Cinema – Speciale
HOLLYWOOD SU HOLLYWOOD
di Matteo Poletti
Per i pochi che non ne conoscessero storia e geografia, Hollywood è la capitale virtuale della California, governata da Terminator-Schwarzenegger, regno di abbondanza e di esagerazioni, di spiagge e benessere, di piacere materiale e di lusso sfrenato. Confina a sud con Los Angeles, produce essenzialmente cinema, cioè sogni, fantasia, illusioni, antidoti alla banalità del reale. Con “The Black Dahlia” e “Hollywoodland”, in uscita in questi giorni, si torna a parlare di questa città e di ciò che l’ha resa affascinante e mitica: sesso, cupidigia, arrivismo, sottomissione, potere, disperazione, morte. Sono stati molti gli autori che hanno voltato la macchina da presa verso (contro) il sistema, a svelare la spietatezza delle rotelle dell’ingranaggio. Il loro lavoro è fondamentale per capire la storia di quest’industria, del cinema in generale nonché dell’ “american way of life”.
Dapprincipio, produttori geniali e accentratori quali Selznick, Mayer, Goldwyn, Zanuck si erano affannati a sdoganare Hollywood come terra promessa, dove il “sogno americano” si avverava sempre, dove chiunque poteva diventare qualcuno. Non era tutto oro ciò che luccicava, ma il divismo, le ville faraoniche, e l’autocelebrazione di un mondo costruito sull’irreale (ma alimentato da materialissimi bisogni come il denaro, il sesso, il potere) avevano reso Hollywood leggendaria. Qualcuno aveva provato a smontare l’edulcorazione (ricordiamo A CHE PREZZO HOLLYWOOD, di Cukor, 1932, e E’ NATA UNA STELLA, di Wellman, 1937, nei quali fanno capolino l’arrivismo, il protettorato di talent-scout in declino, l’alcolismo) ma i finanziatori tutto volevano tranne la cattiva pubblicità. Negli anni Cinquanta, la crisi dello studio system e la maggior libertà di alcuni autori permise una più lucida critica all’industria, pronta a pesanti trasformazioni. Il sogno andò in frantumi, i facili guadagni finirono (per via della tv, della legge anti-trust) il tarlo del sospetto corrose gli animi (parlo della caccia alle streghe, che decimò le fila delle troupe cinematografiche) e il “paese delle meraviglie” si rivelò in tutto e per tutto un inferno senza speranza. Certo, alcuni ci hanno ancora mostrato, con satira bonaria, un po’ di felicità dietro le quinte dei teatri di posa come Stenley Donen con CANTANTO SOTTO LA PIOGGIA, (1952), o Jerry Lewis con IL MATTATORE DI HOLLYWOOD e IL RAGAZZO TUTTOFARE (1961). Sono però le ultime immagini di innocenza. La fiaba si riempirà presto di mostri.
FINE PRIMA PARTE
Quando Gloria Swanson scende la scala per la sua ultima (falsa) scena, in SUNSET BOULEVARD (1950), tra le righe Billy Wilder ci dice che è la stessa Hollywood classica ad essere sul viale del tramonto. Da Wilder in poi, molti aggiungeranno capitoli amari sulla storia di questa città, vista come tragico palcoscenico sul quale è vietato invecchiare, sul quale il debole soccombe, il fallito viene emarginato, il perdente viene schiacciato. Il divismo è una droga, una malattia mentale (che colpirà, pochi anni dopo, anche FEDORA –sempre di Wilder – nel 1978, in cui una diva sottoposta al lifting e deturpata, sfigurata, esclusa dal mondo è disposta anche a sacrificare la figlia per ritornare alla ribalta). I film su Hollywood sono dominati spesso dal senso di morte. La brutta fine dell’amante della Swanson o della figlia di Fedora non è che una dei tanti tragici epiloghi: Robert Aldrich, autore ancora più claustrofobico e crudele, arriva all’aberrazione grottesca per mostrare la mostruosità: come avviene in ogni “paese dei balocchi”, si paga con il contrappasso il coronamento magari disonesto dei propri sogni; i premi concessi da Hollywood assai rapidamente, altrettanto rapidamente vengono tolti, la felicità del successo si trasforma presto nello spettro del fallimento. Si pensi a IL GRANDE COLTELLO (1955), CHE FINE HA FATTO BABY JANE (1964) o QUANDO MUORE UNA STELLA (1968).
