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Tipologia del personaggio narrativo nell’opera
di  Leonardo Sciascia

di Natalino Piras


INTRODUZIONE

Questo lavoro  sui personaggi di Leonardo Sciascia, muove nell’intento di mettere insieme una compilazione di tipi narrativi e la loro interpretazione. Arduo compito, dato il numero considerevole di tali tipi e la letteratura critica al riguardo. L’intera opera di Sciascia è stata sottoposta a diversi vagli di carattere narratologico, antropologico, filosofico, religioso e politico sin da quando l’autore era in vita. Famose, tra fama elitaria e diffusione popolare, le sue polemiche con i professionisti dell’antimafia, con alcuni importanti  giornalisti  della carta stampata che Sciascia accusavano di “istituire modello mafioso”  per il solo fatto che Sciascia  di mafia scrive, ma anche con il fisico Amaldi sulla scomparsa di Majorana e con i giudici che condannarono il presentatore televisivo Enzo Tortora dando credito alle confessioni di camorristi pentiti. Così come sono rilevanti le prese di posizione di Sciascia sulla morte di Pier Paolo Pasolini di cui rivendica unicità di amicizia, sul rapimento e sull’assassinio di Aldo Moro ad opera delle Brigate rosse e la rottura, proprio sulla questione delle Br, dell’amicizia con Guttuso. Capitolo a parte meriterebbe poi il suo «essere a sinistra», intriso più di illuminismo francese e di spirito lussiano (da Emilio Lussu: l’esule antifascista e il resistente di «Giustizia e libertà») (1)  che adeguato, impossibile per uno come Sciascia, a logiche e direttive di partito. Leonardo Sciascia, nonostante fosse di natura schivo e riservato, era un personaggio pubblico. L’intera sua vita si riversa e si mescola nelle storie da lui costruite, vere oppure messe in metafora, una considerevole mole di scritture che tra letteratura e altro entrano in differenti generi. Tutto quello che riguarda Sciascia è documentato dalla scrittura: libri ma anche saggi per riviste specializzate, settimanali,  quotidiani, cataloghi  e pure fogli sparsi(2). Uno stesso  personaggio lo si può trovare in differenti punti di questo universo letterario,  ma anche politico o, per dire di un classico che attira  Sciascia, in un conte philosophique. “Candido” e “Courier”,  per evidenziare due di questi personaggi, compaiono in differenti scritti e saggi, a volte con maggiore, altre con minore evidenza. Nella narrativa di Leonardo Sciascia, che fa tutt’uno con la sua capacità di far entrare il narrato dentro un ordito saggistico, Candido, per insistere su questo personaggio che ha anche carattere autobiografico,  lo si può trovare collocato nel secolo dei lumi, una giusta appartenenza considerato che fu ideato da Voltaire, ma anche nella Sicilia del Novecento oppure, in una dimensione atemporale ma che comunque entra in uno spazio geografico universale,  come  alter ego ma anche specchio riflesso di Giufà, lo “scemo-fortunato”  per antonomasia, nell’epopea del vicinato. Necessario quindi individuare, pur nella ricerca e nella compilazione, un filo conduttore per i quattro capitoli che compongono questo lavoro e che trattano, dei personaggi narrati da Sciascia, l’autobiografismo, la sicilitudine, la fenomenologia a livello contenutistico, e, tratto che potrebbe presentarsi innovativo, il rapporto possibile con personaggi della narrativa, ma anche della storia,  del mondo folklorico e antropologico della Sardegna. Risulta necessario cercare di stabilire delle “categorie flessibili” per fare sì che lo schema non risulti aridamente schematico, perché la classificazione dei tipi interagisca con altri saperi che sono  già insiti  nell’universo letterario, ma anche etnologico e demologico, di Leonardo Sciascia. Si ritiene così opportuno lavorare sui tipi narrativi sciasciani avendo lo stesso Sciascia come referente, come il contemporaneo Calvino, «neoilluminista e inquisitore illuminato». Scrive a tal proposito Gino Tellini che sia Italo Calvino che Leonardo Sciascia «reagiscono alla crisi postresistenziale con l’arma d’una ragione che non si fa illusioni e non confida in organiche certezze storicistiche, ma predispone  strumenti aguzzi di analisi disincantata» (3). Sulla base di questo disincanto, le “categorie flessibili” possono così provenire oltre che dalla “presenza” dello stesso Sciascia, anche dalla parola “tipo”. La parola “tipo” caratterizza persone, animali e cose. La “tipologia” stabilisce invece delle relazioni all’interno di ciascuna di queste categorie e tra una categoria e un’altra. Le relazioni possono essere di ordine spaziale ma anche temporale, scritto, e oltre la pagina, orale,  visivo, olfattivo, tattile. Quanto prevale è comunque il narrare e sapere narrare la relazione tra “tipo” e “tipologia”. In questo Sciascia istituisce magistero: per l’uso che fa delle categorie, per come queste rendono il “contesto” che è insieme siciliano e universale. «La fiducia costruttiva neorealistica ha in Sciascia presto ceduto il passo a un pessimismo severo. La crisi delle speranze resistenziali, lo spettacolo immutato di sopraffazione e di miseria, la pena per il “caos siciliano” affetto da guasti secolari, il dramma stesso della propria smarrita identità hanno spinto lo scrittore a cercare una difesa nei “lumi” della ragione, nel rigore della chiarezza illuministica, nel metodo d’una lucida conoscenza analitica» (4).  C’è una maniera sciasciana di narrare e raccontare. «S’è addentrato nelle contraddizioni della sua isola e ha scavato, di riflesso, nelle piaghe del malcostume contemporaneo (non solo nazionale). La “ragione” è diventata per lui (sono parole sue) “nevrosi della ragione”, cioè tormento e rovello che rendono inquieta l’ansia ostinata di comprendere e di capire. […] Il sentimento della giustizia e la prova costante della sua latitanza nell’esperienza della storia costituiscono il motivo centrale di organismi narrativi bilanciati tra l’intrigo del giallo e la struttura aperta del taglio storico-saggistico» (5). In Sciascia ci sono dunque «l’angoscia e lo scetticismo della ragione» ma  c’è anche l’arte, intesa come mestiere, del tessere trame, “legarle” da un polo all’altro. Come ordire i fili?  C’è una parte della costruzione dei tipi narrativi  da parte di Sciascia, che riguarda quella che  uno dei suoi autori di riferimento, Giuseppe Antonio Borgese, definisce epopea del vicinato (6). Fino a non molto tempo fa, nei vicinati e nei rioni di paesi e luoghi contadini e pastorali,  l’ordito lo facevano le donne dopo che gli uomini avevano fissato chiodi e punti di ferro tra una pietra e l’altra dei selciati che allora coprivano strade e piazze. Fili di lana, di lino, di cotone, di orbace, andavano da un punto all’altro. Si distendevano. Una volta distesi, i fili venivano poi raggomitolati, pronti per il fuso e per il telaio. Il sapere delle mani veniva prima di tutti gli altri saperi (7). Al telaio si iniziava la composizione dei fili, la loro «tramatura», la loro interrelazione. Ciascun filo concorreva alla formazione di uno o più tipi di prodotto. Dal telaio a mano uscivano tappeti, coperte, bisacce, capi di vestiario del costume tradizionale. E altro. Quei “tipi” avrebbero poi caratterizzato altri “tipi”. Ci sarebbe stata una maniera di viverli, usarli e indossarli dentro casa e fuori, nelle stanze e nelle strade, in piazza e in chiesa. Un’organizzazione delle cose che entrava nel quotidiano delle persone a fare tutt’uno ma anche a segnare distinzioni. Il tipo «cosa» era differente dal tipo “persona” e dal tipo “animale”. Se si sostituisce  al percorso “filo-telaio” un altro del tipo “chiodo-macchina per ferrare buoi e cavalli”, il senso della metafora si manifesta. Epopea del vicinato significa anche civiltà contadina (8). C’è un  libro di Sciascia, Occhio di capra(9),  che è un alfabeto (10) della società contadina. Ci sono in questo alfabeto, indicazioni per l’uso delle “categorie flessibili”. Vengono principalmente dalle voci dicica e pigliari di lingua.
«DICICA. Dice che. Non “si dice che”, ma uno solo, innominato, “dice che”. È l’incipit di ogni aneddotica malignità, di ogni racconto sulle disgrazie altrui. Il “dicica” alleggerisce la responsabilità del narratore, come nel “si dice” italiano, ma al tempo stesso rende più segreta, più esclusiva, più preziosa e godibile la notizia. Non lo sanno tutti.  Era uno solo a saperla. E ora siamo in tre» (11).  
Oltre la Sicilia, Il proverbio si attualizza nell’esperienza della storia, una esperienza da Sciascia interpolata, come “tramatura” dell’ordito, specie nel “giallo”  che è una categoria del racconto dell’Italia  contemporanea e della Sicilia come metafora. Ci sono un lessico e una sintassi sciasciane che “impongono” alla storia narrata in “giallo” o in noir  di non farsi seriali. Questa imposizione proviene dall’alfabeto  della civiltà contadina. L’altra voce da Occhio di capra a entrare nelle “categorie flessibili” che questo lavoro intende adottare, è pigliari di lingua. Ha a che fare con il segreto della parola ma anche con l’organizzazione delle trame.    
  «PIGLIARI DI LINGUA. Prendere per la lingua. Immagine metaforica che dice di un modo di far domande, di condurre un interrogatorio: tanto abilmente da far cadere in contraddizione una persona, da farle dire quel che voleva nascondere o mistificare. Un modo, insomma, di inquisire accortamente, sottilmente. Da ciò, nel mondo contadino, la regola del silenzio di fronte a chi fa il mestiere di prendere per la lingua, di far cadere una persona nella trappola delle parole dette (che diventano, fatto di paurose conseguenze, parole scritte): il poliziotto, il giudice. Difficile, dunque, prendere per la lingua chiunque. Impossibile prendere per la lingua un mafioso» (12).
