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Tipologia del personaggio narrativo nell’opera
di  Leonardo Sciascia

di Natalino Piras


INTRODUZIONE

Questo lavoro  sui personaggi di Leonardo Sciascia, muove nell’intento di mettere insieme una compilazione di tipi narrativi e la loro interpretazione. Arduo compito, dato il numero considerevole di tali tipi e la letteratura critica al riguardo. L’intera opera di Sciascia è stata sottoposta a diversi vagli di carattere narratologico, antropologico, filosofico, religioso e politico sin da quando l’autore era in vita. Famose, tra fama elitaria e diffusione popolare, le sue polemiche con i professionisti dell’antimafia, con alcuni importanti  giornalisti  della carta stampata che Sciascia accusavano di “istituire modello mafioso”  per il solo fatto che Sciascia  di mafia scrive, ma anche con il fisico Amaldi sulla scomparsa di Majorana e con i giudici che condannarono il presentatore televisivo Enzo Tortora dando credito alle confessioni di camorristi pentiti. Così come sono rilevanti le prese di posizione di Sciascia sulla morte di Pier Paolo Pasolini di cui rivendica unicità di amicizia, sul rapimento e sull’assassinio di Aldo Moro ad opera delle Brigate rosse e la rottura, proprio sulla questione delle Br, dell’amicizia con Guttuso. Capitolo a parte meriterebbe poi il suo «essere a sinistra», intriso più di illuminismo francese e di spirito lussiano (da Emilio Lussu: l’esule antifascista e il resistente di «Giustizia e libertà») (1)  che adeguato, impossibile per uno come Sciascia, a logiche e direttive di partito. Leonardo Sciascia, nonostante fosse di natura schivo e riservato, era un personaggio pubblico. L’intera sua vita si riversa e si mescola nelle storie da lui costruite, vere oppure messe in metafora, una considerevole mole di scritture che tra letteratura e altro entrano in differenti generi. Tutto quello che riguarda Sciascia è documentato dalla scrittura: libri ma anche saggi per riviste specializzate, settimanali,  quotidiani, cataloghi  e pure fogli sparsi(2). Uno stesso  personaggio lo si può trovare in differenti punti di questo universo letterario,  ma anche politico o, per dire di un classico che attira  Sciascia, in un conte philosophique. “Candido” e “Courier”,  per evidenziare due di questi personaggi, compaiono in differenti scritti e saggi, a volte con maggiore, altre con minore evidenza. Nella narrativa di Leonardo Sciascia, che fa tutt’uno con la sua capacità di far entrare il narrato dentro un ordito saggistico, Candido, per insistere su questo personaggio che ha anche carattere autobiografico,  lo si può trovare collocato nel secolo dei lumi, una giusta appartenenza considerato che fu ideato da Voltaire, ma anche nella Sicilia del Novecento oppure, in una dimensione atemporale ma che comunque entra in uno spazio geografico universale,  come  alter ego ma anche specchio riflesso di Giufà, lo “scemo-fortunato”  per antonomasia, nell’epopea del vicinato. Necessario quindi individuare, pur nella ricerca e nella compilazione, un filo conduttore per i quattro capitoli che compongono questo lavoro e che trattano, dei personaggi narrati da Sciascia, l’autobiografismo, la sicilitudine, la fenomenologia a livello contenutistico, e, tratto che potrebbe presentarsi innovativo, il rapporto possibile con personaggi della narrativa, ma anche della storia,  del mondo folklorico e antropologico della Sardegna. Risulta necessario cercare di stabilire delle “categorie flessibili” per fare sì che lo schema non risulti aridamente schematico, perché la classificazione dei tipi interagisca con altri saperi che sono  già insiti  nell’universo letterario, ma anche etnologico e demologico, di Leonardo Sciascia. Si ritiene così opportuno lavorare sui tipi narrativi sciasciani avendo lo stesso Sciascia come referente, come il contemporaneo Calvino, «neoilluminista e inquisitore illuminato». Scrive a tal proposito Gino Tellini che sia Italo Calvino che Leonardo Sciascia «reagiscono alla crisi postresistenziale con l’arma d’una ragione che non si fa illusioni e non confida in organiche certezze storicistiche, ma predispone  strumenti aguzzi di analisi disincantata» (3). Sulla base di questo disincanto, le “categorie flessibili” possono così provenire oltre che dalla “presenza” dello stesso Sciascia, anche dalla parola “tipo”. La parola “tipo” caratterizza persone, animali e cose. La “tipologia” stabilisce invece delle relazioni all’interno di ciascuna di queste categorie e tra una categoria e un’altra. Le relazioni possono essere di ordine spaziale ma anche temporale, scritto, e oltre la pagina, orale,  visivo, olfattivo, tattile. Quanto prevale è comunque il narrare e sapere narrare la relazione tra “tipo” e “tipologia”. In questo Sciascia istituisce magistero: per l’uso che fa delle categorie, per come queste rendono il “contesto” che è insieme siciliano e universale. «La fiducia costruttiva neorealistica ha in Sciascia presto ceduto il passo a un pessimismo severo. La crisi delle speranze resistenziali, lo spettacolo immutato di sopraffazione e di miseria, la pena per il “caos siciliano” affetto da guasti secolari, il dramma stesso della propria smarrita identità hanno spinto lo scrittore a cercare una difesa nei “lumi” della ragione, nel rigore della chiarezza illuministica, nel metodo d’una lucida conoscenza analitica» (4).  C’è una maniera sciasciana di narrare e raccontare. «S’è addentrato nelle contraddizioni della sua isola e ha scavato, di riflesso, nelle piaghe del malcostume contemporaneo (non solo nazionale). La “ragione” è diventata per lui (sono parole sue) “nevrosi della ragione”, cioè tormento e rovello che rendono inquieta l’ansia ostinata di comprendere e di capire. […] Il sentimento della giustizia e la prova costante della sua latitanza nell’esperienza della storia costituiscono il motivo centrale di organismi narrativi bilanciati tra l’intrigo del giallo e la struttura aperta del taglio storico-saggistico» (5). In Sciascia ci sono dunque «l’angoscia e lo scetticismo della ragione» ma  c’è anche l’arte, intesa come mestiere, del tessere trame, “legarle” da un polo all’altro. Come ordire i fili?  C’è una parte della costruzione dei tipi narrativi  da parte di Sciascia, che riguarda quella che  uno dei suoi autori di riferimento, Giuseppe Antonio Borgese, definisce epopea del vicinato (6). Fino a non molto tempo fa, nei vicinati e nei rioni di paesi e luoghi contadini e pastorali,  l’ordito lo facevano le donne dopo che gli uomini avevano fissato chiodi e punti di ferro tra una pietra e l’altra dei selciati che allora coprivano strade e piazze. Fili di lana, di lino, di cotone, di orbace, andavano da un punto all’altro. Si distendevano. Una volta distesi, i fili venivano poi raggomitolati, pronti per il fuso e per il telaio. Il sapere delle mani veniva prima di tutti gli altri saperi (7). Al telaio si iniziava la composizione dei fili, la loro «tramatura», la loro interrelazione. Ciascun filo concorreva alla formazione di uno o più tipi di prodotto. Dal telaio a mano uscivano tappeti, coperte, bisacce, capi di vestiario del costume tradizionale. E altro. Quei “tipi” avrebbero poi caratterizzato altri “tipi”. Ci sarebbe stata una maniera di viverli, usarli e indossarli dentro casa e fuori, nelle stanze e nelle strade, in piazza e in chiesa. Un’organizzazione delle cose che entrava nel quotidiano delle persone a fare tutt’uno ma anche a segnare distinzioni. Il tipo «cosa» era differente dal tipo “persona” e dal tipo “animale”. Se si sostituisce  al percorso “filo-telaio” un altro del tipo “chiodo-macchina per ferrare buoi e cavalli”, il senso della metafora si manifesta. Epopea del vicinato significa anche civiltà contadina (8). C’è un  libro di Sciascia, Occhio di capra(9),  che è un alfabeto (10) della società contadina. Ci sono in questo alfabeto, indicazioni per l’uso delle “categorie flessibili”. Vengono principalmente dalle voci dicica e pigliari di lingua.
«DICICA. Dice che. Non “si dice che”, ma uno solo, innominato, “dice che”. È l’incipit di ogni aneddotica malignità, di ogni racconto sulle disgrazie altrui. Il “dicica” alleggerisce la responsabilità del narratore, come nel “si dice” italiano, ma al tempo stesso rende più segreta, più esclusiva, più preziosa e godibile la notizia. Non lo sanno tutti.  Era uno solo a saperla. E ora siamo in tre» (11).  
Oltre la Sicilia, Il proverbio si attualizza nell’esperienza della storia, una esperienza da Sciascia interpolata, come “tramatura” dell’ordito, specie nel “giallo”  che è una categoria del racconto dell’Italia  contemporanea e della Sicilia come metafora. Ci sono un lessico e una sintassi sciasciane che “impongono” alla storia narrata in “giallo” o in noir  di non farsi seriali. Questa imposizione proviene dall’alfabeto  della civiltà contadina. L’altra voce da Occhio di capra a entrare nelle “categorie flessibili” che questo lavoro intende adottare, è pigliari di lingua. Ha a che fare con il segreto della parola ma anche con l’organizzazione delle trame.    
  «PIGLIARI DI LINGUA. Prendere per la lingua. Immagine metaforica che dice di un modo di far domande, di condurre un interrogatorio: tanto abilmente da far cadere in contraddizione una persona, da farle dire quel che voleva nascondere o mistificare. Un modo, insomma, di inquisire accortamente, sottilmente. Da ciò, nel mondo contadino, la regola del silenzio di fronte a chi fa il mestiere di prendere per la lingua, di far cadere una persona nella trappola delle parole dette (che diventano, fatto di paurose conseguenze, parole scritte): il poliziotto, il giudice. Difficile, dunque, prendere per la lingua chiunque. Impossibile prendere per la lingua un mafioso» (12).
  Oltre che rappresentato, il legame tra “tipo” e “tipologia”  viene anche narrato. Dalla parola si passa alla scrittura. In questo passaggio, nella narrativa sciasciana presa a modello delle “categorie flessibili”, il rilievo sui fatti viene dai fatti,  dal ragionare che si fa oggetto, non dalla loro mimesi. Le “categorie flessibili” intendono cioè operare sul reale che costruisce la finzione e su come, Sciascia lo dimostra nel rapporto con Pirandello, questa non-mimesi sa scoprire cosa c’è sotto la maschera. Il tipo narrativo sciasciano ha senso di essere raccontato nella sua costruzione, nell’artificio autorale, ma anche nelle sue ripartizioni e rifrazioni che tendono comunque, è il fine dell’indagine, alla ricomposizione. Per questo, nelle “categorie flessibili”, pure cum grano salis, si intendono fare entrare altri linguaggi che non siano solo quelli della scrittura per la sola pagina. Si farà ricorso anche al cinema. Sciascia amava il cinema, seppure più quello della sua infanzia che l’altro, della sua maturità (13). Ci sono opere di Sciascia scritte come sceneggiature cinematografiche e da diversi suoi libri sono stati tratti film che lasciano il segno nella storia del cinema (14). Ha pure partecipato,  come sceneggiatore, alla scrittura del film  Bronte (15), i cui fatti  per come li ricostruisce Sciascia, demistificando il mito del Risorgimento, Verga e Garibaldi compresi, vengono presi in esame in questo lavoro. Le “categorie flessibili” utilizzate in questo lavoro intendono comunque dare molto più risalto al piano narratologico. Narrare è importante e importanza assume ancor più nel modo di raccontare di Leonardo Sciascia. E’ come  una cosa in lui insita. A valere, in questo rapporto del vivere con lo scrivere,  è proprio l’invenzione dei personaggi che muovono nelle varie zone di passaggio e di estensione tra una storia e un’altra, tra una e un’altra geografia. Sciascia costruisce personaggi narrativi che sono insieme aderenti al contesto che li emana e adattabili a una universalità non di maniera.  Personaggi-tipo come “il capitano Bellodi”, “l’ispettore Rogas”, “il giudice Di Francesco” ma anche “il criminale Tommaso Scalia” (16), “il politico tipo-Moro” (17) rappresentano una  “Sicilia tipo” di mafia, di fascismo-pena di morte, di politici ipocriti (il cui luogo ideale sono le cripte) e di moralisti gesuiti,  di biechi e cupi inquisitori. I luoghi sono funzionali a questa narrazione. In tutto il contesto inquisitoriale presente nella narrativa sciaasciana è rilevabile ad esempio come le cripte siano  sottostanti alle chiese: metafora degli ipocriti che  sono, lo rivela una parabola evangelica, dei sepolcri imbiancati.  I tipi sciasciani sono universali anche perché c’è da parte dello scrittore un buon uso della metafora.  L’epopea del vicinato diventa universo estensibile. «Si chiariscono anche precise ascendenze culturali: da un lato, la tradizione settecentesca di Voltaire e Diderot; dall’altro, la lezione di Manzoni, sia dei Promessi sposi, assunti come affresco dell’ingiustizia umana, sia della Colonna infame, riletta come atto d’indignazione morale contro i rei in cerca di attenuanti, contro coloro che se non sanno quello che fanno è per non volerlo sapere» (18).  Nell’utilizzo delle “categorie flessibili”, i tipi sciasciani ricoprono quindi una loro funzionalità sia in progress che á rebours.  Altra metafora delle “categorie flessibili”  per la costruzione e la lettura del personaggio narrativo sciasciano è quella del filo della pietra (19). Un bravo scalpellino, che conosce questo filo, sa dove battere perché la pietra si apra con naturalezza. L’aprire è condizione necessaria e indispensabile per poter dare forma. Saper narrare è sapere dare forma: altrettanto indispensabile condizione perché quanto esce dalla modellatura diventi poi una cosa, un prodotto, che possano utilizzare e godere (sentire, leggere, vedere, toccare, gustare) e la tua gente e altri pubblici, oltre la dimensione del tuo ambiente, del tuo contesto. I personaggi sciasciani sono paesi portatili (20),  che ognuno si porta dentro. Ciascuno a proprio modo.  Molta è la bibliografia intorno a Sciascia. Specie nei primi due capitoli di questo lavoro, si è voluto comunque  fare riferimento  a  quattro testi che  hanno funzionato da “filo e da ordito”, da “filo della pietra” e, più oggettivamente, da manuali (21). I libri in questione sono Storia di Sciascia, Sciascia (a cui si unisce anche un vhs con lo stesso titolo) e La modernità infelice, tutti e tre di Massimo Onofri (22). Il quarto titolo è Leonardo Sciascia di Giuseppe Traina (23). Si tratta di libri da cui attingere e che, riprendendo come una voce a distanza che li recensisce pur senza conoscerli, di Sciascia spiegano «l’angoscia filtrata dalla passione intellettuale di una indagine-denuncia imperterrita, pur nella consapevolezza che la “giustizia” è obiettivo impossibile da raggiungere e che la “verità” si mescola alla menzogna in un amalgama indecifrabile» (24). Il “narrato” di Leonardo Sciascia muove in questo contesto che continua a ordire «l’eredità classica, illuministica e manzoniana…nella linea novecentesca del relativismo pirandelliano e dell’umorismo di Brancati in testi gremiti di delitti impuniti, di pugnalatori che restano nell’ombra, di amministratori ritenuti morigerati ma in effetti corrotti, di dignitari politici rispettati ma complici,  di investigatori onesti che non approdano a nulla» (25). L’intera opera sciasciana è un fare luce su questo “nulla”. Le “categorie flessibili” di questo lavoro muovono nel tentativo di rilevare una parte del fare luce. Sintomatico, a tale proposito,  l’accostamento cinema-romanzo.  È  Traina che esplica il  significato del titolo Il giorno della civetta: « allude a una battuta pronunciata dall’animoso duca di Somerset nella terza parte dell’Enrico VI di Shakespeare:  “e colui che non vorrà oggi combattere per una simile speranza, se ne torni alla propria casa; si ponga a letto, e, se ardirà mostrarsi alla luce del giorno, sia fatto oggetto di scherno e di meraviglia, come avviene alla civetta quando fuor d’ora si mostra» (26). Chi affronta lo scherno del Giorno della civetta è uno tra i personaggi più rappresentativi di Sciascia: il capitano Bellodi (27), che «è sfiorato dalla tentazione di abbandonare la speranza, una volta tornato nella “indolente sera” di Parma, toccata da una struggente luce… La citazione shakespeariana non ha solo il significato dell’impegno civile; ha anche un forte valore simbolico, legato al tema funebre (la civetta è un uccello notturno) che però, come ha evidenziato Marco Belpoliti, è connesso nel romanzo non al buio ma alla luce siciliana, simbolo della morte siciliana, la morte per mafia» (28). Nell’utilizzo delle “categorie flessibili” ci si sforza anche di fare luce sulla consapevolezza che una parola può significare anche il contrario che dà come senso immediato. Ancora Sciascia è punto di riferimento. Un recente saggio di Salvatore Ferlita su «Nuovi Argomenti» parla di Leonardo Sciascia e la fotografia (29).  Ne rileva il trattamento come «luce» e l’interesse  in A ciascuno il suo, in Todo modo, nel racconto La morte di Stalin, ricorda le collaborazioni con Ferdinando Scianna, il «fotografo bagherese», con il quale ha dato «forma a volumi come Feste religiose in Sicilia, I siciliani, Le forme del caos, Il sale della terra, I grandi fotografi» (30). Le immagini fotografiche costituiscono per Sciascia discorso, formazione e dettaglio dei personaggi, narrazione. C’è nell’intervento  di Ferlita il riferimento a quanto Sciascia, a proposito di ritratto fotografico come entelechia (31),  sostiene nel saggio con cui si chiude questo nostro lavoro di reperimento e di «analisi» dei suoi tipi narrativi: «Ma è vero che, come ha già notato Giuseppe Traina, ogni qual volta Sciascia si occupa di fotografia, lo fa essenzialmente per riferirsi, più che ai luoghi o ai fatti, ai ritratti fotografici, probabilmente per sentire scorrere, sotto di essi “sotterraneo, soffocato, ma continuo e ossessivo, quel magma che sempre ribolle sotto la nera –da cronaca, da lutto – pietrificazione, quel grido che mai ebbe o avrà il coraggio di lanciare a rompere la prigione, la crosta, la forma», come scriverà a proposito dell’album di famiglia di Luigi Pirandello» (32).  Importante, nell’utilizzo delle “categorie flessibili”, il dare forma anche ricorrendo all’analisi fotografica. «Per Sciascia le fotografie, quelle non “snaturate” s’intende, costituiscono una vera e propria narrazione per immagini: nella fattispecie, una narrazione sulla Sicilia che è il risultato di un lungo e lento, anche se non avvertito, “apprendimento”, di un qualcosa di simile al processo di “cristallizzazione” di cui parla Stendhal e che, meglio e più delle parole, può trasmettere suggestioni e rianimare la memoria» (33). Nell’utilizzo delle «categorie flessibili» i personaggi di Sciascia non sono solamente di carta, o cinematografici, o teatrali. Sono, per dirla in sardo, carre, «di carne»: nella significanza che la fisicità della carne rappresenta. Insieme con la fisicità ci sono le ripartizioni, il personaggio che somiglia a un archetipo e fattosi archetipo egli stesso genera poi, in un discorso di concatenazioni, tanti altri personaggi. E luoghi, e situazioni, e storie.  



