RICCARDO NENCINI
(presidente del Consiglio regionale della Toscana)
intervistato da RICCARDO CARDELLICCHIO
CHE TOSCANA E’?
Una definizione fulminante della Toscana.
“Emozionante”.
Dal suo posto d’osservazione può vedere cose che il cittadino comune ignora. Non pensa che possa accadere anche il contrario? Che, stando così in alto, le sfuggano le cose che accadono in basso, quelle che riescono a incidere nella vita quotidiana di un individuo o di una comunità?
“Può succedere. Cerco di ovviarvi toccando con mano tutti i comuni della Toscana ( ne mancano all’appello solo una ventina su quasi trecento) e incontrando spesso associazioni e cittadini. Ogni settimana dedico appuntamenti fissi nella mia agenda proprio ad incontrare persone, toscani che chiedono di parlarmi”.
Qual è, secondo lei, il maggior difetto dei toscani?
“Il provincialismo, il ritenersi troppo spesso il sale della terra. Questo atteggiamento preclude l’apertura verso il nuovo, l’attenzione – penso al mondo dell’arte – verso le diverse tendenze che di volta in volta si affermano”.
E il pregio maggiore?
“Operosità e senso civico”.
Si sostiene che la Toscana sia regione di campanili, retaggio del tempo dei castelli. E’ vero?
“Naturalmente sì. Basta girarsi intorno, basta sfogliare le cronache locali dei nostri quotidiani: spesso, anche su questioni di rilievo per la comunità regionale, o di un’intera area toscana, si consumano approcci di sapore feudale”.
Quali sono i problemi conseguenti?
“La difficoltà ad aggregare, su obiettivi condivisi, la ricerca di un punto di equilibrio spesso necessario per raggiungere ciò che si spera di ottenere, e che potrebbe migliorare la qualità della vita dei cittadini”.
Ritiene che vi sia una sola Toscana o più di una? Cerco di spiegarmi meglio con un esempi. La Maremma Grossetana è uguale alla Lunigiana? E l’Appennino Toscano che ha a che fare con il Vadano Inferiore? E Livorno con Prato? E Lucca con Arezzo? E Siena con Massa e Carrara e Pistoia? Non ritiene, in sostanza, vi siano diversità, evidenziate anche dal grado di sviluppo avuto, frutto di scelte economiche che impongono marce diverse?
“Vi è una sola Toscana geografica. Tra tutte le regioni italiane, la Toscana è l’unica ad aver conservato quasi intatti i suoi confini fino dall’età romana. Se guardo invece all’economia e al territorio, vedo più Toscane, aree più sviluppate ed altre meno, città ‘europee’ e capoluoghi regionali. In generale, direi che in questa regione è prepotente il condizionamento del carattere fisico, territoriale, delle comunità che abitano le varie aree”.
Quanto vi incide la storia? E il carattere?
“La storia è il salvadanaio dello spirito; la storia sono le radici e dunque le identità civiche. La storia, quindi, incide, spesso troppo. Si pensi al peso che ha per Firenze nella contemporaneità. Eccessivo, e perfino foriero di vizi, come una certa autoreferenzialità, la scarsa propensione a cogliere il nuovo investendo sul futuro”.
Ci si avvia ai quarant’anni della Regione istituzione. Si salutò come un grande avvenimento. Tutti esaltavano il decentramento amministrativo. Roma non avrebbe più ingessato la vita pubblica. Il cittadino non si sarebbe sentito più emarginato, quasi un numero con tanti doveri e pochi diritti. Si ha la sensazione, a tanti anni di distanza, che qualcosa sia rimasto lì, in sospeso, e che, di conseguenza, sia nato – con gli anni – un ente inaccessibile al cittadino comune, al di là delle aperture periodiche dei palazzi, che poi attirano sempre i soliti. Non si dice Firenze come Roma, ma quasi.
“Talvolta accade che le attese non eguaglino i fatti. Le regioni italiane si trovano oggi in mezzo al guado soprattutto per due motivi: la riforma del titolo V della Costituzione, che è da riformulare; e il mancato riassetto degli enti e delle istituzioni elette direttamente dai cittadini. Troppi sono gli istituti cui compete l’organizzazione dei servizi, del territorio, e ai quali fa capo, in ultima analisi, lo stato complessivo della cittadinanza offerta ai toscani. Proliferano i costi e non sempre i cittadini godono di servizi migliori. Si tratta della prima riforma da effettuare”.
A un certo punto (fine anni Settanta, inizio anni Ottanta), la Toscana fu interessata da una forma di decentramento tutta nuova, nata dall’esperienza dei comprensori, sorti quasi spontaneamente in alcune aree omogenee. Esempio: il comprensorio del cuoio e della calzatura. Mi riferisco all’associazione intercomunale. Sembrava una buona scelta. Avrebbe dovuto superare la Provincia, che costringe i Comuni in confini precisi, rigidi – chi sconfina si trova in difficoltà.
Bene, dopo qualche anno, arriva l’annuncio che se ne può fare a meno. Che tra Comune e Regione, l’ente intermedio deve essere la Provincia. Perché? Cosa non ha funzionato? Scelte politiche e di che genere? Si è temuto che i cittadino non capissero (non dava l’impressione che fosse così) o, piuttosto, che qualcuno avesse meno posti di potere a disposizione?