  Oltre che rappresentato, il legame tra “tipo” e “tipologia”  viene anche narrato. Dalla parola si passa alla scrittura. In questo passaggio, nella narrativa sciasciana presa a modello delle “categorie flessibili”, il rilievo sui fatti viene dai fatti,  dal ragionare che si fa oggetto, non dalla loro mimesi. Le “categorie flessibili” intendono cioè operare sul reale che costruisce la finzione e su come, Sciascia lo dimostra nel rapporto con Pirandello, questa non-mimesi sa scoprire cosa c’è sotto la maschera. Il tipo narrativo sciasciano ha senso di essere raccontato nella sua costruzione, nell’artificio autorale, ma anche nelle sue ripartizioni e rifrazioni che tendono comunque, è il fine dell’indagine, alla ricomposizione. Per questo, nelle “categorie flessibili”, pure cum grano salis, si intendono fare entrare altri linguaggi che non siano solo quelli della scrittura per la sola pagina. Si farà ricorso anche al cinema. Sciascia amava il cinema, seppure più quello della sua infanzia che l’altro, della sua maturità (13). Ci sono opere di Sciascia scritte come sceneggiature cinematografiche e da diversi suoi libri sono stati tratti film che lasciano il segno nella storia del cinema (14). Ha pure partecipato,  come sceneggiatore, alla scrittura del film  Bronte (15), i cui fatti  per come li ricostruisce Sciascia, demistificando il mito del Risorgimento, Verga e Garibaldi compresi, vengono presi in esame in questo lavoro. Le “categorie flessibili” utilizzate in questo lavoro intendono comunque dare molto più risalto al piano narratologico. Narrare è importante e importanza assume ancor più nel modo di raccontare di Leonardo Sciascia. E’ come  una cosa in lui insita. A valere, in questo rapporto del vivere con lo scrivere,  è proprio l’invenzione dei personaggi che muovono nelle varie zone di passaggio e di estensione tra una storia e un’altra, tra una e un’altra geografia. Sciascia costruisce personaggi narrativi che sono insieme aderenti al contesto che li emana e adattabili a una universalità non di maniera.  Personaggi-tipo come “il capitano Bellodi”, “l’ispettore Rogas”, “il giudice Di Francesco” ma anche “il criminale Tommaso Scalia” (16), “il politico tipo-Moro” (17) rappresentano una  “Sicilia tipo” di mafia, di fascismo-pena di morte, di politici ipocriti (il cui luogo ideale sono le cripte) e di moralisti gesuiti,  di biechi e cupi inquisitori. I luoghi sono funzionali a questa narrazione. In tutto il contesto inquisitoriale presente nella narrativa sciaasciana è rilevabile ad esempio come le cripte siano  sottostanti alle chiese: metafora degli ipocriti che  sono, lo rivela una parabola evangelica, dei sepolcri imbiancati.  I tipi sciasciani sono universali anche perché c’è da parte dello scrittore un buon uso della metafora.  L’epopea del vicinato diventa universo estensibile. «Si chiariscono anche precise ascendenze culturali: da un lato, la tradizione settecentesca di Voltaire e Diderot; dall’altro, la lezione di Manzoni, sia dei Promessi sposi, assunti come affresco dell’ingiustizia umana, sia della Colonna infame, riletta come atto d’indignazione morale contro i rei in cerca di attenuanti, contro coloro che se non sanno quello che fanno è per non volerlo sapere» (18).  Nell’utilizzo delle “categorie flessibili”, i tipi sciasciani ricoprono quindi una loro funzionalità sia in progress che á rebours.  Altra metafora delle “categorie flessibili”  per la costruzione e la lettura del personaggio narrativo sciasciano è quella del filo della pietra (19). Un bravo scalpellino, che conosce questo filo, sa dove battere perché la pietra si apra con naturalezza. L’aprire è condizione necessaria e indispensabile per poter dare forma. Saper narrare è sapere dare forma: altrettanto indispensabile condizione perché quanto esce dalla modellatura diventi poi una cosa, un prodotto, che possano utilizzare e godere (sentire, leggere, vedere, toccare, gustare) e la tua gente e altri pubblici, oltre la dimensione del tuo ambiente, del tuo contesto. I personaggi sciasciani sono paesi portatili (20),  che ognuno si porta dentro. Ciascuno a proprio modo.  Molta è la bibliografia intorno a Sciascia. Specie nei primi due capitoli di questo lavoro, si è voluto comunque  fare riferimento  a  quattro testi che  hanno funzionato da “filo e da ordito”, da “filo della pietra” e, più oggettivamente, da manuali (21). I libri in questione sono Storia di Sciascia, Sciascia (a cui si unisce anche un vhs con lo stesso titolo) e La modernità infelice, tutti e tre di Massimo Onofri (22). Il quarto titolo è Leonardo Sciascia di Giuseppe Traina (23). Si tratta di libri da cui attingere e che, riprendendo come una voce a distanza che li recensisce pur senza conoscerli, di Sciascia spiegano «l’angoscia filtrata dalla passione intellettuale di una indagine-denuncia imperterrita, pur nella consapevolezza che la “giustizia” è obiettivo impossibile da raggiungere e che la “verità” si mescola alla menzogna in un amalgama indecifrabile» (24). Il “narrato” di Leonardo Sciascia muove in questo contesto che continua a ordire «l’eredità classica, illuministica e manzoniana…nella linea novecentesca del relativismo pirandelliano e dell’umorismo di Brancati in testi gremiti di delitti impuniti, di pugnalatori che restano nell’ombra, di amministratori ritenuti morigerati ma in effetti corrotti, di dignitari politici rispettati ma complici,  di investigatori onesti che non approdano a nulla» (25). L’intera opera sciasciana è un fare luce su questo “nulla”. Le “categorie flessibili” di questo lavoro muovono nel tentativo di rilevare una parte del fare luce. Sintomatico, a tale proposito,  l’accostamento cinema-romanzo.  È  Traina che esplica il  significato del titolo Il giorno della civetta: « allude a una battuta pronunciata dall’animoso duca di Somerset nella terza parte dell’Enrico VI di Shakespeare:  “e colui che non vorrà oggi combattere per una simile speranza, se ne torni alla propria casa; si ponga a letto, e, se ardirà mostrarsi alla luce del giorno, sia fatto oggetto di scherno e di meraviglia, come avviene alla civetta quando fuor d’ora si mostra» (26). Chi affronta lo scherno del Giorno della civetta è uno tra i personaggi più rappresentativi di Sciascia: il capitano Bellodi (27), che «è sfiorato dalla tentazione di abbandonare la speranza, una volta tornato nella “indolente sera” di Parma, toccata da una struggente luce… La citazione shakespeariana non ha solo il significato dell’impegno civile; ha anche un forte valore simbolico, legato al tema funebre (la civetta è un uccello notturno) che però, come ha evidenziato Marco Belpoliti, è connesso nel romanzo non al buio ma alla luce siciliana, simbolo della morte siciliana, la morte per mafia» (28). Nell’utilizzo delle “categorie flessibili” ci si sforza anche di fare luce sulla consapevolezza che una parola può significare anche il contrario che dà come senso immediato. Ancora Sciascia è punto di riferimento. Un recente saggio di Salvatore Ferlita su «Nuovi Argomenti» parla di Leonardo Sciascia e la fotografia (29).  Ne rileva il trattamento come «luce» e l’interesse  in A ciascuno il suo, in Todo modo, nel racconto La morte di Stalin, ricorda le collaborazioni con Ferdinando Scianna, il «fotografo bagherese», con il quale ha dato «forma a volumi come Feste religiose in Sicilia, I siciliani, Le forme del caos, Il sale della terra, I grandi fotografi» (30). Le immagini fotografiche costituiscono per Sciascia discorso, formazione e dettaglio dei personaggi, narrazione. C’è nell’intervento  di Ferlita il riferimento a quanto Sciascia, a proposito di ritratto fotografico come entelechia (31),  sostiene nel saggio con cui si chiude questo nostro lavoro di reperimento e di «analisi» dei suoi tipi narrativi: «Ma è vero che, come ha già notato Giuseppe Traina, ogni qual volta Sciascia si occupa di fotografia, lo fa essenzialmente per riferirsi, più che ai luoghi o ai fatti, ai ritratti fotografici, probabilmente per sentire scorrere, sotto di essi “sotterraneo, soffocato, ma continuo e ossessivo, quel magma che sempre ribolle sotto la nera –da cronaca, da lutto – pietrificazione, quel grido che mai ebbe o avrà il coraggio di lanciare a rompere la prigione, la crosta, la forma», come scriverà a proposito dell’album di famiglia di Luigi Pirandello» (32).  Importante, nell’utilizzo delle “categorie flessibili”, il dare forma anche ricorrendo all’analisi fotografica. «Per Sciascia le fotografie, quelle non “snaturate” s’intende, costituiscono una vera e propria narrazione per immagini: nella fattispecie, una narrazione sulla Sicilia che è il risultato di un lungo e lento, anche se non avvertito, “apprendimento”, di un qualcosa di simile al processo di “cristallizzazione” di cui parla Stendhal e che, meglio e più delle parole, può trasmettere suggestioni e rianimare la memoria» (33). Nell’utilizzo delle «categorie flessibili» i personaggi di Sciascia non sono solamente di carta, o cinematografici, o teatrali. Sono, per dirla in sardo, carre, «di carne»: nella significanza che la fisicità della carne rappresenta. Insieme con la fisicità ci sono le ripartizioni, il personaggio che somiglia a un archetipo e fattosi archetipo egli stesso genera poi, in un discorso di concatenazioni, tanti altri personaggi. E luoghi, e situazioni, e storie.  



