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ARREGORDOS DE TZIU PEPPINU MURINU

di Stefanina Mureddu e Rina Brundu Eustace



“Il suolo di Villagrande è quasi da per tutto
granitico come quello sul quale si trova  una vicina
popolazione  detta Villa nova Strisaili .La prima volta
che sono stato in quest’ultimo villaggio , nel 1825 ,
vi trovai una sessantina di abitanti :ma quando vi
sono andato l’ultima volta che fu nel 1838,non
vi trovai che una vecchia donna che vendeva
dell’acquavite  e del pane in una casa diroccata.
Tutte le altre case ,in gran parte senza tetto,
e cadute in rovina ,erano abbandonate. In questo
medesimo luogo, che non è più in armonia col suo
nome fu trovato da tempo una quantità di idoletti
sardi  in bronzo: essi furono disgraziatamente fusi
  per farne una campana  e questa pure non esiste
più, per quanto sappia. Io non ho visto questi
idoli ,ma so positivamente d’esservi stati dissotterrati,
per essermi stata data  questa notizia dal fu intendente F.Gessa ..”
Da “Itinerario dell’Isola di Sardegna”(1860)
di Alberto De La Marmora  (1)


Tziu Peppinu Murinu ha quasi cento anni. E’ nato a Lanusei l’8 Maggio 1906. Il suo primo ricordo di Villanova Strisaili risale agli anni ’20 quando era ancora adolescente.
“All’epoca, in paese c’erano un centinaio di abitanti.  Si trattava di piccoli allevatori, di servi pastori e di famiglie di operai che restavano solo perché si stava costruendo la strada che avrebbe unito Nuoro a Lanusei” racconta.  “La gente era povera. Io stesso ho avuto il mio primo paio di scarpe a 16 anni.  Con quelle andavo ogni giorno a piedi fino a Villagrande dove ho fatto tre anni di scuola elementare.  A 19 anni invece, insieme ad altri miei coetanei, andai fino a Cagliari per la visita militare.  Sempre a piedi.  Ci impiegammo quasi tre giorni per andare ed altrettanti per tornare. Il trenino costava troppo e le prime corriere entrarono in servizio solo tra il 1924 e il 1925” ricorda.
“Ci si spostava soprattutto in calesse,” aggiunge dopo un po’ “o a cavallo. Anche la posta viaggiava da Nuoro a Lanusei a cavallo, con il cavaliere che faceva soste intermedie, per dare ristoro all’animale, a Fonni, a Pira Onni e a Villanova”.

Guarda il fuoco che arde nel camino. Il calore delle lunghe lingue rossastre pare venire in aiuto della memoria: “I maiali… i maiali erano l’unica nostra ricchezza. Li cedevamo ai commercianti  di Selargius e di Quartu che, a loro volta, li vendevano nei mercati di Cagliari.  Nella zona de “Is Murisinas” c’erano 5 porcari, altri tre stavano a “Su fundu de is Piras” - vicino all’attuale campo sportivo - e due a “Nuraxi Orgi”.  I tre porcari de “s’Acutzai” lasciavano le bestie allo stato brado. Pensare che erano proprio gli animali incustoditi a mangiarsi le poche patate che ci riusciva di coltivare!  Seminavamo orzo in compenso e le donne facevano il pane; una vita semplice la nostra, come lo eravamo noi, il nostro modo di vestire, i rapporti basati sulla necessità di aiutarsi gli uni con gli altri”.

Continua a fissare le fiamme: “Eravamo così poveri che non ci potevamo permettere neppure i fiammiferi per accendere il fuoco! Così, usavamo un particolare attrezzo in acciaio, con un pezzo di selce, nella speranza che l’esca, un legnetto morbido che attirava la scintilla, compisse il miracolo. Anche le pipe e i sigari, toscani e sardi, venivano accesi in questo modo.  Da chi poteva procurarseli, naturalmente!  I poveri si limitavano a fare fumo… arrangiandosi con le foglie secche delle patate”.
Sorride, assorto.  La sua attenzione viene adesso catturata da un punto indefinito sulla lunga cappa del camino dove giochi d’ombre disegnano percorsi, figure strane,  forse fattezze di volti villanovesi che sono stati. Ma non solo. “In paese, sono venuti anche molti forestieri” dice, infatti. “Soprattutto toscani. Tagliavano i nostri boschi per ottenere la carbonella. Lo zio di Mazzella (2) era uno dei più grossi commercianti di carbone. Lo vendeva dovunque, specialmente nel cagliaritano”.

