Nota redazionale
La serie di articoli che segue é dedicata ad un tragico episodio accaduto nelle campagne che circondano Villanova Strisaili in Ogliastra, il 20 Luglio 2007. Mentre si recava ad accudire il suo bestiame, Pierluigi Lepori, un giovane allevatore del luogo, é stato ritrovato privo di vita, dentro la sua auto, ucciso da una scarica di pallettoni. Dopo due giorni di serrate indagini, la polizia ha fermato un suo amico di infanzia, nonché socio nella gestione dell'agriturismo dove é avvenuto il fatto. Benché la dinamica dell'omicidio non sia stata ancora del tutto chiarita, le prime indiscrezioni danno ad intendere che l'episodio sia stato in realtà un tragico incidente. Il nostro pensiero e il nostro affetto vanno dunque alla famiglia di Pierluigi ma, ad un tempo, anche a tutti coloro che in questo momento si ritrovano a soffrire, forse senza capire, le conseguenze di alcuni minuti di follia.
TP
Non è la prima volta che leggiamo di un omicidio in Ogliastra. Non è la prima volta che leggiamo di un omicidio a Villanova Strisaili. Per un perverso gioco del destino, abbiamo però appreso dell’ennesimo delitto alle pendici del Gennargentu, proprio nelle ore in cui la gioventù di mezzo mondo si apprestava a trascorrere la notte in bianco, in coda, davanti alle librerie, per acquistare un libro. Ancora, è stato proprio mentre, anche moltissimi tra i suoi coetanei, si preparavano a fare l’alba con quello stesso romanzo in mano, che un altro ragazzo ogliastrino ha dovuto saldare, con la sua giovane vita, il debito procurato dalla nostra arretratezza culturale e dalla nostra incapacità di fare.
Così, mentre una privilegiata parte di varia umanità, è oggi impegnata a celebrare il talento e l’ingegno, e quindi la Vita, noi ogliastrini siamo, nostro malgrado, ancora una volta costretti a confrontarci con la Morte. A raccontare una morte. Non una morte che é climax romanzato, non un altro momento topico di una nuova quanto improbabile trama letteraria ambientata in quel di Sardegna, ma la morte che è doloroso distacco fisico, che è tragedia famigliare, che è perdita generazionale, che immancabilmente diventa segnale amplificante di ogni occasione mancata e degli innumerevoli peccati di omissione collettivi. Perché con tutto questo, ma non solo, ci porta a fare i conti la tragica scomparsa di Pierluigi Lepori, l’allevatore di Villanova Strisaili freddato da una scarica di pallettoni la sera del 20 Luglio.
Con tutto questo, ma non solo! Si, perché, registrata la nostra cronica incapacità di farlo altrimenti, sono in fondo quei perversi scherzi del destino di cui si è detto, a costringerci a riflettere. E riflettendo non possiamo non rilevare l’abissale distanza culturale che separa la nostra bellissima isola-Ogliastra da quei luoghi fortunati, capaci di crescere e di educare giovani pronti a fare la fila, per tutta una notte, al solo scopo di lasciarsi cullare dal sogno. Un sogno che é volo fantastico, ideale, orizzonte d’attesa immaginario verso cui però, come i grifoni che senza posa pattugliano i cieli del Gennargentu, intuiscono di dover tendere, per completare al meglio il fondamentale processo di formazione e di maturazione, per conoscersi e per conoscere il mondo che li ospita. Per vivere e per sopravvivere.
Conoscere gli altri per conoscere se stessa, ma anche conoscere se stessa per raccontarsi agli altri: questo dovrebbe essere il fine ideale di ogni comunità che si rispetti! Anche di quella ogliastrina! Soprattutto, di quella comunità ogliastrina che, oggi come non mai, si dice pronta a partire per il suo personalissimo viaggio. Ancora, il racconto della nostra realtà quotidiana, dei nostri progetti, dei nostri obiettivi, del nostro passato e del nostro presente dovrebbe essere sempre fatto in prima persona, a testimonianza di un indipendente e autoctono tentativo di celebrare la Vita!
Vero è invece che le storie che ci vedono protagonisti, ora come sempre, arrivano agli altri per interposto cantore e tendono a presentare, quasi solamente, incipit descrittivi della nostra stessa morte. Violenta. Perché accade?