Capitolo I


Rapporto tra i personaggi  e l’autore
L’autobiografismo (da Le parrocchie di Regalpetra a Una storia semplice)

ALLE ORIGINI DEL PESSIMISMO SCIASCIANO: COME STARE DALLA PARTE DEL TORTO


1.1.1 La letteratura come impegno
Alcuni personaggi della narrativa sciasciana somigliano più di altri all’autore. Più per tratti morali che fisici. A loro volta i tratti morali sono pervasi di sicilitudine: sia che riguardino personaggi reali e storici  sia che prevalgano invece tipi immaginari.
Personaggi autobiografici nella narrativa sciasciana più di altri sono Candido Munafò, Giufà, Ettore Majorana, il capitano Bellodi, il professor Laurana, fra Diego La Matina, compaesano di Sciascia  «e suo alter ego, l’uomo tenace  che non cede agli interrogatori e alle torture, l’uomo che osa l’inosabile» (34). 
Un’altra categoria, sempre all’interno della narrativa sciasciana, è rappresentata dai personaggi che pur non avendo tratto diretto con l’interiore homine del narratore sono comunque dentro un medesimo contesto di appartenenza, ripartiti tra storia e geografia, filosofia, letteratura e  visione del mondo. Tali sono ad esempio l’avvocato Lombardo,  fucilato a Bronte nel 1860,  il professor Franzò di Una storia semplice, Courier, Voltaire, Manzoni e altri (35).
Nell’autobiografismo narrativo di Leonardo Sciascia si riversano poi alcune figure forti come Luigi  Pirandello, Vitaliano Brancati e Giuseppe Antonio Borgese. Il primo fu considerato da Sciascia «padre naturale», il secondo «padre adottivo», il terzo maestro e «punto d’approdo».  Scrive a tal proposito Massimo Onofri che «se, dunque Pirandello aveva incarnato il padre naturale, subito rifiutato, Brancati, lettore di Chateaubriand, Stendhal, Leopardi e Gogol, diventava il padre adottato in sostituzione. Brancati,  infatti, dopo un’ubriacatura ideologica giovanile si era liberato dal suo dannunzianesimo e, a differenza di Pirandello, aveva presto respinto ogni compromesso col fascismo, abbandonando il successo e i clamori mondani di Roma, ove era stato apprezzato dallo stesso Mussolini, per tornare in Sicilia e chiudersi in una sdegnosa e risentita solitudine». D’altro canto è Giuseppe Antonio Borgese «il vero punto d’approdo di questa contro-storia d’Italia letteraria e civile» (36) quale l’intera vita e opere di Sciascia rappresentano.  
A ben guardare, narratologicamente, l’autobiografismo di Sciascia si svolge all’insegna della fede nella letteratura, come unica cosa possibile dopo che tutte le vite e tutte le passioni sono state spese e spente (37).
Tutta la vita di Sciascia è all’insegna della letteratura come impegno dove anche il divertissement giornalistico, il «cruciverba» e la cronachetta sono al servizio di quello che Vincenzo Salerno ha definito «rough and tumble literary style» e cioè uno stile letterario ruvido e martellante. Riprendendo una definizione di Gore Vidal, Salerno sostiene che Sciascia «is the perfect vigil», è la coscienza della Sicilia e dell’Italia intera. La presenza di Sciascia è paragonata a un «violent maelstrom» (38).
L’ autobiografismo e cioè la tendenza da parte di un autore e di un artista a mettere l’io e il sé al centro della propria opera, è consequenziale alla voluntas di impegno letterario da parte di Sciascia.   Il suo io, quello che fa diventare Sciascia personaggio narrativo, è un io spesso  profetico. 

1.1. 2   I maestri
Leonardo Sciascia è nato a Racalmuto, in provincia di Agrigento, l’8 gennaio 1921. E’ morto a Palermo il  20 novembre del 1989. Nella sua vicenda c’è un continuato e ininterrotto rapporto tra vita e opera.               
«Minuto, dritto, guardingo; ma al tempo stesso caldo, premuroso, pronto ad aprirsi senza la prosopopea del personaggio; la sigaretta sempre accesa, un vestitino rigato provincia meridionale anni cinquanta: Leonardo Sciascia mi appare così nella hall del suo albergo, vicino alla stazione Termini. Un maestro di paese fattosi scrittore di fama europea, ma che dell’umanità, del tratto del maestro conserva tanto; un uomo che crede nella ragione; una coscienza del nostro tempo, così povero di punti di riferimento: un uomo che conosce il sistema e lo smonta fin nei recessi più oscuri, e perciò inviso al potere di tutte le parti, e amato dai giovani» (39).
  Prima che scrittore,  Sciascia fu dunque maestro elementare e prima che maestro fu uno studente nel pieno significato della parola. «Di rilevante importanza fu il trasferimento della famiglia a Caltanissetta nel 1935 e l’iscrizione di Sciascia all’Istituto magistrale ove incontrò, negli anni in cui avrebbe scoperto la guerra di Spagna e l’antifascismo, uomini decisivi per la sua formazione: Giuseppe Branca che lo avviò alla lettura di Giuseppe Rensi, lo «scettico credente» secondo la definizione di Ernesto Buonaiuti; il poeta protestante  Calogero Bonavia, padre Lamantia, Aurelio Navarria e Giuseppe Granata, futuro senatore del partito comunista, che gli rivelò Dos Passos, Steinbeck, Caldwell, Faulkner ed Hemingway; quindi Luca Pignato, fine conoscitore di letteratura francese che gli fece conoscere L’après-midi d’un faune di Mallarmé, l’Ulisse di Joyce nella versione di Valéry Larbaud ed i parnassiani; poi Pompeo Colajanni che lo iniziò alla politica; infine, sopra tutti Vitaliano Brancati, di cui non fu alunno, ma da cui trasse una lezione fondamentale» (40). Quando morì Brancati  Sciascia scrisse che «la sua fede nella libertà, il suo odio contro la stupidità, un odio flaubertiano, intransigente, hanno dato un costruttivo apporto al tentativo di dare agli italiani quello che gli anglosassoni dicono il senso comune» (41).