“Ripeto: si sono generati enti nuovi senza procedere ad una corretta ripartizione delle competenze. Abbiamo una tipologia di enti più vasta dei vizi capitali”.
Ma veramente la Provincia ha un ruolo importante?
“Ho buone ragioni per ritenere che vi siano eccessive sovrapposizioni di funzioni”.
E che senso ha il Circondario?
“Può avere un senso se inserito in una riforma complessiva della complicata architettura istituzionale italiana. Gli enti, però, non dovrebbero sommarsi ad altri enti prima di averne definite con certezza le competenze e prima ancora di aver deciso cosa fare di quanto già esiste”.
Come s’inseriscono, in questo contesto, la città metropolitana e l’Area Vasta?
“Ripeto fino alla noia: verifica, riordino – ed eventuale taglio -, nascita di nuovi organismi, dove siano chiare le funzioni, gli interessi da tutelare e le comunità di riferimento, e dove la parte decisionale risponda per legge a una precisa scansione temporale di obiettivi dati, cui adeguare gli strumenti tecnico burocratici con rigore”.
Si pensa in grande, meglio: s’immaginano organismi grandi nel momento in cui la gente dimostra di avere bisogno, e voglia, di altro. La gente – è un dato di fatto - fugge dalle cose grandi: fugge dalla città e si rifugia nei paesi, nei borghi, nei villaggi. E chiede, di conseguenza, servizi adeguati, decentrati. La politica della Regione va, invece, verso tutt’altra direzione, e qualcuno teme lo schiacciamento da elefantiasi. Su che basi ci si muove?
“Ha scritto il sociologo Baumann che la gente si fida di più di ciò che le è vicino, anche sul piano istituzionale. I Comuni vengono vissuti con consapevolezza piena ma le regioni hanno fini diversi: concertazione, grandi investimenti su opere di interesse pubblico, tutela della salute, etc.. Funzioni non delegabili, anche perché l’alternativa probabile sarebbe quella che lei diceva in apertura: la Toscana dei castelli”.
Parliamo pure degli ospedali, a questo punto. Ci sono accorpamenti, decisi – si afferma – per questioni economiche e nell’intento di fornire alta qualità. Ma non tutti questi accorpamenti sono comprensibili. Soprattutto dov’è alta la concentrazione demografica e produttiva, e i collegamenti lasciano a desiderare. Non si corre il rischio che risparmio e qualità siano fittizi?
“Il risparmio, in Toscana, non è stato assolutamente fittizio e la qualità non è venuta meno. Il rapporto, ad oggi, è positivo. Sul tavolo c’è la vera sfida della sanità moderna: garantire prestazioni ed efficienza, in un rapporto proficuo con il territorio, con il privato e con il terzo settore”.
Già che siamo in argomento, parliamo ancora di salute, su un altro versante però: quello della società della salute. Il cittadino – interrogato – afferma candidamente di non saper bene di che cosa si tratti. E dire che è stata presentata come la soluzione di problemi annosi. Ma è proprio così?
“E’ vero che c’è ancora molto da fare; ed è vero che in pochi, tolti gli addetti ai lavori, sanno di cosa si tratti e a cosa serva. Il punto rilevante per i cittadini, tuttavia, non è solo l’impalcatura scelta nel governo del settore della salute, quanto la soluzione dei problemi per i quali si è proceduto alla costituzione delle Sds. La partita, nei confronti dei toscani, sta lì: se la politica è in grado di dare risposte, le scelte del governo sono premiate; sennò devono essere riviste. Nessuno, a quel che so, ha ancora messo in discussione il principio della responsabilità”.
Toscana felix si diceva un tempo. Non era un’esagerazione?
“Se guardiamo ai grandi indicatori, la Toscana è ancora una regione felix: paesaggio, cultura, ambiente, qualità della vita, quantità dei servizi erogati. Ma tutto ciò non basta più ad essere felici, e in ogni caso il vero confronto è con se stessi, con le potenzialità di un territorio unico nel suo genere. La domanda che dobbiamo farci costantemente è “Siamo facendo quanto dobbiamo per difendere e valorizzare qualità e civiltà della nostra regione?”.
Oggi come possiamo definirla? Toscana infelix?
“Toscana alla ricerca. Alla ricerca di innovazione, di investimenti sulle idee e sulle giovani generazioni; di un profilo di impresa capace di aggredire la globalizzazione, marcando differenze, qualità, valore aggiunto e ricerca. Una regione che sa che il suo tradizionale modello di sviluppo non è più sufficiente a garantire una eccellente qualità della vita a tutti i suoi cittadini”.
Si diceva anche piccolo è bello, per esaltarne alcune caratteristiche produttive: l’artigianato, la piccola e media impresa. Oggi cosa si può dire?
“Piccolo è bello in attività di alto pregio e dunque di nicchia. Non altrove, almeno non sempre, e comunque mai fuori dai circuiti di investimento e di innovazione: se ti sganci da una visione d’avanguardia, se smarrisci l’intuito e l’intraprendenza che hanno fatto grandi i toscani nella storia, sei fuori, e non solo dal mercato: ti tagli il futuro”.