Finalmente, si alza. Muove verso la finestra. Guarda il cielo chiaro di una primavera dolce, come solo sa essere alle pendici del Gennargentu: “Non fosse stato per la questione di Monte Nou (3), Villanova avrebbe conservato la sua autonomia! Quando ero consigliere comunale a Villagrande, mi capitò di vedere dei documenti che riferivano di una riunione degli Amministratori di Talana, Villagrande e Villanova tenutasi a Monte su Nieddu Mannu, in agro di Villanova, nel 1619. Tanto era antico il nostro Comune! Non che i territori fossero separati da confini visibili; anzi, era piuttosto il contrario! (4)”.

A passo lento torna a sedersi davanti al camino: “Su Loceru, l’allora segretario comunale di Villanova e Villagrande, mediò tra i membri delle diverse amministrazioni, ma con scarsi risultati. Fonni si ribellava. E questo, nonostante, a suo tempo, fosse intervenuto nella disputa il re in persona che, concedendo l’uso dei pascoli di Monte Novu in enfiteusi perpetua a Fonni, ordinò anche che i fonnesi pagassero la somma di 200 lire al Comune di Villagrande al quale rimaneva la giurisdizione (5); inevitabilmente, quando i barbaricini smisero di pagare il dovuto, i barracelli di Villagrande, spalleggiati dal proprio Comune,  tenturarono (6)  il loro bestiame. Un periodo di pace si ebbe solo quando la tassa venne regolarmente pagata”.

Tziu Peppinu sospira pesantemente: “Almeno così mi raccontava mia madre; perché, questi fatti sono accaduti alla fine del 1800. Mio padre a quel tempo era cantoniere a Pira Onni, ed era proprio a Pira Onni che i Villagrandesi portavano il bestiame tenturato che restituivano solo dietro pagamento del dovuto”.

Già, lui non era ancora nato allora! Ma era uomo fatto quando, alla fine degli anni ’50, insieme a Pasquale Cabiddu, Graziano Seoni, Giuseppe Staffa, costituì un “Comitato Promotore” per richiedere l’autonomia del loro paese. “Ci consigliarono persone esperte” confida in risposta ad una domanda muta. “Ma facemmo le cose per bene e, soprattutto, facemmo esplicita richiesta per l’autonomia. Alla documentazione allegammo anche le carte del territorio e dei confini di Villanova. Inviammo il tutto direttamente al Presidente della Regione Brotzu. Manco a dirlo la prima risposta fu negativa!” sottolinea. “Non ci perdemmo d’animo però e, tempo dopo, preparammo una nuova e più modesta carta dei limiti comunali, escludendo Monte Novu”.

“I villagrandesi si facevano gioco di noi!” aggiunge. “Non a caso, quando più tardi presentammo alla Regione una terza Carta dove segnammo le spettanze territoriali per i due paesi, loro l’accolsero freddamente. Alla fine, si arrivò alla creazione di una Commissione Paritetica presieduta dal sindaco Pietro Cannas. La commissione era composta da 6 elementi: 3 di questi formavano il Comitato Promotore di Villanova – inizialmente erano 5 – , mentre gli altri 3 rappresentavano Villagrande. Le riunioni si susseguirono alle riunioni, le discussioni alle discussioni, ma non si arrivava ad alcun accordo e la frustrazione era grande. Come non bastasse, i villanovesi, non avendo un mezzo proprio, scendevano a piedi fino a Villagrande e rientravano a casa la sera tardi; ricordo che una volta, dopo una riunione protrattasi fino a notte inoltrata, il Presidente Pietro Cannas li riportò in paese con la propria auto.  Anche don Vinante, il parroco del villaggio, diede una mano nella preparazione della documentazione, ma la situazione non si sbloccava. Come detto, le carte furono preparate per tre volte e, in una occasione, una copia venne mandata a ciascun Consigliere Regionale; quale sorpresa, quando scoprimmo che, molti tra quelli, ignoravano persino dove si trovasse Villanova!”.

Tziu Peppino prende fiato. Con il ferro rovista tra la brace liberando nuovo calore. “Le cose sembrarono mettersi al meglio agli inizi degli anni ‘70” continua dopo un po’. “Prima, fu la Regione Sarda, o meglio l’Assessorato agli Enti Locali, a prendere in mano le redini della questione. Preparò una proposta di spartizione del territorio e inviò copia del documento all’amministrazione provinciale e alle parti in causa, affinché lo pubblicassero. Anche in questo caso però, il Comune di Villagrande si dichiarò contrario. Più tardi, furono gli stessi villagrandesi ad avanzare una loro idea di divisione del territorio. Con quella, si impegnavano a cedere a Villanova una zona chiamata “Su Cannitzu”, confinante in parte con Talana e in parte con Orgosolo, insieme ad alcuni terreni situati vicino al Lago Alto Flumendosa; queste due superfici non comunicavano tra loro.  Offerta inaccettabile!” commenta.