1.1.3 Il letterato e l’eretico (42)
L’attività letteraria  di Leonardo Sciascia   ha inizio con un impegno poetico che cede però alla sua più autentica vena, la quale si muove, come ebbe a dire a più riprese lo stesso autore, in «una maniera saggistica che assume i modi del racconto».  Di questa sua disposizione sono testimonianza Le parrocchie di Regalpetra (1956) e Gli zii di Sicilia, dove gli spunti di cronaca isolana si vestono di forme decisamente narrative pur senza attenuare l’istanza polemica; ma gli esempi letterariamente più compiuti in tale direzione saranno Il giorno della civetta e A ciascuno il suo, centrati sulla mafia e i suoi delitti.  La lingua di Sciascia e il suo taglio narrativo, tutti tesi a una lucida comunicazione, sono i medesimi che troviamo nei racconti, in cui più si rivela il carattere illuministico della sua cultura: Il Consiglio d’Egitto è ambientato nel periodo delle riforme settecentesche, Morte dell’inquisitore sulla figura di un santo brigante, Diego La Matina,  del secolo XVII; Recitazione della controversia liparitana (redatta in forma teatrale), su un conflitto fra stato e chiesa al principio del secolo XVIII.
Già nel 1953 Sciascia  aveva dedicato un libro a Pirandello e il pirandellismo. Tornò sull’argomento con Pirandello e la Sicilia, definendo la «sicilianità» dello scrittore in senso sovraregionale, come espressione del più vasto dramma esistenziale moderno.
Su scrittori e cose della sua terra,  Sciascia ha scritto ancora tre volumi: Feste religiose in Sicilia, La corda pazza, una raccolta di interventi letterari, e La Sicilia come metafora.
Negli anni Settanta la presenza di Sciascia nella letteratura e nella società italiana si fa ancor più viva, anche per la sua diretta partecipazione politica, come deputato al parlamento nazionale ed europeo. Presenza sta anche a significare il fatto che Sciascia  scrive su quotidiani e periodici di letteratura. Si interessa di mafia, di divorzio, di aborto. Nel 1972 interrompe la collaborazione con il «Corriere della sera» e passa a scrivere su «La Stampa».
Il 1975 è l’anno della tragica  morte di Pier  Paolo Pasolini. Scrive Sciascia che «io ero – e lo dico senza vantarmene, dolorosamente – la sola persona in Italia con cui lui potesse veramente parlare. Negli ultimi anni abbiamo pensato le stesse cose, dette le stesse cose, sofferto e pagato per le stesse cose. Con Pasolini ero d’accordo anche quando aveva torto» (43).  Sciascia si riferisce alla denuncia pasoliniana del Palazzo. «Ma mentre in Pasolini la denuncia si allargava alla compiuta omologazione americanizzante e scristianizzata dei costumi, il ragionamento di Sciascia è sempre più interno ai meccanismi del potere politico, mentre le evoluzioni (o involuzioni) del costume rimangono sullo sfondo. Ne è un segnale anche l'inchiesta del 1976, I pugnalatori, indagine d’archivio su una congiura palermitana del 1862 che Sciascia legge in chiave attualizzante, con riferimento alla cosiddetta “strategia della tensione”, alla trama di connivenze e depistaggi tessuta da governo, servizi segreti e apparati militari, che sembrava dominare la storia recente dell’Italia, almeno dalla strage di piazza Fontana [1969], ma in realtà dai primi anni sessanta» (44).
Nel 1975, Sciascia  è eletto consigliere comunale di Palermo, come indipendente nelle liste del Pci. Si dimette nel 1977 dopo aver subito tutta una serie di attacchi, specie dalla sinistra, anche perché non condivide il «compromesso storico» tra comunisti e democristiani. Ma è l’essere eretico nei confronti di un modo di fare politica che caratterizza Sciascia. Nei comizi citava Stendhal.  Cosa che non poteva non costituire dissidio con gli elettori ma anche con gli occasionali compagni di coalizione. «I dissidi ideali sono sempre più duri tra i vicini che tra i lontani; gli eretici sono sempre più duramente colpiti che gli infedeli. La realtà delle estenuanti e inconcludenti sedute consiliari deluderà moltissimo lo scrittore, ancor più deluso dal fatto che anche il Pci palermitano seguirà quello nazionale nella politica di dialogo con la giunta democristiana» (45). Nel 1979,  dopo aver rifiutato la candidatura offertagli dal Psi, Sciascia accetta  di candidarsi con i radicali. Viene eletto sia alla Camera che al Parlamento europeo. Sceglie di fare il deputato alla Camera. «L’esperienza parlamentare sarà per lui soprattutto un mezzo per indagare sul caso Moro» (46), l’uomo politico democristiano sequestrato e poi ucciso dalle Brigate rosse tra marzo e maggio del 1978. 
Nel 1979, la  produzione letteraria di Sciascia, divenuta quasi febbrile, riflette questo accentuato impegno pubblico. Dopo i racconti Il mare colore del vino e dopo Atti relativi alla morte di Raymond Roussel, il maestro di Racalmuto ha messo a fuoco problemi dei nostri giorni. In Il contesto e Todo modo descrive il groviglio di connivenze che legano gli uomini del Potere, soprattutto quelli di parte cattolica; in I pugnalatori, nel rievocare un complotto tramato a Palermo nel 1862, allude a possibili situazioni odierne; in Candido ovvero un sogno fatto in Sicilia riprende il celebre conte volterriano, trapiantando in tempi moderni la polemica contro le ideologie; in L’affaire Moro (1978) appunto,  affronta il tragico episodio dell’uccisione del presidente della DC, e in Dalle parti degli infedeli denuncia l’invadenza elettorale della chiesa e la persecuzione di un retto vescovo siciliano. Questa letteratura di intervento politico non ha distratto lo scrittore né dal racconto strutturato come un  giallo, secondo una sua formula abbastanza consueta (La scomparsa di Majorana, 1975; Il teatro della memoria, 1981) né dal raccogliere il suo «diario in pubblico» che nel titolo stesso, Nero su nero,  intende assumere e ironizzare  l’accusa di pessimismo spesso rivoltagli.
Con Occhio di capra (1985) Sciascia è tornato a registrare, attraverso  un dizionario dei «modi di dire», aspetti magici ed evocativi del mondo siciliano.