Ci sono settori in via di estinzione, o che vivono vita grama. Borse e calzature, in primo piano. E’ emigrata la produzione nei Paesi dell’Est e in Asia. Il ritorno lo si ha per la commercializzazione. E’ un Made in Tuscany per modo di dire. Anche le grandi firme sono finite, in gran parte, in mani straniere. Va bene così? Non può esserci un progetto capace di bloccare queste fughe e di far fronte alla concorrenza sempre più agguerrita?
“’E’ l’economia globalizzata, tesoro!’. Non servono barriere doganali ma ricerca, tecnologia, intelligenze, un sistema bancario attento alle novità e buoni supporti esteri. Le nostre piccole e medie imprese hanno bisogno di una rete di accordi che le trasli in mercati più ampi, e qui la politica, le istituzioni regionali, possono e devono fare la differenza, perché la questione globale affanna anche gli altri sistemi imprenditoriali territoriali. In Europa e fuori”.
Da alcune parti si chiedono incentivi maggiori per immaginare alternative economiche e produttive. Da altre si lamenta l’eccessiva frammentazione della produzione. C’è il rischio di non capirci più nulla e che la Toscana scivoli sempre più in basso. Che ne pensa?
“La frammentazione produttiva – circa il 90% del nostro tessuto economico è fatto da piccole e piccolissime imprese – non si cancella in una generazione. Bisogna conviverci favorendone le aggregazioni soprattutto quando la contesa investe il mercato mondiale. Ma serve anche una stagione di formazione e servizi da parte delle associazioni sul territorio, che sono le prime a poter guidare la riqualificazione accedendo a circuiti istituzionali e finanziari”.
In questa situazione, purtroppo, il futuro dei giovani appare incerto e l’occupazione ne risente in maniera drammatica. L’ultimo dato disponibile sulla disoccupazione parla di un tasso del 4.7%. Non è così?
“Si tratta comunque di un basso tasso di disoccupazione. Il problema – è la mia opinione – è più nella atipicità e nella frammentazione dei nuovi contratti di lavoro: poche garanzie, nessuna certezza della pensione, marginali sicurezze, ammortizzatori sociali scarni o inesistenti”.
Anche per le donne non è che il quadro toscano sia diverso che altrove.
“Ma non è peggiore”.
Il lavoro. Croce più che delizia. Non arrivano segnali positivi da nessuna parte. Anzi, il precario appare la figura dominante. Anche nella pubblica amministrazione. Tra i giovani e i meno giovani. Uomini e donne. La disoccupazione è galoppante. Lo sfruttamento è acuto, vistoso, cui si accompagna il ricatto: o accetti o vai a casa. Tutto è lecito mancando garanzie, regole precise a difesa della dignità dei lavoratori. Anche nelle piccole realtà.
“Lo statuto dei lavoratori, quasi quaranta anni fa, regolamentò i rapporti di lavoro nella società industriale tutelando i lavoratori. Nella società del terziario nella quale viviamo da anni nulla ancora è stato previsto per raggiungere gli stessi obiettivi di allora. E’ prioritario farvi fronte: c’è un’ intera generazione a rischio”.
Garanzie che mancano anche sulla qualità del lavoro. Il fenomeno del subappalto, in certi settori, rende alto il numero degli infortuni. La Toscana, purtroppo, primeggia.
“Un drammatico primato del quale ancora non riusciamo a liberarci nonostante i controlli messi in atto”.
Qui s’inserisce il discorso dell’immigrazione. Si sostiene, in ambienti industriali: più immigrati arrivano, meglio è. Riusciamo a coprire quelle mansioni che gli italiani rifiutano. Ma è giusto? Non c’è il rischio che si riducano gli immigrati a novelli schiavi? Senza considerare che, per problemi di lingua non tutti risolvibili, non sempre riescono a comprendere fino in fondo la portata, e la pericolosità, delle mansioni.
“I nostri figli si autoescludono da una serie di lavori considerati umili. La manovalanza in edilizia e in agricoltura e l’assistenza familiare agli anziani sono state quasi interamente appaltate a donne e uomini extracomunitari. Questi hanno il diritto di veder applicato il diritto di lavoro esattamente come se si trattasse di lavoratori italiani”.
Rimaniamo sull’argomento immigrazione. Pare che si faccia confusione, volutamente o meno. C’è chi parla d’integrazione, anche a sinistra, chi di convivenza. L’integrazione non mira all’annullamento della diversità? Non è più giusto, invece, battersi per la convivenza, riconoscendo che ormai siamo una società multiculturale?
“Nelle società multiculturali permangono le differenze ma univoco deve essere il riconoscimento dei valori fondanti la nazione nella quale si vive. Un principio che ritorna anche quando si parla di cittadinanza, intesa come adesione e acquisizione piena dello status di cives, nel corpo di valori e identità che questo sottende”.
