismo è ampia ma sempre riferita alla linguistica interna. (indietro)



(38) La riflessione sulla quantità che modifica la qualità è da connet­tere innanzitutto alla citata osservazione di Jakobson: «la comunicazione migliora comunicando», ma anche ai risultati della ricerca di Feruccio Rossi­-Landi, Il linguaggio come lavoro e come mercato, cit.



(39) Cfr.  F. Cagnetta, op. cit., p. 47.



(40) Norbert Wiener, La cibernetica, Il Saggiatore, Milano 1968. Si è partecipi di una comunità nella misura in cui si è attraversati dai messaggi della medesima, ma anche nella misura in cui si riesce a diffondervi i propri messaggi e a captare le risposte che essi suscitano. Il pastore della Barbagia (ma   anche il presidente della Regione sarda nella misura in cui gli sia negato l'uso della radio, della televisione ecc.) ancora oggi partecipa della Comunità italiana molto meno del cantante e del presentatore romano.



(41) Così come «furat (= ruba) chie venit da-e mare» (cfr. Antonio Pigliaru, Il banditismo in Sardegna, cit.



(42) È chiaramente un'ipotesi infondata. Infatti perché la lettera A a­sumesse, per i costruttori delle tombe, il valore semantico proposto da questa ipotesi, occorreva che in quella sincronia fosse presente una sequenza di sim­boli tali da creare un campo noetico in cui ad A = primo corrispondesse un Omega (o altro simbolo) = ultimo.  Altrimenti sarebbe meno arbitrario vedere il I (primo) nella forma del men-hir.  Per la nozione di campo noetico v. Luis J. Prieto, Principi di noologia, Roma 1967 (introduzione di Tullio De Mauro).



(43) Cfr.  Introduzione di Giuseppe Dessì a Sardegna una civiltà di pietra dello stesso Dessì, di Franco Pinna e Antonio Pigliaru, Roma 1961.  Cfr. anche la mia recensione a questo libro in «Il Bogino», n. 7, 1972, Verso l'alfabeto, pp. 89-96. Cfr. anche di Giuseppe Dessì, L'altra faccia della Sarde­gna, nella rivista «Il Ponte», numero speciale dedicato alla Sardegna, anno VII, Firenze 1951, n. 9.



(44) Robins, Manuale, cit., p. 30.



(45) «Linguista sum: linguistici nihil mihi alienum puto», Saggi, cit.



(46) Cfr. anche Adam Schaff, Introduzione alla semantica, cit.



(47) La cultura sarda, nel senso che il termine ha per l'etnologia, viene infatti studiata consapevolmente soprattutto come testimonianza di fenomeni di accantonamento archeologico, paletnologico, linguistico ecc.  Cfr.  Giovanni Lilliu, La civiltà dei sardi, ERI, Torino 1963; MAx Leopold Wagner, La lingua sarda, storia spirito e forma, Berna 1951, e Historische Lautlehrc des Sardíschen; Giovanni Spano, Ortografia Sarda Nazionale, ossia grammatica della lingua logudorese comparata all'italiana, Cagliari 1840, alla quale attin­sero sia F. Diez, sia l'Ascoli (cfr.  L’Italia dialettale, A.G.I., VIII, 1882-1885) e, su questa scia, altri esponenti della linguistica storica, fonetistica e compa­ratistica. Si deve allo Spano anche il Vocabolario Sardo-Italiano - Italiano­Sardo 2 Cagliari 1872, latinizzante ora ristampato in edizione anastatica a Cagliari 1970 (di scarsa utilità dopo la pubblicazione del Dizionario del WAGNER).  Non è questa la sede per una bibliografia esauriente degli studi del sardo da Vittorio Angius (Cenni sulla lingua dei sardi scritta e parlata, nel Dizionario geografico-storico-statistico-commercíale degli Stati del Re di Sardegna Goffredo Casalis, Maspero e Marzorati, Torino 1834-1856, vol.  XXVIII-ter) a Jonathan Lowell Butler, Latin Inus, Ina, Inus and Ineus from Proto, Indo, European to the Romances Languages, University of Cali­fornia Publications, Linguistics 68, Berkeley 1971.  Una ricca bibliografia è nel citato libro di Antonio Sanna. V. ancora di M. L. Wagner il libretto sul linguaggio della vita rustica in Sardegna e M. Pira, Sardegna tra due lin­gue, Cagliari 1968.



(48) Jean Piaget, Lo strutturalismo, Milano 1968 (introduzione di Andrea Bonomi).



(49) Giovanni Lilliu, La civiltà dei sardi, cit., pp. 135-136.



(50) Ibidem.



(51) Ibidem. Cfr. anche M. L. Wagner (La lingua sarda, cit., p. 67): «Un certo influsso iberico e libico non si può negare, ma queste scoperte, benché contino fra le più belle della scienza linguistica... non sono sufficienti a svelare il mistero della sfinge sarda. Il significato degli innumerevoli topo­nimi diffusi per tutta l'Isola resta tuttora e resterà probabilmente per sempre oscuro».



(52) F. Braudel, Civiltà e imperi, cit.



(53) G. Lilliu, La degradazione storica etc., cit.



(54) Luca Pinna, La famiglia esclusiva, cit.



(55) V. in questo stesso libro il discorso sul sequestro di persona.



(56) Lilliu, La civiltà dei sardi etc., cit., p. 136.



(57) Cfr Sergio Salvi, Il recupero dell'identità dei Sardi, in «Tutto­quotidiano» del 24 dicembre 1976.



(58) Cfr.  Il lavoro dell'attore, cit.



(59) Quel che è vero per il Corano (cfr. la premessa di M. M. Moreno alla sua traduzione, UTET, Torino 1967) è oggettivamente vero per ogni testo sacro.  In termini laici non si spiegherebbe altrimenti il fatto che il brahma­nesimo conserva il sanscrito, il cattolicesimo il latino, la religione israelita l'ebraico (la chiesa in Sardegna privilegia il logudorese).  Ma soprattutto si tenga presente che varia da una cultura ad un'altra il modo di delimitare le unità discrete (sia in funzione di significanti sia in funzione di significati) all'interno di un continuum da codificare (sia questo il livello dell'acqua in un bacino - l'esempio è in U. Eco, Trattato di semiotica, cit. - sia lo spettro solare - es. più noto -, sia l'inclinazione del cappello sulla testa etc.). La questione può riassumersi in una considerazione di John Lyons (op. cit., p. 633): «i nostri pregiudizi culturali e la nostra classificazione tassonomica del mondo fisico non dovrebbero essere considerati come validi per l'analisi della cultura o della lingua di altre società e ancor meno per l'analisi di un preteso ‘sistema concettuale che è parte della struttura cognitiva della mente umana'». Prendendo lo spunto dal discorso di Michel Foucault sulle tasso­nomie, Matilde Callari Galli (nell'introduzione all'edizione italiana di R. L. Beals e H. Hoiter, Introduzione all'antropologia fisica, Il Mulino, Bologna 1970, pp. 30-31) può osservare: «Le classificazioni dell'antropologia che stu­dia le razze stabiliscono alcuni organi da misurare a preferenza di altri, ed una correlazione tra questi organi a scapito di altre possibili correlazioni.  Avrebbero potuto essere altri gli organi scelti ed altre le correlazioni ed avremmo oggi dei raggruppamenti razziali che includerebbero da un lato Watussi e Svedesi, dall'altro Boscimani e Sardi, ad adoperare solo l'altezza come criterio di differenziazione». Questo criterio fu adoperato: durante la prima guerra mondiale il limite dell'altezza richiesta per l'arruolamento militare fu abbassato, per non lasciare fuori una percentuale troppo elevata di soldati sardi. (indietro)



(60) Delle vicende delle tradizioni culturali urbane si era occupato Francesco Alziator nei suoi libri e nella sua intensa attività giornalistica su «L'Unione Sarda». Cfr.  Antonio Romagnino in Storia parallela di un intellettuale e di una città, in occasione della scomparsa di Alziator (su «L'Unione Sarda» del 18 febbraio 1977). Di Francesco Alziator v. Il folklore sardo, La Zattera, Cagliari 1954; Storia della letteratura della Sardegna, La Zattera, Cagliari 1957; Picaro e folklore, Olschki, Firenze 1958; La città del sole, La Zattera, Cagliari 1963.



(61) V. Il codice degli Statuti del libero Comune di Sassari, a cura di Gaetano Madau Diaz, con prefazione di Alberto Boscolo, Fossataro, Cagliari 1969. Gli Statuti sassaresi sono stati studiati da P. E. Guarnerio. Giacomo Devoto li considerava anche linguisticamente influenzati da «elementi to­scani» (cfr.  Sardegna: lingua e dialetto - Latinità arcaica, in Sardegna, 1963, cit. pp. 76-81.



(62) La Carta de Logu d'Arborea (a cura di Besta e Guarnerio), Dessi, Sassari 1905.  V. la premessa di Besta e in A. Pigliaru, Il banditismo, cit., cap.  II, Consuetudine e legge, pp. 167-195.



(63) Carte Volgari dell'Archivio Arcivescovile di Cagliari, a cura di Arrigo Solmi, Firenze 1905.



(64) Scritto da Gerolamo Araolla nel 1852, Sa vida, su martiriu e-i sa morte de sos gloriosos Gavinu Brothu e Gianuari.  Era un tentativo di pulire la lingua sarda, dall'Araolla - come da altri dopo di lui - ritenuta ancora «impolida e ruggia», con l'arricchimento di italianismi e latinismi rilevati anche dal Devoto nel saggio citato di Sardegna 1963.  V. anche, M. L. Wagner, Il martirio dei SS. Gavino Proto e Gianuario di Antonio Cano, testo del sec. XV, in «Archivio storico sardo», VIII, 1912, p. 48.



(65) Ad opera del canonico Pietro Casu, nel nostro secolo. Il Casu alla sua morte ha lasciato inedito un Dizionario sardo-logudonese col desiderio di vederlo pubblicato sotto il patrocinio e con il contributo della Regione. Era stato utilizzato in lettura da microfilm anche da Max Leopold Wagner che lo cita frequentemente nel suo Dizionario Etimologico Sardo. Del lavoro del Casu si occupò, il 15 dicembre 1969, Giovanni Lilliu al Consiglio regionale sollecitandone la pubblicazione con affidamento dell'edizione all’Istituto di Filologia moderna della Facoltà di lettere e filosofia dell'Università di Cagliari, dove si insegna la linguistica sarda (cfr.  Lilliu, Resoconto di mezza legislatura, Gallizzi, Sassari 1972, pp. 39-40).  Cfr. nota 151.



(66) Raccolte di atti pubblici comprendenti testi dall'XI al XIII sec. I più noti sono quelli di San Nicolò di Trullas, San Pietro di Silchi, Santa Maria di Bonarcado.  V. G. Bonazzi, Il Condaghe di S. Pietro di Silchi, Sas­sari 1900; E. Besta e A. Solmi, I condaghi di San Nicolò di Trullas e di Santa Maria di Bonarcado, Milano 1937.  V. anche A. Sanna, Il codice di San Pietro di Sorres, Cagliari 1957.  Per il Devoto la parola Condaghe è forse di origine greca da kontakion (cfr.  Sardegna 1963, pp. 76-81).



(67) Cfr. Giuseppe Manno, Storia moderna della Sardegna, 1858, ri­stampa anastatica 3T, Cagliari 1973, vol.  IV, p. 347. L’inno, scritto da Fran­cesco Ignazio Mannu, fu pubblicato a Cagliari.  Si può leggere ora tradotto e presentato da Manlio Brigaglia in Il meglio della grande poesia in lingua sarda, cit, p. 104 e segg.  È ancora oggi cantato e in parte divulgato anche fuori dell'Isola in edizioni discografiche (di Maria Carta e Maria Teresa Cau).  È stato anche inciso nel disco Spirito Bono del Canzoniere del Lazio «che ne ha elaborato, fino allo stravolgimento, l'impianto musicale originario, conservando del te­sto solo un'ottava originaria, la prima, su impasto sonoro di jazz e rock» (cfr.  La chitarra e il potere, a cura di Simone Dessì e Giaime Pintor, Savelli, Roma 1976, pp. 9-10).



(68) V.   nota 49.



(69) Cfr.  M. Le Lannou, Pátres et paysans de la Sardaigne, Cagliari, ristampa anastatica dell'edizione del 1941, p. 14, n. 1; ripresa anche da F. Braudel che così commenta l'appunto degli ingegneri piemontesi: «Non è bello?» (Civiltà e imperi, cit., p. 25).



(70) Del Breve di Villa di Chiesa è pervenuta una copia in volgare del 1303 (cfr.  Carlino Sole, Iglesiente - Storia e cultura, in Sardegna 1963 cit., p. 139).  Eccone un brano: «Qualunque homo tenesse moglie d'altrui d'alcuno borghese di Villa di Chiesa, o d'alcuna altra persona in della casa della sua abitazione, ovvero in qualunque altro luogo, per modo d'amica pubbli­camente, o per servigiale, contro la volontà del marito e non la rendesse al marito, ovvero non la demettesse da sé avendo dimostrato lo marito che domandasse la moglie che quella che elli domandasse sia soa moglie: facti li suprascritti comandamenti et richieste che li sia tagliata la testa finché mora». Il Breve rimase immutato anche sotto la dominazione aragonese, salva l'intestazione al nuovo sovrano.