1.2  I PROFESSIONISTI DELL’ANTIMAFIA, I TERRORISTI E I PENTITI      

1.2.1 Gli anni ottanta
«I primi anni ottanta sono terribili per l’Italia. Le Br e la mafia seminano morti per le strade, continuano le stragi impunite (la bomba alla stazione di Bologna), si scopre il verminaio della loggia P2, che era riuscita, fra l’altro, a controllare il “Corriere della sera”»  (47). Sarà in seguito alla scoperta delle trame di Gelli che coinvolgono il gruppo dirigente del quotidiano milanese che Sciascia abbandona definitivamente la collaborazione, ripresa solo quando il giornale passerà alla direzione di Alberto Cavallari.  Nel 1981 viene sequestrato il giudice D’Urso ed è lo stesso Sciascia a chiederne la liberazione alle Br intervenendo sui mass media. Sul versante letterario prosegue intanto la riscoperta da parte di Sciascia di Stendhal, di Giuseppe Antonio Borgese e di Alberto Savinio. Scrive Massimo Onofri che «Savinio è stato uno degli scrittori italiani che, nel Novecento, hanno con più ostinazione costeggiato, e corteggiato il tema della morte. Ma sempre dentro il sentimento d’una straordinaria felicità del vivere, d’una miracolosa facilità d scrivere» (48). Leonardo Sciascia continua ad essere il faro illuminante della casa editrice palermitana Sellerio. Diventa condirettore insieme ad Alberto Moravia e Enzo Siciliano della rivista «Nuovi Argomenti». Stringe forte amicizia con Gesualdo Bufalino. Escono in quegli anni, tra il 1981 e il 1986, Conversazione in una stanza chiusa, un’intervista con Davide Lajolo, lo scrittore piemontese amico e biografo di Cesare Pavese, le memorie  e le cose da bibliofilo di Kermesse, i saggi di Cruciverba, l’immaginifico Stendhal e la Sicilia, l’omaggio a Borgese Per un ritratto dello scrittore da giovane, Il teatro della memoria dedicato allo smemorato di Collegno. Ancora della prima metà degli anni ottanta sono La sentenza memorabile, su Martin Guerre, protagonista di un caso analogo a quello di Bruneri-Cannella nella Francia del Cinquecento, e La strega e il capitano, una vicenda nella Milano del Seicento simile per succedersi di inquisizioni, torture e patiboli alla Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni. La coscienza civile di Leonardo Sciascia partecipa della vita italiana e siciliana. C’è la mafia come sistema e come metastasi. Scrive Sciascia che «il fatto che le istituzioni siano in disfacimento non basta alla sicurezza della mafia: ci sono degli uomini che possono farle funzionare e che non sono facilmente sostituibili» (49). Si riferisce ai tanti caduti sul campo, uccisi dalla mafia: i magistrati Gaetano Costa, un amico di vecchia data dello scrittore di Racalmuto, e Cesare  Terranova, politici e parlamentari della commissione antimafia come Pio La Torre, poliziotti come Boris Giuliano, anch’egli amico di Sciascia fin dai tempi della scomparsa del giornalista Mauro De Mauro, il prefetto di Palermo, generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, che già aveva contribuito a smantellare l’organizzazione delle Br. Il 3 settembre del 1982, Carlo Alberto Dalla Chiesa viene ucciso a Palermo da un commando mafioso. Con il generale muoiono la moglie Emanuela Setti Carraro e gli uomini della scorta. Famosa nell’omelia durante la messa funebre nella cattedrale di Palermo, l’invettiva del cardinale Pappalardo che cita Sallustio: «Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur: mentre a Roma si discute viene espugnata Sagunto». Sciascianamente, si potrebbe dire, città spagnola.

1.2.2  «Si è come si è»
La mafia, il suo sistema di orrore e, fortinianamente, di errore (50), segnano gli ultimi anni della vita di Sciascia, «la mafia come problema politico-sociale, ma anche come dramma degli affetti» (51). La mafia è  una costante nel rapporto vita-opera di Leonardo Sciascia. «La mafia come associazione per delinquere, come illecito arricchimento, come impazzimento», così recita una didascalia in vhs dove Sciascia racconta Sciascia (52). Sciascia parla  di arcipreti che capeggiano la mafia, parla del silenzio della Chiesa. Ricorda quando fu “spettatore infantile”,  al tempo del fascismo, della mafia in Sicilia ad opera del prefetto Mori (53).
Molti tipi narrativi sciasciani hanno a  che vedere con la mafia, vista nella sue differenti epoche storiche e nelle diverse valenze, da Le parrocchie di Regalpetra attraverso I pugnalatori agli scritti giornalistici raccolti nel volume A futura memoria. Dopo la morte del generale Dalla Chiesa, Sciascia si era rifiutato di tesserne un elogio incondizionato come fece invece il coro degli ossequienti.  Di Dalla Chiesa evidenziò oltre che l’imprudenza, la non perfetta conoscenza del sistema mafioso. Da qui l’accusa a Sciascia  di fare il gioco della mafia da parte del sociologo Nando Dalla Chiesa, figlio del generale. L’eretico, fra Diego La Matina, sale nuovamente sul rogo. Le accuse di collusione con la mafia si rinnoveranno per Sciascia quando nel 1986 parlerà di professionisti dell’antimafia, riferito al sindaco di Palermo Leoluca Orlando e al giudice del pool antimafia, poi ucciso nel 1992 poco dopo  il suo amico  e collega  Giovanni Falcone (54). Un discorso di carattere procedurale quello di Sciascia su Borsellino (che il giudice capì perfettamente) per il fatto che era stato preferito a un magistrato anziano e con più esperienza. Le accuse di oggettiva complicità con la mafia furono innescate  da Giampaolo Pansa, vice direttore  del quotidiano «la Repubblica» e seguitate dal direttore, Eugenio Scalfari. In risposta, Sciascia scrive che «ho da rimproverarmi e da rimpiangere tante cose; ma nessuna che abbia a che fare con la malafede, la vanità e gli interessi particolari. Non ho, lo riconosco, il dono dell’opportunità ma si è come si è (55)» .
Finita, anticipatamente, la legislatura di cui faceva parte, Sciascia divise la sua vita tra la Sicilia, specie nella casa in contrada del Noce a Racalmuto, il suo buen ritiro, e Milano.  È la città italiana che ama di più, forse perché una delle patrie di Manzoni,  per le memorie stendhaliane e per gli amici che vi ritrova: il fotografo Ferdinando Scianna, Indro Montanelli, Vincenzo Consolo, il critico letterario Giancarlo Vigorelli, lo scrittore Daniele Del Giudice, lo stendhalista Gian Franco Grechi, i giornalisti Enzo Biagi, Piero Ostellino e Matteo Collura che diventerà poi suo biografo ed “esegeta”.
Nel 1983, Sciascia compie un viaggio in Spagna e visita i luoghi che aveva “immaginato” da ragazzo leggendo le cronache della guerra civile.Tiene conferenze nell’università di Salamanca dove aveva insegnato un autore a lui tanto caro: Miguel de Unamuno.  Di questa nuova esperienza spagnola, durata un mese, scriverà diversi articoli per il «Corriere della sera» poi raccolti in volume, Ore di Spagna (1988),  a cura di Natale Tedesco.

1.2.3  Il caso Tortora (56)
Nel 1983, viene arrestato il noto presentatore televisivo Enzo Tortora. L’accusa,  basata sulle rivelazioni di un pentito e rivelatasi poi del tutto infondata, è di connivenza con la camorra. Prima che la verità venga ristabilita, Enzo Tortora, inviso a molti intellettuali, specie a sinistra, sperimenterà il carcere e insieme la calunnia, l’infamia di essere bollato come criminale. Ne uscirà distrutto. Morirà di tumore poco dopo la liberazione e il definitivo proscioglimento.
Sciascia, eretico per antonomasia, è uno dei pochi a differenziarsi dalla canea degli accusanti. Conosce Tortora personalmente e ne condivide il grande amore per Stendhal. Sa che è innocente da tutte le accuse che gli  vengono rivolte. Nel focus della sua inquisizione a favore di Tortora ci sono soprattutto i magistrati di cui condanna la mancanza di responsabilità civile. Fa anche, alla Swift, una modesta proposta, che nella sua paradossalità, serve a mettere a nudo le storture del sistema giudiziario italiano. «Rimedio paradossale», sarebbe secondo Sciascia, «quello di far fare ad ogni magistrato, una volta superate le prove d’esame e vinto il concorso, almeno tre giorni di carcere fra  i comuni detenuti, e preferibilmente in carceri famigerate come l’Ucciardone o Poggioreale. Sarebbe indelebile esperienza, da suscitare acuta riflessione e doloroso rovello ogni volta che si sta per firmare un mandato di cattura o per stilare una sentenza».
Per  Tortora, non ci sono solamente articoli di giornale da parte di Sciascia. Lo scrittore  di Rcalmuto forma e presiede un comitato «per la giustizia giusta» che tra le altre cose candida Tortora alle elezioni del 1984 per il Parlamento europeo. Il presentatore televisivo viene eletto nelle liste del Partito radicale e per questo, in quanto protetto dall’immunità parlamentare, scarcerato. Invano, Sciascia scrive al presidente della Repubblica Sandro Pertini chiedendogli un intervento a favore di Tortora. La sua totale innocenza gli verrà riconosciuta solamente tre anni dopo l’arresto.