D’altro canto, anche per Minnelli la “gente di cinema” ha le caratteristiche del mostro: lo è Kirk Douglas in IL BRUTO E LA BELLA, 1952 lo è Edward G. Robinson in DUE SETTIMANE IN UN'ALTRA CITTA’ 1962. Sottomettere e sacrificare il prossimo è d’obbligo per arrivare sulla vetta, anche se poi le colpe vengono espiate. Sempre. Anche le delazioni alla commissione sulle attività anti-americane tornano d’attualità: il soffocante clima paranoico favorito dal senatore McCarthy si respira in COME ERAVAMO (1973), di Sidney Pollack e in INDIZIATO DI REATO (1991), di Irvin Winkler. Ed è proprio l’ex delatore, ormai emarginato, Elia Kazan a rendere la malinconica nostalgia per la Hollywood classica nel ritratto (da un romanzo di Fitzgerald) del mega-producer Irving Thalberg ne GLI ULTIMI FUOCHI. Era così bello il passato? Molti sembrano convenirne: certamente Bogdanocivh, romantico teorico del cinema che ci narra la nascita di Hollywood in VECCHIA AMERICA (1976); oppure Gene Kelly e Fred Astaire che si raccontano nel celebrativo C’ERA UNA VOLTA HOLLYWOOD (miscellanea di pezzi musical ormai leggendari); anche per Spielberg in fondo è così e lo dimostra nell’irreale, goliardico, fracassone ma vitale 1941–ALLARME A HOLLYWOOD (1979), che sublima l’assurda insensatezza dell’ambiente in un carnevale di gesti esagerati, parossistici e vacui, metafora di un sistema-giostra che è vorticosamente attivo ma che non conduce da nessuna parte. Lo sberleffo permette più acutamente di scoprire nella città del cinema un sadico teatro per maschere senza spessore, stereotipi fasulli bravissimi ad “apparire” e non ad “essere”. E’ quello che ci mostra in HOLLYWOOD PARTY (1968) Blake Edwards, che, sfruttato e umiliato dal sistema, si vendicherà ancora della “sua” città nel 1981 in S.O.B., nella quale spoglia letteralmente la moglie Julie Andrews, ex Mary Poppins, costretta, per riscattare un flop, a trasformare un musical in un film porno. Seppur fintamente scandalizzati, spettatori e critici sono pronti a constatare che il mondo della gioia e dell’innocenza è svanito, l’american dream è divenuto un “american wet dream”: Hollywood, liberatasi dalle ipocrisie della censura, negli anni Ottanta si apre completamente alle gioie del sesso (sarà P.T. Anderson, con BOOGIE NIGHT, 1998, a celebrare e analizzare il sistema del redditizio cinema porno).
FINE SECONDA PARTE
Cosa resta oggi della fabbrica dei sogni? Altman ci tratteggia un’immagine al vetriolo ne I PROTAGONISTI (1992) che ci conferma che nulla è cambiato: a dominare il tutto ci sono ancora l’arrivismo, la cupidigia, la ricerca di denaro e successo. Anche John Waters non parla in termini lusinghieri del suo mestiere di regista (A MORTE HOLLYWOOD, 2000), Woody Allen continua a odiare il sistema (HOLLYWOOD ENDING 2004), Lynch ne fa un ritratto onirico e inquietante (MULHOLLAND DRIVE 2001) e molte star si tuffano in film-sfogo contro la loro professione (HOLLYWOOD BRUCIA,1998). Sono solo spunti di riflessione sulla contemporaneità. Altri preferiscono buttarsi nelle biografie e far rivivere un passato sempre più inverosimile (si conosce il gusto tutto hollywoodiano per il pettegolezzo, le segrete passioni, le morbosità, gli aneddoti): si pensi a CHARLOT (R. Attenborough, 1992), MAMMINA CARA (F.Perry, 1981) su Joan Crawford, il commosso viaggio di Tim Burton in compagnia del fallito regista di B-movies, ED WOOD (1994) fino ai più recenti THE AVIATOR (M.Scorsese, 2004) sul produttore miliardario Howard Hughes, o TU CHIAMAMI PETER (S.Herek, 2005) su Peter Sellers.
A Los Angeles è d’obbligo visitare il Sunset Boulevard, Rodeo Drive, Beverly Hills, il “Walk of Fame”, le ville dei divi a Malibù, gli studi della Universal o della MGM. Lo si fa per assaporare luoghi ritenuti magici, anche se l’aria che si respira sa di naftalina, anche se il passato è oggi più che mai sepolto e in superficie, quasi a mo’ di monumenti funebri alla memoria, non rimangono che i feticci di ricordi dorati. Visitiamo le radici e il tronco secco per immaginare la magnificenza di fronde ormai scheletrite.