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“Civil War”: Mr Fantastic e la psicostoria

di Umberto Scopa

“Civil War” è una miniserie a fumetti di sette numeri pubblicata dalla Marvel Comics tra il 2006 e il 2007. La sua particolarità è di essere un “crossover”, cioè una storia che coinvolge tutte le testate Marvel, e riunisce eccezionalmente in un unico universo narrativo tutta una serie di personaggi – in questo caso parliamo dei supereroi – che altrimenti non si incontrerebbero. Tutti i supereroi, ognuno dei quali è protagonista nella sua serie di fumetti, compaiono come coprotagonisti in questa serie speciale. Un po’ come una comunicazione a reti unificate. E’ probabile che se gli autori hanno deciso di realizzare una comunicazione a reti unificate al pubblico dei lettori abbiano voluto trasmettere qualcosa di significativo.
I personaggi principali della miniserie “Civil war” sono gli stessi supereroi che leggevo venti o anche trent’anni fa. Ritrovarli dopo tanto tempo, e molto cambiati, mi ha fatto una certa impressione. Parlo di Capitan America, Thor, l’Uomo Ragno, Iron Man, i Fantastici 4 e altri.
Innanzitutto nel leggere “Civil War” mi è rimasta dentro, come prima impressione, una sensazione stridente rispetto ai ricordi delle letture di un tempo proprio per il fatto di mettere in scena nel contesto della stessa storia tutti i supereroi più noti, tutti ugualmente protagonisti. I fumetti che io ricordo –al contrario - tracciavano mondi paralleli, con caratteristiche molto simili fra loro, ma ognuno separato dagli altri, ognuno concepito come l’habitat di un supereroe che non interagiva con gli altri.
Questa era una condizione fondamentale per l’esaltazione della gesta del supereroe.
Il comparire tutti insieme a me ha lasciato un’impressione di sovrabbondanza, mi spiace dirlo, assimilabile all’inflazione, con conseguente svalutazione del potenziale di ciascun supereroe. Ce ne sono così tanti in azione e dominano continuamente la scena da mettere in posizione marginale il contrasto tra la figura del supereroe e la persona comune. Alla fine a me è rimasta la sensazione di un mondo popolato da un’infinità di supereroi da non apparire neanche più tanto super, ma piuttosto “normodotati” (come si direbbe in linguaggio politichese), incapaci di stupire per la propria singolarità.

Ricordo poi che i fumetti dei miei supereroi raccontavano per lo più storie dove i protagonisti conducevano un’esistenza sdoppiata tra la condizione di superuomini che esibivano nelle loro imprese e la normalità anonima del comune cittadino, in cui si calavano tra un impresa e l’altra.
Per me questo era un fattore di identificazione.
Il fumetto raccontava il sogno adolescenziale di custodire segretamente nell’anonimato della propria esistenza un potere strabiliante che nessuno sospettava.
E in questo sogno mi identificavo.
Altri magari – più avanti con gli anni- vedevano raccontata tra le righe – o meglio tra le strisce - anche la solitudine di chi non è apprezzato nella vita di tutti i giorni per quello che pensa di valere. Identificandosi nelle vicende del protagonista vedeva in ogni impresa compiuta dall’eroe in calzamaglia qualcosa che accresceva una fama che un giorno, prima o poi, magari all’età pensionabile, gli sarebbe stata riconosciuta. La ricomposizione delle due personalità viventi nello stesso corpo, cioè quella di cittadino anonimo e di supereroe, era l’epilogo sotteso e sempre rimandato di ogni storia raccontata.
Nel fumetto “civil war” non trovo più tutto questo. C’è molto della società di oggi, naturalmente, ci sono i reality show, il bisogno di rivelare alla comunità la propria dimensione privata (addirittura si vede l’uomo ragno che rivela pubblicamente di chiamarsi all’anagrafe Peter Parker!)