1. 2. 4 Il cavaliere e la morte 
«Com’era già successo a un altro grande scrittore, Friedrich Dürrenmatt, il problema della giustizia diventa centrale nella riflessione di Sciascia, grazie anche all’attenzione con cui segue l’attività internazionale di Amnesty International» (57). Nel 1986 esce 1912+1, un racconto-inchiesta su un caso giudiziario che fece scalpore nel 1913, l’omicidio a Sanremo dell’attendente Polimanti da parte  della contessa Tiepolo, moglie di un capitano dei bersaglieri. Sciascia  ricostruisce l’intrico amoroso in cui la contessa e il capitano furono coinvolti e le fasi del processo che mandò assolta la contessa per aver difeso il proprio onore. Ci sono comunque tante incongruenze  che non sfuggono allo stile rough di Sciascia che nel finale del racconto scioglie l’intrico ricorrendo a un altro racconto: Il sorriso della Gioconda di Aldous Huxley.    
  Nel 1987 viene pubblicato  il romanzo Porte aperte, un libro contro la pena di morte,  in cui ritornano temi cari alla riflessione di Sciascia e che nel «piccolo giudice» siciliano ispirato al magistrato racalmutese Salvatore Petrone riversa tratti autobiografici di eroe «candido». Il libro esce durante la campagna internazionale per salvare dalla sedia elettrica la ragazza nera americana Paula Cooper.  Porte aperte, da cui fu tratto un film di Gianni Amelio con Gian Maria Volontà nella parte del «piccolo giudice», ha come tempo di narrazione l’epoca fascista. Nel 1937, il giudice racalmutese Petrone si era rifiutato di condannare alla pena capitale un reo confesso di un triplice omicidio. Sciascia innesta l’indagine sull’operare del giudice in clima ostile con la riflessione sulla morte che sente avvicinarsi e che diventa la protagonista dei due romanzi che escono nel 1988 e nel 1989, l’anno della sua scomparsa: Il cavaliere e la morte e Una storia semplice. Il Vice, il poliziotto che indaga sull’omicidio dell’avvocato Sandoz ne Il cavaliere e la morte combatte in privato una terribile battaglia contro un tumore che lo divora. La figura di Pirandello, «padre ritrovato» in hora mortis da parte di Sciascia  è il nume tutelare del professor Franzò che indaga per proprio conto, in solitudine sciasciana, sull’assassinio dell’anziano console Roccella.        



1.3 DA MACHIAVELLI  A  PIRANDELLO

1.3.1 A futura memoria
Nel continuato autodafè che furono per Sciascia specie gli anni ottanta si parlò di lui come Machiavelli, in negativo.  Nessuno disse che era in realtà un  uomo libero e che pagava di tasca propria il difficile lusso dell’essere liberi. Sciascia era un  eretico. Dopo l’uscita del  Contesto fu inimico dei cattolici e dei marxisti. 
C’era anche chi rivendicava l’amicizia di Sciascia. «Con Sciascia», scrive Andrea Camilleri, «non ebbi mai dimestichezza. Eravamo amici di secondo grado. Io lo chiamavo “Leonà”, mentre invece gli amici di primo grado potevano confidenzialmente chiamarlo “Nanà”. Abbiamo lavorato insieme, discusso, trascorso ore come più di silenziosa intesa che di parole» (58).
Il nostos dello scrittore resta comunque e sempre la patria letteraria. Ci sono cose che si affinano quando si sente arrivare la fine.
«Ancora una volta Sciascia non esita a ritrarsi nei suoi personaggi, a cominciare dal sottufficiale Lagandara, di poche parole, essenziale selettivo, per finire col professor Franzò, cui affida, in una battuta, la sua riflessione più estrema sulla morte ormai davvero incombente, intonando il libro su una nota di sgomento religioso: “ad un certo punto della vita non è la speranza l’ultima a morire, ma il morire è l’ultima speranza”» (59).
A proposito di letteratura-vita-morte, elementi segnanti dell’autobiografismo,  sostiene Sciascia, che «credo sia difficile oggi a uno della mia età, dire “vorrei avere vent’anni”: uno non li vuole avere! Ridotto all’essenziale, mi pare che sia questo il dramma inedito dell’uomo. Non credo ci sia mai stata un’epoca in cui uno della nostra età dicesse: “Sono felice di avere l’età che ho!” Questo vuol dire che anche noi, anche io, anche la mia generazione entra nell’orbita suicida» (60).  Sciascia ebbe un fratello suicida. Nell’incombenza della fine, quasi una immanenza, la letteratura gli ritorna nella sua  capacità presaga, dentro il proprio tempo e di altri a venire.  Muore il 20 novembre  del 1989. Ha lasciato molte cose che serviranno dopo, «A futura memoria, appunto, secondo il titolo dell’ultimo libro, terminato pochissimi giorni prima di quel fatidico 20 novembre 1989. E’ il libro che documenta le ultime roventi battaglie civili e politiche di Sciascia, combattute con riluttanza e puntiglio. Ecco, allora, i partecipi ritratti del giudice Terranova e del generale dei carabinieri Candida, le drammatiche polemiche su Dalla Chiesa e Calvi, su Tortora e Sofri, sui “professionisti dell’antimafia”, sulla nomina di Borsellino a procuratore della repubblica di Marsala, sul “teorema Buscetta”, dentro questioni che toccano il cuore della storia d’Italia negli ultimi e terribili quindici anni, a documentare un impegno tra i più appassionati e brucianti, ma vissuto sempre controvoglia, se lo distoglieva dalla sua unica vera patria celeste: la letteratura. Si fa grande torto a Sciascia quando lo si schiaccia, per l’ennesima volta, sui tempi corti della triste vita politica italiana. “Ce ne ricorderemo di questo pianeta”: recita del resto, la misteriosa epigrafe sulla sua tomba che volle affidare ai concittadini di Racalmuto”» (61).

1.3.2  L’eredità del maestro
Nel 1996, Matteo Collura,  giornalista del «Corriere della Sera» pubblicò una biografia di Leonardo Sciascia, dal titolo Il maestro di Regalpetra, in riferimento al fatto che il primo mestiere dello scrittore racalmutese fu quello di maestro elementare. Collura, classe 1945,  che di Sciascia fu amico, scrive che  «questa è la biografia di un uomo il cui nome ha − e ancora più avrà – un posto importante nella storia letteraria d’Europa.  Uno scrittore tra i più colti e raffinati di questo secolo, benché formatosi in un asfittico ambiente piccolo-borghese, tagliato fuori dai grandi flussi dell’economia e della cultura, dotato soltanto dei piccoli privilegi dei quasi poveri nei confronti dei poverissimi. È vero che nella Sicilia di Leonardo Sciascia erano già nati Pirandello, Quasimodo, Brancati e Vittorini, ma è altrettanto vero che l’autore del Giorno della civetta, contrariamente a loro, ha raggiunto il successo senza mai staccarsi dalla sua isola, della quale anzi ha fatto un punto di osservazione ideale, addirittura una metafora del mondo, con le sue miserie e i suoi cavilli, le sue violenze e le sue vendette, le collusioni mafiose e i compromessi politici di cui Sciascia è stato sensibile testimone e amaro cantore. Nato da un’amicizia totale quanto discreta, sviluppatasi nel corso di un ventennio, tra lo scrittore e l’autore, questo libro è più di una biografia, è quasi un romanzo e insieme una sorta di guida alla lettura e alla comprensione delle opere di Sciascia, nel contesto della sua vita e della società della quale ha denunciato barbarie e ingiustizie».
Il racconto di Collura muove dalla Sicilia degli anni ’20 e arriva alla fine dei «decisivi» anni ’80. La forza della ragione e della passione civile di Sciascia fin dal suo esordio di scrittore è tale  da gettare luce sulle ambiguità e i misteri di una tormentata stagione italiana. Un’esistenza che si riteneva fin troppo  lineare rivela i suoi momenti drammatici, lo straordinario apprendistato, gli imprevedibili sviluppi. Tutto raccontato in un avvincente intreccio  tra vita e opere.
Particolare attenzione Matteo Collura dedica all’impegno civile di Sciascia e all’impegno politico (prima come indipendente nel Partito comunista, poi con i radicali), costruendo il ritratto umano e letterario di un «maestro» che seppe guardare sempre ai «lumi» dell’Europa, quella di Voltaire e, prima ancora, quella di Montaigne (62).
La biografia di Collura è interessante anche perché presenta Sciascia nel ruolo di maestro recuperato a tipo narrativo.
Leonardo Sciascia fece il maestro elementare dal 1948 al 1957, nove anni, quasi dieci come lui stesso ebbe a dichiarare. Fece il maestro «senza particolare passione per l’insegnamento» (63).  Poi venne comandato a scrivere.
Marcello Sorgi, siciliano,  direttore de «La Stampa», quotidiano torinese cui Sciascia collaborò dal 1972,  racconta della volta che il padre, amico di Sciascia e «il gruppo di intellettuali più amici di Leonardo decisero di fare qualcosa». Sapevano che Leonardo faceva l’insegnante, il maestro, «senza eccessiva vocazione». La scuola era una cosa «un po’ marginale» per lui che per tutta la vita fu preso dal «demone dello scrivere e del leggere». E così, «poiché era chiaro che la scuola, le lunghe ore passate in aula e sottratte alla riflessione, influivano sulla già parsimoniosa produzione di Sciascia», il gruppo di intellettuali si recò da Franco Restivo, «allora il più influente uomo politico siciliano». Restivo capì al volo e gli fece «dare un comando». Telefonò a Leonardo Sciascia dicendogli: «Lei è comandato di stare a casa sua a scrivere e a pensare»  (64).