(71) Ecco un brano degli Statuti Sassaresi: «Dessas feminas chi vaen filande per issa via. LXIII. Neuna femina, andande per issa via, nen vendende alcuna cosa mandicatorgia filet ad pena de soddos II de janua.  Dessu cale bandu sa mesitate sia dessu Cumone et issatera dessu accusatore, et siat tentu secretu, et paghet ad presente, et siat cretitu cascatunu de consiçu sensa sacra­mentu, et issos atteros cum sacramento ». (Nessuna donna fili, quando cam­mina nella via o vende commestibili, pena una multa di due soldi genovesi. Della quale multa la metà vada al Comune e l'altra metà all'accusatore; e sia tenuto segreto e si paghi contestualmente. Ciascun membro del Consiglio sia creduto senza giuramento, gli altri mediante giuramento (la norma ripro­duce l'art. 14 del libro III del Breve Pisano del 1286; cfr.  Statuti Sassaresi, ed. cit., p. 206).



(72) È evidente che la trascrizione risente di una tendenza a latineg­giare.  La Carta de Logu fu mantenuta fino al 1639 quando si ebbe la raccolta di Francesco Vico: Las Leyes y pragmaticas reales del reyno de Sardeňa che recavano modifiche a 72 capitoli della Carta.

V., sul rapporto del diritto sardo con la scrittura, Pigliaru, Il bandi­tismo, cit., cap.  Il, pp. 167-195.  Il senso generale del capitolo è dato dall'indi­viduazione di «una fonte normativa» (appunto , il Giudice di Arborea) tendente «a garantire un regime di sicurezza urbana mediante l'impiego (= a partecipazione) di tutta la comunità interessata» (ibidem) e dunque una fonte differenziata da quella costituita dalla famiglia (per «rompere il circolo mortale delle omertà, insieme all'altro, non meno mortale, delle vendette») e Più vicina all'interesse della comunità stessa, ma pur sempre non assimila­bile ad essa, perché in qualche misura il Giudice (Principe del momento) è legittimato a dire: lo Stato sono io. Con la «norma scritta» sulla Carta che  «non si è discostata complessivamente dalle tradizioni sarde, se non dove si trattava di una revisione integrale delle consuetudini, revisione determinata e imposta dalla presenza attuale di quella particolare organizzazione politica (e giuridica) che era il Giudicato: opposizione riflessa di fronte, ma talvolta fa­talmente in opposizione alle comunità come organizzazione immediata e spontanea» (pp. 173-174), il diritto sardo cercò con la scrittura di varcare la soglia che distingue lo spontaneo dal riflesso, anche all'interno di un continuum; o, che è lo stesso, la soglia della distinzione tra bassa e alta definizione, tra diritto freddo e diritto caldo. Nella storia sarda fu quello della Carta de Logu il tentativo più importante compiuto dall'interno di emersione dell'esperienza giuridica sarda alla scrittura. (indietro)



(73) Il Marchesato di Oristano, che era stato l'ultimo baluardo dell'indipendenza isolana, in quanto continuazione del Giudicato di Arborea, cadde con la battaglia di Macomer   il 19 maggio 1478.



(74) Cfr. G. C. Pande, Vita e           morte delle lingue, in I problemi attuali

della linguistica, Bompiani, 1968, p., 246.



(75) Il trattato è del 2 agosto 1718: faceva obbligo al nuovo sovrano, Vittorio Amedeo Il, di mantenere intatti gli ordinamenti spagnoli.



(76) Si tratta ovviamente di un problema ancora molto dibattuto da­gli storici.  Il senatore Giuseppe Musio, che elaborò il progetto di evasione feudale attuato sul finire del quarto decennio del secolo scorso, lasciò un legato per lo studioso che avesse dato le prove di una verità della quale era profondamente convinto: il governo spagnolo aveva avuto una mano più leggera di quello piemontese nell'opera di cancellazione dell'identità e degli istituti autonomistici locali. In un saggio inedito ritrovato tra le carte del deputato Renzo Laconi, si attribuisce alla Spagna il merito non trascurabile di aver operato quella prima unificazione dei popoli sardi che non era riu­scito di realizzare ai Giudicati.



(77) Cfr. su questo argomento Girolamo Sotgiu, Alle origini, etc., cit.



(78) Cfr.  Francesco Loddo Canepa, Dispacci di corte ministeriali e vi­ceregi concernenti gli affari politici, giuridici ed ecclesiastici del Regno di Sar­degna (1720-1721), Toríno 1934, p. 35. È difficile resistere alla tentazione di suggerire un confronto tra I'«ingegnaccio» e il «buon senso» di Vittorio Amedeo Il e le stesse qualità dimostrate da Stalin (cfr. l'introduzione dei De­voto a J. V. Stalin, Il marxismo e la linguistica, Milano 1968, p. 5).  Nel Barone di Saint Remy (Filippo Guglielmo Pallavicino marchese di), viceré di Sardegna, l'ingegno e il buon senso sono già meno solidi.  Vittorio Amedeo Il tende a recidere i legami della classe feudale di origine spagnola deten­trice dei «privilegi» del Regnum Sardiniae, «insensibilmente», evitando aperti conflitti, specialmente nel periodo immediatamente successivo all'ac­quisizione del regno sardo (il Trattato di Londra, del 2 agosto 1718, faceva obbligo al nuovo sovrano di mantenere intatti gli ordinamenti spagnoli), quan­do la nobiltà continuava ancora a parteggiare per Vienna o per Madrid ignorando il nuovo sovrano.  Una presenza incisiva di quest'ultimo incomin­ciò a profilarsi soltanto dopo il congresso di Cambrai (1724) e dopo il riconoscimento pontificio del nuovo re (1726).  Su 356 «ville» ben 135 apparte­nevano ancora ai feudatari spagnoli.



(79) Cfr. J. V. Stalin, Il marxismo e la linguistica, cit., p. 55..



(80) A dir la verità il Barone di Saint Remy scriveva in francese le frasi su riportate in italiano: «je crois qu'il ne sera pas mal aisé d'introdurre la langue ítalienne dans ce Pais. Tout le monde la parle, et ils disent eux mémes qu'ils souhaiteroient que leurs Enfants trouvassent de maitres Ita­liens par leurs Etudes. Mon foible sentiment est que je doive faire les ordres dans ce Royaume en Italien et l'acte de serment en Latin, mai je ne fairai cela que de concert avec le Comtador general de V.M.». Cfr.  Francesco Loddo Canepa, Op. cit., p. 3. In questo orientamento il viceré doveva essere influenzato notevolmente dal Padre Falletti.



(81) V. Marshall McLuhan, op. cít. Infatti queste considerazioni di linguistica esterna sono valide soprattutto per gli stadi sincronici del sec. XVIII è lo saranno sempre meno in seguito.  La misura in cui nei «sistemi centro-marginali»      il potere centrale riesce a trasmettere ordini efficaci alle periferie coincide anche con quella in cui il potere centrale riesce ad imporre l'uso della        propria lingua. L'autonomia dei gruppi oggi è misurata dai cibernetici sul parametro dei rapporti tra messaggi provenienti dall'esterno

e messaggi interni ad un sistema. Nella Sardegna del '700 i messaggi esterni dovevano avere una circolazione limitatissima che non usciva dai centri mag­giori.  La lingua italiana, veicolata soprattutto dai libri, entrava solo in qual­che palazzo di Cagliari e di Sassari e in qualche chiesa, fermandosi sulla soglia delle poche scuole esistenti nell'Isola.  L’imposizione dell'insegnamento della lingua italiana nelle scuole incomincia a prendere veramente corpo sol­tanto col piano del 1760, che è la prima riforma scolastica degli studi superiori operata da Carlo Emanuele III. Ma né gli scolopi né i gesuiti, che avevano l'esclusiva dell'insegnamento, conoscevano l'italiano. I gesuiti sostenevano che questa lingua fosse da insegnare dopo che gli allievi erano già in possesso delle grammatiche castigliana e latina. Vennero riaperte le due università, ma man­cavano i libri di testo italiarii e si ritornò, già nel 1761, all'insegnamento del castigliano (dal quale non ci si era concretamente allontanati). I gesuiti inse­gnavano un verbo italiano al giorno; mentre gli scolopi tendevano a tenere le loro lezioni in italiano. «Nessuno dei librai sardi voleva arrischiare il capitale necessario per la provvista di libri italiani» (cfr.  Emanuele Scano, Storia dell'istruzione e degli istituti educativi in Sardegna, Cagliari 1894, p. 59 in nota n. 1).

La presenza del sardo non era ignorata. Come risulta dalla «Istruzione pratica del Magistrato sopra gli studi di questa regia Università per li maestri delle ville principali del capo di Cagliari in data 27 ottobre 1787» il primo libro da mettere nelle mani dei bambini doveva essere di dottrina cristiana: la Diocesi di Cagliari era «provveduta di un'assai chiara e copiosa in linguaggio sardo, bensi ma con a lato la traduzione italiana». Il Magistrato consigliava appunto l'adozione di questo testo; «così riescerà più facile il far passaggio insensibilmente dalla cognizione dell'una a quella dell'altra lin­gua, il che avverrà esercitando i fanciulli sulle materie più facili e più importanti scritte nel doppio idioma si nel leggere che nel copiare per i piccini come per tutte indifferentemente le altre classi nell'impararne a memoria in certi giorni della settimana, e in recitarne in pubblica scuola per mezzo an­cora delle disfide onde eccitare nei giovanotti una lodevole emulazione». In fondo questa istruzione risulta molto più savia della politica linguistica della più gran parte dei Ministri della P.I. dello Stato monarchico unitario e anche repubblicano e regionalista. Una considerazione realistica del pluralismo lin­guistico si trova già in una lettera dei viceré del 1730 (cfr.  Codice Liber diversorum della Curia Arcivescovile di Cagliari, foglio 17) ad alcuni sardi che avevano scritto al sovrano perché ordinasse ai sacerdoti di scrivere e par­lare in italiano. Il vicerè scriveva: «Que era la gloria di un rey que en sus reynos huviera gente de cada nasio e deiando hablar a cada uno lo que sabia ». (indietro)



(82) Cfr.  Francesco Loddo Canepa, Dispacci di corte ecc., cit. p. 14.



(83) Cfr.  Pio Canepa, Il Notariato in Sardegna, in «Studi Sardi», Caglia­ri 1936. Il saggio è ristampato a cura dell'VIII Congresso nazionale del Nota­riato (Cagliari 21-27 maggio 1959, pp. 53-54): «Non fu facile ai nuovi so­vrani introdurre nella compilazione degli atti ufficiali e pubblici la lingua ita­liana; tant’è che fino ai primi anni del sec. XIX vi furono dei notai isolani che continuarono ad alternare, nei rogiti, la lingua italiana con la sarda o la spagnola o la catalana». Pio Canepa riferisce in nota che negli archivi notarili dell'Isola si conservano atti privati dei primi decenni del sec. XIX scritti ancora in spagnolo. Uno di questi documenti, in data 21 aprile 1816, è pubblicato dallo stesso Pio Canepa (op. cit., pp. 80-82).



(84) Cfr. innanzitutto Giuseppe Manno, Storia di Sardegna, Tomo III, cap.  XII, Capolago 1840. Vedi anche Luigi Bulferetti e AA.VV., Il rifor­mismo settecentesco in Sardegna, Cagliari 1966; Francesco Artizzu, Ferruccio Barreca, Alberto BoscoLo, Manlio Brigaglia, Francesco Casula, Loorenzo Del Piano, Giavanni Lilliu Carlo Maxia, Piero Meloni, Gennaro Pesce, Evandro Putzulu, Natale Sanna, Carlino Sole, Giancarlo Sorgia, La società in Sardegna nei secoli, ERI, Torino 1967.



(85) Cfr.  Emanuele Scano op. cit.; Giuseppe Manno, Op.  Cit., soprat­tutto il tomo III, libro XIV, p. 328 e segg.  Lo stato delle scuole ancora nella seconda metà del XVIII sec. non era di molto migliorato rispetto a quello di cent'anni prima sotto gli spagnoli. Le scuole minori in particolare «erano un vero soggetto di compassione per chi conosceva che alla numerosa gio­ventù stipata colà entro non mancava la chiarezza dell'intelletto né la vivezza dell'immaginazione... Dove falliva la materia dell'ammaestramento, sopravanzava la barbarie de' modi, vale a dire la crudezza delle punizioni e l'inu­mano costume del porre premio ai cimenti letterari de' fanciulli, non la gloria del saper meglio, ma il brutale sfogo di gastigare di propria mano il vinto» (Manno Op. cit., p. 330).  Si veda dello stesso autore il Diario di un collegiale, a cura di Mario Ciusa Romagna, Cagliari 1970.



(86) Regio Editto sopra le Chiudende sopra i terreni comuni e della Corona e sopra i tabacchi, nel Regno di Sardegna in data 6 ottobre 1820, Stamperia Reale.  Torino 1820.  Vedi Carlino sole, LA Sardegna di Carlo Felice e i problemi della terra, Fossataro, Cagliari 1967, vol.  III.



(87)     Su questo argomento esiste una vasta letteratura. Per un primo approccio v. Alberto Boscolo, Manlio Brigaglia, Lorenzo Del Piano, Storia della Sardegna contemporanea, 1975, cit.; Alberto BoscoLo, Il feudalesimo in Sardegna, Cit.; Carlino Sole, La Sardegna di Carlo Felice etc., cit.; L. Del Piano, La sollevazione contro le chiudente 1832-1833, Fossataro, Ca­gliari 1971.