Cos’è cambiato?
Una volta quando leggevo i fumetti immaginavo senz’altro Peter Parker che improvvisamente avrebbe rivelato di essere l’uomo ragno, riscattandosi dalle umiliazioni della vita quotidiana e incassando in quell’istante un credito accumulato nel tempo da anni di imprese attribuite ad un altro. Ma questo non accadeva mai nelle strisce del fumetto.
Questo non doveva vedersi nella storia, doveva essere uno sviluppo futuro che la fantasia di ogni lettore avrebbe dovuto immaginare a modo suo.
Ora vedo nelle strisce di “civil war” l’uomo ragno che rivela di essere Peter Parker. Ma non doveva andare così! Mi hanno tolto la possibilità di immaginare quel momento. Ma quel che è peggio è che nello svelare la sua identità privata chi soccombe non è Peter Parker, ma l’uomo ragno, che si dimostra incerto, incapace di prendere una decisione, traballante come un cittadino comune: in Civil War l’uomo ragno sta prima dalla parte di una causa (e in nome di questa compie l’atto estremo di rivelare la sua identità) poi passa dalla parte avversa (dunque perché ha rivelato la sua identità se non era sicuro?), e alla fine ritorna alla causa originaria, dove tutti i supereroi si ritrovano ponendo fine alla guerra civile che li aveva divisi. Alla faccia del trasformismo! Mi hanno ucciso davvero l’uomo ragno.

Veniamo alla storia raccontata dalla miniserie “Civil War”. Mr Fantastic (dei Fantastici 4) è il promotore di un progetto governativo di registrazione di tutti i supereroi in circolazione. L’anagrafe statale dei supereroi viene istituita per arginare un’inflazione di supereroi, molti dei quali sono solo maldestri emulatori dei veri supereroi e provocano danni sociali gravissimi credendo di fare giustizia. Il rimedio estremo si impone dopo una strage immane di civili provocato da un supereroe in un’azione maldestra. Naturalmente la comunità dei supereroi si spacca in due tra favorevoli e contrari e ne scaturisce una violentissima guerra civile, la “Civil War” che da il titolo alla serie.
Nel fumetto viene dato spazio ad argomenti non privi di ragionevolezza sul progetto di registrazione dei supereroi e che risiedono nei fatti gravi da cui la storia narrata ha inizio. E allo stesso modo vengono espresse ragioni fondate a sostegno della posizione dei supereroi dissidenti. E’ chiaramente un questione politica sulla quale i supereroi tutti sono costretti a confrontarsi. Una questione politica che come tutte le questioni politiche ha dei pro e dei contro.
Se io avessi dovuto schierarmi sarei stato contro la registrazione dei supereroi e naturalmente –avendo letto come va a finire- avrei scelto la fazione perdente, il che come sempre mi conforta.
Volendo metterci un po’ di ironia a me sembra che, comunque, istituire un patentino da supereroe, cioè un’autorizzazione a svolgere la professione con certe regole, appare come l’istituzione di un ordine  professionale.
Come può essere –fate le dovute differenze - l’ordine degli avvocati o dei commercialisti o dei medici. Certo che conoscendo come funzionano gli ordini professionali, ecco, dai supereroi mi aspettavo qualche idea più brillante. Forse servirebbe di più un anti-supereroe che difenda i cittadini dagli ordini professionali. Una specie di superdifensore civico.
Faccio questa ironia perché, forse per via del legame emozionale che ho con un vecchio modo (magari superato) di fare i fumetti di supereroi, non ho sentito tanto il bisogno di schierarmi da  una parte o dall’altra dentro il  gioco di Civil War, quanto ho sentito invece il bisogno di schierarmi contro le nuove regole del gioco.
Le vecchie regole del gioco, parlo cioè della logica narrativa, erano diverse. Per intenderci dove “Civil war” scardina – a mio parere- l’antica logica del fumetto è nel fatto che ai miei tempi - se ci fosse stata un’invasione di supereroi molesti per la vita sociale- i veri supereroi sarebbero intervenuti di persona per liberare la comunità dalla loro minaccia. Mai e poi mai avrebbero accettato di contrastare il fenomeno abdicando da loro stessi e soggiacendo a restrizioni e direttive statali, consegnandosi una dichiarazione di impotenza, derubricati a supereroi normodotati incapaci a cavarsela da soli.

