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LA STANZA Nº 27

di Emilio Gallo (in italiano)

“Nome e cognome: Elvia Moncada. Paziente : 6018. Prognosi : Riservata.”
Cosí recitava il cartellino ai piedi del letto della stanza Nº 27 dell’ospedale Mater Domini.
Il pallido corpo si confondeva con il mare di lenzuola bianche che lo circondava.

Un anno fá, arrivava al paese il nuovo sacerdote Don Giuseppe Duarte.
Il suo primo uffizio fu quello di dare l’estrema unzione ad un cugino di Elvia, morto per una malattía incurabile.
Alto, bruno, con il mare océano nei suoi occhi, vestito di grigio ferro, sembrava un personaggio di mistero venuto dall’aldilá.
Elvia, insegnante di lettere, sentí la sua presenza solo nel cimitero. Fú ipnotizzata dalla sua  cálida e sonora voce.
                                          - Dies irae, dies illa
Solvet saeculum in favilla
Teste David cum Sibilla –
Mentre il sacerdote continuava la plegaria, gli occhi pardi di Elvia lo radiografavano con intensitá.
-Quant’é bello e sensuale, se non fosse prete mi sposerei con lui –
Confessó al suo trépido cuore.
-Non puó e non deve essere. É il dolore che altera le mie emozioni.-
Confessó alla sua mente razionale.
Don Giuseppe Duarte non passó d’alto gli occhi pardi che lo radiografavano senza pietá. Il pallore di Elvia metteva in risalto ancora di piú la sua bellezza e sensualitá.
-Quant’é bella e sensuale, se non fossi prete mi sposerei con lei.-
Confessó al suo trépido cuore.
-Non puó e non deve essere. É la presenza della morte  che altera le mie emozioni.-
Confessó alla sua mente razionale.
Coscente del suo attrattivo, il sacerdote sapeva resistere ogni tentazione.
In tentatione, veritas.
Era il suo lema.
-Dona eis réquiem et libera nos ab tentatione. Amen.-
Solo Elvia, attenta alla sua voce, notó l’insólito finale della plegaria dei difunti.
I suoi occhi pardi naufragarono nel mare oceano del sacerdote quando questi strinse le sue mani in condoglianze per il difunto. Le cálide mani si intrattennero un poco piú dell’usuale.
Il messaggio inconfondibile dell’amore era stato trasmesso e ricevuto recíprocamente.
Quella notte Elvia non dormí.
Che fare?
Amare il sacerdote era come scalare la montagna piú alta del mondo. Non gli restó altro che confessarsi al Signore, non senza prima chiedere scusa:
-Nelle tue mani raccomando i miei tempi. Fiat voluntas tua sicut in caelo et in terra.-
Quella notte Don Giuseppe non dormí.
L’humana veritas aveva riempito il suo cuore. La divina veritas brillava per l’assenza.
Che fare?
Amare la giovane dagli occhi pardi era impossibile. Il suo abito non glielo permetteva. Non gli restó altro che confessarsi alla Madre del Signore, non senza prima chiedere scusa:
-Nelle tue mani raccomando i miei tempi. Sustinuit anima mea in verbo Eius.-
Le due plegarie salirono al cielo. Ciascuna arrivó al suo interlocutore. Questi sorrisero con indulgenza.

L’humana veritas prendeva il posto della divina veritas.
Da quel giorno Elvia Moncada frequentó con fervore la chiesa. Lei che raramente lo faceva.
Seduta sull’ultimo banco, coperta con uno spesso velo, guardava con intensitá l’oggetto del suo amore.
Sembrava una beata in odore di santitá (sic).
Don Giuseppe Duarte, sebbene non la distingueva, sentiva la sua presenza.
Che fare?
-Usque tandem, Domine?-
-Usque tandem, Mater?-
Gli interpellati, un’altra volta, sorrisero con indulgenza.