(88) Per il viceré, evidentemente «tutti» («Tout le monde») erano i suoi cortigiani.



(89) Questo giudizio mi fu riferito dall'avv.  Arnaldo Satta Branca, che lo apprese dal padre (ex deputato) come giudizio dei resocontisti parlamen­tari più anziani. Dell'Asproni la Facoltà di scienze politiche dell'Università di Cagliari viene pubblicando il monumentale Diario politico presso l'editore Giuffrè. Nel 1974 è uscito il 1° vol. riferito al periodo 1855-1857; nel 1977 esce il Il vol. riferito al 1858-1860. Seguiranno gli altri volumi sino al 1876, anno di morte dell'Asproni. Il complesso dell'edizione è curato da Carlino Sole e Tito Orrù. Data l'intimità dell'Asproni con personaggi come Mazzini, Cattaneo e Garibaldi e considerato il ruolo di capo della sinistra parlamentare da lui svolto, il suo diario è di grande interesse, accresciuto dalla vivacità e tensione della scrittura.



(90) Di questo autore, oltre alle opere più note e già citate possono leggersi Dei vizi de' letterati, Torino 1826; La fortuna delle frasi, 1866; La fortuna delle parole, 1831 (ebbe otto edizioni).



(91) Cfr. La considerazione funzionale del linguaggio, Il Mulino, Bo­logna 1965, p. 171.  Da vedere anche Leonard Bloomfield, Il linguaggio, cit., cap.  XXVI sul prestito profondo, p. 541 ss.



(92) Per un approfondimento di questo ordine di problemi v. supra e McLuhan, Op. cit. con particolare riferimento alle implicazioni da lui at­tribuite alla distinzione tra culture orali e culture alfabetico-gutemberghiane. Si tenga presente anche la distinzione operata da A. M. Cirese in due ricchi saggi apparsi sugli annali della Facoltà di lettere di Cagliari, «Studi Sardi». Il primo saggio («Studi Sardi», XVII, 1959-1961, Sassari 1962, pp. 473­-625,) sviluppa il discorso sui rapporti tra vita culturale nazionale e vita cul­turale regionale.  Egli scrive (p. 475): «Accade in genere che il rapporto tra "regioni" e "nazione" venga considerato solo ai vertici: e cioè sotto l'esclusivo profilo delle élites, o classi "colte", dell'una e dell'altra dimensione.  Ora il fenomeno della circolazione culturale, visto nella sua integralità, ci presenta una ben più complessa intersecazione di fenomeni: oltre le relazioni tra i "vertici", ci sono i rapporti tra le "basi" (o classi "popolari") di una regione e le "basi" delle altre; infine ci sono i reciproci condizionamenti tra basi e vertici sia nella dimensione nazionale sia in quella regionale». Nel­la prima metà del sec.  XVIII il problema che si poneva alla corte di Torino era - come s'è visto - quello di strappare la nobiltà e il clero della Sar­degna (le classi «colte») alla lingua spagnola, lasciando che la «base» continuasse a parlare i dialetti sardi della «lingua naturale» del regno. Alle popolazioni non si chiedeva di farsi italofone; che le classi colte parlassero italiano o spagnolo per esse doveva essere irrilevante, come del resto il fatto che la loro isola fosse sotto il dominio piemontese o spagnolo. Nel corso della guerra di successione al trono di Spagna ai primi del '700 un poeta gallurese aveva così riassunto le ragioni dell'indifferenza delle popolazioni sarde all'esito dei conflitto: «Pal noi non v'ha middori / né importa cal'ha vintu sia iddu Filippu Chintu / o Carolu Imperadori» = Per noi non c'è pro­gresso / né importa chi ha vinto / sia egli Filippo V (di Borbone) / o Carlo (d'Austria) Imperatore; cfr.  Manlio Brigaglia, La Sardegna, De Ago­stini, Novara 1973, p. 12.  La storicità (v. supra Falletti) è riconosciuta alla presenza dell'italiano e dello spagnolo; il sardo è collocato nella dimensione della «naturalità» e dunque della astoricità, fuori della storia, come la massa popolare dalla quale era parlato. Via via che progredisce l'intreccio dei rapporti tra base e vertice e che si diffonde un bilinguismo Italiano-Sardo si registrano però distacchi dalla base anche di poesia in sardo, per esempio da parte di autori interessati alla diffusione di nuove tecniche agricole fra gli strati popolari; cfr. Carlino Sole, Riflessi nella poesia popolare di un singolare esperimento ottocentesco di «rinascita» nel Nuorese (in «Studi Sardi», XX, Sassari 1968, pp. 401-436). In realtà le poesie citate dal Sole sono poesie d'autore, di espressione della classe colta bilingue, dislocata già almeno parzialmente nella cultura alfabetica. Si tratta di «poesie popolareggianti». La cultura orale sarda distingue questa poesia chiamata «da tavolino» (per sottolinearne appunto il carattere scritto e cercato) rispetto a quella estempo­ranca propria della cultura orale. Cfr. anche M. L. Wagner, La poesia popo­lare sarda, in «Archivio Storico Sardo», 11, 1906, pp. 365-422. Alberto M. Cirese nel secondo dei due saggi ai quali si è accennato (Struttura e origine morfologica dei mutos e dei mutettus sardi, in «Studi Sardi», XVIII, 1962­-1963, Sassari 1964, pp. 198-381) chiarisce il ruolo svolto da questi poeti dia­lettali bilingui colti o semicolti.

Essi costituiscono i primi frutti di una politica che già nel 1760, col primo piano per le scuole inferiori, aveva individuato le proprie finalità. Carlo Emanuele III (1730-1773) infatti con Regio Biglietto del 25 luglio 1760 cosi parlava dell'italiano: «Tra le lingue più colte è quella che si è meno lontanata dal materno dialetto e ad un tempo la più corrispondente alle pubbliche convenienze ... quella appunto che non essendo più diversa dalla sarda di quello fosse la castigliana, poiché anzi , la maggior parte dei sardi più colti già la possiede... la più opportuna per maggiormente agevolare il commercio ed aumentare gli scambievoli comodi»; nell'interesse dei «Pie­montesi che verranno nel Regno» e che «non avranno a studiare una lingua nuova per meglio abilitarsi al servizio del pubblico e dei sardi, i quali in tal modo potranno essere impiegati anche in continente». La seconda norma stabiliva che la lingua «castigliana si studierà con secondaria importanza e chi trascurerà l'italiano sarà meno bene educato e di meno buona aspetta­tiva». La terza norma stabiliva che «in una parola, tutta la direzione spi­rituale non meno che la letteraria dovessero farsi in lingua italiana». (indietro)



(93) Cfr. I labirinti della sociologia, Laterza, Bari 1977, p. 5.



(94) Lettera a una professoressa è pubblicato dalla Libreria Editrice Fiorentina, 1967.  Sul rapporto tra lingua italiana e dialetti nella scuola v. Luigi Rosiello, Linguistica e marxismo, Editori Riuniti, Roma 1974, in particolare «Norma, dialetto e diasistema dell'italiano regionale», p. 103 ss.  Rosiello sottolinea la resistenza dialettale che si realizza anche attraverso la scuola: «Una recente inchiesta condotta in Sardegna da un gruppo di miei allievi dimostra (ma l'indagine è solo all'inizio) come i prestiti dall'italiano nei dialetti sardi abbiano aumentato notevolmente la sinonimia a duplice scala» (p. 105),. Que­ste considerazioni svolte da Rosiello al IV Congresso della SLI (Roma 1-2 giugno 1970) sono state confermate da quelle svolte da suoi allievi al Con­gresso SLI del 1977, dove è stata anche sostenuta da una linguista sarda che lavora negli USA la tesi del continuum dialetto sardo-italiano regionale lingua standard. V. anche Cristina Lavinio, L’insegnamento dell'italiano. Un'inchiesta-campione in una scuola media sarda, EDES, Cagliari 1975.



(95) Cfr. Tullio De Mauro, 1963, p. 41.



(96) Ibidem.



(97) Cfr.  G. Sotgiu, Una regione italiana alla vigilia dell'Unità (il cen­simento degli Stati sardi nel 1858), in «Archivio sardo nel movimento ope­raio contadino e autonomistico», Cagliari 1973, n. 2, pp. 55-56. Nel censi­mento del 1858 si era proceduto all'accertamento della lingua parlata dai sardi, ma la distinzione delle diversità dialettali interne risultava alquanto approssimativa soprattutto per quanto concerne le localizzazioni. Il catalano risultava parlato nel Circondario di Alghero da 7.806 persone; il corso nel Circondario di Tempio da 1.712 persone; il circondario di Iglesias veniva indicato come parlante genovese (dialetto che invece si parlava soltanto a Carloforte e Ca­lasetta) con 3.405 persone (cifra che probabilmente corrispondeva appunto a quella degli abitanti di Carloforte e Calasetta); il gallurese da 40.720 abitanti; il logudorese da 208.410; il campidanese da 302.062 (Sotgiu, pp. 62-63).



(98) Cfr.  ISTAT, Censimento della popolazione del Regno d'Italia al 10 dicembre 1921, vol.  XIX, relazione generale, p. 4.



(99) Ibidem, p. 271.



(100) Si tenga ben presente che Alghero aveva un'alta percentuale di alfabeti (su 10.515 abitanti in età, 6.573 sapevano leggere, cioè il 63%). Nei centri di più alta percentuale di analfabetismo (media sarda 49%, abbas­sata dalle città) non era certo possibile che si parlasse la lingua italiana più di quanto questa risultava parlata ad Alghero.  Ibidem, vol.  IV, p. 101.



(101) Ibidem, p. 268.



(102) Per l'ultimo censimento (1971) vedi due articoli di protesta di G. Barbiellini Amidei apparsi sul «Corriere della Sera» dell'1 e del 2 settembre 1971: «Le minoranze costrette all'agonia. Il prossimo censimento non pre­vede neanche un quesito sulla consistenza e sull'ubicazione dei diversi gruppi etnico-linguistici nel nostro territorio. La Costituzione ne contempla la tutela, ma chi si è mai dato pena degli italiani che parlano tra loro anche in albanese, greco, croato, catalano, provenzale?». Egli stesso però si mostrava

più colpito dalla piccola isola linguistica catalana di Alghero che dalla grande isola parlante i dialetti di lingua sarda.



(103) Sassari 1967.



(104) V. Antonio Sanna, Il dialetto di Sassari, Sassari 1974.  Di questo autore v. soprattutto Introduzione agli studi di linguistica sarda, Cagliari 1957.  Sanna è, con Giovanni Lilliu, convinto sostenitore delle necessità dell'insegna­mento del sardo nelle scuole. V. G. Lilliu, Tradizione, identità e cultura sarde nella scuola, in «La grotta della vipera», Cagliari 1975, n. 2, pp. 4-16, con ampia bibliografia.



(105) Cfr.  SERGIO SALVI, Le lingue tagliate, Milano 1975, p. 176.  Il libro, dal quale rilevo anche i dati relativi al 1967, ha suscitato notevole interesse in Sardegna: v. Giovanni Lilliu, Il silenzio della minoranza, sull'«Unione Sarda», 1975, n. 46.  V. dello stesso Salvi l'articolo col quale è intervenuto su «Rinascita» dei 12 gennaio 1975 (Costituzione italiana e identità sarda) nella polemica sviluppatasi in Sardegna tra il 1974 e il 1975 - e approdata appunto anche sul settimanale nazionale del PCI - intorno alle questioni dell'etnia, della lingua, della nazionalità e in definitiva del rapporto della cultura interna alla Sardegna con la cultura esterna.

I testi di questa discussione sono, in ordine cronologico, i seguenti: M. Pira, La lunga rivolta - Le origini storiche della lotta nella Sardegna interna, in «Rinascita Sarda», anno IV, n. 6, 31 marzo-15 aprile 1966; Michelangelo Pira (coordinato da), Controgiornale di Radio Sardegna (settimanale bilingue, messo in onda nel 1967 e nel 1969); M. Pira, Autonomia come impegno, in «Rinascita Sarda», anno IV, n. 21, Cagliari 15-30 novembre 1966; M. Pira, recensione radiofonica agli articoli di Barbiellini Arnidei sul censimento del 1971; M. Pira, Istruzione e produzione, cit.; e infine M.  Pira, Il risveglio delle minoranze, in «Rinascita Sarda», anno IX, n. 14-15, Cagliari 10 agosto 1974 sulla conferenza delle minoranze europee svoltasi a Trieste dall'11 al 14 luglio 1974.