E anche sotto su un altro aspetto il fumetto “Civil War” mi lascia la sensazione di aver disinnescato il potenziale di questi superuomini.
Mi riferisco al fatto che tutti i supereroi di lontana memoria avevano il privilegio (o era un superpotere anche questo?) di poter compiere le loro imprese nell’interesse della collettività, senza una connotazione politica di queste imprese, e quindi senza  dover rendere conto, a se o agli altri, di scelte politiche.
Quello che non accade alle persone comuni che vivono la vita reale.
I supereroi di “Civil War”, sono costretti dagli autori a schierarsi da una parte o dall’altra su una questione politica. E improvvisamente non sono più patrimonio indistinto di tutti i lettori i quali cominceranno – a seconda delle loro inclinazioni politiche – a connotare Mr Fantastic di destra e capitan America (chi l’avrebbe detto?) di sinistra, salvo poi diventare tutti un partito unico (che tristezza!). Questi non sono più supereroi, hanno perso il loro principale superpotere, quello di elevare il lettore dalla condizione fin troppo opprimente della realtà quotidiana, nella quale ora lo fanno ripiombiare a precipizio.
Ehi, ma non ci dovevano salvare?
A difesa degli autori si può pensare che abbiano voluto rendere i supereroi più umani, più calati nella realtà per rendere più calati nella realtà i lettori stessi, che immagino molto giovani. E’ questione di scelte, ma stiamo parlando anche di snaturare un fumetto. Non so.

Comunque una cosa è sicura, presa questa china indietro non si torna. Scesi anche solo una volta su questo terreno ogni gesto futuro del supereroe non potrà più essere immune da un giudizio politico. E’ il secondo principio della termodinamica applicata al mondo dei fumetti. Lo scenario si è trasformato, quello che era prima è inquinato per sempre.

Ok. Se il gioco è che neppure un supereroe può permettersi di non schierarsi su una questione politica, giochiamo.
Attenzione però, se si vuole adottare questa nuova ottica di inquadramento dei supereroi dovremmo rivisitare la storia del fumetto. Se il supereroe non può disinteressarsi dei problemi reali che infestano il mondo dove il lettore vive come dobbiamo giudicare il comportamento passato degli stessi supereroi. Dovranno essere travolti da questo stesso giudizio.
Per cominciare Superman (pace all’anima sua) dovrà essere giudicato per aver usato i suoi superpoteri in salvataggi urbani nella sola città di Metropolis (un po’ come un vigile di quartiere), senza curarsi dei ben più gravi disastri che accadevano in giro per il mondo, i genocidi e quant’altro.
Temo un processo di Norimberga dei supereroi.
Io che non condivido quest’ottica mai avrei imputato a superman di non aver evitato genocidi nel terzo mondo per la semplice ragione che non ho mai preteso, nè pretendo, da un fumetto di supereroi di occuparsi di questi problemi. Lo pretendo dagli uomini in carne ed ossa e mi basta.
Il supereroe per me deve vivere in una realtà immaginaria, favolistica, dove personaggi immacolati nella loro perfezione combattono altri personaggi indifendibili nella loro malvagità.

Tornando a “Civil War” un’altra cosa mi ha colpito. Che i supereroi non sono tutti sullo stesso piano. Ce n’è uno che è su un piano superiore ed è Mr Fantastic dei fantastici 4. Vediamo perché.

Mr Fantastic infatti elabora una serie di complicatissime formule matematiche che rappresentano il motore della storia.
Questo apparato di calcoli permette addirittura di prevedere gli sviluppi futuri della storia umana. Ed è sulla base di questi calcoli che Mr Fantastic si convince della necessità di provvedere alla registrazione dei supereroi, che se anche comporterà una rinuncia parziale al loro modo di essere e di agire, sarà comunque il male minore per tutti.
Naturalmente nessuno può capire quelle formula matematiche se non Mr Fantastic e altro non resta ai supereroi che fidarsi di lui. Certo – mi si passi l’ironia – a Mr Fantastic la faccia di gomma non gli manca, e quindi ha tutti i requisiti per essere convincente, come un vero politico che dica esattamente di sapere cosa fare per risolvere i problemi del mondo.
L’idea di poter prevedere il futuro con formule matematiche non è nuova, naturalmente nella narrativa fantascientifica. E’ l’idea che ha avuto Isaac Asimov quando nel ciclo della Fondazione ha concepito quel ramo singolare della scienza chiamata “psicostoria”.
Il riferimento degli autori di Civil War alla psicostoria di Asimov è abbastanza evidente. Se Mr Fantastic si cimenta in questa disciplina scientifica vale la pena calarsi in questo scenario che apre tutta un’altra serie di ragionamenti.
Uno degli aspetti più interessanti è l’approfondimento della relazione conflittuale tra la psicostoria, come disciplina predittiva, e la potenza del supereroe come individuo, essendo quest’ultima un fattore di sovvertimento possibile delle previsioni e quindi, dal punto di vista dello psicostorico, un fenomeno che insidia l’esattezza delle sue teorie.  