Nell’Ottobre del 2001, in occasione del barbaro assassinio della signora Rosanna Fiori, proprietaria delle serre Barbagia Flores, scrissi un articolo in cui sostanzialmente assolvevo, dalle croniche mancanze, ogni formica baratta, metafora di tutti i Cristi che per loro s(fortuna) sono nati alle pendici della Grande Montagna , addossando l’intera responsabilità dello status quo ad uno Stato latitante, ad una rappresentanza politica incapace di fare fronte alle reali necessità del territorio, ad una somma di errori gestionali che si perdevano nella notte dei tempi.
Fermo restando che siamo ben lontani dall’avere sciolto tutti i nodi in quella direzione, occorre comunque dire che l’Ogliastra di oggi non è più quella di allora. La creazione di un segmento politico-amministrativo indipendente è stato senz’altro un passo importante nel processo di sviluppo sostenibile del territorio e di crescita delle risorse umane. Non ho neppure dubbi sul fatto che i benefici effetti di questa scelta li potremo godere in un futuro prossimo. Allo stesso modo però, non si può negare che la nostra Storia recente si concretizza soprattutto in una serie impressionante di articoli di cronaca che raccontano (di nuovo!), nero su bianco, di agguati mortali, di incidenti stradali, di incidenti sul lavoro, di carabinieri feriti, di anziani rapinati, di bombe lanciate contro le abitazioni di Tizio e di Caio.
Per questi motivi, sorvolando sull’antica retorica procurata da affermazioni quali “questo non è il vero volto dell’Ogliastra”, “l’Ogliastra di oggi, e di sempre, è ben altra cosa”, io sono convinta che l’unica maniera di dare una risposta credibile ad ogni domanda tesa a capire le ragioni vere di questo stato di severo degrado morale e civile, sia quella di uscire dalla logica del tutti colpevoli nessun colpevole. La verità è che siamo tutti colpevoli, punto e basta. Tutti noi! E in primo luogo noi nati tra gli anni 60 e 70, dato non siamo stati capaci di costruire per i nostri figli una società diversa. Una società fatta apposta per catturare il sogno, una società capace di porre in primo piano le ragioni dello spirito rispetto a quelle della pancia. Una società dove sia più facile ritrovarsi piuttosto che perdersi.
Nostra culpa, nostra maxima culpa! Questo pezzo è da intendersi quindi come un doveroso omaggio alla memoria di Pierluigi. Ed è una richiesta di scuse. Una richiesta di scuse diretta a lui, ai suoi famigliari, e a tutti coloro che hanno avuto a soffrire della nostra incapacità di reagire, dalla nostra incapacità di essere propositivi senza scannarci a vicenda, dalla nostra incapacità di costruire un mondo migliore. Un mondo dove ogni giovane uomo/donna, possa trovare più normale fare la fila davanti ad una libreria, piuttosto che trascorrere giorni sempre uguali e vuotati di ogni nuova emozione, tra le pareti spoglie di questo o di quell’altro locale. Un mondo dove anche le storie d’Ogliastra possano iniziare con dettagliate descrizioni del suo territorio bellissimo e per regola, piuttosto che per rara eccezione, possano terminare con l’indispensabile Happy End.
Rina Brundu Eustace
Dublin, 21/ 07/2007
Appendice 1
Voglio ringraziare tutti coloro che hanno avuto parole di apprezzamento per questo articolo. Ma, soprattutto, mi preme dare una risposta ad alcune osservazioni che mi sono giunte via e-mail.
Quando io parlo di colpa condivisa nel pezzo, non sto naturalmente avallando un tentativo di scarico delle responsabilità individuali. Soprattutto di quelle nei confronti della giustizia. Le azioni di Tizio infatti non possono essere imputate a Caio. Ognuno di noi é responsabile per il suo operato e di quell'operato deve risponderne ad ogni istituto deputato a chiederne conto.
Le colpe condivise derivano, per ovvie ragioni, dalle nostre responsabilità in quanto membri di una comunità.
Le responsabilità all'interno di simili contesti sono di natura (almeno) duplice in quando competono all'individuo sia rispetto alla sua specificità (i.e ognuno di noi è cellula importante all'interno del dato tessuto connettivo), sia rispetto al ruolo che ricopre (i.e. la nostra responsabilità sarà tanto più grande, quanto più grandi sono gli oneri e i doveri di cui, per scelta o per elezione, ci facciamo carico).