I maggiori giornali italiani diedero ampio spazio al resoconto di questa conferenza, che aveva avuto una preparazione di tre anni sulla base di un accordo intervenuto tra le forze politiche democratiche e dunque con l'espli­cita, ragionata e ragionevole, esclusione del MSI-DN. L’organizzazione della conferenza aveva incontrato ostacoli e riserve nei funzionari della Farnesina (così aveva allora riferito «La Stampa»), nel Governo francese che non rico­nosce lo status di minoranze ai bretoni e agli occitani e nel Governo del­l'Iraq preoccupato della partecipazione dei curdi, invitati solo come osser­vatori (perché la conferenza era dedicata ai problemi delle minoranze euro­pee), ma evidentemente pronti a cogliere l'occasione per richiamare l'atten­zione dei cento giornalisti provenienti da tutto il mondo. L'Italia era chiamata in causa - come scrisse l’inviato del «Giorno» - «dai sardi, dai ladini­-friulani, dai croati del Molise, dai greci del Sud-Italia, dagli albanesi, dagli alto-atesini e per una ben più ristretta parte dagli occitani di Cuneo e dintorni». La ragione immediata della conferenza, dal punto di vista dei promotori giuliani, era la ricerca e lo sviluppo di un discorso politico, culturale e amministrativo comune a sloveni e italiani al di qua e al di là del confine, per altro riconosciuto come «il più aperto». Ma la metà del dibattito fu occupata dai problemi comuni a tutte le minoranze europee: i delegati presenti, che dovevano essere 400, furono invece 800; centinaia gli intervenuti; oltre mille le comunicazioni degli specialisti. «La Stampa» dell'11 luglio 1974 scriveva che si era avuta «una rassegna mai così completa per l'Europa di voci nazionali soffocate e dimenticate». Il senso generale della conferenza era dato dalla denuncia e dal rigetto dell'oppressione delle culture minoritarie e «diverse». «Tante minoranze insieme fanno anch’esse, finalmente, una maggioranza» (scriveva l'inviato dei «Corriere della Sera», Sandro Meccoli) A Trieste affiorava un’Europa delle regioni contrapposta a quella «delle patrie»; un'Europa dunque tendente «ad un tipo di democrazia il più capil­lare possibile» e ad un «maggiore inserimento dei gruppi etnici nel contesto internazionale» (Meccoli, 15 luglio). «L'impegno delle minoranze nella lotta per lo sviluppo della democrazia in Europa» veniva messo in evidenza dall'inviato dell'«Unità» (Mario Passi), il quale osservava che accanto al­l'antagonista storico dell'imperialismo e delle multinazionali, cioè accanto al movimento operaio internazionale, si levava questa forza nuova costituita «dal risveglio del sentimento nazionale in tutti i paesi del mondo, dalla coscienza di sé che viene affiorando da parte delle minoranze etniche, dei gruppi linguistici, delle frange sociali emarginate dal meccanismo del sistema capitalistico». Come si vedrà più avanti, l'ipotesi formulata dal prof. Lilliu di un PCI chiuso alla comprensione di questa problematica autonomista è con­traddetta anche al livello del miglior giornalismo comunista, né può valere a vanificarla questa o quella presa di posizione individuale di singoli studiosi comunisti sia pure aventi responsabilità importanti nella periferia. A parte il citato articolo dello scrivente, la Conferenza di Trieste (nella quale i sardi erano rappresentati dal vicepresidente del Consiglio regionale, Armando Congiu, comunista, ma evidentemente distante dalle posizioni privilegiate in negativo dal professor Lilliu e poste come posizioni del PCI, e da un gruppo del periodico «Su populu Sardu», giornale bilingue che si stampa a Firenze, ma è redatto in Sardegna e più precisamente ad Oristano) non aveva ripercussioni in Sardegna. Il mio articolo veniva ripreso soltanto da Lilliu, sull'«Unione Sarda» del 20 novembre 1974 (Un possibile contributo della Sardegna alla questione delle minoranze etniche e linguistiche) che dava luogo ad un lungo dibattito, nel quale però - a mio modo di vedere e per questa ragione non vi presi parte - si giocò troppo al dialogo tra sordi, all'attribuzione polemica di posizioni diverse da quelle che gli interlocutori vi manifestavano, col grave risultato che si fini anche per andare al di là del segno che ciascuno si prefiggeva, talvolta rispondendo: «porto pesci», a chi chiedeva: «dove vai?». Al primo articolo citato, Lilliu ne fece seguire un secondo, il 10 dicembre del 1974 (L’istinto di «nazione»), al quale ri­spondeva, il 29 dicembre, Umberto Cardia sullo stesso giornale (Minoranze no e neppure «nazione»); Lilliu replicava con un terzo articolo (Da Can­zonissima alla sardità) il 7 gennaio 1975. Il 14 febbraio appariva l'articolo di Girolamo Sotgiu (Il rifiuto della nazione) che più di ogni altro porto il dibattito fuori di qualsiasi possibilità di reciproca comprensione.  In realtà tra la posizione di Lilliu e quella di Cardia (a parte il titolo sbagliato dato l'articolo di questi, credo, dalla redazione) emergevano interessanti elementi comuni, che al di là del contrasto - per altro garbato - offrivano una come del resto si vide qualche notevole possibilità di sviluppo del dialogo, come del resto si vide qualche mese dopo - 10 maggio 1975 - nella tavola rotonda di studiosi e uomini politici sul tema dei rapporti tra movimento operaio e movimento autonomista in Sardegna (tenutasi a iglesias per iniziativa dell'Amministrazione comunale e in particolare del sindaco (Armando Congiu, il 10 maggio 1975 ­cfr.  L’incontro del movimento operaio e sardista , a cura di Vindice Ribichesu, con interventi di A. Boscolo, G. Caboni, R. Camba, U. Cardia, A. Congíu, G. Lilliu, G. B. Melis, M. Pira, A. Romagnino EDES, Cagliari 19176).  Decisamente: l'alta definizione dei dibattiti sulla stampa non giova al feedback. 

In ogni modo si danno qui i titoli e le date degli altri interventi apparsi successivamente sull'«Unione Sarda»: G. Lilliu, Il silenzio delle minoranze del 26 febbraio 1975; Giulio Angioni, Il primato della ragione del 31 gennaio 1975; Lorenzo del Piano, Salviamo la lingua ma senza esagerazione dell’11 aprile 1975; Antonio Romagnino, Il Cristo sul confine del 7 gennaio 1975; Antonio Lepori e F. M. Sassu, La lingua e la storia del 9 gennaio 1975 (di A. Lepori anche Il rifiuto dell'arcaicità, in «La grotta della vipera», n. 3, Cagliari autunno 1975, pp. 13-23); Sergio Salvi, Costituzione italiana e idenentità sarda 12 gennaio 1975; Gianfranco Pintore , L’eredità del passato del 15 gennaio 1975  (Di questo autore v. anche  Sardegna, Regione o colonia?, Milano 1974); Antonio Sanna, Una lingua per i 'vinti' del 21 gen­naio 1975; Gaetano Madau Diaz, Il patrimonio delle minoranze del 30 gennaio,1975; Alberto BoscoLo, La lingua dei vinti del 13 febbraio 1975; Maria Giacobbe, Il dovere di vivere del 4 marzo 1975; Francesco Alziator, Un intramontabile messaggio con poesie in lingua sarda dei 31 maggio 1975; Manlio Brigaglia, La ricerca della identità (16 dicembre 1975), L’utopia della separazione (17 dicembre 1975). Sul quotidiano di Sassari, «La Nuova Sarde­gna», con riferimento a questa problematica sono apparsi: Michele Columbu, La cultura in Sardegna: gli scarponi del pastore (27 maggio 1975); Sergio salvi, Una lotta per la difesa della libertà sarda (3 giugno 1975); Girolamo Sotgiu, Questa battaglia ha fini sbagliati (3 giugno 1975); La nuova società e la scuola media (20 giugno 1975); Un patrimonio da conservare ai sardi (10 luglio 1975); Giulio Bolacchi, Non possiamo restare estranei alla storia (20 giugno 1975); la polemica sulla «Nuova» era stata aperta da un ar­ticolo di Girolamo Sotgiu del 20 aprile: La Costituzione come pretesto, la lingua dei sardi.

Su «Rinascita Sarda» da registrare un intervento di Bruno Anatra: Tutto il miele e anche le pietre. Ma la questione generale con riferimenti frequenti e specifici al dibattito in corso in Sardegna venne trattata anche su «Rinascita» che pubblicò: La Sardegna attraversa una crisi d'identità di Giovanni Berlinguer (2 maggio 1975, n. 18); il mito della nazione sarda di Girolamo Sotgiu (27 giugno 1975, n. 26); Dialetti, lingua e comunicazio­ne di A. Fassò (27 giugno, n. 26) e numerose lettere al direttore di Sergio Salvi (13 giugno 1975), G. Carlo Vincenzi (6 giugno 1975), R. Corsetti (4 luglio 1975). Chi scrive colse l'occasione della riedizione del libro di A. Pigliaru, Il codice della vendetta barbaricina, sotto il nuovo titolo Banditismo in Sardegna (più volte citato), per una messa a punto sul rapporto tra le due lingue, i due ordini di codici e per una sottolineatura dell'introduzione di Lombardi Satriani (l'articolo apparve su «L'Unione Sarda»).  Su «La Grotta della vipera», n. 3, autunno 1975, Giovanni Pirodda, Il sardo, l'italiano e l'educazione linguistica, pp. 5-12.  Molti di questi articoli sono Stati raccolti in volume col titolo Etnia lingua cultura, un dibattito aperto in Sardegna, EDES, Cagliari 1977.

Giovanni Lilliu è tornato ripetutamente sull'argomento: v. in particolare Tradizione, identità e cultura sarde nella scuola apparso su «La Grotta della vipera», anno I, n. 2, Cagliari 1975, insistendo soprattutto nella polemica con le posizioni di G. Sotgiu e attribuendole al PCI nel suo complesso. Lilliu considerava chiuso un discorso che invece dentro il PCI era allora aperto (e per molti versi resta ancora tale).  Esso in ogni modo non sembra aver pro­dotto una chiusura ai problemi della tutela delle minoranze etniche e lin­guistiche interne, come allora sembrava al prof.  Lilliu, bensì un impegno ad una concreta difesa di esse, assunto nel programma delle elezioni del 1976.  E tra le minoranze da tutelare l'On.  Mario Lizzero, presentatore di un'apposita proposta di legge, in un suo articolo apparso su «L’Unità» del 13 giugno 1976, comprendeva espressamente quella sarda.  A Lilliu apparivano invece completamente rispondenti alla vocazione del PCI le posizioni di Sotgiu e di G. Berlinguer, il quale un po' frettolosamente aveva collocato la lingua nella sovrastruttura, incorrendo in un errore nel quale non era caduto Stalin.  Quest'ultimo infatti «in un campo di studi di cui fu a lungo digiuno, e mai divenne cultore vero e proprio» - scrisse il Devoto nella presentazione italiana a Il marxìsmo e la linguistica, cit. - si era mosso con quel che sem­pre il Devoto chiamava «l'ingegnaccio e il buon senso». Stalin nel libro cit. a p. 23, aveva detto: «La lingua, pur differendo in linea di principio dalla sovrastruttura, non differisce dai mezzi di produzione, diciamo dalle macchine, le quali sono verso le classi altrettanto indifferenti quanto lo è la lingua e possono servire ugualmente bene sia il regime capitalistico che quello so­cialista.  La sovrastruttura rappresenta il prodotto di una determinata epoca nel corso della quale vive ed opera una determinata base economica.  Per tale motivo la sovrastruttura non ha una lunga vita, essa viene liquidata e si dile­gua con la liquidazione e il dileguamento della base in questione.  La lingua, al contrario, costituisce il prodotto di un'intera serie di epoche, nel susseguirsi delle quali essa si forma, si arricchisce, si sviluppa, si affina. È per tale motivo che la lingua ha una vita incomparabilmente più lunga di quella di qualsiasi base e di qualsiasi sovrastruttura».

Si noti l'esatta considerazione della lingua come «prodotto» rispon­dente di fatto alle più sottili osservazioni di un Rossi-Landi.  Stalin privile­giava il valore denotativo della lingua, che è quello meno condizionabile dalla base economica e dalla corrispondente sovrastruttura. L’analisi strutturale ha infatti mostrato che queste ultime intervengono soprattutto negli usi ideolo­gici o connotativi della lingua (si veda per tutti Roland Barthes). Il sintagma: è il padrone che fino a ieri aveva una connotazione positiva datagli dall'ideologia borghese ne assume una negativa quando viene messa in crisi la base e la sovrastruttura borghese.

Sorvolando su queste distinzioni decisive Giovanni Berlinguer aveva scritto nell'articolo citato: «Si vuole riesumare la sovrastruttura (la lingua) di una struttura economico-sociale superata.  Spesso neppure le sottostrutture (ambiente fisico, gruppo etnico, differenze antropologiche) corrispondono più alle espressioni culturali di una tradizione che si vorrebbe ripristinare».  A parte la difficoltà di un taglio netto tra gli elementi della lingua riferibili alla sottostruttura, alla struttura e alla sovrastruttura (cfr.  Calvet, op. cit.), l'ar­ticolo non teneva conto delle misure reali d'uso in atto della lingua sarda e dunque della grande quantità di messaggi che in questa lingua vengono concretamente formulati ogni giorno, non già per ripristinarla ma perché è ben viva e operante, se così si può dire. E se mai si volesse prendere per buona la dislocazione della lingua nella sovrastruttura perché non trarre pretesto dalle misure di sopravvivenza della lingua sarda per trovarvi le testimonianze inoppugnabili della sopravvivenza della base economica corrispondente a quella lingua?