Ma andiamo con ordine. Come premessa doverosa cercherò di raccontare a modo mio cos’è la psicostoria, come è stata concepita e teorizzata da Isaac Asimov.
La psicostoria di cui parla Asimov è una complicatissima e irripetibile serie di equazioni elaborata da Hari Seldon che permette previsioni su come si evolverà la storia dell’umanità nel lunghissimo periodo. Per capire meglio cosa si intende ho voluto immaginarmi un esempio aderente alla nostra storia passata. E’ un po’ come se con calcoli matematici Hari Seldon ai primi del 1900 avesse potuto stabilire che sarebbe venuto un periodo di conflitti disastrosi (le due guerre mondiali) dai quali sarebbero emerse due superpotenze vincitrici e queste si sarebbero poi contese le sfere di influenza su tutto il pianeta in una condizione di equilibrio fino agli anni novanta, quando una di queste avrebbe preso il sopravvento e da questo sarebbe scaturito un periodo di conflitti di assestamento tra la superpotenza dominante e paesi meno potenti alla ricerca di nuovi equilibri. Si tratta di una lettura abbastanza generica da adattarsi certamente alla nostra realtà, ma anche a sviluppi diversi da quelli che abbiamo vissuto. Chi può escludere che la stessa chiave di lettura non si sarebbe adattata, seppure con protagonisti diversi, anche ad una storia scaturita dalla vittoria dei tedeschi nella seconda guerra mondiale?
La psicostoria non lo esclude affatto.
La psicostoria indica un tracciato dell’evoluzione futura della storia dell’umanità, ma non dice chi vincerà guerre, non fa nomi, non prevede singoli avvenimenti e non prevede comportamenti individuali. Questi infatti sono governati dal libero arbitrio degli individui.
Se i comportamenti individuali restano nel dominio del libero arbitrio verrà spontaneo chiedersi in che modo l’imprevedibilità del libero arbitrio possa conciliarsi con le previsioni della psicostoria. Se lo chiedono anche i personaggi di Asimov naturalmente e la risposta che Asimov mette in bocca ad un suo personaggio è illuminante: immaginiamo un gas del quale oggi siamo in grado di prevedere i comportamenti in certe condizioni ambientali. Mai e poi mai saremo in grado di capire come si comporta una singola molecola di quel gas, ma la cosa non ci importa minimamente. La psicostoria si disinteressa delle singole molecole, cioè dei singoli individui, perché si occupa di quello che tutte insieme produrranno e riesce a formulare previsioni attendibili.

Premesso questo Hari Seldon non è un mero osservatore del futuro. Così come non lo è mister Fantastic nella miniserie “Civil War”.
Seldon fa un passo oltre e capisce che è possibile porre le fondamenta artificiali per un futuro diverso, intervenendo su alcune variabili. Immaginiamo per semplicità il futuro dell’umanità come se fosse un binario che corrono in una certa direzione; immaginiamo che Seldon con i suoi calcoli matematici riesca a visualizzare questo binario e individui sul percorso dei punti cruciali - degli scambi per rimanere nella metafora - che possano avviare il carrozzone dell’umanità verso un binario alternativo.
La prima domanda che Seldon si pone, dopo aver capito in che direzione il carrozzone cammina, è cosa fare per rendere meno doloroso il futuro dell’umanità. Si può azionare uno scambio per evitare al carrozzone di attraversare un lungo tragitto di barbarie e sofferenze? Certo che si può. Basta fare qualche equazione e la risposta viene fuori. Hari Seldon dedica la sua vita a capire e costruire queste premesse. Azionare lo scambio, per intenderci, o meglio il primo scambio che si incontra sul tragitto. Per questo istituisce le due Fondazioni, la prima delle quali opererà da subito alla luce del sole, come depositaria del sapere, bene preziosissimo nel futuro periodo di oscurantismo. La fondazione sarà un punto di riferimento e avrà un ruolo guida nell’universo per tutte le civiltà frantumate che hanno perduto le conoscenze tecnologiche. Seldon aveva previsto che dopo il crollo dell’impero sarebbe venuta un’era disgregazione in cui le singole civiltà, occupate più a combattersi che a scambiarsi il sapere e le tecnologie, sarebbero regredite in una condizione di ignoranza scientifica. La Fondazione è costruita con l’unica apparente funzione di custodire come uno scrigno quel sapere che occorre conservare. Da questo deriverà il suo potere e il suo ruolo guida. Il resto verrà da se, se la psicostoria è esatta.
E sempre se la psicostoria è esatta Mr Fantastic sarà riuscito con i suoi calcoli ad azionare il primo scambio sul binario del futuro, mediante l’istituzione del sistema di registrazione dei supereroi.