All'interno della comunità X hanno dunque delle precise responsabilità:
** Coloro che sono stati eletti dal popolo a gestire ogni emergenza amministrativa e politica
** Le classi più evolute economicamente e culturalmente
** Gli intellettuali
** Gli organi di stampa
** Gli insegnanti, i professori e gli educatori in generale.
** Gli esponenti delle comunità religiose
** Le famiglie.
** Ciascun individuo con il suo operato ed i suoi daily dealings.
Nulla di nuovo sotto il sole dunque!
Rispetto all'articolo in questione, che focalizza sugli aspetti socio-culturali, ma che comunque resta un'analisi minima (ben altro lavoro occorrerebbe portare avanti infatti per giungere al nocciolo del problema!), io ritengo di poter individuare delle responsabilità più forti a carico del sistema scolastico ed educativo in generale, degli organi di stampa, delle elite intellettuali.
Per esempio, alcune delle domande alle quali francamente mi interesserebbe trovare una risposta sono:
1. Come può una comunità crescere e raggiungere una moderna maturità (i.e. vedi l'esempio coda davanti alle librerie che, assicuro, a date latitudini, non riguarda soltanto le inevitabili esagerazioni di marketing legate al personaggio Harry Potter, ma è pratica consolidata derivante da una precisa volontà e attitudine ad educare lo spirito) se gli istituti di formazione si muovono ancora dentro dinamiche asfittiche, obsolete e in definitiva asservite al loro stesso timore di non farcela, e quindi fanno bandiera dell'antico motto tutto deve cambiare perché nulla deve cambiare?
2. Come può una comunità crescere ed evolvere se quotidiani, riviste, giornali, blog, fanno pratica consolidata del continuare a dare in pasto ai propri lettori ogni macabro particolare di cronaca e, ad un tempo, evitano con ogni cura qualsiasi minimo tentativo di analisi che inevitabilmente andrebbe a ledere gli interessi di Tizio e di Caio?
3. Come può una comunità crescere e muovere verso un futuro diverso quando i membri della sua elite intellettuale (esistono ancora?) hanno come unico interesse quello di partecipare a Premi e Concorsi e, fedeli alla nostra peggiore indole italica (occorre precisare che questo non è un male autoctono sardo, almeno da questo tarlo eravamo originariamente immuni, poi é valsa la regola vai con lo zoppo....), fanno priorità del trovarsi un partito politico di riferimento che, quando necessiterà, potrà garantirne i cultural achievements a dispetto di ogni dubbio avanzato sul genio e sul talento?
In merito a questo ultimo punto non mi stancherò mai di ripetere che un artista vero esiste solo in virtù delle sue creazioni che determinano le azioni altrui. Da qui la sua responsabilità sociale e da qui la sua necessità di farsi schiavo della sua arte e quindi di sparire dalla scena (particolarmente quella politica).
Naturalmente sarò felice di pubblicare qualsiasi segnalazione illuminante rispetto a questi argomenti. Mi rifiuterò invece di inserire il trito e il ritrito sia perché in parte è rappresentato dalle mie stesse esternazioni sia, e soprattutto perché rischierebbe di trasformarsi in mancanza di rispetto nei confronti di chi, i mali che affliggono l'Ogliastra, li vive sulla pelle. Ogni giorno dell'anno.
Appendice 2
Le storie d'Ogliastra tendono comunque a nascere grandi: non conoscono magia ma, nel dolore, sanno del perdono.
Sovente, ricominciano da lì.
23/07/2007
La lettera di Daniela
E' con particolare gioia che pubblico la bellissima lettera che segue. Daniela è infatti una villanovese doc, una ragazza in gamba, espressione di tutto ciò che di buono la nostra piccola comunità ha da offrire. Soprattutto, Daniela è anche la prima villanovese che ha avuto il coraggio di rompere il muro del silenzio e ha saputo dare voce, su Terza Pagina, a questo piccolo paese ogliastrino cui il sito stesso è dedicato.
Daniela smentisce anche la mia vecchia tesi (vedi Navigo, ergo sum), secondo la quale "i destini [dei villanovesi reali e virtuali] si incrociano con fatica persino dentro le maglie larghe, i momenti tolleranti e senza confini della World Wide Web".