“Naturalmente, come nel caso della disputa con Fonni, anche nello specifico, gli interessi dei pastori villagrandesi, molto più numerosi dei nostri, erano alle radici della disamistade (7). I territori di Villanova erano prevalentemente coperti da boschi di leccio che, oltre al legname, fornivano le ghiande, importantissime per l’allevamento dei suini. I pascoli montani villanovesi erano invece utilizzati dai pastori di Villagrande che svernavano nella marina di Tortolì. I nostri pastori potevano accedervi  solo dal 20 Maggio in poi; in altre parole, mentre i villanovesi restavano sempre negli stessi luoghi, sia d’estate che d’inverno, i villagrandesi, per consuetudine, tornavano nelle loro cussorgias, ovvero in quei terreni dove avevano costruito l’ovile”.

Il vecchio si rilassa sulla sedia: “Nel tempo, gli allevatori villagrandesi sono diminuiti ed è cresciuto il numero di quelli villanovesi che, a poco, a poco,  non hanno più rispettato l’ordinanza della riserva di pascolo estivo. Rimane però il fatto che il problema della delimitazione dei confini è stato sempre il nodo più difficile da sciogliere.  La Regione propose anche una spartizione in base al numero degli abitanti, ma anche questa possibilità non fu accolta bene dai villagrandesi. Dopo più di 20 anni di lotta, si giunse ad una situazione di stallo tale che portò i componenti del Comitato Promotore ad optare per un congelamento dell’attività politica. L’idea era di lasciare le cose come stavano, nella speranza che, in futuro, giovani capaci di seguire anche l’iter burocratico, portassero avanti il progetto al posto degli anziani”.

Tziu Murinu scuote la testa: “La verità è che i villagrandesi non hanno mai preso troppo sul serio le nostre richieste, forti anche del fatto che la nostra rappresentanza politica in Comune non è mai stata equa; inoltre, benché il sostegno della Regione Sarda non sia mai venuto meno, più di una volta, abbiamo avuto il sospetto che gli amici molto influenti di Villagrande abbiano saputo condizionare, in qualche modo, le autorità regionali. Di sicuro, i villagrandesi contavano molto sul fatto che noi ci stancassimo e che alla fine rinunciassimo ad ogni rivendicazione!”.

Nonostante l’età, la passione politica non è mai venuta meno.
“L’alluvione del dicembre 2004 ha chiaramente dimostrato, qualora ce ne fosse stato bisogno, che l’atteggiamento dei villagrandesi non è mutato: le ragioni di Villanova passano sempre in secondo piano rispetto ai loro interessi particolari.  Eppure, oggi più che mai, il nostro paese, con la sua crescita demografica, la sua zona industriale, la posizione felice, ha tutte le carte in tavola per giustificare la richiesta di autonomia; richiesta, che io sosterrei con tutte le mie forze, ora come allora. Occorrerebbe infatti mettere in chiaro che è venuto il tempo di smetterla di guardare a Villanova come ad una frazione che non deve avere pretese; contemporaneamente, i nostri giovani dovrebbero affrettarsi a riproporre le vecchie istanze anche facendo tesoro dell’esperienza accumulata. Il mio augurio, tuttavia, è che questo importante progetto possa essere portato avanti attraverso un confronto civile e democratico, all’insegna della concordia e della stima reciproca”.