Capitolo I


Rapporto tra i personaggi  e l’autore
L’autobiografismo (da Le parrocchie di Regalpetra a Una storia semplice)

ALLE ORIGINI DEL PESSIMISMO SCIASCIANO: COME STARE DALLA PARTE DEL TORTO


1.1.1 La letteratura come impegno
Alcuni personaggi della narrativa sciasciana somigliano più di altri all’autore. Più per tratti morali che fisici. A loro volta i tratti morali sono pervasi di sicilitudine: sia che riguardino personaggi reali e storici  sia che prevalgano invece tipi immaginari.
Personaggi autobiografici nella narrativa sciasciana più di altri sono Candido Munafò, Giufà, Ettore Majorana, il capitano Bellodi, il professor Laurana, fra Diego La Matina, compaesano di Sciascia  «e suo alter ego, l’uomo tenace  che non cede agli interrogatori e alle torture, l’uomo che osa l’inosabile» (34). 
Un’altra categoria, sempre all’interno della narrativa sciasciana, è rappresentata dai personaggi che pur non avendo tratto diretto con l’interiore homine del narratore sono comunque dentro un medesimo contesto di appartenenza, ripartiti tra storia e geografia, filosofia, letteratura e  visione del mondo. Tali sono ad esempio l’avvocato Lombardo,  fucilato a Bronte nel 1860,  il professor Franzò di Una storia semplice, Courier, Voltaire, Manzoni e altri (35).
Nell’autobiografismo narrativo di Leonardo Sciascia si riversano poi alcune figure forti come Luigi  Pirandello, Vitaliano Brancati e Giuseppe Antonio Borgese. Il primo fu considerato da Sciascia «padre naturale», il secondo «padre adottivo», il terzo maestro e «punto d’approdo».  Scrive a tal proposito Massimo Onofri che «se, dunque Pirandello aveva incarnato il padre naturale, subito rifiutato, Brancati, lettore di Chateaubriand, Stendhal, Leopardi e Gogol, diventava il padre adottato in sostituzione. Brancati,  infatti, dopo un’ubriacatura ideologica giovanile si era liberato dal suo dannunzianesimo e, a differenza di Pirandello, aveva presto respinto ogni compromesso col fascismo, abbandonando il successo e i clamori mondani di Roma, ove era stato apprezzato dallo stesso Mussolini, per tornare in Sicilia e chiudersi in una sdegnosa e risentita solitudine». D’altro canto è Giuseppe Antonio Borgese «il vero punto d’approdo di questa contro-storia d’Italia letteraria e civile» (36) quale l’intera vita e opere di Sciascia rappresentano.  
A ben guardare, narratologicamente, l’autobiografismo di Sciascia si svolge all’insegna della fede nella letteratura, come unica cosa possibile dopo che tutte le vite e tutte le passioni sono state spese e spente (37).
Tutta la vita di Sciascia è all’insegna della letteratura come impegno dove anche il divertissement giornalistico, il «cruciverba» e la cronachetta sono al servizio di quello che Vincenzo Salerno ha definito «rough and tumble literary style» e cioè uno stile letterario ruvido e martellante. Riprendendo una definizione di Gore Vidal, Salerno sostiene che Sciascia «is the perfect vigil», è la coscienza della Sicilia e dell’Italia intera. La presenza di Sciascia è paragonata a un «violent maelstrom» (38).
L’ autobiografismo e cioè la tendenza da parte di un autore e di un artista a mettere l’io e il sé al centro della propria opera, è consequenziale alla voluntas di impegno letterario da parte di Sciascia.   Il suo io, quello che fa diventare Sciascia personaggio narrativo, è un io spesso  profetico. 

1.1. 2   I maestri
Leonardo Sciascia è nato a Racalmuto, in provincia di Agrigento, l’8 gennaio 1921. E’ morto a Palermo il  20 novembre del 1989. Nella sua vicenda c’è un continuato e ininterrotto rapporto tra vita e opera.               
«Minuto, dritto, guardingo; ma al tempo stesso caldo, premuroso, pronto ad aprirsi senza la prosopopea del personaggio; la sigaretta sempre accesa, un vestitino rigato provincia meridionale anni cinquanta: Leonardo Sciascia mi appare così nella hall del suo albergo, vicino alla stazione Termini. Un maestro di paese fattosi scrittore di fama europea, ma che dell’umanità, del tratto del maestro conserva tanto; un uomo che crede nella ragione; una coscienza del nostro tempo, così povero di punti di riferimento: un uomo che conosce il sistema e lo smonta fin nei recessi più oscuri, e perciò inviso al potere di tutte le parti, e amato dai giovani» (39).
  Prima che scrittore,  Sciascia fu dunque maestro elementare e prima che maestro fu uno studente nel pieno significato della parola. «Di rilevante importanza fu il trasferimento della famiglia a Caltanissetta nel 1935 e l’iscrizione di Sciascia all’Istituto magistrale ove incontrò, negli anni in cui avrebbe scoperto la guerra di Spagna e l’antifascismo, uomini decisivi per la sua formazione: Giuseppe Branca che lo avviò alla lettura di Giuseppe Rensi, lo «scettico credente» secondo la definizione di Ernesto Buonaiuti; il poeta protestante  Calogero Bonavia, padre Lamantia, Aurelio Navarria e Giuseppe Granata, futuro senatore del partito comunista, che gli rivelò Dos Passos, Steinbeck, Caldwell, Faulkner ed Hemingway; quindi Luca Pignato, fine conoscitore di letteratura francese che gli fece conoscere L’après-midi d’un faune di Mallarmé, l’Ulisse di Joyce nella versione di Valéry Larbaud ed i parnassiani; poi Pompeo Colajanni che lo iniziò alla politica; infine, sopra tutti Vitaliano Brancati, di cui non fu alunno, ma da cui trasse una lezione fondamentale» (40). Quando morì Brancati  Sciascia scrisse che «la sua fede nella libertà, il suo odio contro la stupidità, un odio flaubertiano, intransigente, hanno dato un costruttivo apporto al tentativo di dare agli italiani quello che gli anglosassoni dicono il senso comune» (41).

1.1.3 Il letterato e l’eretico (42)
L’attività letteraria  di Leonardo Sciascia   ha inizio con un impegno poetico che cede però alla sua più autentica vena, la quale si muove, come ebbe a dire a più riprese lo stesso autore, in «una maniera saggistica che assume i modi del racconto».  Di questa sua disposizione sono testimonianza Le parrocchie di Regalpetra (1956) e Gli zii di Sicilia, dove gli spunti di cronaca isolana si vestono di forme decisamente narrative pur senza attenuare l’istanza polemica; ma gli esempi letterariamente più compiuti in tale direzione saranno Il giorno della civetta e A ciascuno il suo, centrati sulla mafia e i suoi delitti.  La lingua di Sciascia e il suo taglio narrativo, tutti tesi a una lucida comunicazione, sono i medesimi che troviamo nei racconti, in cui più si rivela il carattere illuministico della sua cultura: Il Consiglio d’Egitto è ambientato nel periodo delle riforme settecentesche, Morte dell’inquisitore sulla figura di un santo brigante, Diego La Matina,  del secolo XVII; Recitazione della controversia liparitana (redatta in forma teatrale), su un conflitto fra stato e chiesa al principio del secolo XVIII.
Già nel 1953 Sciascia  aveva dedicato un libro a Pirandello e il pirandellismo. Tornò sull’argomento con Pirandello e la Sicilia, definendo la «sicilianità» dello scrittore in senso sovraregionale, come espressione del più vasto dramma esistenziale moderno.
Su scrittori e cose della sua terra,  Sciascia ha scritto ancora tre volumi: Feste religiose in Sicilia, La corda pazza, una raccolta di interventi letterari, e La Sicilia come metafora.
Negli anni Settanta la presenza di Sciascia nella letteratura e nella società italiana si fa ancor più viva, anche per la sua diretta partecipazione politica, come deputato al parlamento nazionale ed europeo. Presenza sta anche a significare il fatto che Sciascia  scrive su quotidiani e periodici di letteratura. Si interessa di mafia, di divorzio, di aborto. Nel 1972 interrompe la collaborazione con il «Corriere della sera» e passa a scrivere su «La Stampa».
Il 1975 è l’anno della tragica  morte di Pier  Paolo Pasolini. Scrive Sciascia che «io ero – e lo dico senza vantarmene, dolorosamente – la sola persona in Italia con cui lui potesse veramente parlare. Negli ultimi anni abbiamo pensato le stesse cose, dette le stesse cose, sofferto e pagato per le stesse cose. Con Pasolini ero d’accordo anche quando aveva torto» (43).  Sciascia si riferisce alla denuncia pasoliniana del Palazzo. «Ma mentre in Pasolini la denuncia si allargava alla compiuta omologazione americanizzante e scristianizzata dei costumi, il ragionamento di Sciascia è sempre più interno ai meccanismi del potere politico, mentre le evoluzioni (o involuzioni) del costume rimangono sullo sfondo. Ne è un segnale anche l'inchiesta del 1976, I pugnalatori, indagine d’archivio su una congiura palermitana del 1862 che Sciascia legge in chiave attualizzante, con riferimento alla cosiddetta “strategia della tensione”, alla trama di connivenze e depistaggi tessuta da governo, servizi segreti e apparati militari, che sembrava dominare la storia recente dell’Italia, almeno dalla strage di piazza Fontana [1969], ma in realtà dai primi anni sessanta» (44).
Nel 1975, Sciascia  è eletto consigliere comunale di Palermo, come indipendente nelle liste del Pci. Si dimette nel 1977 dopo aver subito tutta una serie di attacchi, specie dalla sinistra, anche perché non condivide il «compromesso storico» tra comunisti e democristiani. Ma è l’essere eretico nei confronti di un modo di fare politica che caratterizza Sciascia. Nei comizi citava Stendhal.  Cosa che non poteva non costituire dissidio con gli elettori ma anche con gli occasionali compagni di coalizione. «I dissidi ideali sono sempre più duri tra i vicini che tra i lontani; gli eretici sono sempre più duramente colpiti che gli infedeli. La realtà delle estenuanti e inconcludenti sedute consiliari deluderà moltissimo lo scrittore, ancor più deluso dal fatto che anche il Pci palermitano seguirà quello nazionale nella politica di dialogo con la giunta democristiana» (45). Nel 1979,  dopo aver rifiutato la candidatura offertagli dal Psi, Sciascia accetta  di candidarsi con i radicali. Viene eletto sia alla Camera che al Parlamento europeo. Sceglie di fare il deputato alla Camera. «L’esperienza parlamentare sarà per lui soprattutto un mezzo per indagare sul caso Moro» (46), l’uomo politico democristiano sequestrato e poi ucciso dalle Brigate rosse tra marzo e maggio del 1978. 
Nel 1979, la  produzione letteraria di Sciascia, divenuta quasi febbrile, riflette questo accentuato impegno pubblico. Dopo i racconti Il mare colore del vino e dopo Atti relativi alla morte di Raymond Roussel, il maestro di Racalmuto ha messo a fuoco problemi dei nostri giorni. In Il contesto e Todo modo descrive il groviglio di connivenze che legano gli uomini del Potere, soprattutto quelli di parte cattolica; in I pugnalatori, nel rievocare un complotto tramato a Palermo nel 1862, allude a possibili situazioni odierne; in Candido ovvero un sogno fatto in Sicilia riprende il celebre conte volterriano, trapiantando in tempi moderni la polemica contro le ideologie; in L’affaire Moro (1978) appunto,  affronta il tragico episodio dell’uccisione del presidente della DC, e in Dalle parti degli infedeli denuncia l’invadenza elettorale della chiesa e la persecuzione di un retto vescovo siciliano. Questa letteratura di intervento politico non ha distratto lo scrittore né dal racconto strutturato come un  giallo, secondo una sua formula abbastanza consueta (La scomparsa di Majorana, 1975; Il teatro della memoria, 1981) né dal raccogliere il suo «diario in pubblico» che nel titolo stesso, Nero su nero,  intende assumere e ironizzare  l’accusa di pessimismo spesso rivoltagli.
Con Occhio di capra (1985) Sciascia è tornato a registrare, attraverso  un dizionario dei «modi di dire», aspetti magici ed evocativi del mondo siciliano.