E, sebbene in un contesto doloroso, queste sono senz'altro buone notizie.
Tenterò, nei prossimi giorni, di fare del mio meglio per dare a Daniela la risposta che merita, ma naturalmente tutti gli input esterni sono pure i benvenuti.
Per intanto, dico a Daniela che sto lavorando ad una versione ridotta e leggermente modificata dell'articolo a cui lei fa riferimento per una pubblicazione cartacea e ad un tempo ne approfitto per ringraziare L'Unione Sarda per la disponibilità. RBE
Cara Rina,
sono Daniela Olianas. Ho appena letto l'articolo da te pubblicato in data 21/07 riguardo alla morte del povero Pierluigi. Quando ho appreso del fatto ho immediatamente pensato che non ti saresti riservata dallo scrivere qualcosa, o meglio dal lanciare e lanciarci (intendo a noi villanovesi) un monito che giudicherei di rimprovero ma anche di forte speranza.
Un monito proveniente da una conoscitrice della storia del paese che in quanto tale è in grado di effettuare un'analisi profonda dell'accaduto: da un lato obiettiva e razionale, dall'altro capace di far percepire un coinvolgimento di personale sensibilità, di chi, anche a distanza, non dimentica ne trascura le proprie radici.
Cara Rina, da amante della lettura e scrittura quale sono, non riesco a trattenermi dal porti una domanda che non vuole essere provocatoria:
secondo te in quanti hanno letto il tuo articolo?..........e in quanti ne hanno capito il significato?
Non voglio certo avere la presunzione di atteggiarmi a chi capisce di più e meglio degli altri, ma credo che uno dei tanti problemi che afflige la nostra piccola comunità consista proprio nella mancanza di volontà "di andare oltre", (concedimi questa espressione che sicuramente la buona grammatica non insegna).
Forse ho un modo un pò enigmatico di scrivere, ma intendo dire che nonostante la mia breve esperienza di vita, abitandovi, non ho potuto non percepire in noi villanovesi (uso il plurale, perchè sarebbe altezzoso escludermi) l'assoluta mancanza di sforzo a voler cambiare l'esistente. Si vive, o meglio sopravvive, ancorati e immobilizzati in uno "status quo" che per i più e comodo e persino soddisfacente, ma che invece dovrebbe essere non dico cambiato, perchè ogni cambiamento richiede i suoi tempi, ma perlomeno messo in discussione.
Se come ci insegnano la storia e la filosofia, ogni membro della comunità ha o dovrebbe avere, il compito e dovere morale, e non solo, di adoperarsi per la stessa, è possibile che nella nostra nessuno e tantomeno quella che tu definisci "elite", lì senta???,
Che le conversazioni debbano vertere sempre sugli stessi argomenti?,
Che gli insoprimmibili bisogni personali debbano sempre prevale su quelli generali?.
Questo ennesimo fatto di sangue è ancora una volta testimonianza inellutabile della nostra passività di cittadini villanovesi e ogliastrini, figli ingrati di una terra incantevole da cui abbiamo rivevuto senza nulla dare.
Passività derivante non dalla mancanza di possibilità ma da un eccesso delle stesse, perchè nonostante siano numerosi i giovani che hanno intrapreso la via degli studi, non è avvenuta la crescita (culturale, professionale etc...) dovuta e, viceversa, chi dal paese non si è spostato non solo non ha appreso niente di nuovo, ma si è ulteriormente fossilizzato e appiattito al sistema esistente.
Quando mai potrà cambiare l'apparenza se difetta la sostanza? Come potremo perdere la nomea di "paese degli omicidi", se non abbiamo la voglia e la capacità di superare l'individualismo e aprirci al dialogo tra villanovesi stessi? Sarebbe questa la prima cosa da auspicare, prima di parlare di risoluzione pacifica delle controvversie come dice un manifesto che è stato affisso in paese.
Il mio potrebbe apparire un discorso da "aliena", ma ho maturato queste riflessioni ieri durante il funerale, ci ho pensato a lungo prima di esternale, ma dopo aver letto il tuo articolo, non ho esitato a farlo, e vuole solo essere un piccolo e modesto tentativo di superare quell'individualismo di cui sopra ti parlo.