Parliamo di cooperative impegnate nel pubblico: nella cultura (biblioteche, musei), ma anche nella manutenzione e in alcuni uffici. Risulta che vi siano numerose ombre, a cominciare dagli stipendi. Sarebbero inferiori a quelli dei dipendenti degli enti pari grado. Come problemi esisterebbero sul piano assicurativo.
Nessuno si muove. Sembra quasi che gli enti locali arrivino a facilitare la nascita delle cooperative (non tutte sociali) per aggirare certi ostacoli. Primo: il limite imposto nelle assunzioni. Ma non sono escluse anche valutazioni legate al risparmio. In sostanza, le cooperative stanno vivendo forti contraddizioni. Dimentichino sovente i motivi della loro nascita per trovarsi impelagate nello sfruttamento del lavoro e nel clientelismo politico: serbatoio di voti per potenti, snodo economico (soldi in uscita e in entrata) della politica, lobby capaci di condizionamenti legislativi (si pensi alla legge sui sub-appalti). Insomma., si sarebbe arrivati a una situazione estremamente delicata, che impone interventi severi. Chi deve farsene carico, oltre ai sindacati?
“Le istituzioni certamente quando si parla di cooperative impegnate nel pubblico, ma anche le organizzazioni di categoria e quelle del volontariato. E’ necessario un sistema di regole che impedisca strumentalizzazioni e polemiche come quelle che si stanno facendo in questi giorni.. Aggiungo che là dove vi sono delle illegittimità esistono competenze precise in capo a funzioni dello Stato”.
Il turismo. Non è voce secondaria per la Toscana. Anzi,. Vannino Chiti lo chiama il petrolio della Toscana. Dà l’impressione, però, che si tratti di una definizione ottimistica se non proprio di un desiderio. Avremmo problemi, a dire il vero, se non ci fosse l’agriturismo a muovere la bilancia verso l’alto. Con pregi e difetti. O non è così?
“Non è così. Non c’è solo l’agriturismo. In Toscana, ogni anno, si muovono circa 50 milioni di turisti. Non è più sufficiente, invece, l’approccio tradizionale, l’offerta consuetudinaria. Altrove si spende meno e si hanno servizi migliori, mare e montagna sono decisamente belli. Torno alla funzione di una politica che assolve in senso pieno al suo compito: il turismo si qualifica e si difende, oggi, difendendo il territorio, con scelte che lo conservino e servizi che lo qualifichino. Dall’edilizia ai trasporti, per intenderci”.
Il turismo culturale non si sa bene che cosa sia se si va oltre Firenze. E Firenze sembra proprio non poterne più con i suoi duemilioni di visitatori l’anno. E’ sul punto d’esplodere e di non riuscire a essere neanche più città museo.
“A suo tempo io fui il promotore di una proposta di legge per Firenze, ma quello che mi preme sottolineare è che le città d’ arte, e la Toscana è come una sola grande città, devono attrezzarsi e fornire servizi funzionali al loro ruolo che non è solo di volano di una economia basata sul turismo. Le città d’ arte sono anche palestre di cultura: di qui l’ attenzione alle università italiane e straniere, alle iniziative che rappresentano investimenti nel sapere, a tutto ciò che disegna un nostro target culturale al quale altri paesi e altre città possano o debbano fare riferimento”.
Si parla tanto di Toscana minore, ma non si capisce bene perché. In pratica, si tratta della provincia, di quella provincia che si sente mortificata. Perché ha proposte di qualità che vengono ignorate. O quasi. I musei sono numerosi (in Toscana sono in tutto 450), ma si fanno salti mortali per tenerli aperti almeno nei fine settimana, vista la carenza di personale. Questa provincia potrebbe offrire opportunità di turismo naturale, ma si stintigna a salvaguardare il territorio per qualificarlo maggiormente.
Se ne ricava l’impressione che si stia perdendo una grande occasione.
“Sì, l’impressione è quella di occasioni perdute nel valorizzare la Toscana minore. Per questo parlo di coordinamento e di funzione programmatrice a livello regionale”.
Non si può tacere del turismo termale e del turismo congressuale. Il turismo congressuale,
in pratica, è inesistente. E quello termale, dopo i fasti di qualche anno fa (troppi), è diventato cenerentola. Montecatini docet. Ma non sembra che si voglia prendere il toro per le corna. Cioè perché sta avvenendo tutto questo? Errori politici?
“Altre città – da Milano a Roma a Rimini – hanno investito di più e meglio nel turismo congressuale, e offrono anche servizi migliori, basta pensare agli aeroporti e alla viabilità. Qui scontiamo ritardi colpevoli, e anche occasioni perdute, perché costruire ed investire sul turismo congressule oggi presuppone costi ingenti, costi che avrebbero potuto essere programmati e attivati da tempo, oltretutto facendo delle nostre città luoghi ben più qualificati dal punto di vista urbanistico. Quanto al turismo termale, il modello ‘Chianciano – Montecatini’ è da tempo in crisi, e non solo in Toscana. Sono più attraenti le terme all’interno di complessi alberghieri attrezzati. Aggiungo che – Montecatini docet – non sono mancati gli errori nelle decisioni assunte dalle istituzioni”.