(1) Generale, studioso, naturalista. Nacque a Torino il 27 aprile 1789. Quando il Piemonte fu incorporato nella Francia napoleonica, entrò nella scuola militare di Fontainebleau, dalla quale uscì nel 1807 col grado di sottotenente di fanteria. Partecipò a diverse campagne con l’esercito francese, in particolare prese parte alle battaglie di Wagram, Lützen, Torgau e Bautzen, ottenendo per i suoi meriti in quest’ultima battaglia la croce della legion d'onore da Napoleone. Nel febbraio del 1819 si recò per la prima volta in Sardegna, e dopo una traversata di 12 giorni giunse a Cagliari. Voleva dedicarsi agli studi di ornitologia e praticare la caccia, che appassionava non poco i militari di professione come lui…. Nel 1821, sospettato di partecipare ai moti liberali, fu esiliato e invitato e a raggiungere al più presto la Sardegna. Giunse a Cagliari nel 1822 e, nonostante il forzato esilio, si sentì a casa propria, tanto era innamorato dell’isola…. Difensore della causa veneta, luogotenente generale nel 1848, nel 1849 fu inviato quale comandante generale in Sardegna. A quest'isola dedicò i suoi studi in lingua francese su questioni economiche e fisiche: Voyage en Sardaigne de 1819 à 1825 ou description statistique, physique et politique de cette île, pubblicata a Parigi nel 1826, contiene le sue osservazioni, le statistiche, le ricerche sulla natura e sul patrimonio archeologico della regione. La seconda edizione dell'opera risultò più organica in quanto suddivisa in tre tronconi con trattazioni ampliate e corredate dalle pagine del noto Atlante. L'opera è così suddivisa: Geografica fisica e umana della Sardegna, pubblicata nel 1839; Antichità, del 1840; Geologia, del 1857. Come quarta parte di questo grande lavoro fu aggiunto nel 1860 L'Itineraire de l'ile de Sardaigne, che incontrò il favore del pubblico e del quale il canonico Giovanni Spano, suo amico personale, curò la traduzione nel 1868 col titolo di Itinerario dell'isola di Sardegna del Conte Alberto Ferrero Della Marmora.
Tornò ripetutamente in Sardegna fino al 1857; fin dal 1826 lavorò sulla carta geografica dell'isola che gli diede grande notorietà. Con la sua attrezzatura girovagò per le contrade prendendo appunti ed effettuando misurazioni topografiche. A lui si deve la misurazione del punto più alto del Gennargentu, che porta il suo nome (Punta La Marmora - 1.834 metri).
Il 17 agosto 1851 andò in pensione e si dedicò solo all'attività parlamentare come senatore del regno, continuando gli studi con la Sardegna sempre al centro delle sue attenzioni. Il suo modo di vivere, gli stenti nei lunghi viaggi nell'isola, i pernottamenti disagiati e spesso all'aperto, gli causarono dolori e acciacchi che minarono il suo fisico portandolo alla morte il 18 maggio del 1863.
Alberto Ferrero della Marmora è sepolto nella chiesa di San Sebastiano, a Biella (a cura di Stefania Nardi, fonte http://www.biellaclub.it/_cultura/personaggi/A_Lamarmora/index.htm).
(2) Imprenditore tortoliese vittima di un drammatico sequestro di persona
(3) Tra il 1652 e il 1656 quando la Sardegna era sotto la dominazione spagnola, i pastori fonnesi che abitualmente svernavano nel campidano di Cagliari e Oristano, a causa di una grave pestilenza, furono costretti a rientrare a Fonni con le loro greggi, per evitare il contagio. I territori fonnesi adibiti a pascolo furono insufficienti per quell'enorme carico di bestiame perciò i pastori si spostarono nei territori limitrofi di Villanova Strisaili e Villagrande dove già vantavano diritti di promiscua. Questo fatto non fu accettato dalle popolazioni ogliastrine, fu così che ebbe inizio la diatriba che fu dapprima di tipo civile e successivamente sfociò in un vero scontro armato che durò più di un secolo. (fonte http://www.fonni.it/home/ambiente/monte_novu.htm)
(4) “A proposito della questione, anch’essa accennata nella relazione del viceré Des Hayes (1770, NDC), relativa alla secolare controversia tra i pastori fonnesi e quelli dei Comuni limitrofi di Villanova Strisaili e Villagrande per i terreni di Monte Novu, ricordiamo che in origine quei terreni, essendo di confine, erano goduti in regime di promiscua fra i tre Comuni, secondo un’antica consuetudine sarda, per evitare liti tra i pastori soprattutto nei casi ricorrenti di sconfinamento del bestiame” ZIROTTU, GIACOMINO, Fonni, Associazione culturale Proposta – Fonni, 2002, pag. 80.
(5) “Il 29 novembre del 1811, però, c’è il definitivo capovolgimento di fronte, con la Carta Reale del re Vittorio Emanuele I, che concede in enfiteusi perpetua ai fonnesi la superficie di 3621 ettari ricadenti in circoscrizione di Villagrande, dello stesso Monte Novu.  Il canone annuo di 200 lire sarde restò a carico di Fonni fino al 1919, quando dopo vari tentativi e molte difficoltà finanziarie e giuridiche, il Comune riuscì ad affrancarsene con l’acquisto dei titoli di cui alla legge 14 Gennaio 1864, cioè titoli che rendessero il tanto del canone dovuto”. IBIDEM, pag. 88
(6) Sequestrarono
(7) Sequestrarono


Per ISOLE, la prima antologia d'Ogliastra

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