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Il punto di vista del carnefice. Il diario di Erik Dorf
Intervista a Daniele Monachella (voce recitante)

di Miriam Punzurudu

Olocausto: fumo e morte. Sacrificio di animali negli altari antichi, distruzione di popoli nel secolo breve.
Olocausto è il titolo del romanzo inglese (1978) di Gerald Green, best seller in diverse lingue, sul genocidio del popolo ebraico durante la II Guerra Mondiale, che inizia con una dedica: Alla memoria dei sei milioni di ebrei, dei sopravvissuti e di coloro che hanno reagito. Protagonisti due giovani: Rudi Weiss, ebreo, e Erik Dorf, avvocato, capo delle SS.

           Quest’ultimo ha ispirato l’evento culturale tenuto a Sassari martedì 27 gennaio, in occasione della Giornata della Memoria, nella Sala Sassu del conservatorio di musica “Luigi Canepa”, dal titolo Il punto di vista del carnefice. Il diario di Erik Dorf ”; una selezione di letture accompagnate da brani musicali di Wagner, Bach e Beethoven, eseguiti da Antonio Papa al contrabbasso e Paolo Carta Mantiglia al clarinetto.

Autore e interprete della rappresentazione Daniele Monachella, attore teatrale sassarese, 31 anni, professionista da 8 ma sul palcoscenico da 12.
Tra gli autori da lui messi in scena ricordiamo De Filippo, Shakespeare, Ionesco, Sofocle, Marlowe, Schiller. E i sardi Lussu, Fois, Dolores Turchi. Importanti le esperienze lavorative all’estero come la partecipazione ai festival di Edimburgo, (con lo spettacolo Bill Shakespeare’s Italian Job all’interno del teatro Gilded Baloon e un’esibizione ispirata al cinema muto di Keaton e Chaplin Italian Ragtime per strada) e al Shakespeare Festival im Globe di Neuss in Germania.
Sulla manifestazione per la Giornata della Memoria, organizzata con il patrocinio e il contributo del Comune di Sassari Assessorato alle Politiche Culturali, a Monachella abbiamo chiesto:

Come è nato questo progetto artistico legato all’orrore dell’Olocausto?
Credo che la memoria delle atrocità come l’Olocausto debba continuare ad essere viva. La voce può smuovere gli animi, perciò la utilizzo per trasmettere le immagini di quei terribili avvenimenti. Mi chiedo come l’uomo abbia potuto accanirsi contro un suo simile, quali corde gli si siano spezzate, quale bramosia l’abbia spinto. Tutto questo non può rimanere “muto”, protetto da una bella copertina. Va tramutato in “drama”.

Erik Dorf e Rudi Weiss hanno ruoli definiti: carnefice e vittima. Lei porta in scena la figura di Dorf, il carnefice appunto, ci spiega questa scelta?
Paradossalmente, o per un inconscio desiderio di potere che alberga in tutti noi, i personaggi cattivi, reali o frutto della fantasia di un autore, diventano “affascinanti”. Ho voluto affrontare l’argomento del genocidio dal punto di vista del carnefice, visto che di solito è trattato dall’ottica delle vittime. Le pagine del diario di questo gerarca nazista mettono in luce gli aspetti più crudeli, le motivazioni, le logiche criminali, il lato umano soffocato dall’ambizione. Le carte incise dall’inchiostro di chi ha eseguito ed alimentato il rogo della vergogna.

Che cosa ha provato nella fase di studio del personaggio Erik Dorf?
La lettura, priva di azioni, non permette di dare corpo ben definito al personaggio. Ma gli do una voce, un colore, un timbro, una vibrazione. Questa voce è distaccata, cinico vettore delle azioni di Dorf. Le sue riflessioni hanno un grosso peso e, poiché tu le riporti in voce, ti rendono responsabile. Le contraddizioni e le malvagità di quest’uomo mi hanno suscitato nei suoi confronti un forte senso di pena amalgamata alla repulsione.

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