Fuori dal paese c’era una casa coloniale abbandonata. La sua costruzione data del secolo scorso. Era stata edificata dal conte M***. In un pricipio era una casa modesta con cinque stanze. Da buon patriarca il conte aveva una numerosa prole legittima ed illegittima e non voleva che questa vivesse dispersa per tutto il valle. Cosí insieme alla prole crebbe il numero di stanze annesse alle cinque primitive. Tutt’ora oggi se ne possono contare quaranta. Con il passare del tempo il numero di inquilini diminuí e molte stanze furono clausurate, trascurando cosí la loro manutenzione. L’ultimo dei discendenti del conte M*** usava solo tre stanze.
Costui, a differenza del fondatore, non era molto benvoluto ed amato dai suoi paesani. Li tirannizava e terrorizzava imponendo sempre nuovi tributi e  continui oltraggi. L’ultimo di questi sarebbe la sua rovina.
Voleva portarsi a letto una giovane sposa. Il ius primae noctis era stato rieditato per suo uso e consumo.
IL paese si ribelló.
Lo perseguirono fino alla casa. Lí lo uccisero  ed incendiariono il luogo.
Il fuoco distrusse solo le tre stanze che usava l’ultimo discendente del conte M***. L’edificio rimase vuoto. Nessuno volle abitarlo.
Fantasmi di ogni specie e genere l’avevano scelto come residenza abituale.
Il vento, come fantasma in capo, faceva delle sue. Quando soffiava forte si introduceva per i buchi e le finestre della vecchia casa. Questa sembrava risuonare come una sinfonía di rumori e voci che incutevano paura agli abitanti del paese. Quando il tetto cadde, cessarono i rumori e le voci.
Un fantasma rimase.

Molti giurarono di aver visto, nelle notti senza luna, l’ultimo erede del conte M*** avvolto nelle fiamme girovagando per le stanze della diroccata casa. Questa, nonostante l’incuria ed il deterioro, ancora conservava qualcosa della sua maestá e splendore di una volta.
Quí aveva il suo rifugio segreto Elvia Moncada, insegnante di lettere.
Nella sua prima incursione scoprí una stanza la Nº 27, secondo la numerazione assegnata. Conservava le pareti intatte. Nel centro c’era un letto di pietra. Sulla parete destra c’era un affresco che rappresentava Amore e Psiche. La scena, sebbene un pó opacata non poteva esser piú esplicita. Sopra il capezzale del letto c’era un nicchio con un icono della Vergine con il bambino ed una piccola lampada d’olio. Ancora funzionava.
L’accese.
Il tenue risplandore invitava a fare all’amore.
Non lo fece.
Non aveva con chi.
Il lume, mentre attraversava l’intera casa, fu visto da lontano da alcuni paesani che diedero avviso al paese del fantasma avvolto in fiamme dell’ultimo erede del conte M***.

Quella sera Elvia andó al suo rifugio.
Voleva riflettere, pensare,capire.
Ogni volta che aveva un problema o si sentiva depressa il rifugio le offriva la soluzione adeguata.
Questa volta il dilemma era arduo.
La soluzione tardava ad  arrivare.
Non molto lontano dalla casa Don Giuseppe seppelliva uno dei padroni della valle. Il suo ultimo desiderio fu quello di stabilire la sua ultima dimora ai piedi della quercia dove aveva conosciuto la sua amata moglie.
Quando rimase solo, quale miglior posto per riflettere, pensare, capire, se non sotto la quercia?
Le prime ombre della sera lo incontrarono vicino all’albero e gli svelarono un tenue risplandore proveniente dalla casa.
In tentatione veritas.
Non senza timore si diresse al posto. Entró senza far rumore.
Arrivó alla stanza Nº 27 e….la vide.
In ginocchio pregava all’icono della Vergine con il bambino.
Il tenue risplandore della lampada d’olio invitava a fare all’amore.
L’humana passio vinse la divina passio.
Si amarono intensamente. La soluzione al dilemma era arrivata.
Ma non del tutto!
Il canto di un gufo li sveglió.
IL dilemma prendeva proporzioni non previste.
Che fare ?
Chiesero alla notte ed al tempo di fermarsi.
Questa volta gli interpellati non ascoltarono.
Decisero di amarsi in segreto.
La stanza Nº 27 diventó il loro nido d’amore.