Ma in realtà la psicostoria non è proprio una scienza esatta. Tornando
al ciclo dei romanzi di Asimov, che costituisce il testo teorico fondamentale sul funzionamento della psicostoria, si capisce subito che per assicurare il risultato finale del progetto Seldon non è sufficiente quello che lo scienziato ha costruito in vita.
Infatti, se continuiamo nella metafora del futuro umano come un tragitto ferroviario,  Seldon individua sul percorso dei punti critici, cioè degli altri scambi che possono imprimere nuove direzioni al corso della stessa, magari collocati a migliaia di anni di distanza da quando Seldon vive.
Quindi Seldon si chiede come fare per neutralizzare il rischio che fattori incontrollabili azionino quegli scambi portando fuori strada il carrozzone dell’umanità in un tempo così lontano in cui lui non potrà intervenire di persona. Seldon conosce il momento temporale in cui si verificheranno questi momenti critici (che saranno denominate  “crisi Seldon”) e siccome lui non sarà più in vita, magari da millenni, predispone una macchina che puntualmente al verificarsi di ogni crisi darà forma ad un suo ologramma. L’ologramma di Seldon rivelerà ai membri della Fondazione un messaggio preregistrato che offrirà elementi, direttive da interpretare e applicare al tempo presente per scongiurare il peggio nel futuro. Gli uomini della Fondazione, pertanto, già custodi del sapere, si tramandano anche questa funzione di custodi del futuro, come una casta sacerdotale chiusa nella sua missione salvifica.
Se anche Mister Fantastic abbia studiato qualcosa di analogo però non ci è dato sapere. Nelle vicende di Civil War le sue previsioni si limitano all’immediato futuro e il piano non appare molto lungimirante. Temo che qualunque beneficio abbia calcolato sia effimero e che conseguentemente tutti i suoi colleghi supereroi abbiano riposto troppo frettolosamente la loro fiducia cieca in un progetto senza futuro.

Torniamo ad Asimov. Le “crisi Seldon” non sono l’unica insidia che il progetto deve affrontare. C’è n’è un'altra ricca di implicazioni di grande interesse – per usare  una parola grossa- anche filosofico. Mi riferisco al rapporto  tra l’individuo e la storia. Come ho detto sopra il libero arbitrio dell’individuo non spaventa Seldon, così come la singola molecola di gas può andare dove le pare, imprevedibile e incontrollabile, mentre il gas che la contiene è prevedibile e controllabile. Però quando si parla di uomini c’è un fattore di rischio che il gas, molto più innocuo, non ha. Può succedere nella comunità umana che un singolo individuo acquisti una tale potere di condizionamento verso gli altri che la sua individualità è in grado di plasmare il comportamento di massa. Se ciò avviene le previsioni della psicostoria saltano, perché questa scienza non può prevedere il comportamento del singolo individuo e conseguentemente non potrà prevedere dove il singolo individuo porterà l’umanità. Nei romanzi del ciclo di Asimov questa figura individuale così potente è rappresentata dal Mule. Il Mule è un mutante, un condottiero in espansione inarrestabile dotato di un potere della mente che gli permette di piegare ogni volontà ostile, sostituendola con una condizione mentale di estatica adesione alla sua volontà, neppure percepita come imposizione. A ben vedere è a tutti gli effetti un supereroe, forse il più potente dei supereroi mai concepiti.
I membri della prima fondazione assistono impotenti all’espansione del Mule, sono convinti che qualcosa lo fermerà perché pensano che Seldon lo avrebbe altrimenti previsto, e adagiandosi in questa convinzione verranno sconfitti dal Mule. Sembra quindi che il progetto sia fallito. L’individuo ha saputo sconfiggere la necessità storica?