Un discorso a parte meritano il turismo estivo e quello invernale. Qui si è di fronte a uno sfruttamento eccessivo. Con il pretesto che le stagioni sono brevi, si praticano prezzi esosi che scoraggiano gli stranieri ma anche gli italiani. Ci sono polemiche, di tanto in tanto, ma non si va oltre. Non si prendono rimedi.
“Vale il discorso sulla visione programmatoria e sugli strumenti che si possono utilizzare per un controllo dei prezzi che sia adeguato a una visione strategica del territorio e delle stesse attività turistiche. Insomma, quando si chiedono infrastrutture, servizi e adeguamenti urbanistici, il tema dell’offerta dovrebbe essere una delle questioni messe sul tavolo degli accordi tra istituzioni e associazioni di categoria. Lo sviluppo deve essere il frutto di una visione complessiva e condivisa, dove ciascuno degli attori concorre all’impresa generale”.
C’è anche un turismo economico, a dire il vero, legato ai prodotti locali, in gran parte enogastronomici. Ma si ha l’impressione che si vada avanti per impulsi locali, spesso anche confusamente.
“Economico...non direi. Prodotti biologici oppure di alta qualità hanno costi elevati. Ma sul cibo di qualità esistono, eccome, programmi regionali e precise attività di promozione, in Italia e all’estero. Anche se l’iniziativa e “gli impulsi” locali sono fondamentali, esistono circuiti che, attivandosi, generano una ricaduta positiva di cui si giova l’intero settore”.
E veniamo all’agricoltura. Oggi il discorso si ferma a vino e olio, dove la Toscana primeggia. Ma sono sufficienti a contrastare la concorrenza, soprattutto a far guardare alla campagna con meno pessimismo, come prospettiva? L’agriturismo non può essere usato come bacchetta magica con cui si guariscono tutti i mali. Anche perché frequentemente va oltre le regole e, per di più, dà l’impressione d’essere quasi una moda e, come tutte le mode, destinata a finire.
“Fermarsi a vino e olio è sicuramente un prospettiva limitata, ci sono produzioni di eccellenza nella nostra regione delle quali non si tiene conto a sufficienza. Il punto di partenza però è l’ organizzazione ottimale della produzione in un mercato che si sta diversificando oltre che globalizzando: credo sia essenziale per la nostra regione una politica diretta a innescare meccanismi cooperativi diffusi e condivisi capaci di promuovere la tutela di prodotti già affermati, difendendone le caratteristiche qualitative, e sviluppare ulteriormente i nostri modelli territoriali”.
Penso alla zootecnia, al vivaismo, alla silvicoltura come settori non secondari. Ma qualcuno sostiene che siamo praticamente all’anno zero e che non ci siano idee chiare. Si arriva, addirittura, a mettere in discussione la bontà del piano rurale.
“Anche la zootecnia sì, ma di qualità, stante le caratteristiche del nostro territorio. Peraltro proprio l’ esempio del vivaismo è la conferma di un settore dove l’ inventiva e la tecnica si sposano affermando nel mondo una produzione non legata necessariamente alla disponibilità di grandi spazi”.
Commercio. Grande distribuzione. Non è che la Toscana navighi nell’eccesso? I supermercati sono nati – si racconta sovente – per calmierare i prezzi della spesa, per rendere meno vuota la borsa della spesa. Oggi, però, si sono trasformati, per l’alto numero autorizzato, in killer del piccolo negozio, della bottega. Al punto che nei centri storici siamo all’ecatombe. Decine e decine di saracinesche sono state abbassate per sempre e altre sono sul punto di farlo. Con conseguenze immaginabili. Ancora: il supermercato lo si ritiene tra i responsabili dell’esplosione delle false necessità, grazie alle campagne martellanti di offerte speciali, e di annichilire – sul piano urbanistico e ambientale – periferie già estenuate.
“Nelle periferie delle città, non c’è più soluzione di continuità tra abitazioni e centri commerciali. Un eccesso ingiustificato, per altro già sollevato, e con allarme, da anni, e non solo da parte delle associazioni dei commercianti. Ma vede, qui si torna alle responsabilità delle istituzioni nella definizione di strategie e sul governo del territorio, come pure a un difetto di tutela e difesa di un tessuto economico che faceva delle nostre città luoghi più qualificati proprio dal punto di vista della cultura del vivere”.
L’accusa, che ogni tanto emerge, anche se timidamente, è che il supermercato, oggi, risponde alle esigenze di schieramenti politici più che alle esigenze del consumatore. Sul banco degli imputati vengono messi, in modo particolare, i Democratici di sinistra.
“Gestori e proprietà penso si muovano guardando a esaurienti indagini di mercato. Non voglio pensare a interessi urbanistici, e in ogni caso non mi aspetto che gestori e proprietà facciano altro che perseguire ciò che è nella loro ragione di impresa”.
Alla luce di tutto questo, non ritiene necessario un’operazione di riequilibrio tale da garantire anche opportunità di lavoro a giovani e meno giovani e al ricupero di rioni trasformati in dormitori con sacche d’emarginazione?
“Assolutamente d’accordo. Non è vero che in tutte le nostre città l’architettura contemporanea abbia sempre dato buona prova di sé e nemmeno gli amministratori che condivisero quelle scelte”.