Vittorio Lanternari in Folklore e dinamica culturale, cit., p. 138, nel riportare il brano di G. Berlinguer qui riprodotto non mette in discussione la dislocazione della lingua nella sovrastruttura e del resto in tutto il libro sposa di fatto l'ipotesi di Sotgíu circa il nativismo sardo, situandolo fra quelli conservatori. Immagino che una conoscenza più ampia dei dati di fatto indurrebbe Lanternari ad una revisione del proprio giudizio, che attualmente contrasta con il complesso delle sue elaborazioni teoriche. Se il giudizio di Lanternari è erroneo per l'insufficienza del corpus sardo da lui tenuto presente, quelli di Sotgiu e di G. Berlinguer sono erronei per un insufficiente approfondimento del pensiero marxista sulle questioni linguistiche. Solo se riferite a questi autori hanno qualche fondamento (che non avrebbero se rife­rite ad altri autori marxisti da Gramsci a De Mauro, da Rossi-Landi a Salvi) le seguenti considerazioni svolte da Lilliu nel saggio apparso su «La Grotta della vipera», cit.: «come già i padri del marxismo non hanno dedicato molta riflessione alle questioni linguistiche, gli attuali sembra ne vogliano seguire l'esempio, privilegiando problemi di struttura e ritenendo che taluni argomenti di sovrastruttura (come le lingue ed altri [ed è significativo il fatto che anche a Lilliu la lingua appaia come un fenomeno di sovrastruttura) siano, nella presente strategia di aggregazione di masse più ampie di natura pluralistica, elementi fuorvianti e d'imbarazzo, se non di ostacolo al perseguimento­ di un disegno di classe, non 'totalizzante' che, per un partito può essere se non nella prospettiva accentratrice e unitaria. A una democrazia totalitaria, che guida dall'alto la partecipazione e il consenso della base, i movimenti periferici ed eccentrici, specie se dialettici come quelli delle minoranze etnolinguistiche (talvolta anche reali opposizioni) danno un senso, per lo meno, di imbarazzo e di disgusto, e li si liquida al modo del S. Uffizio. Infatti, non va dimenticato che il PCI, per la componente marxista-leninista dello stato totalitario e per il grosso peso dell'unitarismo nazionale dell'ideologia idealistica-liberale crociana, non può concedere, per la contraddizione che  non consente, spazi di autonomia e di indipendenza che vadano al di là di una libertà necessitata e sacrifica i popoli alla materia della storia e all'interesse economico di classe» (pp. 14 e 15).  Si tratta di un giudizio che rivela una prevalenza dell'immediato interesse alla polemica politica, specularmente corrispondente a quello che ispira anche la posizione di Sotgiu.  Poiché lo stesso Lilliu, pur privilegiando in negativo la posizione di Sotgiu, riconosceva la presenza nel PCI e negli organi di stampa di questo partito di posizioni di­verse e contrastanti, non pare fondata l'attribuzione al partito nel suo complesso di una scelta, che a mio avviso non c'era stata (e prima di effet­tuarla era appunto necessario dare sviluppo ad un serio dibattito, cosa che nella DC dove milita il prof. Lilliu non è stata neppure tentata) - a favore di un centralismo giacobino marxista-leninista e liberal-crociano.

Il Convegno regionale del PCI citato da LILLIU (ibidem) tenutosi a Cagliari il 12-13 aprile 1975, del quale non sono stati ancora pubblicati gli atti e nel quale chi scrive colse l'occasione per anticipare alcune delle considera­zioni svolte in questo lavoro, si concluse, così come lo avevo proposto proprio perché si lasciasse spazio alla prosecuzione ulteriore del dibattito, senza una scelta definitiva; anzi può dirsi che nell'intervento di chiusura di Giorgio Na­politano (come già in quello di Umberto Cardia; v. anche il suo intervento alla citata tavola rotonda di Iglesias) la relazione introduttiva di Girolamo Sotgiu (neanche essa del resto tendente a proporsi come giudizio definitivo) fu sostanzialmente ribaltata con l'affermazione della necessità per il movimento operaio di collegarsi a tutta la cultura interna e al retaggio culturale nel suo complesso.

Del resto che i comunisti, nella misura in cui hanno avuto responsa­bilità di governo nelle Regioni, seguano strade diverse da quelle ad essi attri­buite da Lilliu può essere agevolmente dimostrato dall'atteggiamento assunto in E@lia-Romagna verso la questione dell'insegnamento del dialetto (v.  AA.  VV., La riforma possibile, Milano 1974) oltre che dall'articolo citato di Mario Lizzero e dal programma elettorale del 1976.

È vero però che in passato la posizione del PCI è stata alquanto diversa da quella attuale sia nei confronti dell'autonomia regionale, sia nei confronti delle culture regionali.  In ogni modo in fase costituente il solo ad affermare la necessità che la Regione potesse imporre l'insegnamento del sardo nelle scuole era stato Emilio Lussu, ma solo con un rapido accenno - anche se molto netto - nell'economia di un discorso condizionato da altre urgenze politiche come quella di far passare lo Statuto speciale per la Sardegna.

Lo stesso Lussu in una lettera privata a Lilliu, da questi pubblicata, nelle note al citato articolo apparso sulla «Grotta della vipera», scriveva: «Il problema dell'insegnamento [della lingua sarda nelle scuole] è politico e non tecnico.  Perciò è solubile, e non di difficoltà grave. Il popolo sardo con questa politica di emigrazione in massa, si sta spegnendo. Salvare il popolo sardo e la sua lingua è lo stesso problema». Utile la lettura di: Tullio De Mauro, Le minoranze dimenticate (in «Paese Sera» del 14 febbraio 1975); Le lingue da salvare (in « Paese Sera » del 12 settembre 1975); Minoranze e Co­stituzione (in « Paese Sera » dei 26 settembre 1975); La tutela del patrimonio e dei diritti linguistici delle popolazioni italiane (in «Città e Regione», 1975, n. 8, p. 131 ss.); Luigi Rosiello, «Licenzietà» e sistema nervoso» (in Rinascita », n. 50-51, 1975).

La polemica sull'insegnamento del sardo si è riaccesa proprio nei giorni in cui questo libro viene consegnato all'editore per la stampa. A suscitarla è stata la decisione del prof.  Antonio Sanna di non accettare che un suo allievo desse l'esame di linguistica sarda in sardo. La posizione di Sanna appare incomprensibile a quanti avevano seguito le sue polemiche con Girolamo Sot­giu che vedeva nel movimento per la tutela della lingua sarda e per l'in­segnamento di essa nella scuola il pericolo di strumentalizzazioni separati­stiche.  Ora è lo stesso Sanna a vedere in chi non condivida la sua decisione di non ammettere l'uso dei sardo all'università strumentalizzazioni separa­tiste. Della questione si e occupato anche «Il Corriere della Sera» del 16 giugno 1977 (v.  Gianni Migliorino, A scuola di sardo aspettando il bilin­guismo).  V. anche: Salvatore Ventroni (di «Su populu Sardu», L’esame in sardo (in «L’Unione Sarda» del 15 giugno, 1977, p. 10); Lorenzo Palermo (autore di una tesi sulla minoranza linguistica sarda, relatore Ales­sandro Pizzorusso), Il prof.  Sanna e la lingua sarda (in «Tuttoquotidiano» del 16 giugno 1977, p. 3); Michele Columbu, C'è un pilota sardo nel cielo di Singapore (in «L’Unione Sarda» del 17 giugno 1977, p. 3).  Il senatore Mario Melis del Partito sardo d'azione ha presentato un'interrogazione al Ministro della P.I. sull'episodio. (indietro)



(106) V. Emanuele Scano Op. cit.



(107) Cfr.  Giuseppe Fiori, Vita di Antonio Gramsci, cit.; Mimma Paulesu Quercioli, Gramsci vivo, Feltrinelli, Milano 1977.



(108)   Per il significato di «lingua alterna» cfr.  David A. Wilkins, Linguistica e insegnamento delle lingue, Zanichelli, Bologna 1973.

Tra il sardo e l'italiano ci sono non soltanto differenze di pro­nuncia, di vocabolario e sia pure anche di grammatica assimilabili a quelle esistenti fra dialetti diversi di una stessa lingua, bensì anche, e notevoli, diffe­renze sistematiche, o strutturali, quali si danno tra lingue diverse.  Per la linguistica storico-comparatistica il sardo appartiene all'area romanza occiden­tale (derivazione del plurale dell'accusativo) l'italiano all'area romanza cen­tro-orientale (derivazione dal nominativo).



(109) I censimenti non recano quesiti intesi a promuovere la conoscenza di questi dati: cfr. su questo aspetto i due articoli citati scritti da Gaspare Barbiellini Amidei sul « Corriere della Sera » dell'1 e 2 settembre 1971.



(110) Per un approccio a queste vicende cfr.  Antonio Sanna, Introdu­zione alla linguistica sarda, cit. e M. L. Wagner, La lingua sarda, cit., non­ché le altre opere dello stesso autore e in particolare Historische Lautlehre des Sardischen, Halle 1941.



(111) Op. cit, p. 14.



(112) Il primo tentativo di misurare le distanze culturali svelate dall'esigenza del bilinguismo fu da me compiuto nel 1960 con un articolo ap­parso sulla rivista di Sassari «Ichnusa», n. 36, cit. e in seguito con Sarde­gna tra due lingue, 1969 (ma i testi erano dei 1963).



(113) Per l'adeguamento del locutore ai codici dell'interlocutore cfr.  R. Jakobson, op. cit., p. 12: «Parlando ad un nuovo interlocutore ciascuno cerca sempre, deliberatamente o involontariamente, di convergere su di un vocabolario comune, sia per compiacenza, sia semplicemente per essere compreso». Cfr. anche D. A. Wilkins, Op.  Cit., p. 144.



(114) Cfr.  Tullio De Mauro, Storia linguistica dell'Italia unita, Bari 1963.



(115) Nel senso chiarito da G. Barbiellini Amidei, oltre che nei citati articoli del «Corriere della Sera», nel suo Il minusvalore (Milano 1971); cfr. soprattutto il capitolo Le culture che muoiono, p. 95 ss., nel quale si riferi­scono alcune osservazioni di Tullio De Mauro e Antonino Pagliaro. «Il vocabolario è la misura di una civiltà: andate a vedere - dice Pagliaro ­le diverse capacità di realizzare se stessi, di comprendere il mondo, che ha un contadino toscano con le sue mille e mille parole e un contadino di altri paesi con i suoi cento vocaboli» (p. 97).  Il senso generale di questa nota è che la lingua italiana scolastica e televisiva somiglia più a quella del con­tadino meridionale in possesso di cento parole italiane che a quella del con­tadino toscano in possesso di un ricco vocabolario. Per la lingua italiana tele­visiva e giornalistica valgono molte delle dure critiche mosse da George Steiner alla lingua tedesca in Linguaggio e silenzio, Milano 1972, in partico­lare nel saggio «Il miracolo vuoto» (pp. 117-131): «Fa rumore... comunica anche, ma non crea alcun senso di comunione... non affila più il pensiero ma la massa... non è più vissuto ma soltanto parlato... il tedesco era quanto mai vivo prima che vi fosse stato un tedesco unificato..., la lingua tedesca non fu innocente dagli errori del nazismo». Usate una lingua per molto tempo come la usa la TV «e qualcosa accadrà».



(116) Il dizionario del Wagner (Dizionario etimologico sardo, Heidel­berg 1962) che adotta i segni diacritici non è, evidentemente, accessibile a chi non abbia già una certa misura di preparazione tecnica.  V. Bissentu Porru, Nou Dizionariu Sardu-Italianu, Cagliari 1832; Giovanni Spano, Vo­cabolario Sardo-Italiano e Italiano-Sardo, Cagliari 1852; Emilio Atzeni, Voca­bolario Sardo-Italiano, Cagliari 1897; Alberto cara, Vocabolario botanico sardo, Cagliari 1889; V. Martelli, Vocabolario logudorese campidanese ita­liano, Cagliari 1928; Luigi Farina, Vocabolario nuorese-italiano, Sassari 1973; Giosuè Nuzzo, Vocabolario dialettale, Sassari 1953-1955.



(117)  Cfr.  Jakobson, Op.  Cit., p. 123.



(118) Un esperimento sempre stimolante è la ritraduzione in sardo delle opere della Deledda. In questo caso (la Deledda era non uno «scrittore» di lingua italiana ma una «scrivente», nel senso che i due termini hanno in Roland Barthes, cfr.  Saggi critici, Torino 1966) si arriva alla ricostruzione di un «testo originario» (cfr. il mio intervento nel convegno nazionale tenutosi a Nuoro nel centenario della nascita della Deledda, 30 settembre 1972, ora in Atti del medesimo, Fossataro, Cagliari, pp. 255-263). Ma l'operazione è possibile e proficua, per chi abbia avuto il sardo come lingua materna, anche nei confronti di traduzioni italiane di opere letterarie scritte in lingue non conosciute.  Così si può leggere in sardo anche Dostoevskij: sembra che l'operazione non distorca il senso originario più di quanto lo distorca la traduzione italiana; e in ogni modo se non a capire meglio Dostoevskij aiuta a capire meglio se stessi.



(119) Op. cit., p. 14.



(120) Ibidem, pp. 14 e 15.



(121) Un problema avente caratteristiche molto affini al nostro è quello dei rapporti tra spagnolo e catalano in Catalogna.  Cfr.  A propos du bilin­guisme en Catalogne, comunicazione fatta nel marzo dei 1972 ad Aosta, all'in­contro sull'educazione bilingue (organizzato dalla Giunta regionale della Val d'Aosta, dalla Fédération Mondiale des Villes jumelées e dal suo Centro Mondiale d'informazione sull'educazione bilingue), da Juan Mestres dell'Università di Barcellona (cfr.  Bilinguisme, organo del CMIEB, Centre Mondiale d'Information sur l'Education Bilingue).  Vedi gli atti della XVII Conferenza Generale dell'Unesco, nella quale si accese un dibattito circa l'uso dei termini «lingua materna» e «lingua nazionale», risolto con la pro­posta dell'uso dei termini sostitutivi «lingua prima» e «lingua seconda». La tesi di Juan Mestres è che l'educazione bilingue debba procedere in due direzioni:

a)    apprendimento della lingua ufficiale «superiore» da parte della totalità della minoranza linguistica;

b) apprendimento della lingua minoritaria da parte della popolazione residente nella regione ma parlante la lingua nazionale o internazionale.