1.3.3   Pirandello e la Sicilia come metafora
La Sicilia. In una didascalia della quarta parte del vhs Sciascia racconta Sciascia, sostiene lo scrittore di Racalmuto che «La Sicilia è  come metafora (65) del mondo, la Sicilia non è  fisicamente localizzabile, molte cose del mondo sono sicilianizzate». Sciascia fa entrare nel discorso i suoi  romanzi Il giorno della civettaIl contesto e Todo modo.
Nella seconda didascalia del vhs Sciascia aveva avvertito che «Pirandello per me è come una specie di padre». Sciascia continua dicendo che lui si riconosce nella «linea Brancati-Pirandello-De Roberto, non in Verga». Dice: «Dopo I promessi sposi metto I Viceré. Le due opere sono tra di loro unite dalla disperazione».  Ma è Pirandello a tessere le trame del discorso.  
Lo zolfo.  Un tratto dell’autobiografismo narrativo sciasciano legato a Pirandello si rivela nella parola «zolfo». Lo zolfo è come una  traccia autobiografica di «io collettivo». Di zolfo, Sciascia parla anche in  Occhio di capra. Per capire in che maniera, lo zolfo sia dentro l’autobiografismo e allo stesso tempo riveli l’affezione di Sciascia per Pirandello, si ritiene utile riportare qui per intero la voce da Occhio di capra e il paragrafo dell’Alfabeto pirandelliano che riguardano appunto la presenza dello zolfo nella vicenda privata dello scrittore di Racalmuto e insieme nella geografia letteraria siciliana che è un riflesso di quella dell’Italia intera.
«IU SURFARU SUGNU. Io sono lo zolfo. All’origine del detto è un mimo. A un carrettiere che trasporta zolfo dalla miniera a Porto Empedocle, un contadino chiese un passaggio. Per fargli posto sul carretto e anche il mulo non tiri peso più grave del solito, il carrettiere butta giù tre o quattro “balate” (forme a piramide tronca del peso di una ventina di chili ciascuna). Ma a un certo punto, in salita, il mulo non ce la fa. Il carrettiere scende e dice al contadino di fare altrettanto. Ma il contadino, tranquillamente: “Iu surfaru sugnu”, io viaggio al posto dello zolfo. E’ da presumere avesse pagato il passaggio, ché il carrettiere (violenti e rissosi erano i carrettieri) lo avrebbe se no preso a “zuttati” (“zotta” era la frusta, di cordicella intrecciata e infiocchettata).
Si dice “iu surfaru sugnu” in senso fisico quando non ci si vuole scomodare; in senso morale quando non si vuol dare opinione su un dato argomento, specie se controverso o rischioso» (66).
In Pirandello dall’A alla Z (67), lo scrittore di Racalmuto ricostruisce l’importanza della parola zolfo nella storia di Luigi Pirandello, una storia esemplare dove anche quella di Sciascia si riflette.
«Nel 1889», così inizia la storia dello zolfo  nell’ Alfabeto pirandelliano, un «consigliere delegato della prefettura di Girgenti scriveva ad un suo amico una lunga lettera sulle glorie passate e le condizioni presenti della città: una piccola guida, attenta, fervida. Gustosamente la stampò dieci anni dopo il tipografo Francesco Montes, cui si debbono altre nitide edizioni di storie e curiosità locali. Dell’industria zolfifera in provincia, l’opuscolo dà queste essenziali notizie: “La ricchezza della provincia negli anni scorsi derivava dalle miniere di zolfo. Alla fine del 1886 ve n’erano 271 in esercizio, delle quali 155 furono chiuse per rinvilio del prezzo del minerale. Il zolfo si vendeva a lire 12 il quintale, e i  minatori guadagnavano dalle 6 alle 8 lire al giorno. Causa la così detta crisi economica che affligge la Sicilia e l’Italia, e l’abbondanza del minerale, il zolfo costa oggi lire 4,80 il quintale, e gli operai per non morire di fame si contentano della mercede giornaliera di lire 1,30. Nel 1888 dal porto di Porto Empedocle furono esportate cantare di zolfo 1.847.350 (un cantaro corrisponde a chilogrammi 79, 342). La più parte in Inghilterra, in Francia ed in America. La diminuzione del prezzo del minerale e delle mercedi si è riverberata su tutti gli abitanti della città e della provincia, che ne hanno risentito e ne risentono grave disagio”.
Il 1889 è l’anno in cui Pirandello  va a Bonn. Comincia, per la famiglia, il “disagio”; ma non è ancora la rovina. Questa viene, per don Stefano Pirandello, nel 1903: e ingoia anche la dote di Antonietta Portulano – settantamila lire – che imprevidentemente il figlio aveva lasciato da amministrare al padre. Imprevidente fu sempre lo sfruttamento delle zolfare: e si diceva a “rapina” perché soltanto si badava ad estrarre quanto più minerale era possibile, senza preoccuparsi dell’avvenire della zolfara stessa e, ancor meno, della sicurezza degli operai. Una triplice imprevidenza, dunque: del figlio che lascia nelle mani del padre le settantamila lire che potevano assicurargli una rendita: di don Stefano che investe il suo e altrui denaro nel rimodernare gli impianti della zolfara; di uno sfruttamento della zolfara con la vecchia e nefasta regola della “rapina” (che, a pensarci bene, è stata regola  del “modo di essere” siciliano: aristocrazia, “burgisia”, imprenditorialità, mafia; e da ciò la rapidità dei ricambi e l’impossibilità di un assestamento all’interno di ciascuna categoria). Per cui, quando dal crollo di una parete l’acqua irrompe ad allagare la zolfara, una famiglia che quietamente viveva a Roma di un magro stipendio e di un non lauto assegno che mensilmente arrivava da Girgenti, venuto a mancare l’assegno ecco che cade nel bisogno, nell’angoscia del bisogno che tre bambini – il più grande di otto anni – rendono quotidiana, continua. Angoscia che si somma ad altre fino a quel momento segrete, rimosse: e Antonietta Portulano vi si smarrisce. La “roba”, la sua “roba”, era rifugio, sicurezza, identità: come per lungo ordine d’anni e di sentimenti nella sua famiglia – e in ogni famiglia pari alla sua – si era abituati a concepirla.  Ma a parte l’incidenza che la crisi delle zolfare e l’allagamento di quella d’Aragona ebbero nella vita di Luigi Pirandello e della sua famiglia, un più intrinseco apporto si intravede – e meriterebbe lungo e attento studio –  tra la zolfara e l’avvento dello scrittore in quel vasto altipiano che va da Girgenti a Castrogiovanni (da Agrigento ad Enna). Senza l’avventura della zolfara non ci sarebbe stata l’avventura dello scrivere, del raccontare: per Pirandello, Alessio Di Giovanni, Rosso di San Secondo, Nino Bavarese, Francesco Lanza. E per noi» (68). Un «noi» quanto mai significativo.
C’è un altro aspetto che oltre quello della zolfara e dello zolfo, lega il «noi» siciliano e in particolare i Pirandello sono portatori di pazzia ma sono anche «lucidi notomizzatori dei propri sentimenti».