L’ambiente è veramente elemento fondamentale per una regione come la Toscana?
“E’ uno degli elementi fondamentali, come fondamentale è la cultura che abbiamo maturato dai secoli della nostra storia e dalla configurazione del nostro territorio”.
Dove sono le scelte qualificanti? Sembra piuttosto che si sia di fronte a ritardi non sempre giustificati.
“La Toscana che conosciamo è figlia degli uomini e del loro amore per la terra. La mezzadria ha favorito questo legame ed ha consentito una cura del tutto particolare del territorio. Questo paesaggio lo dobbiamo non solo al big bang ma al duro e secolare lavoro di contadini e architetti. Nel nostro tempo le scelte improvvisate non sono mancate e i loro effetti si vedono ancora. Scelte, però, che non hanno compromesso la magnificenza dei luoghi nei quali viviamo”.
I rifiuti. Non è che la Toscana possa dirsi regione virtuosa. E’ lontana da raggiungere livelli ottimali nella raccolta differenziata, che farebbero avere meno perplessità sull’avvento dei termovalorizzatori (che poi sono inceneritori) e ridurrebbero l’impatto devastante delle discariche e, non ultimo per importanza, mozzerebbero gli artigli all’ecomafia. Dove sono gli errori?
“Nell’aver ritenuto che le modalità di smaltimento fossero questioni che non ci riguardavano prioritariamente tanto vi sarebbe comunque stato un altro luogo dove portare i nostri rifiuti, magari pagando somme salatissime. Doppio e grave errore”.
Acqua. Quantità e qualità. La quantità è sempre minore, ma le campagne per un uso razionale appaiono inefficaci. Sulla qualità il discorso è più complesso, più grosso. E’ una storia lunga, tormentata, che vede il fallimento della famosa legge Merli. Un fallimento attribuito al poco coraggio avuto a imporre regole rigide alle industrie inquinanti. Produrre senza inquinare fu uno slogan di grande effetto, sacrificato però sull’altare di una malintesa difesa dell’occupazione. Insomma, non le pare che si sia monetizzata la salute dentro e fuori le fabbriche? Non è che gli imprenditori ci abbiano pensato, e ci pensino, su due volte a chiudere le aziende quando la gallina ha smesso, e smette, di fare le uova d’oro, ed emigrare. Con costi elevati per la collettività. Economici e ambientali. Perché ci sono produzione che consumano risorse naturali, l’acqua in particolare, in maniera eccessiva e irrimediabile. Alcuni imprenditori rispondono sostenendo che pagano per quel che inquinano. A parte che non sempre è vero, oggi è da considerare ancora valida questa scelta, o bisogna andare a soluzioni più severe?
“Qui si apre il grosso capitolo del consumo di risorse ambientali che non sono limitate all’ acqua. Per esempio uno degli obbiettivi da porci è quello di promuovere modelli di consumo e di produzione, oltre che di riproduzione, che salvaguardino le capacità di rigenerarsi del territorio: su questo fronte la politica regionale può e deve fare di più, se necessario contrastando il “ricatto” sui costi con forme di compartecipazione agli oneri, ma legate ad impegni precisi sul territorio e sulle scelte qualificanti d’impresa”.
Accanto a rifiuti e acqua, occorre mettere aria e rumore. Aria irrespirabile e rumore insopportabile un po’ ovunque. E’ possibile che non si trovino soluzioni all’uso dell’auto in ogni momento della giornata e anche per brevi percorsi? E, per il rumore, quanti Comuni non sono dotati di un piano, nonostante l’obbligo?
“Qui soccorre la spinta di ogni settore della società civile, che peraltro si sta organizzando, per sollecitare l’ adozione da parte delle amministrazioni dei piani contro l’ inquinamento acustico, ma non c’è dubbio che molti comuni sono inadempienti”.
I controlli sono affidati all’Arpat, sulla cui esistenza non pochi nutrono dubbi. Per un motivo molto semplice. Si trova ad avere incarichi da aziende private, che poi non è escluso sia chiamata a controllare su incarico degli enti locali. E’ corretto? Non era meglio far rimanere un settore così delicato nell’ambito delle Ausl?
“Forse, ma il nostro primo dovere è quello di attuare sistemi di controllo che offrano garanzie certe nell’ efficienza e nella gestione di settori così importanti per la salute di tutti. Arpat è considerata un operatore di primissimo piano per le competenze acquisite anche sul mercato. Le formule e le sigle vengono dopo…”.
Ambiente e territorio. Un poggio, un bosco, un’aria umida, un monte. La Toscana ha un patrimonio naturale invidiabile. Ma, a poco a poco, sta sparendo, vuoi per noncuranza, vuoi per carenze culturali, vuoi per scelte egoistiche. Com’è possibile frenare la voglia di espansione di certi sindaci, l’arroganza di certi urbanisti e l’egoismo dei singoli - tutto a scapito dell’ambiente? Sono veramente rigorosi i controlli sui piani?
“L’ efficacia dei meccanismi decisionali pubblici specialmente in materia di territorio va di pari passo con l’ attuazione di controlli rigorosi. Fra l’ altro questo richiama anche questioni di coesione sociale; in questo senso c’ è ancora molto da fare e le forze politiche devono fare ogni sforzo in questa direzione”.