Egli aggiunge che se l'educazione bilingue non procede in questa dop­pia direzione «ascendente e discendente» sarà o inutile o connotata da «colonialismo culturale».



(122)            Pubblicato una prima volta negli atti del Convegno sulla rivista del Centro regionale di programmazione ed ora in L'informazione in Sar­degna, a cura di Manlio Brigaglia, Sassari 1972, pp. 45-65.



(123)   L'espressione è comparsa successivamente nel capitolo Lingua e dialetti, de La riforma possibile (per l'attuazione di un nuovo principio educativo-informativo e per una ricerca interdiscíplinare) di AA.VV. (Angelo Pescarini, Assessore all'Istruzione della Regione Emilia-Romagna, Maria Luisa Altieri Biagi, Amleto Bassi, Giovanni Maria Bertin, Piero Bertolini, Bruno De Finetti, Zoltan P. Dienes, Giuseppe Gemignani, Luigi Heilmann, Lucio Lombardo Radice, Gian Pietro Puppi, Ezio Raimondi, Alberto Ranzi, Fran­cesco Speranza), Milano 1974, p. 132.  Per questi autori «zoppo» è il bilin­guisrno «realizzantesi... fra due sistemi linguistici non situati, come dovrebbe essere, a uguali livelli di dignità funzionale». Come si vedrà la mia defini­zione è riferita alle diverse misure di conoscenza dei due codici.  Nell'am­bito della programmazione della Regione Emilia-Romagna in materia di istru­zione si annunziava la pubblicazione di un libro di Maria Luisa Altieri Biagi su «Lingua e dialetti» e di un altro libro di Enrico Arcaini su «Linguistica e didattica» che non ho potuto consultare.



(124)   Cfr.  McLuhan, op. cit.



(125)   La distinzione tra la temperatura intrinseca ai media e l'uso più o meno caldo o freddo che di essi concretamente viene fatto è importante perché serve a definire meglio i rapporti tra gli interlocutori. Un uso caldo non consente un coinvolgimento democratico del ricettore del messaggio e dunque il suo intervento nell'ulteriore definizione di quest'ultimo. Schematizzando al massimo può dirsi che l'uso caldo comporta una formulazione autoritaria ad alta definizione dei messaggi; quello freddo una comunicazione democratica a bassa definizione.  V. McLuhan, Op.  Cit.



(126) Il rifiuto della lingua dei sudditi è soltanto la prima e fondamen­tale negazione da parte del potere politico delle loro «istituzioni», e dun­que della loro specificità culturale.



(127) Cfr. su questa logica M. Pira, RAI-TV & C. Una vita fraudolenta, su «Almanacco della Sardegna», a cura dell'Associazione Stampa Sarda, Cagliari 1972, pp. 53,-62.



(128) Cfr. La forma linguistica, cit., p. 82.



(129) Il termine diglossia è stato introdotto da C. A. Ferguson nel 1959; cfr. (a cura di) P. P. Giglioli, Linguaggio e società, Il Mulino, Bologna 1974, pp. 281-300 (dove è tradotto il saggio sulla diglossia).  V. anche J. A. Fishman, Bilingualism  with and without Diglossia: Diglossia with and

without Bilingualism, J. soc. Issues, vol. 23, pp. 29-38 (1967).



(130) V. La lettera a Teresina del 26 marzo 1927.



(131) Sulle tragiche conseguenze della vigenza di codici contrastanti non si insisterà mai abbastanza.  A suo tempo ne feci oggetto di una relazione a ad un dibattito nella Casa Gramsci di Ghilarza con Giovanni Lilliu paletno­logo, Gian Carlo Sorgia storico. Nereide Rudas psicologa e il senatore Ignazio Pirastu, allora vicepresidente della Commissione parlamentare d'inchiesta sui fenomeni della criminalità in Sardegna.



(132) Op. cit., p. 14.



(133) Ibidem.



(134) Antonio Sanna ha motivato (su «L'Unione Sarda» del 16 giugno 1977) il suo rifiuto di accettare che un suo allievo desse l'esame di linguistica sarda in sardo con la considerazione che in questa lingua oggi «non esiste un linguaggio scientifico», un «metalinguaggio scientifico che, evi­dentemente non può essere lasciato all'improvvisazione di singoli in una molteplicità di dialetti». In realtà il suo allievo intendeva utilizzare tutto il proprio «repertorio», «tutta» la propria competenza linguistica, compresa quella attiva del sardo; che Sanna, pur essendo bilingue, ha invece respinto, nella convinzione che l'accettarla avrebbe costituito una discriminazione a danno degli allievi che non abbiano tale competenza attiva.

Così egli si è spinto al di là della pretesa dei dotti tedeschi i quali, sì, consideravano la loro lingua quella che aveva meglio sviluppato il metalin­guaggio della linguistica comparatista ma non si erano mai sognati di vedere nella competenza attiva delle lingue studiate un aspetto irrilevante e tanto meno negativo per l'ulteriore approfondimento della conoscenza dei loro og­getto di studio e dunque dell'analisi linguistica. Di fatto il Wagner e gli altri studiosi non sardi della lingua sarda hanno sempre cercato di arrivare ad una conoscenza attiva di questa lingua e dunque hanno considerato il fatto di non parlarla un limite alla loro stessa capacità di conoscenza scien­tifica dell'oggetto. Sanna invece, di fatto, accetta che il sardo sia posto sol­tanto come lingua-oggetto secondo le migliori tradizioni della linguistica co­lonialista e glottofagica. Egli arriva addirittura a scrivere che un'eventuale dimostrazione del possesso della competenza attiva da parte degli allievi avreb­be l'effetto di proclamare il sardo, «implicitamente, un gergo per iniziati». Non sembra sfiorarlo il sospetto che servirebbe invece a confermare il sardo per quello che è, cioè una lingua viva e parlata dall'80 per cento degli abitanti dell'Isola. Sanna non spiega questa sua considerazione priva di passaggio logico e che oggettivamente lo avvicina al Giulio Bechi di Caccia grossa, perché il sardo il quale parla del sardo come di una lingua «infernale». Perché il sardo oggetto di studio accademico non sarebbe un gergo e il sardo oggetto che si rivolta e prende la parola sarebbe invece un grgo?  Sanna non lo spiega.  Nel momento stesso in cui crede di difendere le ragioni e il linguaggio della scien­za egli riduce le prime ad un'acritica sussunzione degli schemi (politici) del peggior nazionalismo linguistico italocentrico e riduce il secondo a mero dialetto accademico, per giunta attardato alla filologia romanza della prima metà del secolo (tanto è vero che Sanna riesce a concepire una linguistica sarda soltanto come branca della filologia romanza).  Perché non si chiede se alla Sorbona sarebbe permesso ad un italiano di dare l'esame di linguistica francese senza dimostrare una conoscenza attiva di quella lingua pur avendo mandato a memoria l'edizione italiana del testo di Charles Bally? (Lingui­stica generale e linguistica francese, Il Saggiatore, Milano 1963).

Sanna sostiene che «il linguaggio o i linguaggi scientifici si creano nel­l'ambito di una comunità più ampia [di quella regionale] che accoglie tutte le comunità ristrette e questo per una necessità di comprensione universale in campi che non possono tollerare l'anarchia linguistica. Così in Italia esiste un unico linguaggio scientifico; non esistono linguaggi scientifici regionali». Queste considerazioni, apparentemente fondate, sono invece inaccettabili pro­prio sul piano teorico. Anzitutto non è vero che in Italia esista un unico linguaggio scientifico e tanto meno rispondente «alla necessità di comprensione universale». A questo traguardo si avvicinano le c.d. scienze esatte, ma persino la matematica abbisogna del supporto delle lingue naturali (re­gionali nel senso di francese, inglese, italiano etc.) per essere comunicata, perché neppure il linguaggio matematico (dei «matemi») può fare a meno di una pista linguistica naturale dalla quale decollare. La verità è che anche la comunicazione scientifica è sempre problematica; anch'essa ha bisogno di controlli, censure e insegnamenti reciproci tra gli interlocutori al fine di isti­tuire e verificare in un continuo processo di retroazione l'attenersi o l'allon­arsi da norme la cui vigenza e il cui uso impongono una continua oscillazione tra uso naturale e uso metalinguistico del codice.  Ma soprattutto nel campo delle scienze sociali e della stessa linguistica, che tra di esse è pur considerata la più vicina alle scienze esatte, l'accordo sul metalinguaggio richiede continue verifiche del tipo: che cosa intendi dire con «diglossia»? Soltanto bilinguismo, come reca il Grande Dizionario della Lingua Italiana della UTET? oppure intendi riferirti all'accezione in cui il termine è usato da Ferguson e poi da Fishman come uso di due varietà della medesima lingua a seconda del contesto, oppure all'accezione dei linguisti marxistì italiani (Rosiello per es.) di varietà di una stessa lingua usate da diverse classi sociali?

E quale senso «scientifico» può avere l'espressione «anarchia linguistica» usata da Sanna? Il sostantivo è incompatibile con l'aggettivo. Non può dirsi un'anarchia linguistica se non dal punto di vista di chi voglia imporre - politicamente - il proprio codice e cancellare (o almeno umiliare) quelli degli altri. Ciò che A. Sanna definisce anarchico cessa di esserlo nel momento stesso in cui lo si debba riconoscere come «linguistico», cioè «comunicabile». E se non è comunicabile, cioè se è veramente anarchico, non è «linguistico». Il punto di vista di Sanna è evidentemente un punto di vista politico, legittimo quanto si vuole, ma solo fino a quando non lo si voglia negare come politico per assumerlo come «scientifico».

È da aggiungere che l'allievo di Sanna non intendeva «creare» il meta­linguaggio della linguistica sarda, ma soltanto usarlo. Il che significa che Sanna ha errato anche la rubricazione del caso.  E, per altro, è da tener pre­sente che proprio la creazione dei metalinguaggi non è opera di grandi co­munità, ma spesso di ristrette cerchie di studiosi (per esempio quella gine­vrina di Saussure) o addirittura di singoli individui (per es.  Saussure). (indietro)



(135) V. J. Gumperz, Hindi-Punjabi Code in Delhi, in Proceedings of th Nineth International Congress of Linguists, Mouton, The Hague 1964, pp.1115-1124, citato in Cardona, op. cit.



(136) G. R. Cardona, Introduzione all'etnolinguistica, Il Mulino, Bo-

logna 1976, p. 180.



(137) Nella discussione sullo Statuto speciale per la Sardegna alla Con­sulta sarda la questione dell'insegnamento del sardo nelle scuole fu sollevata, come s'è detto, da Emilio Lussu.



(138) CLG, 47.3, p. 37.



(139) Cfr.  D. A. Wilkins, op. cit., p. 4.



(140) Cfr.  E. Morin, L’industria culturale, Milano 1968.



(141) È evidente che nella polemica che ha opposto Benvenuto Terracini (cfr.  Lingua libera e libertà linguistica, Einaudi, Torino 1963,, pp. 40 e 119) a Giacomo Devoto (Nuovi studi di stilistica, Firenze 1962, pp. 14-15) che sulla scorta della civiltà giuridica italiana chiama «istituto» quel che De Saussure chiama «sistema», lo scrivente prende partito a favore del se­condo. Ma è una polemica ormai spenta: non c'è più nessuno disposto a negare che la lingua sia una «istituzione sociale» (CLG, p. 25) in nome del pri­mato di una pretesa «lingua individuale» (Terracini e altri di matrice crociana).



(142) D. A. Wilkins ne rintraccia l'origine «nell'opera dei linguisti come H. E. Palmer che operarono tra le due guerre» op. cit., p. 7. Questo autore, stranamente, mostra di credere che «ogni individuo impara a parlare anche se non gli viene insegnato» (op. cìt., p. 5). Ma c'è anche chi, rinun­ciando ad operare una distinzione tra lingua e linguaggio, attribuisce la comunicazione linguistica più alla natura umana che alla storia (cfr.  Massimo Pittau, Problemi di filosofia del linguaggio, Cagliari 1967, p. 128). Questo autore non accetta neppure un'acquisizione fondamentale della lin­guistica moderna come quella dell'arbitrarietà del segno! (v. ibidem, p. 103, dove mostra di credere che si tratti di una stravaganza del Pagliaro).  È vero esattamente il contrario: e cioè che ogni individuo impara a parlare perché gli viene insegnato. Basta non considerare la scuola ufficiale come unico luogo storico di insegnamento, ma tener presente la scuola impropria (l'ambiente familiare prima e in seguito gli ambiti sociali più vasti di presenza dell'indi­viduo) per rendersene conto. Non risulta che l'individuo cresciuto tra i lupi impari a parlare altra «lingua» che quella dei lupi.



(143) Op. cit., p. 138.