1.2  I PROFESSIONISTI DELL’ANTIMAFIA, I TERRORISTI E I PENTITI      

1.2.1 Gli anni ottanta
«I primi anni ottanta sono terribili per l’Italia. Le Br e la mafia seminano morti per le strade, continuano le stragi impunite (la bomba alla stazione di Bologna), si scopre il verminaio della loggia P2, che era riuscita, fra l’altro, a controllare il “Corriere della sera”»  (47). Sarà in seguito alla scoperta delle trame di Gelli che coinvolgono il gruppo dirigente del quotidiano milanese che Sciascia abbandona definitivamente la collaborazione, ripresa solo quando il giornale passerà alla direzione di Alberto Cavallari.  Nel 1981 viene sequestrato il giudice D’Urso ed è lo stesso Sciascia a chiederne la liberazione alle Br intervenendo sui mass media. Sul versante letterario prosegue intanto la riscoperta da parte di Sciascia di Stendhal, di Giuseppe Antonio Borgese e di Alberto Savinio. Scrive Massimo Onofri che «Savinio è stato uno degli scrittori italiani che, nel Novecento, hanno con più ostinazione costeggiato, e corteggiato il tema della morte. Ma sempre dentro il sentimento d’una straordinaria felicità del vivere, d’una miracolosa facilità d scrivere» (48). Leonardo Sciascia continua ad essere il faro illuminante della casa editrice palermitana Sellerio. Diventa condirettore insieme ad Alberto Moravia e Enzo Siciliano della rivista «Nuovi Argomenti». Stringe forte amicizia con Gesualdo Bufalino. Escono in quegli anni, tra il 1981 e il 1986, Conversazione in una stanza chiusa, un’intervista con Davide Lajolo, lo scrittore piemontese amico e biografo di Cesare Pavese, le memorie  e le cose da bibliofilo di Kermesse, i saggi di Cruciverba, l’immaginifico Stendhal e la Sicilia, l’omaggio a Borgese Per un ritratto dello scrittore da giovane, Il teatro della memoria dedicato allo smemorato di Collegno. Ancora della prima metà degli anni ottanta sono La sentenza memorabile, su Martin Guerre, protagonista di un caso analogo a quello di Bruneri-Cannella nella Francia del Cinquecento, e La strega e il capitano, una vicenda nella Milano del Seicento simile per succedersi di inquisizioni, torture e patiboli alla Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni. La coscienza civile di Leonardo Sciascia partecipa della vita italiana e siciliana. C’è la mafia come sistema e come metastasi. Scrive Sciascia che «il fatto che le istituzioni siano in disfacimento non basta alla sicurezza della mafia: ci sono degli uomini che possono farle funzionare e che non sono facilmente sostituibili» (49). Si riferisce ai tanti caduti sul campo, uccisi dalla mafia: i magistrati Gaetano Costa, un amico di vecchia data dello scrittore di Racalmuto, e Cesare  Terranova, politici e parlamentari della commissione antimafia come Pio La Torre, poliziotti come Boris Giuliano, anch’egli amico di Sciascia fin dai tempi della scomparsa del giornalista Mauro De Mauro, il prefetto di Palermo, generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, che già aveva contribuito a smantellare l’organizzazione delle Br. Il 3 settembre del 1982, Carlo Alberto Dalla Chiesa viene ucciso a Palermo da un commando mafioso. Con il generale muoiono la moglie Emanuela Setti Carraro e gli uomini della scorta. Famosa nell’omelia durante la messa funebre nella cattedrale di Palermo, l’invettiva del cardinale Pappalardo che cita Sallustio: «Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur: mentre a Roma si discute viene espugnata Sagunto». Sciascianamente, si potrebbe dire, città spagnola.

1.2.2  «Si è come si è»
La mafia, il suo sistema di orrore e, fortinianamente, di errore (50), segnano gli ultimi anni della vita di Sciascia, «la mafia come problema politico-sociale, ma anche come dramma degli affetti» (51). La mafia è  una costante nel rapporto vita-opera di Leonardo Sciascia. «La mafia come associazione per delinquere, come illecito arricchimento, come impazzimento», così recita una didascalia in vhs dove Sciascia racconta Sciascia (52). Sciascia parla  di arcipreti che capeggiano la mafia, parla del silenzio della Chiesa. Ricorda quando fu “spettatore infantile”,  al tempo del fascismo, della mafia in Sicilia ad opera del prefetto Mori (53).
Molti tipi narrativi sciasciani hanno a  che vedere con la mafia, vista nella sue differenti epoche storiche e nelle diverse valenze, da Le parrocchie di Regalpetra attraverso I pugnalatori agli scritti giornalistici raccolti nel volume A futura memoria. Dopo la morte del generale Dalla Chiesa, Sciascia si era rifiutato di tesserne un elogio incondizionato come fece invece il coro degli ossequienti.  Di Dalla Chiesa evidenziò oltre che l’imprudenza, la non perfetta conoscenza del sistema mafioso. Da qui l’accusa a Sciascia  di fare il gioco della mafia da parte del sociologo Nando Dalla Chiesa, figlio del generale. L’eretico, fra Diego La Matina, sale nuovamente sul rogo. Le accuse di collusione con la mafia si rinnoveranno per Sciascia quando nel 1986 parlerà di professionisti dell’antimafia, riferito al sindaco di Palermo Leoluca Orlando e al giudice del pool antimafia, poi ucciso nel 1992 poco dopo  il suo amico  e collega  Giovanni Falcone (54). Un discorso di carattere procedurale quello di Sciascia su Borsellino (che il giudice capì perfettamente) per il fatto che era stato preferito a un magistrato anziano e con più esperienza. Le accuse di oggettiva complicità con la mafia furono innescate  da Giampaolo Pansa, vice direttore  del quotidiano «la Repubblica» e seguitate dal direttore, Eugenio Scalfari. In risposta, Sciascia scrive che «ho da rimproverarmi e da rimpiangere tante cose; ma nessuna che abbia a che fare con la malafede, la vanità e gli interessi particolari. Non ho, lo riconosco, il dono dell’opportunità ma si è come si è (55)» .
Finita, anticipatamente, la legislatura di cui faceva parte, Sciascia divise la sua vita tra la Sicilia, specie nella casa in contrada del Noce a Racalmuto, il suo buen ritiro, e Milano.  È la città italiana che ama di più, forse perché una delle patrie di Manzoni,  per le memorie stendhaliane e per gli amici che vi ritrova: il fotografo Ferdinando Scianna, Indro Montanelli, Vincenzo Consolo, il critico letterario Giancarlo Vigorelli, lo scrittore Daniele Del Giudice, lo stendhalista Gian Franco Grechi, i giornalisti Enzo Biagi, Piero Ostellino e Matteo Collura che diventerà poi suo biografo ed “esegeta”.
Nel 1983, Sciascia compie un viaggio in Spagna e visita i luoghi che aveva “immaginato” da ragazzo leggendo le cronache della guerra civile.Tiene conferenze nell’università di Salamanca dove aveva insegnato un autore a lui tanto caro: Miguel de Unamuno.  Di questa nuova esperienza spagnola, durata un mese, scriverà diversi articoli per il «Corriere della sera» poi raccolti in volume, Ore di Spagna (1988),  a cura di Natale Tedesco.

1.2.3  Il caso Tortora (56)
Nel 1983, viene arrestato il noto presentatore televisivo Enzo Tortora. L’accusa,  basata sulle rivelazioni di un pentito e rivelatasi poi del tutto infondata, è di connivenza con la camorra. Prima che la verità venga ristabilita, Enzo Tortora, inviso a molti intellettuali, specie a sinistra, sperimenterà il carcere e insieme la calunnia, l’infamia di essere bollato come criminale. Ne uscirà distrutto. Morirà di tumore poco dopo la liberazione e il definitivo proscioglimento.
Sciascia, eretico per antonomasia, è uno dei pochi a differenziarsi dalla canea degli accusanti. Conosce Tortora personalmente e ne condivide il grande amore per Stendhal. Sa che è innocente da tutte le accuse che gli  vengono rivolte. Nel focus della sua inquisizione a favore di Tortora ci sono soprattutto i magistrati di cui condanna la mancanza di responsabilità civile. Fa anche, alla Swift, una modesta proposta, che nella sua paradossalità, serve a mettere a nudo le storture del sistema giudiziario italiano. «Rimedio paradossale», sarebbe secondo Sciascia, «quello di far fare ad ogni magistrato, una volta superate le prove d’esame e vinto il concorso, almeno tre giorni di carcere fra  i comuni detenuti, e preferibilmente in carceri famigerate come l’Ucciardone o Poggioreale. Sarebbe indelebile esperienza, da suscitare acuta riflessione e doloroso rovello ogni volta che si sta per firmare un mandato di cattura o per stilare una sentenza».
Per  Tortora, non ci sono solamente articoli di giornale da parte di Sciascia. Lo scrittore  di Rcalmuto forma e presiede un comitato «per la giustizia giusta» che tra le altre cose candida Tortora alle elezioni del 1984 per il Parlamento europeo. Il presentatore televisivo viene eletto nelle liste del Partito radicale e per questo, in quanto protetto dall’immunità parlamentare, scarcerato. Invano, Sciascia scrive al presidente della Repubblica Sandro Pertini chiedendogli un intervento a favore di Tortora. La sua totale innocenza gli verrà riconosciuta solamente tre anni dopo l’arresto.

1. 2. 4 Il cavaliere e la morte 
«Com’era già successo a un altro grande scrittore, Friedrich Dürrenmatt, il problema della giustizia diventa centrale nella riflessione di Sciascia, grazie anche all’attenzione con cui segue l’attività internazionale di Amnesty International» (57). Nel 1986 esce 1912+1, un racconto-inchiesta su un caso giudiziario che fece scalpore nel 1913, l’omicidio a Sanremo dell’attendente Polimanti da parte  della contessa Tiepolo, moglie di un capitano dei bersaglieri. Sciascia  ricostruisce l’intrico amoroso in cui la contessa e il capitano furono coinvolti e le fasi del processo che mandò assolta la contessa per aver difeso il proprio onore. Ci sono comunque tante incongruenze  che non sfuggono allo stile rough di Sciascia che nel finale del racconto scioglie l’intrico ricorrendo a un altro racconto: Il sorriso della Gioconda di Aldous Huxley.    
  Nel 1987 viene pubblicato  il romanzo Porte aperte, un libro contro la pena di morte,  in cui ritornano temi cari alla riflessione di Sciascia e che nel «piccolo giudice» siciliano ispirato al magistrato racalmutese Salvatore Petrone riversa tratti autobiografici di eroe «candido». Il libro esce durante la campagna internazionale per salvare dalla sedia elettrica la ragazza nera americana Paula Cooper.  Porte aperte, da cui fu tratto un film di Gianni Amelio con Gian Maria Volontà nella parte del «piccolo giudice», ha come tempo di narrazione l’epoca fascista. Nel 1937, il giudice racalmutese Petrone si era rifiutato di condannare alla pena capitale un reo confesso di un triplice omicidio. Sciascia innesta l’indagine sull’operare del giudice in clima ostile con la riflessione sulla morte che sente avvicinarsi e che diventa la protagonista dei due romanzi che escono nel 1988 e nel 1989, l’anno della sua scomparsa: Il cavaliere e la morte e Una storia semplice. Il Vice, il poliziotto che indaga sull’omicidio dell’avvocato Sandoz ne Il cavaliere e la morte combatte in privato una terribile battaglia contro un tumore che lo divora. La figura di Pirandello, «padre ritrovato» in hora mortis da parte di Sciascia  è il nume tutelare del professor Franzò che indaga per proprio conto, in solitudine sciasciana, sull’assassinio dell’anziano console Roccella.        