Sono stata lunga e sicuramenete prolissa, ma da buona intenditrice sarai in grado di capire quanto ti ho scritto.
Confidando in una tua risposta ti saluto caramente.
Daniela
Premessa
Perdonate, ma questa premessa è d’obbligo. In modo particolare, è d’obbligo nei confronti del lettore assiduo di Terza Pagina. I lettori di Terza Pagina non sono pochi infatti, soprattutto non sono utenti che giocano a pubblicare commenti per denigrare Tizio o Caio, o per il mero gusto di farlo. Non sono neppure anime in pena alla ricerca dell’altra metà della mela, o divoratori di notizie ad effetto e tese a stupire.
I lettori assidui di Terza Pagina sono per lo più persone con un dato background culturale, forse non tanto giovani, ma di sicuro (magari per questo e per fortuna!) con una forte tempra caratteriale e una acquisita “visione delle cose” procurata da quell’esperienza che solo può dare la vita vissuta.
A questi lettori voglio dire di non temere: Terza Pagina non si sta chiudendo in se stessa alla "ricerca delle radici". Di sicuro non sta neppure imboccando un processo involutivo di provincializzazione. La prospettiva di Terza Pagina resta sempre quella della finestra aperta sul mondo e così continuerà ad essere. Sempre.
Se in questi giorni “speciali” per Villanova abbiamo voluto rubare un po’ di spazio ad una dimensione più cosmopolita, onde concentrarci sulle cose “di casa”, è stato soprattutto per due motivi principali:
1.
Perché non si può pensare di andare a dirimere sul taglio dell’erba nei giardini altrui se prima non ci si mostra capaci di governare il nostro stesso cortile.
2.
Perché è estate. Con questo non vogliamo dire che stiamo approfittando della bella stagione per “sragionare” e lasciarci andare a commenti svagati, certi, in cuor nostro, del perdono compassionevole dei più. Al contrario, intendiamo cogliere l’attimo per affermare (purtroppo è ancora necessario farlo!), l’esistenza di una Sardegna altra e lontana dal clamore esagerato della Costa Smeralda. Una Sardegna infinitamente più bella, per certi aspetti più ricca perfino ma, ad un tempo, ancora fragile nella sua spasmodica ricerca di una più evoluta identità socio-culturale, economica e politica da trasferire in dono ai suoi figli.
Nella piena coscienza che le nostre restano comunque urla stranite, perdute nel fragore della tempesta, e in questo molto simili ai belati degli agnelli smarriti dentro i canyon senza uscita del Gennargentu, chiediamo dunque ai nostri lettori più assidui di perdonare e di continuare a visitare il sito con fiducia. Soprattutto, garantiamo che Terza Pagina tornerà. Come prima. Più di prima.
28/07/2007
Risposta a Daniela.
Carissima,
prima di tutto voglio ringraziarti ancora per questa lettera. Mi rendo conto che non ti aspettavi una pubblicazione sul sito, ma la stessa era molto importante. Era importante rispetto all’argomento, ed era fondamentale in quanto unico segnale autoctono che, in due anni e mezzo di vita di questa avventura virtuale, sia riuscito ad abbattere il muro del silenzio. Del silenzio della Villanova reale, del bellissimo paesino ogliastrino appisolato su una collina che guarda direttamente alla Grande Montagna, del luogo fisico a cui questo indirizzo web, questa esperienza culturale e letteraria è dedicata. In questo senso, la tua lettera è una pietra miliare. Importantissima, ripeto. Ancora, il tuo gesto smentisce in automatico alcune delle tue stesse, delle mie affermazioni rispetto alla nostra amatissima comunità. Ma andiamo nel dettaglio.
In merito al tuo statement “Un monito proveniente da una conoscitrice della storia del paese che in quanto tale è in grado di effettuare un'analisi profonda dell'accaduto…”.
Perdonami ma, pur ringraziandoti dell’intenzione, davvero non potrei far passare questa affermazione senza una doverosa chiarificazione: io NON SONO una conoscitrice della storia del MIO paese e sicuramente sono ben lontana dall’avere fatto una analisi profonda dell’accaduto. Purtroppo!