(144) A Cagliari la nobiltà del Castello - il vecchio centro storico ora in sfacelo - nella misura in cui era capace di resistere ai modelli culturali piccolo-borghesi della burocrazia statale optava ancora fino a qualche anno fa per un dialetto molto conservativo e di casta sconfinante nell'idioletto « de is de nosus » (= di quelli di noi, dei nostri), oggetto di satira soprattutto da parte dei ceti parlanti il dialetto più comune della città (nella quale si riscon­travano differenze di esecuzione anche da un quartiere all'altro). Si tenga presente che nel 1923 con R.D. del 1° agosto (n. 2185) si stabilì che i libri di testo delle scuole elementari dovessero anche «comprendere un libro per gli esercizi di traduzione dal dialetto» contenente «materiale sceltissimo, tratto dalla più schietta letteratura dialettale, di popolo o d'arte» e un libro sussidiario di cultura regionale. È ben noto come poi il fascismo combatte le culture regionali, i dialetti, i dialettismi e i sardismi. Nell'Isola in ogni modo comparvero nel 1924 due opere corrispondenti alle intenzioni del decreto.  Sardegna nostra in tre volumi per la 3°, 4° e 5° elementare di Salvatore Deledda e Luigi Bianco (pubblicato a Cagliari), e un'altra opera anonima.  Due anni prima Gino Bottiglioni aveva pubblicato a Ginevra in grafia fonetica testi díalettali di Leggende e tradizioni di Sardegna.



(145)   Essa fu, con questo nome, individuata innanzitutto sul terreno dell'economia da G. M. Lei Spano con un libro avente come titolo appunto La questione sarda, pubblicato a Torino nel 1922 con prefazione di Luigi Einaudi. Ma, come ha dimostrato Girolamo Sotgiu nel suo Alle origini della questione sarda, si venne definendo politicamente ancor prima dell'Unità.  Infattí fu acutamente intravista già dalla rappresentanza sarda nel Parlamento subalpino, in particolare da Giorgio Asproni che fu per oltre vent'anni leader della sinistra, come emerge oltre che dai suoi discorsi e dai suoi scritti pub­blicati allora (fu un giornalista attivissimo, diresse tra l'altro a Napoli «Il popolo d'Italia» che fu, insieme con l'inchiesta di Franchetti e Sonnino, la prima matrice del meridionalismo politico) dal suo «Diario» in corso di pubblicazione soltanto ora da parte della facoltà di scienze politiche di Ca­gliari. È da rilevare che anche la Commissione parlamentare d'inchiesta pre­sieduta dal sen.  Medici sui fenomeni di criminalità in Sardegna, nella sua relazione finale, ha posto l'accento sulla presenza nelle zone interne di una cultura differenziata. Il  vicepresidente della Commissione sen.  Ignazio Pirastu ha anche pubblicato presso gli Editori Riuniti, Roma 1973, la sua relazione: Il banditismo in Sardegna.  Sul problema del banditismo sardo e degli aspetti «culturali» che lo differenziano da altre forme di criminalità v. an­che: Manlio Brigaglia, Sardegna perché banditi, Roma 1971; Giuseppe Fiori, La società del malessere, Bari 1969; Gonario Pinna, La criminalità in Sardegna, Cagliari 1970; Il pastore sardo e la giustizia, Cagliari 1968; Alberto Ledda, La civiltà fuorilegge, Milano 1970; Luca Pinna, La famiglia esclusiva, Bari 1970; Maurice Le Lannou, Pátres et paysans de la Sardaigne, 1941, Op. cit.; Fernand Braudel, Civiltà e imperi, cit. (il capitolo sulle repub­bliche montanare e quello specifico sull'ubiquità del banditismo sulle montagne Mediterranee); la «Rivista Sarda di Criminologia» diretta da Raf­faele Camba che si pubblica a Cagliari; Pigliaru, Op.cit., ora in Il bandi­tismo; gli atti del Convegno sulla criminalità tenutosi a Nuoro il 17-18-19 a marzo 1974 a cura dell'Istituto di antropologia criminale dell'Università di Cagliari (in corso di stampa); Gavino Musio, Op. cit., 1969; Gigi Ghirotti, Mitra e Sardegna, Milano 1968; Mario Massaiu, Mesina perché, 1976. (indietro)



(146) Cfr. Ortografia sarda nazionale, ossia grammatica della lingua lo­gudorese paragonata all'italiana, Cagliari 1840.



(147) Cfr.  M. Pira, RAI-TV & C., cit., nel quale sono indicate le ragioni per     le quali nella comunicazione stampata non si è ancora riusciti ad istituire una disciplina democratica corrispondente a quella vigente nella comunicazione orale.



(148) Cfr.  Carla Schick, Il linguaggio - Natura, struttura, storicità del fatto linguistico, Torino 1960. «Quando ci esprimiamo in una lingua stra­niera, anche dopo che abbiamo imparato a non tradurre frase per frase dalla nostra, ma a pensare direttamente nella nuova forma, seguiamo, almeno per qualche tempo, un procedimento inverso a quello che usiamo quando pa­droneggiamo liberamente i nostri mezzi espressivi: invece che elaborare que­sti perché meglio corrispondano alle esigenze di un nostro particolare mo­mento, psicologico, costringiamo il nostro pensiero entro i limiti ristretti della nostra conoscenza, siamo in maggiore o minore misura schiavi, anziché padroni, della lingua», pp. 95-96. Il giudizio sottolineato (da me) È valido non soltanto per le lingue straniere, come credeva la Schick, ma anche per la lingua materna, posto che anche di questa si danno diversi livelli di conoscenza.



(149) Cfr. il citato numero speciale de «Il Ponte».



(150) Sull'organicità dell'integrazione dei preti nelle culture orali delle zone interne cfr.  F. Braudel, Civiltà e imperi, cit., p. 23: «il prete è povero come i suoi fedeli».



(151) Ancora in questo secolo eccelse nelle prediche in logudorese il canonico Pietro Casu, che scrisse numerosi romanzi in italiano, ma tradusse anche Sa Divina Commedia de Dante in limba salda, Ozieri 1929; ed ha lasciato inedito un Dizionario Sardo-Italiano (v. supra).



(152) «Una lingua alterna, come io la chiamo, è simile ad una seconda lingua in quanto svolge una funzione sociale nel paese del discente ma serve anche a stabilire contatti con parlanti nativi; non la si può paragonare, ad una Lingua strniera, perché,si parla nel paese dove il discente vive ed è parlata dai nativi». Wilkins (Op.  Cit., p. 158).  La situazione del bilinguismo presente in Sardegna, sotto questo profilo, sarebbe da accostare a quelle del Gal­les, del Belgio, del Canada. Come nel Galles la popolazione autoctona deve imparare l'inglese mentre gli inglesi residenti nel Galles non hanno l'ob­bligo di imparare il gallese in Sardegna si fa obbligo ai nativi di imparare l'italiano, ma ai «continentali» residenti in Sardegna (e spesso nati qui) non si chiede di imparare il sardo. Prima che i problemi linguistici derivanti da que­ste situazioni finiscano per trasformarsi in gravi problemi politici, perché nes­suno rinunzia a cuor leggero alla propria identità, occorre rivedere le scelte di politica linguistica operate in contesti storici e anche dottrinari lontani nel tempo.



(153) Op. cit., p. 153.



(154) Ibidem, pp. 153-154.



(155) Ibidem, p. 154. Queste informazioni coincidono con quelle ri­portate da Calvet in op. cit.



(156) Ibidem, p. 155.



(157) Sulla questione v. ultima parte e M. Pira, Per un sistema scolastico che unifichi le strutture dell’istruzione e della produzione (comunicazione al Convegno nazionale tenutosi a Cagliari tra il 20 e il 23 settembre 1971 sul tema: «L’università, enti locali, scuola nella programmazione e nell'intervento pedagogico»), in «Scuola e città», nn. 7-8, Firenze 1973, pp. 383 387, col titolo  Istruzione e produzione».



(158)   v. Alessandro Pizzorusso, Le minoranze nel diritto pubblico interno, Giuffrè, Milano 1967; Minoranze etnico-linguistiche, in Enciclopedia del Diritto, vol.  XXVI, pp. 527-558, Giuffrè, Milano 1976; Nuovi problemi e nuove tendenze in materia di tutela delle minoranze linguistiche, 1977; Il pluralisrno linguistico in Italia fra Stato nazionale e autonomie regionali Pisa 1975,.  Pizzorusso è anche intervenuto con una sua relazione all'Xl Congresso della SLI (v. in Atti inediti).



(159)   Cfr. Atti dell’Assemblea Costituente, Discussioni, vol.  VI, p. 5315, seduta del 1° luglio 1947 e, p. 6041 dello stesso vol., seduta del 22 luglio 1947.



(160)   V. voce cit. in, Enciclopedia del diritto, p. 531, nella quale Pizzo­russo dà una sintesi perspicua dei risultati dei suoi studi.



(161) Cfr.  G. Sotgiu, Alle origini, cit.



(162) Si veda il suo intervento alla Consulta regionale sarda del 31dicembre 1946, in G. Contini,, OP. cìt., p. 45.



(163)   V. fascicolo n. 324-326 di «Temps Modernes» dell'agosto-set­tembre 1973.



(164)   Pizzorusso, voce cit., in Enciclopedia, p. 351.



(165)   Ibidem, p. 546.



(166) V. W. Labov, The social motivation of socíal stratification, in «American Anthropologist», Menasha (Wisc.) 1964; Lo studio della lingua nel suo contesto sociale, in (a cura di) Luigi Heilmann e Eddo Rigotti, La linguistica: aspetti e problemi, Il Mulino, Bologna 1975, pp. 489-512.



(167)   Cfr. John B. Pride, Sociolinguistica, in (a cura di) John Lyons, Nuovi orizzonti della linguistica, Einaudi, Torino 1970, p. 366: «È difficile sfuggire alla conclusione che la lingua è molto spesso l'intero comportamen­to sociale del momento», p. 364. Per la biblíografia più ampia v. Gaetano Berruto, La Sociolinguistica, cit.



(168) Cfr.  B. Malinowski, Coral Gardens and Their Magic, Allen and Unwin, Londra 1935, vol.  II, p.11 citato in Francis P. Dineen, Introdu­zione alla linguistica generale, Il Mulino, Bologna 1970 con premessa di Luigi Heilmann, p. 406.



(169) Cfr.  Roman Jakobson, Saggi di linguistica generale, cit., p. 13



(170) Ibidem, p. 14.  V. anche Edward Sapir, Il linguaggio, Einaudi, Torino 1969.



(171) AA.VV., Che cos’è lo strutturalismo, I.L.I., Milano 1971; (a cura di) Douglass R. Price-Williams, Culture a confronto, Boringhieri, Torino   1975.



(172) Cfr. il «Corriere della Sera» del 4 e dell'8 marzo 1976: Silvano Villani, Secondo i separatisti l'Isola deve acquistare dignità di nazione - ­I sardi che vogliono divorziare dall'Italia; Il modello italiano respinto dai sardi: «Devo dire però che il separatismo, per me, somiglia a una fuga in avanti - osserva Brigaglia -: il separatismo salta sempre fuori quando c'è crisi. Fa pensare alla reazione dei bambini che quando il gioco gli va storto reagiscono: non gioco più.  Mi pare impensabile che la classe operaia sarda voglia svincolarsi dalla solidarietà con quella del continente: e infatti netta­mente ostili sono i comunisti. Il separatismo non ha obiettivi reali e va a finire che svolge una funzione reazionaria, quale che sia il segno di cui si carica».



(173) Il materialismo storico, pp. 4-5, nota 3, Torino 1949, Edizione critica p. 1377.



(174) I tentativi di uso letterario scritto del sardo non hanno mai var­cato la soglia della prosa (con l'eccezione di alcune commedie scritte nei dia­letti meridionali). Per quanto riguarda la poesia si veda Il meglio della grande poesia in lingua sarda, Cagliari 1975, a cura di Manlio Brigaglia (intr. di M. Pira).  Si veda anche il saggio citato di A. M. Cirese apparso in «Studi sardi» sulla poesia popolare isolana; ne coglie un aspetto fondamentale: la poesia sarda scritta fu coltivata generalmente da poeti semicolti. L'íntellettualità sarda ha preferito usare, nel tempo, soprattutto il latino, lo spagnolo e l'italiano, con ciò privando di fatto il sardo della scrittura (V.  M. Pira 1969 e la comunicazione al Convegno nazionale di studi deleddiani - Atti, Fossataro, Cagliari 1974, pp. 255-263) tenutosi a Nuoro il 30 settembre 1972.  Su questo conve­gno v. anche Sandro Maxia, Nuove letture deleddiane, in «La Grotta della Vipera», n. 4, Cagliari 1975, pp. 5-9.  Maxia, che per il resto mostra di aver inteso la questione da me sollevata, mi fa il torto di attribuirmi «non tanto un rifiuto della lingua nazionale, quanto un rifiuto della scrittura» e di «mettere idealisticamente tra parentesi la scrittura» (p. 9).  In verità, io - evidentemente senza riuscire nell'intento - ho sostenuto a Nuoro esat­tamente il contrario: cioè la necessità di affrontare i problemi della scrittura anche in sardo (e non a caso avevo citato R. Barthes). A me pare invece che proprio da un vizio idealistico derivi la difficoltà di immaginare che even­tuali tentativi di scrittura in sardo possano avere ben altre motivazioni che «un decreto del Consiglio regionale» (e del resto anche un intervento del Consiglio regionale inteso a favorire l'approdo della lingua sarda alla scrit­tura sarebbe da considerare tutt'altro che scandaloso, come mostra di ritenere Maxia; anzi potrebbe avere anch'esso motivazioni culturali molto serie, anche se concordo con lui nel ritenere difficile che queste vengano intese dalla rap­presentanza politica). (indietro)



(175) Cfr.  Roland Barthes a proposito dell'opposizione scrittore/scrivente.