1.3 DA MACHIAVELLI  A  PIRANDELLO

1.3.1 A futura memoria
Nel continuato autodafè che furono per Sciascia specie gli anni ottanta si parlò di lui come Machiavelli, in negativo.  Nessuno disse che era in realtà un  uomo libero e che pagava di tasca propria il difficile lusso dell’essere liberi. Sciascia era un  eretico. Dopo l’uscita del  Contesto fu inimico dei cattolici e dei marxisti. 
C’era anche chi rivendicava l’amicizia di Sciascia. «Con Sciascia», scrive Andrea Camilleri, «non ebbi mai dimestichezza. Eravamo amici di secondo grado. Io lo chiamavo “Leonà”, mentre invece gli amici di primo grado potevano confidenzialmente chiamarlo “Nanà”. Abbiamo lavorato insieme, discusso, trascorso ore come più di silenziosa intesa che di parole» (58).
Il nostos dello scrittore resta comunque e sempre la patria letteraria. Ci sono cose che si affinano quando si sente arrivare la fine.
«Ancora una volta Sciascia non esita a ritrarsi nei suoi personaggi, a cominciare dal sottufficiale Lagandara, di poche parole, essenziale selettivo, per finire col professor Franzò, cui affida, in una battuta, la sua riflessione più estrema sulla morte ormai davvero incombente, intonando il libro su una nota di sgomento religioso: “ad un certo punto della vita non è la speranza l’ultima a morire, ma il morire è l’ultima speranza”» (59).
A proposito di letteratura-vita-morte, elementi segnanti dell’autobiografismo,  sostiene Sciascia, che «credo sia difficile oggi a uno della mia età, dire “vorrei avere vent’anni”: uno non li vuole avere! Ridotto all’essenziale, mi pare che sia questo il dramma inedito dell’uomo. Non credo ci sia mai stata un’epoca in cui uno della nostra età dicesse: “Sono felice di avere l’età che ho!” Questo vuol dire che anche noi, anche io, anche la mia generazione entra nell’orbita suicida» (60).  Sciascia ebbe un fratello suicida. Nell’incombenza della fine, quasi una immanenza, la letteratura gli ritorna nella sua  capacità presaga, dentro il proprio tempo e di altri a venire.  Muore il 20 novembre  del 1989. Ha lasciato molte cose che serviranno dopo, «A futura memoria, appunto, secondo il titolo dell’ultimo libro, terminato pochissimi giorni prima di quel fatidico 20 novembre 1989. E’ il libro che documenta le ultime roventi battaglie civili e politiche di Sciascia, combattute con riluttanza e puntiglio. Ecco, allora, i partecipi ritratti del giudice Terranova e del generale dei carabinieri Candida, le drammatiche polemiche su Dalla Chiesa e Calvi, su Tortora e Sofri, sui “professionisti dell’antimafia”, sulla nomina di Borsellino a procuratore della repubblica di Marsala, sul “teorema Buscetta”, dentro questioni che toccano il cuore della storia d’Italia negli ultimi e terribili quindici anni, a documentare un impegno tra i più appassionati e brucianti, ma vissuto sempre controvoglia, se lo distoglieva dalla sua unica vera patria celeste: la letteratura. Si fa grande torto a Sciascia quando lo si schiaccia, per l’ennesima volta, sui tempi corti della triste vita politica italiana. “Ce ne ricorderemo di questo pianeta”: recita del resto, la misteriosa epigrafe sulla sua tomba che volle affidare ai concittadini di Racalmuto”» (61).

1.3.2  L’eredità del maestro
Nel 1996, Matteo Collura,  giornalista del «Corriere della Sera» pubblicò una biografia di Leonardo Sciascia, dal titolo Il maestro di Regalpetra, in riferimento al fatto che il primo mestiere dello scrittore racalmutese fu quello di maestro elementare. Collura, classe 1945,  che di Sciascia fu amico, scrive che  «questa è la biografia di un uomo il cui nome ha − e ancora più avrà – un posto importante nella storia letteraria d’Europa.  Uno scrittore tra i più colti e raffinati di questo secolo, benché formatosi in un asfittico ambiente piccolo-borghese, tagliato fuori dai grandi flussi dell’economia e della cultura, dotato soltanto dei piccoli privilegi dei quasi poveri nei confronti dei poverissimi. È vero che nella Sicilia di Leonardo Sciascia erano già nati Pirandello, Quasimodo, Brancati e Vittorini, ma è altrettanto vero che l’autore del Giorno della civetta, contrariamente a loro, ha raggiunto il successo senza mai staccarsi dalla sua isola, della quale anzi ha fatto un punto di osservazione ideale, addirittura una metafora del mondo, con le sue miserie e i suoi cavilli, le sue violenze e le sue vendette, le collusioni mafiose e i compromessi politici di cui Sciascia è stato sensibile testimone e amaro cantore. Nato da un’amicizia totale quanto discreta, sviluppatasi nel corso di un ventennio, tra lo scrittore e l’autore, questo libro è più di una biografia, è quasi un romanzo e insieme una sorta di guida alla lettura e alla comprensione delle opere di Sciascia, nel contesto della sua vita e della società della quale ha denunciato barbarie e ingiustizie».
Il racconto di Collura muove dalla Sicilia degli anni ’20 e arriva alla fine dei «decisivi» anni ’80. La forza della ragione e della passione civile di Sciascia fin dal suo esordio di scrittore è tale  da gettare luce sulle ambiguità e i misteri di una tormentata stagione italiana. Un’esistenza che si riteneva fin troppo  lineare rivela i suoi momenti drammatici, lo straordinario apprendistato, gli imprevedibili sviluppi. Tutto raccontato in un avvincente intreccio  tra vita e opere.
Particolare attenzione Matteo Collura dedica all’impegno civile di Sciascia e all’impegno politico (prima come indipendente nel Partito comunista, poi con i radicali), costruendo il ritratto umano e letterario di un «maestro» che seppe guardare sempre ai «lumi» dell’Europa, quella di Voltaire e, prima ancora, quella di Montaigne (62).
La biografia di Collura è interessante anche perché presenta Sciascia nel ruolo di maestro recuperato a tipo narrativo.
Leonardo Sciascia fece il maestro elementare dal 1948 al 1957, nove anni, quasi dieci come lui stesso ebbe a dichiarare. Fece il maestro «senza particolare passione per l’insegnamento» (63).  Poi venne comandato a scrivere.
Marcello Sorgi, siciliano,  direttore de «La Stampa», quotidiano torinese cui Sciascia collaborò dal 1972,  racconta della volta che il padre, amico di Sciascia e «il gruppo di intellettuali più amici di Leonardo decisero di fare qualcosa». Sapevano che Leonardo faceva l’insegnante, il maestro, «senza eccessiva vocazione». La scuola era una cosa «un po’ marginale» per lui che per tutta la vita fu preso dal «demone dello scrivere e del leggere». E così, «poiché era chiaro che la scuola, le lunghe ore passate in aula e sottratte alla riflessione, influivano sulla già parsimoniosa produzione di Sciascia», il gruppo di intellettuali si recò da Franco Restivo, «allora il più influente uomo politico siciliano». Restivo capì al volo e gli fece «dare un comando». Telefonò a Leonardo Sciascia dicendogli: «Lei è comandato di stare a casa sua a scrivere e a pensare»  (64).