Ambiente è anche traffico. Non ci pare che siano state fatte scelte, finora, di grande spessore politico e culturale. Domina il trasporto privato su ruote. Auto e camion intasano strade inadeguate. Com’è possibile che anche la Toscana non riesca ad affrancarsi da questa logica? Una logica che non tiene nella dovuta considerazione la sua viabilità. Abbiamo strade vecchie di secoli, anche quelle di grande comunicazione (nate in particolare nell’Ottocento), adatte alle carrozze e ai barrocci. Ma anche quelle recenti – prendiamo come esempio la Fi-Pi-Li – lasciano molto a desiderare. Su scelte nuove si sa soltanto litigare e passare da un rinvio all’altro.
“Non è un problema solo di scelte, anche le disponibilità finanziarie sono un parametro necessario dietro ogni scelta. In ogni caso sia chiaro che è difficile , anzi impossibile, conciliare e accontentare gli interessi di tutti; una volta fatta una scelta, sia pure a maggioranza, la si deve portare avanti con decisione: l’alternativa è parte di quel che lei dice quando parla di rinvii e litigi, di egoismi e arroganze. Non sarebbe poco, allo stato, che le risorse si polarizzassero verso uno sviluppo armonioso e rispettoso delle infrastrutture condivise sul territorio”.
Una trentina di anni fa, gli editori effettuavano le spedizioni via treno e i quotidiani erano nelle edicole all’ora giusta. Oggi questo non è possibile. Gli editori sono costretti ad affidarsi al mezzo privato. Nello stesso periodo, si prendeva il treno e si era sicuri di partire e di arrivare in orario, o con pochi minuti di ritardo. E c’erano treni vecchi, che sbandieravano la prima, la seconda e anche la terza classe.. Oggi, con i treni a due piani, questo non è possibile. Nonostante le promesse, si arriva a vivere avventure anche su tratte brevi. In treni, poi, che lasciano a desiderare. Anche sul piano igienico.
“Innumerevoli sono state le inchieste giornalistiche – e non solo quelle – sui ritardi, la sporcizia e il disagio nel trasporto su rotaia. Né mancano le pressioni della Regione sui vertici F.S. perché il servizio sia adeguato alle necessità. E’ stato realizzato un primo protocollo che prevede rimborsi per i cittadini che incorrano in alcuni disagi. Non ho dubbi sul criterio da applicare: chi sbaglia, paga”.
Per alcuni, siamo a una crisi irreversibile. Per altri, alla base del disservizio c’è il disegno di favorire il trasporto su ruote. Che movimenta più soldi. Senza considerare l’esistenza di costi altissimi per salute e sicurezza.
“Io penso piuttosto che una rinnovata coscienza sul trasporto più vantaggioso per la collettività – quello intermodale, e specificamente su rotaia – si è affermato con colpevole ritardo nella volontà dei vertici politici e della collettività tutta. E’ un deficit che scontiamo, senza andare tanto lontano, perfino nei servizi di collegamento spicciolo nell’ambito di aree che si supporrebbero omogenee (come quella metropolitana, giustappunto). Con costi sociali altissimi, proprio anche sul fronte di salute e sicurezza”.
La Toscana è regione di fiumi – tutti a regime torrentizio, compreso l’Arno. Ma non ne abbiamo tenuto di conto. Abbiamo permesso che si costruissero case e stabilimenti industriali in golena. Negli anni del boom, abbiamo fatto nascere decine, centinaia di draghe, che hanno affondato il letto dei fiumi e indebolito le sponde. Abbiamo creato dighe, grandi e piccole, perché non ci siamo sforzati, come non ci stiamo sforzando, di pensare all’energia alternativa. Abbiamo rimbalzato le competenze sui controlli tra Stato, Regione, Province. Con il risultato che il degrado è aumentato e il rischio idrogeologico è dietro l’angolo. Nello stesso tempo, si sono ridotte le risorse. Conclusione: abbiamo pianto lacrime amare quando i fiumi hanno tracimato o rotto gli argini, allagato campagne, invaso città, mietuto vittime. E a ogni piena siamo assaliti da una paura fottuta.
“L’invaso di Bilancino ha risolto i problemi di piena della Sieve e dunque dell’Arno nell’area fiorentina. Restano, in alcune aree toscane, rischio idrogeologico e degrado, che chiamano tutti a una politica più responsabile. I conti aperti dagli sbagli del passato, purtroppo, sono debiti che insistono su tutti noi, e certo di non immediata risoluzione”.
Da qualche tempo si riflette sull’esistenza dei consorzi idraulici, quelli cosiddetti di bonifica. E se ne mette in dubbio l’efficacia. Si lamenta la richiesta sempre più esosa di soldi, sotto forma di tassa agli abitanti. Non giustificata dalla qualità e dalla quantità degli interventi.
“Condivido le preoccupazione sul ruolo dei consorzi di bonifica tanto da aver ingaggiato – era il 2003 – una polemica pubblica sull’argomento. Mi pare che la questione conservi tutta l’attualità del caso”.