Ad essere completamente onesta con te, mi sono pure chiesta, molte volte, se i miei interventi sul sito, rispetto a questo episodio “atipico” e tragico ad un tempo, fossero opportuni. Mi sono chiesta se io non fossi l’ultima persona che potesse dirimere in merito alle cose, buone o cattive, dell’Ogliastra. Del resto, sono oramai quasi vent’anni che ci vado solo in vacanza! Facile pontificare da qui, mi sono detta! Ho pure discusso della cosa con dei cari amici e qualcuno mi ha fatto notare che forse io ero più utile qui! Anche questa, a dire il vero, é una teoria tutta da provare ma… lo ammetto, potrebbe darsi che se se fossi rimasta a Villanova, l’esperienza di vita che è Terza Pagina, non sarebbe mai esistita. Il discorso comunque esula dai temi fondamentali che stiamo tentando di trattare. Per chiudere quindi, ci tengo solo a precisare che i miei non sono “moniti” (davvero non avrei l’autorità per darne!) quanto, piuttosto, maldestri tentativi di capire. Non escludo però che, ad un dato livello, i miei scritti, le mie esternazioni, come le chiamo, non siano nulla più che un misero escamotage per far tacere la coscienza rispetto ai molti, personali, peccati di omissione. Con “l’essere lontana” che è senz’altro il primo tra quelli.
E poi ti chiedi “Secondo te in quanti hanno letto il tuo articolo? E in quanti ne hanno capito il significato?
Rispetto alla prima parte della domanda, ti dico che a mio modo di vedere la questione non pone problemi di alcuna natura. Diceva Svevo che “Scrivere bisogna, pubblicare non occorre!”. Estendendo il discorso io dico che “Scrivere bisogna, l’esser letti è un altro scherzo della malasorte”. La scrittura è infatti un mero atto privato (comprendo perfettamente che l'affermazione possa risultare paradossale!) che incidentalmente si scontra con le visioni altrui. Guardando al bicchiere mezzo pieno e quindi guardando a quanto di buono questo atto privato può dare agli altri, l’affermazione di Svevo è comunque la più corretta: “Scrivere bisogna!”. In altre parole, le cose occorre dirle, farle. Occorre trovare il coraggio di uscire dal guscio, di spostarsi da sotto l’ombra protettiva della Grande Montagna: il resto verrà da sé!
In merito al “quanti ne hanno capito il significato”, é mia ferma convinzione che quando qualcuno non capisce é sempre colpa di chi spiega (o di chi scrive)! Il dottor Azzeccagarbugli insegna, ma non solo lui a dire il vero nell’Italia dei furbetti del quartierino…. Quindi, rispetto al dato contesto, se qualcuno non ha capito è di sicuro perché la mia analisi è affrettata, per certi versi retorica ed é figlia della "difficoltà del momento" piuttosto che di una ponderata e prolungata riflessione. Rispetto invece ai problemi endemici di cui sappiamo, e a cui entrambe facciamo riferimento, io penso che se gli ogliastrini non hanno ancora capito quello che c'era da capire (supposto che questo qualcosa ci sia) è perché nessuno si è mai preso la briga di spiegarglielo…
Credo che uno dei tanti problemi che affligge la nostra piccola comunità consista proprio nella mancanza di volontà "di andare oltre"…
Verissimo! Ecco perché ti dico che la tua lettera è importante. Nel suo piccolo, è la dimostrazione che a volte basta poco per farsi sentire, per dire IO ESISTO… Per uscire dallo stereotipo, per dare un buon esempio. E del dare il buon esempio non ci si deve vergognare mai!
Si vive, o meglio sopravvive, ancorati e immobilizzati in uno "status quo" che per i più e comodo e persino soddisfacente…
Il problema di Villanova è proprio questo: paradossalmente si sta troppo bene per desiderare di andarsene! L’ombra del Gennargentu è protettiva, l’aria salubre, il cielo azzurrino, la campagna bellissima, il lago, il sole, il mare a mezz’ora di macchina, la libertà totale (il regime lo definirei, anarchico)… davvero troppo tutto insieme per desiderare di vedere le brutture del mondo dalla cima della Montagna. E che fatica la salita!
Se come ci insegnano la storia e la filosofia, ogni membro della comunità ha o dovrebbe avere, il compito e dovere morale, e non solo, di adoperarsi per la stessa, è possibile che nella nostra nessuno e tantomeno quella che tu definisci "elite", li senta?