1.3.3   Pirandello e la Sicilia come metafora
La Sicilia. In una didascalia della quarta parte del vhs Sciascia racconta Sciascia, sostiene lo scrittore di Racalmuto che «La Sicilia è  come metafora (65) del mondo, la Sicilia non è  fisicamente localizzabile, molte cose del mondo sono sicilianizzate». Sciascia fa entrare nel discorso i suoi  romanzi Il giorno della civettaIl contesto e Todo modo.
Nella seconda didascalia del vhs Sciascia aveva avvertito che «Pirandello per me è come una specie di padre». Sciascia continua dicendo che lui si riconosce nella «linea Brancati-Pirandello-De Roberto, non in Verga». Dice: «Dopo I promessi sposi metto I Viceré. Le due opere sono tra di loro unite dalla disperazione».  Ma è Pirandello a tessere le trame del discorso.  
Lo zolfo.  Un tratto dell’autobiografismo narrativo sciasciano legato a Pirandello si rivela nella parola «zolfo». Lo zolfo è come una  traccia autobiografica di «io collettivo». Di zolfo, Sciascia parla anche in  Occhio di capra. Per capire in che maniera, lo zolfo sia dentro l’autobiografismo e allo stesso tempo riveli l’affezione di Sciascia per Pirandello, si ritiene utile riportare qui per intero la voce da Occhio di capra e il paragrafo dell’Alfabeto pirandelliano che riguardano appunto la presenza dello zolfo nella vicenda privata dello scrittore di Racalmuto e insieme nella geografia letteraria siciliana che è un riflesso di quella dell’Italia intera.
«IU SURFARU SUGNU. Io sono lo zolfo. All’origine del detto è un mimo. A un carrettiere che trasporta zolfo dalla miniera a Porto Empedocle, un contadino chiese un passaggio. Per fargli posto sul carretto e anche il mulo non tiri peso più grave del solito, il carrettiere butta giù tre o quattro “balate” (forme a piramide tronca del peso di una ventina di chili ciascuna). Ma a un certo punto, in salita, il mulo non ce la fa. Il carrettiere scende e dice al contadino di fare altrettanto. Ma il contadino, tranquillamente: “Iu surfaru sugnu”, io viaggio al posto dello zolfo. E’ da presumere avesse pagato il passaggio, ché il carrettiere (violenti e rissosi erano i carrettieri) lo avrebbe se no preso a “zuttati” (“zotta” era la frusta, di cordicella intrecciata e infiocchettata).
Si dice “iu surfaru sugnu” in senso fisico quando non ci si vuole scomodare; in senso morale quando non si vuol dare opinione su un dato argomento, specie se controverso o rischioso» (66).
In Pirandello dall’A alla Z (67), lo scrittore di Racalmuto ricostruisce l’importanza della parola zolfo nella storia di Luigi Pirandello, una storia esemplare dove anche quella di Sciascia si riflette.
«Nel 1889», così inizia la storia dello zolfo  nell’ Alfabeto pirandelliano, un «consigliere delegato della prefettura di Girgenti scriveva ad un suo amico una lunga lettera sulle glorie passate e le condizioni presenti della città: una piccola guida, attenta, fervida. Gustosamente la stampò dieci anni dopo il tipografo Francesco Montes, cui si debbono altre nitide edizioni di storie e curiosità locali. Dell’industria zolfifera in provincia, l’opuscolo dà queste essenziali notizie: “La ricchezza della provincia negli anni scorsi derivava dalle miniere di zolfo. Alla fine del 1886 ve n’erano 271 in esercizio, delle quali 155 furono chiuse per rinvilio del prezzo del minerale. Il zolfo si vendeva a lire 12 il quintale, e i  minatori guadagnavano dalle 6 alle 8 lire al giorno. Causa la così detta crisi economica che affligge la Sicilia e l’Italia, e l’abbondanza del minerale, il zolfo costa oggi lire 4,80 il quintale, e gli operai per non morire di fame si contentano della mercede giornaliera di lire 1,30. Nel 1888 dal porto di Porto Empedocle furono esportate cantare di zolfo 1.847.350 (un cantaro corrisponde a chilogrammi 79, 342). La più parte in Inghilterra, in Francia ed in America. La diminuzione del prezzo del minerale e delle mercedi si è riverberata su tutti gli abitanti della città e della provincia, che ne hanno risentito e ne risentono grave disagio”.
Il 1889 è l’anno in cui Pirandello  va a Bonn. Comincia, per la famiglia, il “disagio”; ma non è ancora la rovina. Questa viene, per don Stefano Pirandello, nel 1903: e ingoia anche la dote di Antonietta Portulano – settantamila lire – che imprevidentemente il figlio aveva lasciato da amministrare al padre. Imprevidente fu sempre lo sfruttamento delle zolfare: e si diceva a “rapina” perché soltanto si badava ad estrarre quanto più minerale era possibile, senza preoccuparsi dell’avvenire della zolfara stessa e, ancor meno, della sicurezza degli operai. Una triplice imprevidenza, dunque: del figlio che lascia nelle mani del padre le settantamila lire che potevano assicurargli una rendita: di don Stefano che investe il suo e altrui denaro nel rimodernare gli impianti della zolfara; di uno sfruttamento della zolfara con la vecchia e nefasta regola della “rapina” (che, a pensarci bene, è stata regola  del “modo di essere” siciliano: aristocrazia, “burgisia”, imprenditorialità, mafia; e da ciò la rapidità dei ricambi e l’impossibilità di un assestamento all’interno di ciascuna categoria). Per cui, quando dal crollo di una parete l’acqua irrompe ad allagare la zolfara, una famiglia che quietamente viveva a Roma di un magro stipendio e di un non lauto assegno che mensilmente arrivava da Girgenti, venuto a mancare l’assegno ecco che cade nel bisogno, nell’angoscia del bisogno che tre bambini – il più grande di otto anni – rendono quotidiana, continua. Angoscia che si somma ad altre fino a quel momento segrete, rimosse: e Antonietta Portulano vi si smarrisce. La “roba”, la sua “roba”, era rifugio, sicurezza, identità: come per lungo ordine d’anni e di sentimenti nella sua famiglia – e in ogni famiglia pari alla sua – si era abituati a concepirla.  Ma a parte l’incidenza che la crisi delle zolfare e l’allagamento di quella d’Aragona ebbero nella vita di Luigi Pirandello e della sua famiglia, un più intrinseco apporto si intravede – e meriterebbe lungo e attento studio –  tra la zolfara e l’avvento dello scrittore in quel vasto altipiano che va da Girgenti a Castrogiovanni (da Agrigento ad Enna). Senza l’avventura della zolfara non ci sarebbe stata l’avventura dello scrivere, del raccontare: per Pirandello, Alessio Di Giovanni, Rosso di San Secondo, Nino Bavarese, Francesco Lanza. E per noi» (68). Un «noi» quanto mai significativo.
C’è un altro aspetto che oltre quello della zolfara e dello zolfo, lega il «noi» siciliano e in particolare i Pirandello sono portatori di pazzia ma sono anche «lucidi notomizzatori dei propri sentimenti».
C’è un caso particolare di pazzia che unisce seppur indirettamente Sciascia a Pirandello, rafforzando così quel legame di «padre naturale»,  prima rifiutato e in seguito riconosciuto,  che lega  lo scrittore di Girgenti con il racalmutese Sciascia. Il trait d’union è Ettore Majorana, persona reale, che potrebbe essere archetipico del Mattia Pascal pirandelliano. Ettore Majorana, nato a Catania il 5 agosto 1906, «docente di fisica all’ Università di Napoli, forse il più dotato e precoce tra quelli che avevano lavorato con Fermi, scompare misteriosamente il 26 marzo 1938» (69).  Non se ne saprà più niente. Mattia Pascal invece, pure se cambiato rispetto allo scomparso, ritorna. Il fu Mattia Pascal è del 1904. Majorana quindi non poteva costituire archetipo per Pirandello. Se non fosse che il fisico catanese rivela tratti di comunanza con Sciascia, «figlio naturale», nell’assoluto della letteratura, di Pirandello.
Majorana.  La scomparsa di Majorana di Sciascia  venne pubblicato nel cruciale 1975 (70).  Sciascia inizia la ricostruzione del caso della scomparsa del fisico catanese, ricorrendo a due epigrafi alquanto significative. La prima è tratta dal Minutario di Vitaliano Brancati e reca la data del 27 luglio 1940:  «O nobili scienziati, io non posso rispondere ai vostri sforzi con qualcosa che sia più della morte». L’altra è presa da  una nota biografica che il fisico Edoardo Amaldi, anch’egli come Majorana «ragazzo di via Panisperna», ha tracciato dell’amico: «Prediligeva Shakespeare e Pirandello» (71).       
È di Matteo Collura, nella biografia sul maestro di Regalpetra, l’ipotesi che Sciascia si identificasse con Majorana, per certe somiglianze fisiche e intellettuali.  Certo è che l’indagine sulla scomparsa dell’allievo di Fermi è cosa importante per Sciascia, per l’affermazione della letteratura come massima espressione della verità.
Della scomparsa di Majorana si interessarono oltre che la polizia anche Giovanni Gentile, allora ministro della pubblica istruzione e lo stesso Mussolini. Perché scompare Majorana? Scrive Sciascia che «l’alternativa che il caso poneva stava tra la morte e la follia» (72). Oltre questo dilemma, a Sciascia interessa comunque caricare la scomparsa (e il non ritorno) di Majorana come una scelta precisa operata dal fisico catanese dopo essersi reso conto di aver servito una causa, quella della «scoperta» e della costruzione della bomba atomica, che tanta rovina avrebbe portato all’umanità: come se Majorana fosse stato in grado di prevedere Hiroshima e Nagasaki.  Una posizione che scatenò polemica. Ad attaccare Sciascia fu soprattutto Edoardo Amaldi (73). Ne viene fuori che Majorana non era un «umanitario universale», che non era antagonista di Fermi e che neppure la scelta di Majorana di non lavorare per la bomba atomica fosse dettata dalla scelta di osteggiare Hitler e il nazismo. Forse si trattava di follia siciliana, una variante della notomizzazione del sé.
Tutta l’articolata risposta di di Sciascia è basata  sulla fuga dalla vita come voluntas che spinge Majorana a rifiutare la scienza in cui pure era coinvolto.  È una ardua religio, questa scommessa, questa mistica capace di antevedere gli orrori che la scienza innesca. È la questione in pratica che nella Dialettica dell’illuminismo già avevano sollevato Adorno e Horkheimer, a proposito di Galileo e Oppenheimer, un altro degli scienziati coinvolti nella scoperta dell’atomica. Sarà Bertolt Brecht con il suo Vita di Galileo a porre la questione, shakespeariana, se Galileo debba pagare per Oppenheimer.
Così come a Brecht, anche a Sciascia interessa ricondurre la questione Majorana in un ambito metastorico in cui il suo io indagante, come altri  detective della sua narrativa, corre il rischio di proporre a tanti scettici, la stragrande maggioranza, di dire che solo la letteratura può dare la verità, seppur non assoluta, del reale e delle cose.  La letteratura segna il destino della verità. È un gioco in cui entrano Savinio che «si diceva certo che le rovine di Troia fossero quelle scoperte da Schielmann, per il fatto che durante la prima guerra mondiale il cacciatorpediniere inglese Agamennon le aveva cannoneggiate» (74),  battuta di Prospero  nella shakespeariana Tempesta ripresa da Pascal, «in una manciata d’atomi» (75), per arrivare a quanto intuisce Onofri: «viene da pensare che Sciascia abbia avuto, con La scomparsa, la tentazione di riscrivere Il fu Mattia Pascal»(76).   
Il fu Mattia Pascal. Il primo tramite della conoscenza di Pirandello  da parte di Sciascia fu la visione del film di Marcel L’Herbier Il fu Mattia Pascal  del 1925.
«Di quale e quanta sia stata l’importanza di Pirandello», scrive Massimo Onofri, «Sciascia è consapevole già dal 1954 quando su “La Giara” scriveva: “C’è stata una stagione della nostra vita-vicina, e pure lontanissima nelle profonde prospettive che una tremenda serie di avvenimenti compone – in cui Pirandello diede nome a tutto il nostro sgomento, ai nostri umani rapporti, alla nostra pietà. E riflettendo scopriamo che il nostro incontro con Pirandello è avvenuto, nel tempo e nello spazio, ad un pericolosissimo incrocio: negli anni dell’adolescenza, e in una piccola città della Sicilia. Scendemmo allora nell’opera pirandelliana come in un averno di specchi e d’ombre: e ne traemmo disperate rivelazioni, allucinazioni logiche – fino all’ossessione. Poi vennero gli americani; e da  allora, fino ad oggi che torniamo a leggere Pirandello, abbiamo, per dirla con Cardarelli, “bevuto in ben altre cantine”».
  «Sono affermazioni», commenta Onofri, «non da poco e culminano nella lucida convinzione che “il pirandellismo si trova in natura”». Detta quest’ultima cosa da Sciascia. «Ecco:», prosegue Onofri, «Pirandello diventa subito, per Sciascia, di centrale importanza, ma supremamente detestabile. Di centrale importanza: se è vero che nei suoi libri si rimpagina quello stesso mondo irrazionale in cui lo scrittore si trova a vivere tutti i giorni. Supremamente detestabile: in quanto l’emancipazione da quel mondo, violento e irrazionale, fa per ora tutt’uno con la liberazione da Pirandello, colui che ha dato un nome a tutto lo sgomento e a quel dilagante sentimento di irrealtà che sono, per il giovanissimo scrittore, condizione quotidiana.
Decisamente condizionato dalla teoria lukácsiana della letteratura come rispecchiamento della realtà, quanto a Pirandello lo Sciascia degli anni Cinquanta e dei primi Sessanta avrà di fronte a sé una strada obbligata: bandire ogni influenza del modello pirandelliano, che non neutralizzava ma amplificava l’irrazionale realtà siciliana, e, nel contempo, respingere ogni interpretazione di quell’opera in chiave di cultura della crisi e di relativismo filosofico, secondo le indicazioni fornite, negli anni Venti, dal critico Adriano Tilgher, tra i primi responsabili per altro, del grande successo ottenuto in quegli stessi anni dal teatro pirandelliano. E tutto ciò per approdare ad un’interpretazione dell’irrazionale opera di Pirandello, come razionale rispecchiamento d’una Sicilia sofistica e causidica, quella in cui appunto, come scrisse sempre su “La Giara”, “se non si getta l’àncora della esistenza sui registri anagrafici e sugli atti notarili”, la realtà pare “franare da ogni parte”. Si tratta di un’operazione che a Sciascia riuscirà benissimo grazie all’incontro con quella lettura di Pirandello che usciva, nel secondo dopoguerra, dai Quaderni del carcere di Antonio Gramsci secondo cui i personaggi pirandelliani non sono filosofi travestiti da popolani, ma una suggestiva traduzione letteraria di modi di pensare storicamente popolari e dialettali. In tale prospettiva, Sciascia avrebbe presto congedato un primo libretto, Pirandello e il pirandellismo (con un’appendice di lettere inedite di Pirandello a Tilgher), che gli valse nel 1953 il premio Pirandello della Regione Sicilia, in cui è già contratto l’intero discorso che lo scrittore svolgerà, più articolatamente, in Pirandello e la Sicilia (1961): ove le riflessioni sul grande scrittore agrigentino coincideranno con un più vasto sistema di argomenti sul modo d’essere dei siciliani – che Sciascia stringerà nel 1970 nel concetto di “sicilitudine” –, quel modo d’essere incardinato sull’amor proprio, su “una forma esasperata di individualismo in cui agiscono, in duplice e inverso movimento, le componenti dell’esaltazione virile e della sofistica disgregazione”. Iniziava così una ricerca, coltivata sino all’ossessione, che sarebbe durata una vita intera, e che avrebbe via via allineato le Note pirandelliane di La corda pazza e Cruciverba per arrivare sino alle pagine estreme di Alfabeto pirandelliano (1989). […]  Si aggiungerà solo che Sciascia, nel 1989, avrebbe pubblicato su “Micromega” un saggio intitolato Pirandello mio padre, un padre ritrovato alla fine della vita, in un clima di sempre più serena e cordiale adesione» (77). 
Pirandello e Sciascia nella stessa Spoon River.  Scrive  Traina che «il rapporto con lo scrittore agrigentino accompagna tutta la carriera letteraria di Sciascia». La voce Pirandello, Luigi del suo libro inizia con il dire che «a una domanda di Davide Lajolo, Sciascia rispondeva di essersi “trovato, nei primi quindici anni di vita, a vivere dentro un pirandellismo di natura”».  A proposito di questa traccia, vista come «problema di identità; l’uno nessuno e centomila», una identificazione che rasentava la schizofrenia,  Traina evidenzia come Sciascia si sia liberato da Pirandello grazie agli illuministi. «Sono arrivato a detestarlo, poi ci sono tornato: serenamente,  con grande amore». Traina passa quindi ad analizzare, seguendo un percorso cronologico, le opere di Sciascia dove Pirandello e il pirandellismo come traccia autobiografica vengono esplicitati. Si inizia appunto con Pirandello e il pirandellismo, pubblicato dall’editore omonimo di Leonardo, Salvatore Sciascia di Caltanissetta, nel 1953. Diversi gli autori richiamati da Traina nella sua analisi. Da Gramsci che fu critico teatrale delle cose più notevoli di Pirandello a «Leopardi lirico, il “candore” di cui dice Bontempelli è “la chiave migliore per intendere Pirandello”». Da qui la sottolineatura di quanto questo “concetto bontempelliano tornerà nel laboratorio di Candido, opera sciasciana del 1977. Quel che comunque Traina fa emergere della liason Pirandello-Sciascia è il fatto che entrambi appartengano alla stessa Agrigento-Spoon River e di come il concetto di «Vita-Forma»  costruito da Adriano Tilgher per l’intera opera pirandelliana sia stato superato, per quanto riguarda Sciascia,  da quella che Salvatore Battaglia, il grande critico letterario e filologo catanese, chiamava «dimora» esistenziale per entrambi, Agrigento-Spoon River appunto. Scrive Traina che «il saggio si conclude sull’immagine dell’olivo saraceno, simbolo del radicamento agrigentino di Pirandello». Un olivo a cui torna il personaggio-tipo «Sciascia» in accezione autobiografica.
Pirandello e la Sicilia, il secondo testo richiamato da Traina, pubblicato sempre da Salvatore Sciascia, nel 1961, con Roma che si aggiunge a Caltanissetta nell’indicazione del luogo di edizione, è, dice lo stesso titolo, un passaggio dal personale alla Sicilia come metafora.
  Concetto ripreso nel «lemmario» Alfabeto pirandelliano, specie nella voce zolfo.  «Nel libro», osserva Traina, «spira un’aria diversa, corrispondente a quella riconciliazione con l’autore di cui Sciascia diceva a Lajolo». Nell’evidenziare poi l’adesione al  fascismo di Pirandello, Sciascia, nell’analisi che ne fa Traina, parla comunque del suo, di Pirandello,  cristianesimo che  «ora coincide con il suo», di Sciascia,  «candore e con la stupefatta constatazione di quanto non fossero cristiani i cattolici». Pirandello «fascista» ma comunque femminista ante litteram, provvisto di «antiparlamentarismo», portatore di «tenerezza verso gli ebrei», antifascista in nuce, visibile nella novella C’è qualcuno che ride. Nel Pirandello privato, Traina evidenzia come parlando del figlio, di Pirandello, Stefano, Sciascia adoperi  «con garbo», «inevitabili lenti psicoanalitiche».
La riconciliazione totale con il «padre» Pirandello avverrà comunque con il saggio «intitolato proprio, Pirandello, mio padre». Conclude Traina dicendo che Sciascia «riassume così i punti cardinali per “una più libera e acuta lettura dell’opera” di Pirandello (ma nel lettore s’instilla il dubbio che Sciascia parli soprattutto di sé)». Secondo Traina, tre sono i punti cardinali che servono a descrivere la  riconciliazione tra Pirandello e Sciascia, Il primo dei punti è la medesima  condizione geografica, la Sicilia come «luogo di una cultura e di una tradizione da cui Pirandello decolla verso spazi vertiginosi». Il secondo punto riguarda la «religiosità» che questa medesima condizione geografica fa nascere e alimenta. C’è  molta religiosità nel laicismo sia di Pirandello che di Sciascia. Il terzo punto che salda la riconciliazione,  è dato dal rapporto che entrambi gli scrittori coltivano con il binomio Montaigne-Pascal. Annota  Traina quanto Sciascia dice a proposito di Pirandello, e cioè  «la necessità di valutare il suo rapporto con la cultura francese in generale, “più importante ed effettuale” di quello con la cultura tedesca. […] Insomma con l’ Alfabeto pirandelliano e con Pirandello, mio padre, ma anche con Una storia semplice,  Sciascia ha compiuto una ricomposizione evidentemente urgente di questo rapporto con Pirandello che Borsellino ha giustamente chiamato uno psicodramma» (78). E’ proprio per ritrovare lettere di Pirandello che l’anziano console Roccella,  ritorna in Sicilia. È l’inizio di  Una storia semplice, ultimo romanzo di Sciascia.I