C’è un caso particolare di pazzia che unisce seppur indirettamente Sciascia a Pirandello, rafforzando così quel legame di «padre naturale»,  prima rifiutato e in seguito riconosciuto,  che lega  lo scrittore di Girgenti con il racalmutese Sciascia. Il trait d’union è Ettore Majorana, persona reale, che potrebbe essere archetipico del Mattia Pascal pirandelliano. Ettore Majorana, nato a Catania il 5 agosto 1906, «docente di fisica all’ Università di Napoli, forse il più dotato e precoce tra quelli che avevano lavorato con Fermi, scompare misteriosamente il 26 marzo 1938» (69).  Non se ne saprà più niente. Mattia Pascal invece, pure se cambiato rispetto allo scomparso, ritorna. Il fu Mattia Pascal è del 1904. Majorana quindi non poteva costituire archetipo per Pirandello. Se non fosse che il fisico catanese rivela tratti di comunanza con Sciascia, «figlio naturale», nell’assoluto della letteratura, di Pirandello.
Majorana.  La scomparsa di Majorana di Sciascia  venne pubblicato nel cruciale 1975 (70).  Sciascia inizia la ricostruzione del caso della scomparsa del fisico catanese, ricorrendo a due epigrafi alquanto significative. La prima è tratta dal Minutario di Vitaliano Brancati e reca la data del 27 luglio 1940:  «O nobili scienziati, io non posso rispondere ai vostri sforzi con qualcosa che sia più della morte». L’altra è presa da  una nota biografica che il fisico Edoardo Amaldi, anch’egli come Majorana «ragazzo di via Panisperna», ha tracciato dell’amico: «Prediligeva Shakespeare e Pirandello» (71).       
È di Matteo Collura, nella biografia sul maestro di Regalpetra, l’ipotesi che Sciascia si identificasse con Majorana, per certe somiglianze fisiche e intellettuali.  Certo è che l’indagine sulla scomparsa dell’allievo di Fermi è cosa importante per Sciascia, per l’affermazione della letteratura come massima espressione della verità.
Della scomparsa di Majorana si interessarono oltre che la polizia anche Giovanni Gentile, allora ministro della pubblica istruzione e lo stesso Mussolini. Perché scompare Majorana? Scrive Sciascia che «l’alternativa che il caso poneva stava tra la morte e la follia» (72). Oltre questo dilemma, a Sciascia interessa comunque caricare la scomparsa (e il non ritorno) di Majorana come una scelta precisa operata dal fisico catanese dopo essersi reso conto di aver servito una causa, quella della «scoperta» e della costruzione della bomba atomica, che tanta rovina avrebbe portato all’umanità: come se Majorana fosse stato in grado di prevedere Hiroshima e Nagasaki.  Una posizione che scatenò polemica. Ad attaccare Sciascia fu soprattutto Edoardo Amaldi (73). Ne viene fuori che Majorana non era un «umanitario universale», che non era antagonista di Fermi e che neppure la scelta di Majorana di non lavorare per la bomba atomica fosse dettata dalla scelta di osteggiare Hitler e il nazismo. Forse si trattava di follia siciliana, una variante della notomizzazione del sé.
Tutta l’articolata risposta di di Sciascia è basata  sulla fuga dalla vita come voluntas che spinge Majorana a rifiutare la scienza in cui pure era coinvolto.  È una ardua religio, questa scommessa, questa mistica capace di antevedere gli orrori che la scienza innesca. È la questione in pratica che nella Dialettica dell’illuminismo già avevano sollevato Adorno e Horkheimer, a proposito di Galileo e Oppenheimer, un altro degli scienziati coinvolti nella scoperta dell’atomica. Sarà Bertolt Brecht con il suo Vita di Galileo a porre la questione, shakespeariana, se Galileo debba pagare per Oppenheimer.
Così come a Brecht, anche a Sciascia interessa ricondurre la questione Majorana in un ambito metastorico in cui il suo io indagante, come altri  detective della sua narrativa, corre il rischio di proporre a tanti scettici, la stragrande maggioranza, di dire che solo la letteratura può dare la verità, seppur non assoluta, del reale e delle cose.  La letteratura segna il destino della verità. È un gioco in cui entrano Savinio che «si diceva certo che le rovine di Troia fossero quelle scoperte da Schielmann, per il fatto che durante la prima guerra mondiale il cacciatorpediniere inglese Agamennon le aveva cannoneggiate» (74),  battuta di Prospero  nella shakespeariana Tempesta ripresa da Pascal, «in una manciata d’atomi» (75), per arrivare a quanto intuisce Onofri: «viene da pensare che Sciascia abbia avuto, con La scomparsa, la tentazione di riscrivere Il fu Mattia Pascal»(76).   
Il fu Mattia Pascal. Il primo tramite della conoscenza di Pirandello  da parte di Sciascia fu la visione del film di Marcel L’Herbier Il fu Mattia Pascal  del 1925.
«Di quale e quanta sia stata l’importanza di Pirandello», scrive Massimo Onofri, «Sciascia è consapevole già dal 1954 quando su “La Giara” scriveva: “C’è stata una stagione della nostra vita-vicina, e pure lontanissima nelle profonde prospettive che una tremenda serie di avvenimenti compone – in cui Pirandello diede nome a tutto il nostro sgomento, ai nostri umani rapporti, alla nostra pietà. E riflettendo scopriamo che il nostro incontro con Pirandello è avvenuto, nel tempo e nello spazio, ad un pericolosissimo incrocio: negli anni dell’adolescenza, e in una piccola città della Sicilia. Scendemmo allora nell’opera pirandelliana come in un averno di specchi e d’ombre: e ne traemmo disperate rivelazioni, allucinazioni logiche – fino all’ossessione. Poi vennero gli americani; e da  allora, fino ad oggi che torniamo a leggere Pirandello, abbiamo, per dirla con Cardarelli, “bevuto in ben altre cantine”».
  «Sono affermazioni», commenta Onofri, «non da poco e culminano nella lucida convinzione che “il pirandellismo si trova in natura”». Detta quest’ultima cosa da Sciascia. «Ecco:», prosegue Onofri, «Pirandello diventa subito, per Sciascia, di centrale importanza, ma supremamente detestabile. Di centrale importanza: se è vero che nei suoi libri si rimpagina quello stesso mondo irrazionale in cui lo scrittore si trova a vivere tutti i giorni. Supremamente detestabile: in quanto l’emancipazione da quel mondo, violento e irrazionale, fa per ora tutt’uno con la liberazione da Pirandello, colui che ha dato un nome a tutto lo sgomento e a quel dilagante sentimento di irrealtà che sono, per il giovanissimo scrittore, condizione quotidiana.
Decisamente condizionato dalla teoria lukácsiana della letteratura come rispecchiamento della realtà, quanto a Pirandello lo Sciascia degli anni Cinquanta e dei primi Sessanta avrà di fronte a sé una strada obbligata: bandire ogni influenza del modello pirandelliano, che non neutralizzava ma amplificava l’irrazionale realtà siciliana, e, nel contempo, respingere ogni interpretazione di quell’opera in chiave di cultura della crisi e di relativismo filosofico, secondo le indicazioni fornite, negli anni Venti, dal critico Adriano Tilgher, tra i primi responsabili per altro, del grande successo ottenuto in quegli stessi anni dal teatro pirandelliano. E tutto ciò per approdare ad un’interpretazione dell’irrazionale opera di Pirandello, come razionale rispecchiamento d’una Sicilia sofistica e causidica, quella in cui appunto, come scrisse sempre su “La Giara”, “se non si getta l’àncora della esistenza sui registri anagrafici e sugli atti notarili”, la realtà pare “franare da ogni parte”. Si tratta di un’operazione che a Sciascia riuscirà benissimo grazie all’incontro con quella lettura di Pirandello che usciva, nel secondo dopoguerra, dai Quaderni del carcere