(176) V. in particolare N. Chomsky, La grammatica trasformazionale, Boringhieri, Torino 1975.



(177) Apparso sull'«Unione Sarda» del 6 gennaio 1977.



(178) Emilio Lussu nel Convegno politico sul piano di rinascita tenu­tosi a Cagliari il 31 maggio 1959 (v.  Atti pubblicati dalla Regione, Cagliari 1961, pp. 42-47) disse che ormai la Sardegna «doveva considerarsi un'entità storica, come un solo popolo e non più popoli interni, opposti; unico al di so­pra delle province, delle regioni interne, delle singole città e dei villaggi sin­goli». Nel sec.  XIX invece, come è noto, il Siotto Pintor aveva parlato di «popoli sardi». Quel che fino a cento anni fa poteva dirsi di ciascun villag­gio, e cioè che fosse una universitas quaedam, ora Lussu lo trovava detto a proposito della Sardegna nel suo complesso dalla Commissione di studi o del piano. È interessante il seguito del discorso, per la fusione che lo sottende della biografia di Lussu con un lungo periodo di storia isolana da lui vissuto. Egli ricordava di aver conosciuto cinque Papi e gli eredi della sinistra storica del Risorgimento in Giovanni Giolitti, Francesco Cocco-Ortu e Vittorio Ema­nuele Orlando. Aggiungeva di avere, a cinque anni, fatto il suo primo viag­gio a Cagliari da Armungia, a cavallo, col padre, passando attraverso le mon­tagne di Sinnai; e di aver fatto la sua prima traversata marittima su un piroscafo a ruote; di aver assistito a Cagliari al primo volo («un biplano che si levava appena un metro e sembrava un trucco o una magia»); di aver visto saltare per aria regni e imperi, «antichi popoli considerati spenti... su­scitati alla vita» e nuove civiltà sorgere.  E infine osservava: «Il volto della terra è veramente trasformato. Siamo ormai nel pieno della civiltà storica e dei voli alla luna. Ma la Sardegna?».

Ricordo l'emozione e la suggestione che suscitò quel discorso, che Lussu tenne per questa parte a braccio (il testo pubblicato, chiaramente non revi­sionato da lui ma da qualche burocrate a dir poco svogliato, non gli rende giustizia). Lussu, nato e cresciuto in una civiltà che certo non privilegiava la «storia come mutamento», poneva invece come «civiltà storica» solo quella creata dalla storia come mutamento, ma poneva anche una meta al mutamento, nell'approdo della Sardegna ad una storia comune a tutta l'umanità e di nuovo assestata su valori laici ma stabili e certi come quelli che egli aveva conosciuto da ragazzo ad Armungia; una civiltà storica di uomini responsabili delle proprie scelte, che offra una possibilità di ritorni dai lunghi viaggi attraverso le montagne, i mari e il cosmo. La Sardegna gli sembrava ancora lontana da questo approdo: «certo cammina in varie forme e dovunque; la civiltà patriarcale è ormai tramontata nei villaggi di montagna.  Subentra dovunque l'inizio di una faticosa e difficile civiltà nuova. Ma la Sardegna non è molto cambiata anche se nei villaggi isolati arriva la televisione.  Non è molto cambiata». Lo dicevo con l'amarezza dei capo-tribù, dei Sardus Pater, che aveva guidato il suo popolo verso una meta che egli vedeva, e che i sardi vedono, ancora troppo lontana.

Che Lussu si sentisse un capo-tribù fu chiaro a Giovanni Lilliu una volta che lo accompagnò a visitare, da soli, il santuario nuragico di Santa Vittoria di Serri. Quando vi giunsero, Lussu chiamò un pastore solitario che stava nei paraggi; si fece prestare da questi il mantello; lo indossò, e prima che l'archeologo gli avesse indicato il trono di pietra, vi si assise prendendo d'istinto il posto che gli spettava. (indietro)



(179) Sull'onomastica sarda v. articoli di Massimo Pittau apparsi sulla Nuova Sardegna (1975) e non ancora pubblicati in volume. Di questo autore v. anche Il dialetto di Nuoro e Lingua e civiltà della Sardegna. Su questa pubblicazione di Pittau esiste un appunto di lettura da parte di Emilio Lussu indirizzato a Lilliu (in G. Lilliu, Tradizione, identità e cultura sarda nelle scuole, cit.): «Non concordo per niente col Pittau che la lingua sarda non si possa insegnare nelle elementari perché, in realtà, non sarebbe una lingua ma una serie varia di dialetti» (p. 15); Lussu aggiunge (p. 16): «Bisogna che le racconti l'esperienza della Brigata Sassari, che era di Sardi. Quale amalgama comunitario meraviglioso. E comprendevamo tutti. Il Pittau ignora questa favolosa vicenda.  Gli isolotti di Alghero e Carloforte sono un'inezia. Il Pittau ignora che vi è, oltre il loguderese, un magnifico dizionario sardo campidanese del parroco don Vissentu Porru, del 1866, che è ottimo. Io lo consulto spesso». È alquanto improbabile che M. Pittau ignorasse l'esistenza del dizionario del Porru (peraltro meno raccomandabile di quanto apparisse a Lussu; tuttavia interessante in quanto si tratta dell'unico dizionario del dia­letto meridionale; vi si registrano voci dotte anche di bassissima o quasi nulla frequenza come antropolonu, chi teni boxi de homini = antropofono, che ha voce d'uomo.  Una decina d'anni orsono mi divertii ad interrogare molti uomini di varia cultura con la domanda: tui ses antropofonu? e anche in ìta­liano «tu sei antropofono?» e nessuno degli interrogati ammetteva subito di esserlo).

Lussu aveva però ragione per tutto il resto: la diversità dei dialetti sardi non può essere portata a pretesto per proclamarli non insegnabili nella scuola.  In questo caso vale perfettamente la considerazione di linguistica interna che respinge la distinzione tra dialetti e lingue. I primi non sono meno sistematici, né meno coerenti delle seconde e dunque la loro rappresentazione grafico-alfabetica non è  più né meno complessa di quella delle lingue, a parte l'eventuale necessità di ricorrere a qualche segno convenzionale per tratti distintivi assenti nell'alfabeto italiano, come è accaduto a Novalesa.  In questo piccolo centro dell'Alta Valle Susa è materia d'obbligo per gli alun­ni della quarta e della quinta elementare il dialetto franco-provenzale. Ampia notizia di questa iniziativa è stata data dalla «Stampa» dell'11 gennaio 1972 in un articolo di Remo Lugli. «Per la prima volta in Italia si insegnerà il dialetto nella scuola elementare». Per la verità anche in Sardegna dopo quella data si sono fatti numerosi esperimenti a Sassari e Oristano. A Susa l'insegnamento del dialetto è facoltativo nelle tre classi della scuola media.  In Valle d'Aosta si svolge un lavoro facoltativo di ricerca sui dialetti.  Ma a Novalesa siamo all'obbligo dello studio del dialetto locale, che stava per essere sosti­tuito dal piemontese. Sono stati proprio i ragazzi a chiedere di studiare il loro dialetto. Ma la formalizzazione dell'iniziativa è stata effettuata in sede universitaria da Giuseppe Ferrero sotto la direzione di Corrado Grassi, diret­tore dell'Atlante linguistico italiano dell'Ateneo torinese.  Ferrero nel prepa­rare la sua tesi di laurea si era accorto che la metà della popolazione della Valle Cenischia «non conosceva quasi più il dialetto originale, quello franco­-provenzale». Consapevole dell'importanza culturale dei dialetti, ha ottenuto per la sua iniziativa l'appoggio del Comitato Federale per le Comunità etnico­-linguistiche per la cultura regionale in Italia, che ha sede a Roma.  La popo­lazione della Valle si era ridotta a 1.500 abitanti, quella di Novalesa a 500. Erano soprattutto i giovani a dimenticare il dialetto dei vecchi e ad introdurre il dialetto piemontese. L’assenza di testi scritti nella parlata locale era quasi assoluta. Grassi e Ferrero predisposero l'integrazione dell'alfabeto. Poi Fer­rero raccolse dai vecchi parole e leggende per riproporle ciclostilate. Infine istruì sulla nuova materia (nuova per la scuola ufficiale, mentre era la più vecchia materia della scuola impropria) i due maestri della quarta e della quinta. Il direttore didattico dichiarò al giornalista della «Stampa»: « Sono convinto che non si diventa uomini completi se non si hanno buone radici nel passato e rispetto e amore per tutto quello che è stato. Chi crede che il pas­sato sia tutto Superato è superbo. La scuola non deve insegnare soltanto a leggere e a scrivere, deve insegnare anche a vivere; e il dialetto è vita, esperienza, tradizione, cultura». Parole molto semplici che però implicano un discorso molto complesso.  Gli alunni sono entusiasti della nuova materia.

L’analisì fonologica è oggettivamente incominciata molto tempo prima che la Scuola di Praga e Trubeschkoi la rendessero scientificamente esplicita: è incominciata con l'uso dell'alfabeto fonetico. E naturalmente è molto più facile usare l'alfabeto per rappresentare sequenze fonematiche del pro­prio dialetto, che non quelle di un dialetto diverso o di una lingua diversa che ancora non si conosca.

Sbaglia il movimento per l'insegnamento del sardo nelle scuole quando pretende che si debba insegnare una lingua sarda unificata (anziché i dialetti effettivamente parlati).  Questa lingua, fosse anch'essa il logudorese, che pur ha qualche tradizione di volgare illustre, apparirebbe ai ragazzi delle altre regioni linguistiche sarde una lingua di inappartenenza non meno dell'ita­liano.  A questa mia tesi si crede di trovare una grande obiezione nel fatto che, se accolta, non solo non potrebbe insegnare in Sardegna un maestro siciliano, ma neppure un maestro sardo al di fuori del suo paese o di quelli contermini.  In realtà non ci si rende conto che in questa obiezione é implicito un principio inammissibile: cioè che sia lecito insegnare a scrivere e leggere a ragazzi dei quali non si conosca la lingua (o il dialetto) effetivamente parlata. Ora è chiaro: quel che vi è di sbagliato nelle proposte attuali di insegnamento del sardo nelle scuole è ancora una più o meno segreta riserva, quella di chiudere la porta agli insegnanti non sardi. La proposta invece sottratta ai tentativi di strumentalizzazione sia da parte di chi la favo­risce pensando appunto di potersi recintare in esclusiva l'orto della scuola elementare in Sardegna, sia da parte di chi l'avversa per la preoccupazione di vedersi da un giorno all'altro negato l'accesso all'insegnamento perché non nativo o non residente nell’Isola da un congruo numero di anni.

La questione deve essere posta in termini rigorosamente pedagogici, partendo dal quesito: è giusto, opportuno, ragionevole, culturalmente produttivo etc. che i ragazzi debbano imparare a leggere e a scrivere in una lingua che non conoscono?  È giusto che l'unica competenza linguistica da loro acquisita venga ascritta a loro demerito? etc. Chi risponde negativamente a questi que­siti - come io rispondo negativamente - deve trarne le necessarie conseguen­ze. E la prima di queste conseguenze è che i maestri elementari devono cono­scere la lingua effettivamente parlata dai loro allievi e devono essere in grado di introdurre questi ultimi ai segreti della scrittura utilizzando il patrimonio linguistico già acquisito. È probabile che un maestro nativo di Bitti faccia meno fatica di un maestro nativo di Canicattì ad impadronirsi della cultura bittese e del dialetto bittese (del quale ha già una conoscenza almeno esecu­tiva); e dunque è più probabile che egli abbia un vantaggio sul collega sici­liano se la posta è l'insegnamento in una scuola elementare bittese, ma è vantaggio che ha il suo rovescio nel momento in cui egli concorresse all'inse­gnamento nella scuola elementare di Canicattì o di qualsiasi altro paese che non sia il proprio o quelli immediatamente contermini. Cè un solo modo per eliminare questi svantaggi: studiare la cultura e la lingua dei ragazzi ai quali e del paese nel quale si vuole andare ad insegnare l'abc. Certo questa solu­zione fa pagare il prezzo al maestro; ma tutte le altre ne fanno pagare uno ben maggiore agli scolari. Il maestro elementare non può essere esentato dal bilinguismo né in Sardegna né in altre regioni dove esistano lingue (dialetti compresi) alterne.

Il maestro in definitiva deve essere bilingue e cioè capace di porre la lingua già conosciuta dai ragazzi sullo stesso piano della lingua alterna.  Al maestro va detto chiaramente e lealmente che questa è la condizione perché

egli   possa insegnare nel proprio paese come in qualsiasi altro. (indietro)



(180) In un articolo apparso su «L’Unione Sarda» del 1° settembre 1976.



(181) Si veda per esempio l'articolo apparso sul numero del 1°gen­naio 1977, La ragion di Stato e la ragion della Regione in cui Masala dice di aver risposto a Lussu (che lo accusava seccamente di essere non un mar­xista ma un anarchico): «lo sono per l'etnia, una comunità etnica, una società di uguali».





continua....
Cortesia Il Quinto Moro

Non condivido ciò che dici, ma sarei disposto a dare la vita affinché tu possa dirlo.
(Voltaire)
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