1.4  I PERSONAGGI PIÙ RAPPRESENTATIVI DELL’AUTOBIOGRAFISMO

1.4 1 Bellodi e Laurana                                                                                                                                     
Bellodi. Il capitano dei carabinieri Bellodi e il professore Laurana sono i personaggi principali  rispettivamente de Il giorno della civetta e di A ciascuno il suo (79). Non sono gli unici protagonisti e  certamente  nei due romanzi ve ne sono altri che meritano attenzione. Bellodi e Laurana però, pur non calchi di Sciascia,  ne rivelano, autobiograficamente, vita più interiore che immediatamente visibile o se si vuole, apparente. Interiore della stessa interiorità che possono avere l’ispettore Rogas de Il contesto e il pittore-io narrante  di Todo modo.
Se comunque, dice il regista Bresson, «è l’interiore che comanda», pare opportuno mettere al centro Bellodi e Laurana, personaggi resi famosi oltre che dai libri anche dalla riduzione cinematografica dei due romanzi (80).    
Renato Candida, ufficiale e scrittore, è l’archetipo del capitano Bellodi (81). Archetipo di Laurana è invece il commissario Cataldo Tandoj (82).
Scrive Francesco Merlo, nell’introduzione all’edizione del «Corriere della sera» de  Il giorno della civetta, che Renato Candida, «aveva il coraggio fisico e l’onestà del galantuomo e incarnava, ai suoi occhi, il fiero e oscuro campione  di un mestiere amaro e difficile, il mestiere di servire la legge della Repubblica, e di farla rispettare» (83).
Merlo, siciliano, fa riferimento, a quanto il giornalista e scrittore Giorgio Bocca, piemontese, scrive di Sciascia, nel suo libro Il provinciale (84).
Così Bocca: «Sciascia non era mafioso ma pensava mafioso, aveva sensibilità mafiosa… Era seduto a un tavolino, aveva ordinato una granita di caffè, indossava un abito di lino bianco, camicia bianca e cravatta, in capo un panama giallo chiaro… Teneva gli occhi socchiusi, parlava a voce bassa, mi raccontava della mafia in un modo che non avevo mai sentito, con una conoscenza interna, come della famiglia della casa accanto, di cui non sapeva esattamente le cose segrete ma di cui conosceva esattamente il modo di pensare, di odiare, di sospettare, di agire» (85).
Risponde Merlo: «Bocca è un perfetto piemontese. Ha la mentalità di Nino Bixio in Bronte (86) di Florestano Vancini. Nessun altro, prima di Bocca, aveva mai visto, e nessun altro mai più vedrà Leonardo Sciascia vestito di lino bianco. E del resto, molti anni prima, lo stesso  Sciascia aveva dichiarato: “Odio i cappelli, e mai potrei indossarne uno”»(87). 
Bellodi e don Mariano Arena. Per capire meglio l’accusa di «mafioso» rivolta a Leonardo Sciascia e per definire come questa attribuzione emani da e ritorni specie al capitano Bellodi, che è un tratto dell’interiore di Sciascia, facciamo adesso riferimento a una polemica, sulla rivista torinese «L’indice dei libri del mese» che chiama in causa lo scrittore Leonardo Sciascia e dove sono comunque altri, contro e pro, a parlare per lui, a definire tratti «autobiografici».
Molto discussa a proposito di tutto questo la parte del dialogo tra Bellodi e il capo mafia don Mariano Arena sul riconoscimento reciproco di «uomo». Sostiene don Mariano Arena di fronte al capitano Bellodi:  «“Sono un ignorante; ma due o tre cose che so, mi bastano: la prima è che sotto il naso abbiamo la bocca: per mangiare più che per parlare…”
“Ho la bocca anch’io, sotto il naso” disse il capitano “ma le assicuro che mangio soltanto quello che voi siciliani chiamate il pane del governo.”
“Lo so: ma lei è un uomo.”
“E il brigadiere?” domandò ironicamente il capitano indicando il brigadiere D’Antona.
“Non lo so” disse don Mariano squadrando il brigadiere con molesta, per il brigadiere, attenzione.
“Io” proseguì poi don Mariano “ho una certa pratica del mondo: e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà… Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancora più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi…E ancora più giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere con le anatre nelle pozzanghere, ché  la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre… Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo…”
“Anche lei” disse il capitano con una certa emozione. E nel disagio che subito sentì di quel saluto delle armi scambiato con un capo mafia, a giustificazione pensò di avere stretto le mani, nel clamore di una festa della nazione, e come rappresentanti della nazione circonfusi di trombe e bandiere, al ministro Mancuso e all’onorevole Livigni: sui quali don Mariano aveva davvero il vantaggio di essere un uomo”»(88) .
Questo passaggio in particolare modo è stato attaccato da Pino Arlacchi nel numero di marzo del 1988 de «L’Indice» (89). È una riprova di come Sciascia venga identificato con i personaggi da lui stesso creati.  Arlacchi, così come Bocca, Pansa, Scalfari, non disgiunge le responsabilità dello scrittore da quelle del tipo narrato, analizzato e indagato nella pagina. Si parte da preconcetti e pretesti che, a differenza dell’operare di Sciascia,  non servono la letteratura come impegno. Servono invece un partito, un’opinione, una presa di posizione. Oltre tutte le verità, le angolazioni da cui si osserva alla verità, c’è una differenza di fondo tra Sciascia e i suoi accusatori, in buona e spesso malafede. La differenza è data dalla conoscenza del contesto: sia che si tratti di mafia, di Sicilia, di Italia intera, con tutti i suoi affaires Moro e casi Tortora. Ne viene fuori una figura di intellettuale solitario e coraggioso, Leonardo Sciascia, come lo sceriffo Kane di Mezzogiorno di fuoco, film metafora di tutti i maccartismi, un intellettuale solo e coraggioso pure riversato nei propri personaggi. 
Per quanto riguarda lo specifico di questo paragrafo si può dire che Pino Arlacchi non è solo contro Il giorno della civetta. È contro Sciascia. Nello stesso fascicolo (90) si recensisce il primo volume delle  Opere, 1956-1971, a cura di Claude Ambroise. C’è comunque una visione d’insieme della letteratura sciasciana fatta da Edoardo Esposito (91). A proposito del Giorno della civetta, scrive Esposito, che si tratta del «primo racconto lungo» che trova la misura di Sciascia «polemista ironico» dopo  «La zia  d’America, Il quarantotto, La  morte di Stalin, pubblicati nel 1958 nei Gettoni vittoriniani sotto il titolo Gli zii di Sicilia». Dice Esposito che «Il giorno della civetta è il libro di Sciascia che ha riscosso finora maggiore successo di pubblico…Al suo autore è valsa la reputazione di mafiologo. Ma Sciascia detesta tale fama e, in certo modo, il libro stesso che, di lui scrittore, ha divulgato una immagine riduttiva». Un argomentare che porta Esposito a dire che «non» è «casuale»,  nell’idea di scrittura come impegno da parte di Sciascia, che Il giorno della civetta segni «l’incontro tra una forma (il giallo), un contenuto (la mafia) e un pubblico (il lettore cittadino)». Questioni che denotano la capacità di Sciascia di provocare un  metodo induttivo nel pubblico dei lettori, «di inserirsi autorevolmente in un dibattito su questioni che per quel pubblico sono di immediato e vivo interesse». A proposito di tipologia del personaggio narrativo, Esposito sottolinea «la capacità e la sagacia con cui l’autore ha saputo operare, costruendo senza sbavatura alcuna, un racconto vivo, intenso, che dal registro del comico a quello del tragico si muove con una naturalezza e un’evidenza davvero esemplari. Si manifesta qui, nella maniera più esplicita, il mito della ragione che Sciascia coltiva, e soprattutto è qui che egli riesce, secondo la più elementare e profonda regola del romanzo, a incarnare il mito di un personaggio, consentendo al lettore di identificarvisi». Il personaggio, manco a dirlo, è Bellodi. Una positività del personaggio che  ritroviamo anche nello Sciascia di Massimo Onofri quando parla di Bellodi, che combatté da partigiano la guerra di Liberazione, come di Nievo garibaldino o come il reduce dalla guerra civile di Spagna o come Bellodi antieroe (92). Categoria quantomai significativa per sostenere, capire e contrastare,  da parte di uno Sciascia interiore,  con cognizione di causa, tutto  il fascino, anche negativo, che un personaggio come don Mariano Arena, paritetico a Bellodi, emana. Se è vero che prima di tutto Sciascia è al servizio della letteratura.
Pino Arlacchi  demistifica tutto questo. Scrive: «Il giorno della civetta è la storia di un delitto di mafia, e della sconfitta  della giustizia dello Stato e dei suoi rappresentanti migliori ad opera di un ordine giuridico e morale alternativo, espresso da una cultura e da una società incomprensibili agli estranei, ma piena di significato e vitale per tutti gli insiders». Prosegue Arlacchi affermando che «ad oltre venticinque anni di distanza dalla sua pubblicazione, il romanzo può anche deludere, tanto è pieno di fatterelli». L’abbassamento sta anche in quest’ultima definizione che comunque tende al passaggio dialogico sopra riportato tra don Mariano e il capitano Bellodi.  Scrive Arlacchi che «dal confronto con la Weltanschaaung mafiosa, quella del capitano Bellodi, della repubblica e della democrazia, la nostra, n’esce sconfitta».  Arlacchi, c’è da dire, era stato attaccato da Sciascia come «professionista dell’antimafia». Dice ancora Arlacchi che «le posizioni espresse da Leonardo Sciascia a proposito della mafia e del rapporto tra essa e la casa-madre siciliana nel Giorno della civetta non si sono modificate, nella sostanza».  Sciascia per Arlacchi è il narratore-cantore di questa immobilità. 
A parte il fatto che come dice Rocco Carbone nel box dentro il pezzo di Esposito che recensisce Porte aperte, «la letteratura non è mai del tutto innocente»» (93),  c’è dell’altro.
Nella stessa rivista, due numeri dopo, Giuseppe Maghenzani afferma ancora qualcosa a proposito di Bellodi (94). A proposito di fermezza delle istituzioni contro la mafia, Maghenzani  dice che questa «fermezza» è, «ancora una volta, epistemologicamente, il lato oscuro del potere, quello della menzogna». E, ancora: «Sono convinto che la mafia, in regime di fermezza, possa tranquillamente prosperare. La fermezza non ammette infatti dialettica». A proposito di questa fermezza senza dialettica ma anche senza spessore umano, Maghenzani richiama L’affaire Moro, «scritto da Sciascia in tempi non lontani», che «ha  costituito una esemplare via letteraria allo smascheramento di qualche falsa verità di regime».  Per dire così come il tipo autobiografico «Sciascia» sia  dentro la temperie.
«Bellodi»,  continua Maghenzani, il tipo narrativo Bellodi, «non è sconfitto dal codice culturale della mafia, il capitano Bellodi è sconfitto dal codice culturale dei suoi “superiori” politici,  dei suoi mandanti».  Il «grave errore di Bellodi», è «quello di non voler capire» che un’etica superiore, quella dello Stato, non può supplire di per sé al male di un’etica «perversa e selvaggia» qual è quella che don Mariano Arena, capobastone della mafia che passa da rurale a industriale, incarna. «E se lo stato italiano», chiede Maghenzani, «in nome di un’etica superiore, fondasse alcune sue azioni su un’etica altrettanto perversa e selvaggia?». La fermezza  più volte richiamata in questi passaggi  dimostra dei rischi  di questa fondazione. Leonardo Sciascia, «rimasto sempre coerente nel rifiutare l’omologazione, è rimasto sempre coerente nel negare allo stato il “diritto” di proclamarsi innocente di fronte alla mafia». 
In quel numero dell’ «Indice», nella stessa pagina che contiene l’intervento di Maghenzani,  Umberto Piersanti ritorna sul fascicolo di due mesi prima, quello della polemica tra Arlacchi e ed Esposito, che è quasi uno Sciascia per interposta persona (95). Sostiene Piersanti che «Esposito e Arlacchi hanno, a mio parere ragione entrambi. Un’opera d’arte (o tendenzialmente tale) non si può esaurire in un unico aspetto o funzione, anche se, come afferma Mukarovsky, la funzione estetica (che io preferisco intendere come valore) è quella prevalente» (96).
L’archetipo di Bellodi, spiega Francesco Merlo nell’introduzione all’edizione «Corsera» del Giorno della civetta,  è per Sciascia, un suo amico,  «Renato Candida, ufficiale e scrittore, che aveva il coraggio fisico e l’onestà del galantuomo e incarnava, ai suoi occhi, il fiero e oscuro campione di un mestiere amaro e difficile, “il mestiere di servire la legge della repubblica, e di farla rispettare”. Ma il capitano Bellodi somiglia anche, e persino di più, agli eroi futuri che con lui si sarebbero identificati, in un gioco di specchi che si moltiplicano in altri specchi, di letteratura che si fa vita e di vita che si fa letteratura. Bellodi è settentrionale come il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa». Bellodi «tuttavia sa capire don Mariano Arena, farsi uguale a lui, come i tirannicidi che a loro modo somigliano ai tiranni».  Nel romanzo di formazione che è Il giorno della civetta, «Bellodi dunque non è come spesso si dice in letteratura, un personaggio realmente esistito, ma è una folla di personaggi che realmente esisteranno, non è ispirato ma ispiratore, è tutti gli eroi antimafia che l’Italia ha conosciuto, come Renzo è tutti i promessi sposi, Ulisse è tutti i vagabondi». Una comparazione con il reale storico, sempre da parte di Merlo: «Il primo avviso di garanzia al senatore Giulio Andreotti arrivò il 27 marzo del 1993, a trentadue anni dal Giorno della civetta. […] Il carabiniere esce dalle barzellette e diventa un eroe illuminista, un filosofo umanista capace persino di smascherare la mafia con un trucco di sapienza letteraria, il verbale di una falsa confessione, che è la grande idea sciasciana della letteratura come forma nobile del vivere obliquo». Leonardo Sciascia fu eroe illuminista e filosofo umanista, servì la letteratura.
Laurana.  Claude Ambroise, nel saggio introduttivo alle Opere di Sciascia, fa riferimento alla concezione pirandelliana della realtà che demistifica l’ideologia giallista: con questo intendendo il romanzo giallo prima di Sciascia, specie in Italia. «Nella sua tetralogia poliziesca», scrive Ambroise riferendosi al Giorno della civetta, A ciascuno il suo, Il contesto e Todo modo, «Sciascia si cimenta con le contraddizioni tra l’ideale illuministico-positivista del giallo e la visione pirandelliana della vita». Dice ancora Ambroise  che «la verità viene detta dalla letteratura» (97).
Nell’intera opera di Leonardo Sciascia molto contano, come interrelazione-saldatura-riflessione su sé e sull’altro, gli intrecci tra letteratura-vita-giustizia-verità:  specie per quanto riguarda letteratura-verità, le loro opposizioni.  «Un punto bisognerà sottolineare subito:», scrive Onofri, passando nell’analisi dal Giorno della civetta  a  A ciascuno il suo,  «il contesto antropologico entro cui matura il delitto, già importantissimo nel Giorno della civetta, diventa centrale in A ciascuno il suo, se è vero che sfumando sullo sfondo personaggi mafiosi in servizio effettivo come don Mariano, è proprio la comunità isolana – con i suoi pregiudizi, le sue maldicenze a diventare protagonista indiscussa, una comunità da cui emerge, il più delle volte per contrasto, la complessa figura di Laurana. In effetti  questo “curioso” personaggio, un intellettuale, nonché detective dilettante come Sherlock Homes, Philo Vance, Nero Wolfe, Miss Marple, Hercules Poirot, ma sensibile a tutte le chimere della “sicilitudine”, è la vera novità del romanzo: e proprio in virtù di tutte quelle ambiguità che lo caratterizzano» (98). L’ambiguità sciasciana, nel rapporto vita-opera, serve al  riscontro autobiografico dell’autore che si riconosce nel contesto narrato. «Laurana è davvero l’autore di questo giallo?» si chiede Onofri (99). Indagando sull’autobiografismo sciasciano, dà risalto all’epigrafe posta dallo stesso Sciascia, all’inizio del romanzo. «Ma non crediate che io stia per svelare un mistero  o per scrivere un romanzo».  L’epigrafe è tratta da I delitti di rue Morgue di Edgar Allan Poe. «Il professore», continua Onofri dando voce allo stesso Sciascia che descrive Laurana, «vede la propria vicenda investigativa “declinata  nella tecnica, nella forma, e un po' anche nell'idea  di un Graham Greene”, nonché in un punto cruciale, quando vengono fatte espressamente valere le ragioni della realtà (e quelle dürrenmattiane del Caso) sulle astrazioni e sui facili schemi degli scrittori di gialli». Come Sciascia, anche lo svizzero Dürrenmatt percorre spesso nei suoi gialli indagini che portano alla morte, a una fine non consolatoria, gli stessi indagatori.  «Ma», dice ancora Onofri, «torniamo a Laurana. A un primo superficiale esame potrebbe sembrare persino un personaggio vicario dello scrittore: come in parte effettivamente è.  Laurana, “gentile fino alla timidezza, fino alla balbuzie”, ma d’irremovibile giudizio, ha istintiva ripugnanza per i preti corrotti, elettore comunista con “molto disagio”, premette sempre l’etica alla politica, s’appassiona a Manzoni  e a tanti altri scrittori che sono gli stessi carissimi a Sciascia». Ci sono però altri elementi che allontanano Laurana dallo scrittore che lo ha creato. Per dare così valore all’idea di ambiguità, di contraddizione se vogliamo, che lega Sciascia ai suoi tipi, sia quando dicono di sé sia quando parlano d’altro. «Elementi», continua Onofri, «che attingono soprattutto ad una particolare idea della legge e del diritto, insomma dello Stato. Tralasciamo qui tutti quei tratti del carattere di Laurana (“non molto intelligente, e anzi con momenti di positiva ottusità”), che Sciascia  svolge in ironica chiave brancatiana, per concentraci piuttosto sul senso dello Stato e delle istituzioni» (100).
Sciascia, quarantacinquenne quando scrisse A ciascuno il suo, è meno ingenuo di Laurana. Si potrebbe dire che mancano in Laurana i presupposti illuministici, manzoniani, di pessimismo della ragione, che caratterizzano   invece Sciascia. Lo scrittore continua a giocare con i tipi da lui creati in un gioco di allontanamento e di riconoscimento. Un gioco, considerato l’autore, del tutto particolare. «Giallo che non è un giallo», diceva Italo Calvino per Il giorno della civetta «dove tutto è limpido, cristallino: le più tormentose passioni, i più oscuri interessi, psicologia, pettegolezzi, delitti, lucidezza, rassegnazione, non hanno più segreti, tutto è ormai classificato e catalogato» (101).
Ci si avvicina così  alla definizione, seppur non assoluta, di quella che è l’idea di verità nella costruzione dei personaggi operata da Leonardo Sciascia. «In effetti», sostiene Onofri, «A ciascuno il suo segna un’ulteriore tappa nel percorso narrativo di Sciascia. Qui non è in discussione, come nel Giorno della civetta, soltanto il carattere pubblico d’una verità sacrificata all’immorale trionfo del Potere, né è in giuoco soltanto la clamorosa morte dell’investigatore (secondo schemi, nella storia del giallo, già sperimentati  da Dürrenmatt), e cioè della soppressione dell’unica istanza critica in grado di opporsi ad un ordine iniquo. E’ in giuoco, piuttosto, la possibilità stessa della coincidenza tra investigazione e verità. Non si deve dimenticare, infatti, che Laurana muore perché ha scoperto solo una parte della verità: l’aver compreso che il mandante del delitto è l’avvocato Rosello non lo induce a diffidare della vedova Roscio. La divaricazione tra le parziali verità, cui l’investigazione di Laurana mette capo, e la Verità nella sua interezza, è di decisiva importanza nella strategia dello scrittore e mette fine precocemente a quell’utopia antirelativistica ed antipirandelliana incarnata da Bellodi, costringendo il lettore a ricostruirla su un altro piano, quella Verità, attraverso una polifonia di voci e personaggi: ma si tratta di una Verità solo apparentemente coincidente con la risoluzione del giallo e l’individuazione di moventi e assassini, e che mira invece al contesto storico, politico e socio antropologico del romanzo: un contesto siciliano, certo, ma anche italiano, nel senso di quell’esperienza nazionale di centro sinistra che fa da sfondo all’avventura economica e politica del criminale avvocato Rosello» (102).  
Oltre che servire la verità del giallo, i primi due romanzi di questa tetralogia sciasciana sono rivelatori di come la verità pirandellianamente intesa,  mai assoluta,  concorra a rafforzare comunque nel tratto autobiografico dello scrittore di Racalmuto quanto  genera il pessimismo della ragione. Opportuno richiamare ancora il fatto che l’intera vita di Sciascia al servizio della letteratura fu svolta come disconoscimento e riconoscimento finale del «padre» Pirandello. Così come, ancora, il pessimismo della ragione applicato da Sciascia, quando possibile, sui personaggi da lui creati, generi l’ottimismo della  volontà. Non si tratta di passare da “Candido”, Candide di Voltaire e Candido Munafò, alla betise che caratterizza tanti Bouvard e Pécuchet di stampo flaubertiano.Quanto entrare, pur con tutto il pessimismo razionale del maestro di Racalmuto, in quell’idea di letteratura come organizzazione della speranza che è immanente in tutta l’opera di teoria letteraria e di letteratura comparata del nostro contemporaneo George Steiner.