Si erano amati su un duro letto di pietra.
Ad ogni appuntamento, Elvia accondizionava la stanza con un nuovo elemento. Una cortina color arancione posta all’entrata senza porta finí la decorazione. Solo la mancanza di tetto ricordava  che la stanza Nº 27 era situata nella casa abbandonata.  Il resto, bene  poteva essere, la stanza di un albergo.
E posteriormente lo sarebbe!
Due volte a settimana la lampada d’olio della stanza Nº 27 emanava un tenue risplandore che invitava a fare l’amore.
Nonostante tutte le precauzioni gli amanti vennero scoperti.
Elvia, i giorni dell’appuntamento, si scusava con la madre che sarebbe arrivata tardi perché doveva correggere o preparare i nuovi compiti di letteratura.
Una di quelle notti di letteratura, l’amore di madre portó a scuola la cena affinché la povera figlia non passasse fame.
Il bidello spiegó all’incredula madre che Elvia, tutti i giorni, usciva alle sei del pomeriggio come tutti gli altri insegnanti.
Mamma Moncada no si immutó.
Aspetterebbe la próxima sessione di compiti per seguire sua figlia.
Non ebbe da aspettare molto.
Due giorni dopo Elvia le annunzió che doveva revisare i compiti fino a tardi.
Quando vide la figlia entrare nella vecchia casa, notó un tenue risplandore che l’assenza del tetto non poteva occultare.
Con timore pensó che il fantasma in fiamme dell’ultimo erede del conte M*** si era impossessato di sua figlia.
I timori svanirono quando di fronte alla cortina color arancione due ombre nude si cercavano frenéticamente.
Una, la riconosceva, era sua figlia. Aspetterebbe fuori per conoscere l’altra.
Non ebbe da aspettare molto
Il bacio di commiato all’uscita della casa fu interrotto bruscamente dagli insulti di mamma Moncada..
-Che disonore, questo non rimane cosí reverendo, pagherá ben caro quest’affronto.-
Con questa minaccia e trascinando sua figlia in pianto, ritornó al paese.
Lo scandalo non si poté nascondere. Due paesani che dormivano sotto la quercia furono testimoni involontari.
Il giorno seguente tutto il paese sapeva.
La messa no ebbe fedeli femminili.
Don Giuseppe notó sguardi curiosi, gelosi e perfino ostili. La casa dei Moncada non aprí in tutto il giorno. La vergogna del disonore si era abbattuto su di essa.
Il sacerdote cercó di visitarle.
Inutile.
Il portone non si aprí.

Il giorno seguente, il giovane sacerdote fu visto abbandonare il paese nell’autobus delle dieci.
Molti affermavano che il vile uomo dopo aver sedotto la piú bella ed appetitevole giovane del paese, l’abbandonava alla sua sorte.
Don Giuseppe Duarte aveva preso l’unica decisione che avrebbe risolto il dilemma in forma equitativa e giusta : rinunziare all’abito.
L’autobus lo portava alla capitale regionale. Qui spiegó al suo vescovo la sua humana veritas ed una settimana dopo ritornó.
Mamma Moncada riferí alla figlia i pettegolezzi e i non pettegolezzi del paese. Lo svergognato se n’era andato lasciandola sola.
Depressa, la giovane ingerí una forte dosi di barbiturici.
Cosí, Elvia Moncada, si convertí nella paziente Nº 6018 di prognosi riservata dell’ospedale Mater Domini.
I dottori disperavano di mantenerla viva. La paziente non rispondeva ad alcun trattamento. Mai una volontá di morire fu cosí forte.
Come abbiamo detto, dopo una settimana ritornó Giuseppe Duarte.
Quantum mutatum ab illo!
Vestiva un completo azzurro londinense. Sulla mano destra aveva un portafogli di pelle di cammello. Era tutto un gerente professionale. 
Seppe ció che era successo.
Entró nella stanza Nº 27 dell’ospedale Mater Domini. Sorrise di fronte alla coincidenza dei numeri. Elvia, nel suo pallore mortale, era piú bella che mai.
La bació.
Il bacio sveglió alla vita una giovane la cui prognosi riservata le concedeva solo un giorno in piú di esistenza.
Mai una volontá di vivere fu cosí forte.
Il recupero fu rápido. Dopo un mese uscí dall’ospedale Mater Domini accompagnata dal Dr. Giuseppe Duarte, gerente professionale in cerca di affari.
Giuseppe la portó alla vecchia casa. Elvia ammutolí. La stavano restaurando. L’intenzione era di fare un albergo di cinque stelle che a fine anno venne inaugurato.
La valle si riempí di turisti. Tutti si volevano alloggiare nell’albergo Conte M***.
La ragione era un libro che in breve tempo fu il piú letto a livello nazionale e gia stavano editando traduzioni in altre lingue.
Titolo : Amori e disamori del Conte M***. Autrice : Elvia Duarte.
Non tutte le avventure e peripezie del difunto conte erano vere. La feconda fantasía dell’autrice le faceva sembrare reali.
Solo una stanza nel lussuoso albergo di cinque stelle non si poteva riservare. Questa conservó lo stato originale : il letto di pietra, la parete di Amore e Psiche (restaurata con i colori primitivi),il nicchio con  l’icono della Vergine ed il bambino ed infine la lampada d’olio che emanava una tenue risplandore che invitava a fare l’amore. Destinata all’uso esclusivo dei proprietari.
Era la stanza Nº 27

"Never think that a small group of highly dedicated individuals cannot change the world. In fact, they are the only thing that ever has"  (Margaret Mea)

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