In realtà l’individuo ha vinto solo una battaglia. Hari Seldon aveva infatti previsto il pericolo e le sue caratteristiche fondamentali. Non aveva previsto il nome e il cognome del condottiero, ma aveva identificato il pericolo nelle sue linee essenziali, e per questo aveva istituito una seconda fondazione, nascosta in un pianeta sconosciuto a tutti. Questa seconda fondazione aveva il compito di entrare in azione per neutralizzare il Mule. I membri di questa seconda fondazione dovevano avere –per riuscire nella missione - poteri mentali come quelli del mule anzi superiori. Seldon aveva previsto che fossero dotati dei poteri mentali come unica arma in grado di sconfiggere un uomo che si espandeva con i poteri mentali. Così il mule verrà sconfitto e ridotto a finire  i suoi giorni in una condizione di docile rimbecillimento, lui che era stato il più grande conquistatore della storia della galassia, un supereroe.
La misera fine di questo supereroe che è il Mule segna la vittoria della psicostoria.

Ma chi può giurare sul fatto che questi pianificatori di futuro come Mr Fantastic, ammesso che i loro calcoli siano esatti, operino davvero e portino davvero ad un beneficio per l’‘umanità? La controprova non c’è. Peraltro il beneficio per l’umanità è concetto astratto che andava bene nel mondo dei fumetti di una volta, ma ora si è scelto di essere su un altro piano, meno superficiale e favolistico. Quindi è giusto obiettare che il concetto di beneficio assoluto per l’umanità non esiste, quello che è un beneficio per qualcuno è l’esatto contrario per altri. Obiezione che mai avrei fatto al mio Superman, che per definizione operava in un’altra dimensione.
Dunque i supereroi di “Civil War”, che si fidano di Mr Fantastic e della sua matematica, sono senz’altro sprovveduti, perchè hanno rinunciato ad una parte della loro libertà in cambio di qualcosa che non sanno neppure valutare, perché verso i calcoli di Mr Fantastic possono solo fare atto di fede e, quanto al beneficio per l’umanità, a differenza della matematica è solo un opinione.

Ma aleggia forse un inganno ancora più grosso di mr fantastic ai danni dei suoi colleghi, e lo percepisco nel suo fanatismo filomatematico.
Non sarà –avanzo il dubbio malandrino – che la vera ragione per cui Mr Fantastic esige una rigida disciplina dei suoi colleghi supereroi sia il bisogno egoistico di avere conferma dell’esattezza dei suoi calcoli?
Cerco di spiegarmi.
Il caso del Mule ci insegna che l’individuo superiore può rappresentare la variabile impazzita che le formule della psicostoria non possono calcolare, e quindi i supereroi sono per loro natura gli involontari veri nemici della psicostoria.
Insomma è possibile che Mr Fantastic tenga all’esattezza delle sue previsioni più che al bene comune e voglia controllare i supereroi non perché questo porterà al bene dell’umanità, ma piuttosto al solo scopo di vedere confermate le sue previsioni per il futuro. Chissà, ai posteri…. Non sarà che quella faccia di gomma di Mr Fantastic sta rifilando una bella fregatura. Chissà.

Con questo dubbio metto la parola fine alla lunga chiacchierata sulla psicostoria applicata alle vicende di Civil War e concludo con brevi considerazioni sui significati più generali che la lettura della vicenda raccontata suggerisce.
Sarei molto dispiaciuto, ma non sorpreso, se il messaggio subliminale che questo fumetto trasmette alle nuove generazioni fosse che dobbiamo fidarci ciecamente di chi ci guida, anche se non comprendiamo la sua logica o ne dissentiamo, perchè i tempi sono difficili e remare contro è da irresponsabili.
Spero di no.
Comunque ribadisco che il supereroe che vive nel mio immaginario non sarà mai un superpoliziotto alle dipendenze del ministero degli interni, in attesa (e il passo è breve) di essere lanciato anche nella politica estera contro gli stati “canaglia”. Nel mio immaginario questo non accadrà mai. Qualcuno potrà vedere questo come un limite, ma è un problema suo.

Il valore della cultura si rivela nel modo più chiaro quando una persona colta prende la parola a proposito di un problema che sta fuori dall'ambito della sua cultura.
[Karl Kraus, Detti e contraddetti (Pro domo et mundo, Di notte), Adelphi, Milano 1992, p. 117]
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