1.4.2  Sciascia racconta Sciascia
Gli archetipi. Il vhs dove Sciascia racconta Sciascia (103) è un  montaggio di differenti momenti e occasioni della vita e della storia di Leonardo Sciascia. Ciascun momento  è introdotto da una didascalia che è poi la resa in scrittura delle frase più significativa di Sciascia in quel passaggio .
Il vhs è suddiviso in undici momenti-parti-passaggi che servono a definire meglio alcuni importanti archetipi legati ai personaggi tipo della narrativa sciasciana, genere che per quanto riguarda lo scrittore di Racalmuto deve comunque  intendersi in una maniera del tutto particolare.
Scrive a tal proposito Giulio Ferroni che «in Sciascia la narrativa si è sempre intrecciata con la saggistica, la diretta invenzione letteraria con la riflessione sulla letteratura: citazioni e modelli letterari hanno avuto l’esplicita funzione di rivelare i significati e i caratteri  degli eventi reali» (104).
Gli archetipi più importanti del tratto autobiografico sciasciano evidenziati dal vhs sono geograficamente  Racalmuto, Pirandello, la Sicilia.  Nella vita e nell’opera di Sciascia, lo scrittore di Girgenti assume una dimensione totale, inglobando nel concetto di geografia anche quelli di storia e di tessuto antropologico. Tutto viene passato al vaglio, consumato al fuoco della letteratura dove l’io sciasciano è insieme lettore e autore, osservato e osservante.    
Da Racalmuto a Regalpetra. La prima didascalia del vhs recita: «In Sicilia il fascismo pesava un po’ di meno». Forse perché, se ne deduce,  per Sciascia, figlio di zolfatari affrancati dalla zolfara, la «noia» della vita di ragazzo era combattuta dalle «letture».
«Zolfo» e «zolfatari», ma anche «desolazione» e «noia», sono categorie che ritroviamo, restando nella letteratura del Novecento, anche in altre latitudini. Due romanzi per tutti sono  Diario di un curato di campagna del francese Georges Bernanos e Pedro Paramo del messicano Juan Rulfo (105).
Ne Le parrocchie di Regalpetra (106), tanto simili, come dimensione interiore-esteriore di noia e abbandono, alle paroisses di Bernanos (107), alla «terra desolata» percorsa dai Cristeros inseguitori-inseguiti dei zapatisti nel Pedro Paramo, waste land eliotiana dove i corpi diventano ombre, iniziano  a  rivelarsi i tratti autobiografici del tipo sciasciano.