Non sono sicura di avere compreso perfettamente la domanda. Per inciso gli intellettuali (premetto che a mio modo di vedere oggigiorno in Italia, di sicuro in Sardegna, non c’è traccia di una simile casta) gli ho chiamati in causa perché la mia veloce analisi del tragico fatto accaduto a Villanova si basava sull’idea che quel delitto si sarebbe potuto evitare se il background culturale di riferimento fosse stato diverso. Un background culturale malato, a mio avviso, è comunque pantano maledetto solo in apparenza, basta infatti una stagione di temperature torride e avverse per ristabilire l’equilibrio. Laddove ci sono le condizioni e gli “elementi” adatti per fare in modo che questo accada, naturalmente!
Di sicuro, non da noi!
Ancora, nel mio immaginario, una “elite intellettuale” non è data da una cerchia di individui colti, scrittori osannati, probi uomini pronti a lanciarsi, in un clima di caccia alle streghe, contro chi ha sgarrato, ma piuttosto é data da una variegata tipologia di spiriti, learned wits, ma anche anime dannate se vuoi che, pur impegnati a convivere con le difficoltà della loro vita incarnata, sono capaci, al momento giusto, di farsi sentire e quindi di indirizzare per il meglio coloro che hanno una visione del mondo (per elezione e per educazione) meno ingombrante della loro. Questi spiriti più grandi inoltre, raramente attendono di udire la richiesta di aiuto, piuttosto tentano di prevenirla! Ripeto, come può una qualunque comunità crescere e muovere verso un futuro diverso quando i membri della sua (supposta) elite intellettuale hanno come unico interesse quello di partecipare a Premi e Concorsi e, fedeli alla nostra peggiore indole italica, fanno priorità del trovarsi un partito politico di riferimento che, quando necessiterà, potrà garantirne i cultural achievements a dispetto di ogni dubbio avanzato sul genio e sul talento?
A questa domanda francamente io non so rispondere e altro tempo occorrerebbe per capire se sia moralmente lecito (e tecnicamente possibile) che una data comunità possa trovare in sé, senza aiuti esterni, la forza per cambiare.
Questo ennesimo fatto di sangue è ancora una volta testimonianza della nostra passività di cittadini villanovesi e ogliastrini, figli ingrati di una terra incantevole da cui abbiamo ricevuto senza nulla dare.
Però, come sai, questo nuovo atto di violenza, ha pure messo in luce il meglio in noi. Io penso infatti che il comportamento della famiglia di Pierluigi, che ha concesso un immediato perdono, sia un mirabile esempio di quel buono in noi. Soprattutto, io credo che sia un gesto da non dimenticare. Qualcosa di cui andare fieri, oltre ogni miserabile retorica. E il mio pensiero va anche a chi in questo momento tenta di spiegare il gesto di cui é accusato, ai suoi genitori e davvero a chiunque si ritrovi, da un giorno all’altro, senza forse capire, coinvolto dentro dinamiche più grandi di lui. Solo. Sì, perché nella fortuna ci circondano in tanti, mentre nella sciagura l’orizzonte è chiarissimo nel suo mostrarci il sole calante.
Quando mai potrà cambiare l'apparenza se difetta la sostanza?
Cara Daniela, per quel poco che può valere, io ti dico che questa frase coglie l’essenza di quanto è accaduto a Villanova Strisaili il 20 Luglio, più di qualunque altra affermazione fatta a posteriori. Non la ho scritta io, non l’hanno pubblicata quotidiani e blog vari, troppo impegnati a descrivere invece ogni miserando dettaglio di cronaca e naturalmente non è neppure l'urlo disperato di un improbabile accademico pentito. Al contrario, è semplicemente il parto felicissimo del tuo riflettere sopra lo status quo.
Hai perfettamente ragione, infatti! Villanova è tutto tranne che il “paese degli omicidi”. La sostanza però difetta ed è causa prima del male. La mia sola speranza di compaesana lontana, per sua natura incapace di aiutarti di più, è che l’ombra della Grande Montagna, nel suo continuo proteggerci, abbia ben pensato di cullare molte altre giovani menti come la tua, capaci, un giorno, di osare il salto di qualità. Di curare ogni malattia. Di farci scoprire migliori.
Rina Brundu