La cultura. Viene sempre ultima. E dire che una volta era il fiore all’occhiello della Toscana. Ora è relegata in un cantuccio. Nei bilanci degli enti locali, quando si è costretti a tagliare, non si hanno dubbi: si comincia dalla cultura. Brutto segno. Non le pare?
“Bilanci scarni ma spesso attività superlative, anche nei piccoli centri. Da Scarperia a Cortona a Sansepolcro fino a molti centri storici, anche grazie a sponsor privati, i programmi culturali stanno crescendo in qualità e quantità. Un buon segno. Cultura-Cenerentola ma con sette vite, come i gatti”.
Ma la Regione quale politica culturale ha? Non si vedono indicazioni esaltanti. Predomina la confusione. Siamo a ognuno per sé. E sembra addirittura che non si sappia andare oltre il teatro. Non sempre di qualità.
“Mancano grandi eventi culturali, e forse questo è uno dei versanti su cui una terra con tanta storia sconta una modestia pesante e ingiusta. non riusciamo ad affrancarci da circuiti che si ripropongono senza il necessario apporto di novità e apertura, e senza un vero respiro nazionale. Non riusciamo ad attrarre nuovi attori e protagonisti contemporanei”.
Cenerentola tra le cenerentole, l’editoria. Numerose case editrici, di piccole e medie dimensioni, con vita non sempre facile. Anzi, nella maggior parte dei casi è stentata. Tutti d’accordo, ho potuto constatare recentemente: la Regione deve intervenire. Ma una proposta di legge – da considerare un’inversione di tendenza – ammuffisce in qualche cassetto. Brutto segno anche questo. Non le pare?
“La Toscana ha avuto una magnifica storia editoriale, fino dai secoli passati. A Livorno si sono pubblicate nel ‘700 opere invise altrove, a partire dall’’Encyclopedie’ e dai ‘Delitti e delle pene’ del Beccaria. L’Ottocento ed il Novecento si sono arricchiti di case editrici di diverse dimensioni e comunque tutte importanti. Oggi non è più così. Urge una legge per la piccola editoria, come urge una nuova politica editoriale, con la quale saldare una sorta di patto virtuoso tra circuiti della cultura riconosciuta nelle sedi più importanti e sezioni dedicate a un pubblico di nicchia e alla scoperta di nuovi talenti. Là dove ingegno e creatività trovano accoglienza, lì c’è il germe della migliore storia toscana”.
Si dice che si sia tutti sportivi. Più o meno. Ma la Regione ritiene di non essere tenuta a saperlo?
“Le statistiche dicono che la Toscana ha un numero di donne e di uomini che praticano discipline sportive altissimo. Né mancano gli impianti. Lacune, certo, ce ne sono, a cominciare dalla carenza di impianti polivalenti ‘aperti’ nelle città, come ne esistono nei paesi nordici. Serve anche un’ integrazione dell’offerta sportiva nelle nostre scuole e comunque per i nostri ragazzi, come un tratto di educazione alla cittadinanza che potrebbe sfruttare appieno la sinergia con strutture anche deputate all’offerta privata”.
Ho lasciato per ultimo un argomento, che invece è tra i primi nella sensibilità del cittadino. La criminalità. Mi affido, inizialmente, a notizie Irpet. In Toscana mostrano una dinamica crescente omicidi, rapine e furti. Inoltre, dal 1993 a oggi, è aumentato del 40% il numero di famiglie che considera la propria zona a rischio di criminalità. Si tratta di un’insicurezza – rileva l’Irpet – che ha più di una causa. In primo luogo, si trova l’aumento di alcuni reati specifici, come – esempi – lo spaccio di stupefacenti e il furto nelle abitazioni. Ancora: il vicepresidente della Regione, Federico Gelli, si è detto preoccupato per l’esistenza di una criminalità organizzata, non necessariamente di stampo mafioso, e della cosiddetta illegalità di strada collegata allo spaccio, alla prostituzione e agli scippi. Ha affermato anche che appare in crescita il fenomeno della criminalità ambientale, si parli di abusivismo edilizio come del ciclo dei rifiuti. Infine, c’è chi sostiene che i colletti bianchi, d’accordo con associazioni mafiose, stanno rovinando le istituzioni e la società Toscana. In aumento – aggiungo – anche la violenza sulle donne e nell’ambito familiare. Un quadro decisamente preoccupante, cui s’intende far fronte con la cosiddetta “sicurezza partecipata”. Che dovrebbe vedere la collaborazione tra Regione, enti locali e organi statali, e il coinvolgimento dei cittadini e della società sociale. Con quali mezzi?
“La collaborazione tra enti e istituzioni è necessaria per affrontare la criminalità che ormai ha profili articolati e trasversali. Non bastano le sole forze dell’ordine, occorre realizzare un ambiente sociale coeso il più vicino possibile alle istituzioni pubbliche, con strutture flessibili e capaci di adattarsi alle diverse situazioni generate anche dai disagi sociali emergenti in una società sempre più frammentata come la nostra. Solo dalla stretta collaborazione cittadino - istituzioni- forze dell’ ordine può nascere una politica della sicurezza efficace”.