Regalpetra è Racalmuto. 
Scrive Massimo Onofri, partendo dal paese dove Sciascia nacque e a cui ritornerà sempre nelle sue scritture: «Gli arabi lo chiamavano Rahal-maut: villaggio morto. Di desolazione e morte, in effetti, è il sentimento che assai spesso dislaga nelle pagine in cui Leonardo Sciascia (Xaxa, così trascritto sino alla metà del secolo scorso: “tra quelli che Michele Amari registra come nomi arabi”) si trova a rievocare Racalmuto…Desolazione e morte: quelle di una terra riarsa e avara di acque, tra Agrigento e Caltanissetta, ancora oggi tarlata dalle cave di zolfo abbandonate. Desolazione e morte: quelle di una terra di mafia. La vicenda della famiglia Sciascia, alla pari di quella di quasi tutte le altre del paese, s’intreccia alla storia dello zolfo, che come lo scrittore osservò in un suo saggio poi raccolto nella Corda pazza (1970), La zolfara (1963), avrebbe inaugurato un nuovo tempo storici. […] Si diceva d’una storia famigliare che s’intreccia a quella dello zolfo: il nonno del nonno paterno di Sciascia, Leonardo, è un contadino che trasferitosi a Racalmuto da Bompensiere, paese limitrofo, si dà al mestiere di conciatore di pelli; il nonno paterno, ancora Leonardo, entra in miniera a nove anni, ma, con eccezionale forza di volontà, la sera, dopo il lavoro, impara a leggere scrivere e far di conto, fino a diventare capomastro della zolfara per passare poi all’amministrazione; il padre invece, non conosce la vita inumana e micidiale della miniera, entrando nel mondo del lavoro come impiegato della zolfara. Il cerchio chiuso di un’atavica fatalità verghiana sembra spezzarsi» (108). A proposito di «atavica fatalità verghiana», nel suo Leonardo Sciascia,  Giuseppe Traina scrive che «quella dei carusi sfruttati nelle miniere di zolfo», è «una condizione assai simile a quella del verghiano Rosso Malpelo» (109).  Definendo dall’infanzia, il legame tra il nonno omonimo e il bambino Sciascia, Traina continua dicendo che appunto quella di Leonardo il vecchio «sarà una figura importante per il piccolo Leonardo, che coglieva nei suoi racconti la fierezza con cui egli si era opposto ai mafiosi che spadroneggiavano nel paese». Per lo scrittore, la figura del nonno «risulta più importante, nell’infanzia, della stessa figura paterna» (110). Pasquale Sciascia, il padre di Leonardo, «aggiungeva a quest’indole fiera un istinto ribelle che lo aveva portato a emigrare, senza aver terminato gli studi tecnici, negli Stati Uniti, dove s’era arruolato nell’esercito. Tornò a Racalmuto nel 1919. […] Sposò Genoveffa Martorelli, di undici anni più giovane, stendendo un velo impenetrabile di silenzio sulla sua esperienza americana» (111). Di questa vicenda dell’infanzia, nell’opera sciasciana si trovano riscontri specie ne Le parrocchie di Regalpetra (1956) e ne Gli zii di Sicilia (1956).
   Regalpetra è il nome di finzione di Racalmuto. Ne Le parrocchie, Sciascia ne racconta in sequenza cronologica la storia, a partire dagli inizi (112), dal 1622, quando morì, «ucciso a casa sua da un servo», l’Ill.mo conte don Girolamo del Carretto, fino ad arrivare alla «cronaca del regime», il tempo del fascismo. Si va poi oltre,  a dire di Regalpetra nel periodo della «prima Repubblica».
A Regalpetra ci sono tutte le categorie che definiscono importanti tipi e archetipi  sciasciani: la peste, la ribellione del 1866, la scuola, la mafia, la DC. A Regalpetra si formano per Sciascia  importanti archetipi come «sicilianitudine» e «il  difficile lusso di esser siciliano» (113).   
Di Regalpetra,  Sciascia  definisce l’ambientazione geografica e insieme storica. Regalpetra è in Sicilia, isola continente di dominazioni e introiezioni, adattamenti. A Regalpetra ritornano la Sicilia come metafora e la Sicilia come realtà storica.
I personaggi tipo di  Sciascia viaggiano soprattutto dentro la Sicilia.  La sicilitudine e “l’anticuore siciliano” iniziano ad apparire e formarsi ne Le parrocchie di Regalpetra.
Dall’infanzia alla prima giovinezza.  Nel vhs dove «Sciascia racconta Sciascia»,   il ritorno di memoria dello scrittore al tempo del fascismo, può essere letto come un ritorno al  bildungsroman, il suo romanzo di formazione (114). Serve, questo romanzo,  a dare un ritratto ancor più illuminante del tipo narrativo «Sciascia».
  Al tempo degli esordi letterari, scrive Sciascia che «la mia natura e formazione»”, è più «libertina che mistica» (115). Sono caratteri e definizioni del personaggio interiore. Nel  romanzo di formazione sciasciano al tempo del fascismo entrano anche  Giacomo Matteotti e la guerra civile spagnola.  Per quanto riguarda Matteotti, attingiamo ancora dalla biografia sciasciana di Traina, «ci sono le zie paterne, presso le quali» il piccolo Leonardo «andrà ad abitare dopo la nascita del fratello Giuseppe, che viene al mondo nel 1923 (un’altra sorella, Anna, nasce nel 1926). Personaggi insoliti, queste zie: caustiche osservatrici della vita del paese, a modo loro anticonformiste, tanto da tenere nascosto per anni, nel paniere del cucito, un ritratto fotografico di Giacomo Matteotti, dopo averne pianto la morte» (116). «E la madre e le zie, che, dice lo stesso Sciascia, “separavano nettamente l’esistenza  di Dio dalla Chiesa e dai preti”, sono responsabili di un’educazione assolutamente laica» (117).
La guerra civile spagnola.  La Spagna, la sua geografia, la «tierra», e la sua  storia, sono presenti nella formazione del giovane Sciascia. Quando scoppiò la guerra civile spagnola, nel 1936, aveva 15 anni, 18 nel 1939, al tempo del suo tragico epilogo, che segnò l’inizio della lunga dittatura franchista. Nell’opera sciasciana, questo retaggio della guerra civile che l’autore fa vivere a diversi suoi personaggi corre dall’inizio  alla fine. Scrive Onofri che «nel 1961, la nuova edizione degli Zii di Sicilia, presenta anche L’antimonio, un racconto ispirato ad un episodio de L’espoir di Malraux, a proposito dello scontro avvenuto a Guadalajara tra italiani, antifascisti contro fascisti, e che ha al centro, appunto, quella guerra di Spagna da cui Sciascia ebbe, come si legge sul numero 7 di “Officina” del ’56, “la rivelazione del mondo”, il mondo dei tragici equilibri di classe, della violenza gratuita, della religione dell’amore e della morte, della dignità di chi resiste e, negli anni particolarissimi dell’adolescenza, della scoperta che “Garcìa Lorca fucilato dai franchisti, che Dos  Passos, Hemingway, Chaplin stavano dalla parte della repubblica”. In tale senso, dentro tale luce autobiografica, l’antimonio può dirsi il punto cruciale del romanzo di questo libro di formazione e, insieme, un  momento decisivo di ricapitolazione della storia letteraria e umana di Sciascia» (118).   Così  inizia L’antimonio che non figura nell’edizione degli  Zii di Sicilia del 1958: «Gli zolfatari del mio paese chiamano antimonio il grisou. Tra gli zolfatari, è leggenda che il nome provenga da antimonaco: ché anticamente lo lavoravano i monaci e, incautamente maneggiandolo, ne morivano. Si aggiunga che l’antimonio entra nella composizione della polvere da sparo e dei caratteri tipografici e, in antico, in quella dei cosmetici. Per me suggestive ragioni, queste, ad intitolare L’antimonio il racconto» (119). Importante quel «per me» in un discorso sull’autobiografismo.  Scrive Onofri che protagonista del racconto è «un povero zolfataro che va in Spagna a combattere insieme ai fascisti per non morire di fame e che scopre, alla fine, d’aver combattuto contro gente del suo stesso sangue, della sua stessa condizione e sofferenza. La superiorità di questo racconto sugli altri tre [La zia d’America, La morte di Stalin, Il quarantotto] sta esattamente qui: nella sua temperatura subito meditativa, laddove le riflessioni dell’ io narrante diventano articolato discorso su alcuni valori fondamentali della vita come l’onore e la giustizia, sull’identità tra Sicilia e Spagna» (120).
L’Italia contemporanea.  «La democrazia non consente molta dolcezza di vivere», così la didascalia della quinta parte del vhs Sciascia racconta Sciascia. Il paradosso è che questa «dolcezza» del vivere «la consentono gli assolutismi». Sostiene lo stesso Sciascia nella settima parte del vhs che «bisognava parlare della vita e della morte di questo paese». Il paese a cui si fa riferimento è, «chiaramente», l’Italia, ma il senso dell’appartenenza, alla vita e alla morte, alla paradossale «dolcezza» del vivere meglio durante l’assolutismo, è spiegata da Sciascia con la telefonata di telefonata di Pasternak a Stalin per la salvezza di  Mandel’stam (121). Sono tratti rivelatori del razionale pessimismo di Leonardo Sciascia, del suo «pensiero disperato» che a proposito dei personaggi de I promessi sposi, riferiva, come unico «salvato», di don Abbondio. L’Italia è un paese di tanti don Abbondio personaggi-tipo che confliggono contro il sé, razionale, pessimista, illuminista, sciasciano.  «Lo stato italiano non esiste», continua Sciascia. «Non esiste la Costituzione in senso tecnico. Il Parlamento non esiste. Ci sono trecento  anime morte. Esistono i Partiti che si accordano e  si disaccordano. Il Potere è sempre altrove». Una definizione, sperimentata sulla propria pelle. Poi c’è  «la stupidità come complicazione»: è la didascalia della nona parte. Letteratura e vita si intersecano in Sciascia. «La parola», dice,  «data all’uomo non per rivedere il proprio pensiero gli impedisce anche di nasconderlo». E più avanti: «Ho cercato in Parlamento di dire la verità». Ma era, questo dire della verità, quello di  «un animale ingenuo». Sciascia fa una contrapposizione, riferendosi anche alla sua esperienza politica, tra «verbosità e no». Usa come similitudine la pagina di Flaubert sul berretto di Carlo Bovary, quando dice che questo berretto serve a evidenziare ancora meglio la faccia di un imbecille. «Certi uomini politici non pensano» è il lapidario aggiungere dello scrittore di Racalmuto, che a proposito di questo non pensare dice come sia necessario  «semplificare, nell’uso delle parole e dei concetti». Sciascia parla anche della  micidiale imbecillità delle Brigate rosse detto dopo aver sentito una rivendicazione delle Br per legittimare il sequestro Moro.
«La grande delusione» è la didascalia della decima parte del vhs. Dice Sciascia, ritornando alla Storia, al patto patto Molotov-von Ribbentrop, che avvenne al tempo della sua giovinezza, nel 1939, che «allora questo fascismo non finisce più». Il fascismo tanto simile al “socialismo reale” che è invece «socialismo molto più irreale» di quel  fascismo «che pure permise la circolazione dei libri». E’ chiaro che uno stile di vita consequenziale a quell’affermazione non poteva non mettere Leonardo Sciascia in posizione ereticale. Aspettare la fine del fascismo, allora?  Quel fascismo, che per Sciascia intellettuale eretico, resta una «ferita aperta», come dice Traina (122). Il fascismo legato alle Favole della dittatura, stampato dall’editore romano Bardi, nel 1950, “prosette in forma di favola esopiana”, ancora Traina, “che precedono di due anni l’uscita della sua unica raccolta di versi, La Sicilia, il suo cuore, e dell’antologia Il fiore della poesia romanesca.
   «E oggi cosa aspettiamo?»  è la didascalia finale, l’undicesima nel vhs Sciascia racconta Sciascia. La risposta prova a darla Onofri. «Siamo al nodo» scrive. «Quella del diritto è una questione che investe  “l’onore del vivere” e che accampa, quale ultimo fondamento, il concetto di una irriducibile libertà - la stessa del capitano Bellodi, di Diego La Matina, di Rogas, del pittore di Todo modo -  una libertà essenzialmente etica e da identificare con l’onore e con la dignità. Entro quest’ottica, s’accrescono di nuovo significato le parole  che Sciascia affidò alla Padovani: “Di me come  individuo, individuo che incidentalmente ha scritto libri, vorrei che si dicesse: ha contraddetto e si è contraddetto, come a dire che sono stato vivo in mezzo a tante anime morte, a  tanti che non contraddicevano e non si contraddicevano”» (123). 
Scrivere e fare libri. Dice a tal proposito Ambroise che «Leonardo Sciascia sapeva cosa fosse un libro; sapeva fare il libro, un libro» (124).
Sciascia sapeva fare un libro così come costruire personaggi. E storie.  Il personaggio è al centro di tutta la sua scrittura. E’ personaggio lui stesso. I personaggi di Sciascia non sono solamente di carta, o cinematografici. Sono di carne: nella significanza che la fisicità della carne rappresenta. Insieme con la fisicità ci sono le ripartizioni, il personaggio archetipo che genera altri personaggi. Ci sono personaggi-persona, personaggi-situazione, personaggi-storie. È chiaro che il focus riguarda i personaggi-persona.
C’è nell’autobiografismo sciasciano una ininterrotta continuità illuministica, «questo gusto per la verità che si accompagna al suo rovescio dialettico» (125). Sciascia è, appunto  Candido, il personaggio volterriano, «eroe di una scintillante operetta morale», avverte Gesualdo Bufalino (126).  A Candido, personaggio volterriano mischiato a quello popolare Giufà, siciliano come il  Candido Munafò inventato da Sciascia, ritorna molto dell’autobiografismo dello scrittore di Racalmuto. Candido funziona da archetipo per l’ispettore Rogas de Il contesto. Scrive Onofri che quello di Rogas «è un nome che, come è stato notato, ha quale radice il verbo rogare latino (interrogare) e rappresenta l’anagramma di Argos, il mitico guardiano dai cento occhi. Un nome per un poliziotto che ha come tratto fondamentale quello di avere “dei principi, in un paese in cui quasi nessuno ne aveva”: e che,  nella sua ostinazione a farsi garante della legge e del diritto, nella sua vocazione ad interrogare, pare esemplato (siamo al primo elemento parodico) su una tradizione poliziesca che mette capo  al Maigret di Simenon, all’Ingravallo del Pasticciaccio gaddiano, al Prentinice di Greene, ‘e un po’ moi’, secondo quanto Sciascia confessò alla Bonsanti nel 1971» (127).
Il Candido sciasciano pervade di sé, «uomo solo» (128) molti, quasi i tipi autobiografici della narrativa sciasciana. Oltre i già menzionati c’è da aggiungere, nell’autobiografia dell’ombra, Per un ritratto dello scrittore da giovane, stampato da Sellerio nel 1985, in cui si parla del rapporto Sciascia-Borgese(129) . C’è poi il giudice di Porte aperte. Ancora Onofri: «…proprio in linea con quell’autobiografia dell’ombra Sciascia pare avere particolarmente a cuore in questi ultimi anni, che molti tratti del giudice sono ricavabili dall’autoritratto dello scrittore: lo sguardo scettico come da un’annoiata  lontananza; la vocazione ad un silenzio rotto appena da ‘poche e affilate parole’; il giuoco del contraddire e del contraddirsi…» (130).  C’è anche il Vice de Il cavaliere e la morte. «L’unica novità è il cancro del Vice: che richiama significativamente, nel quadro della tradizione poliziesca un altro malato di tumore, il Barlach del Giudice e il suo boia e del Sospetto di Dürrenmatt» (131). Quando uscì Il cavaliere e la morte, nel 1988, Sciascia era alla sua ultima estate.




NOTE

1.  Per quanto di comparazione tra “tipi” sciasciani e “tipi”  della letteratura  sarda c’è in questa introduzione e nel prosieguo del  lavoro, bisogna evidenziare come  il capitano Bellodi del Giorno della civetta, uno dei personaggi più rappresentativi dell’universo narrativo di Sciascia,   resta,  come etichettatura, sempre al grado di “capitano”. Lo stesso accade in diverse analisi che riguardano l’opera letteraria e non solo di Emilio Lussu. Viene definito «il capitano Lussu», in quanto con quel grado combatté durante la prima guerra mondiale (ne esce il libro Un  anno sull’altipiano) e con quella definizione, «su capitanu Lussu» in sardo, è entrato nel mito. Il reale Lussu e l’inventato Bellodi combatterono entrambi da azionisti durante la Resistenza.
2.  Uno di questi è «Malgrado tutto», mensile di Racalmuto, in provincia di Agrigento, paese di Sciascia.
3.  G. TELLINI,  L’angoscia e lo sperimentalismo della ragione, in  Il romanzo Italiano dell’Ottocento e Novecento, Milano, Bruno Mondadori, 1998, 456. 
4.  Ivi, 456-57.
5.  Ivi, 457.
6.  «Nei malinconici paeselli della Sardegna […] è sorto un genere di letteratura orale che chiamerei l’epopea del vicinato» (L. SCIASCIA, L’arte di Giufà, in Le storie di Giufà, a cura di F. M. Corrao, Palermo, Sellerio, 2000, 9).
7.  Il sapere della mano è un libro dell’antropologo Giulio Angioni, pubblicato nel 1986 dalla palermitana Sellerio, casa editrice che ha editato diverse opere di Leonardo  Sciascia.
8.   Sciascia era amico di Gesualdo Bufalino, siciliano di Comiso,  figlio di un maniscalco che andava in  giro per i paesi a ferrare buoi e cavalli.
9.  L. SCIASCIA,  Occhio di capra, Torino, Einaudi, 1984 (2ª ed. ampliata, Milano, Adelphi, 1990), ora in Opere, a cura di C. Ambroise, Milano, Bompiani, III, 3-105.
10.  L’alfabeto come struttura portante  è una cosa rimarchevole  nella narrativa di Leonardo Sciascia. Viene utilizzato per  costruire personaggi e tipi grandi e minimi, reali e di finzione, come struttura del saggio e del racconto e come elemento all’interno di uno stesso racconto. L’alfabeto serve per Pirandello, che Sciascia si scelse come  «padre naturale» e per interagire con gli Aleph di Borges. E’ una cosa che vale anche per Ventura, combattente della Guerra civile spagnola nel racconto L’antimonio e   per don Mariano Arena. «Ad un suo stadio elementare Ventura, così come il capomafia don Mariano del Giorno della civetta, ha un suo alfabeto morale: è quello che pone un uomo di fronte a un altro uomo nell’incombenza della morte» (M. ONOFRI,  Sciascia, Torino, Einaudi, 2002, 31).
11.  L. SCIASCIA, Occhio di capra…, 43. Tutta l’opera di Leonardo Sciascia, nei suoi tipi narrativi, gioca su questo dualismo che si estende a sillogismo. Cfr. F. KERMODE,  Il segreto nella Parola. Sull’interpretazione della narrativa,  Bologna, Il Mulino, 1993 (Tit. or.: The Genesis of Secrecy. On the Interpretation of Narrative,  tr. di M.Graziosi).
12.  L. SCIASCIA, Occhio di capra…, 78.
13.  «La macchina di proiezione funzionava ad acetilene; alla costruzione di una centrale elettrica nel paese avevano appena cominciato a lavorare. L’illuminazione pubblica – sporadiche chiazze di luce giallastra e vacillante – era ancora a petrolio» (L. SCIASCIA, Cera una volta il cinema, in Fatti diversi di storia letteraria e civile, Opere…, III, 636).  E’ una descrizione, quella riguardante l’ambiente di Racalmuto e dell’illuminazione pubblica «vacillante», riscontrabile anche in un passaggio del romanzo  Il giorno del giudizio di Salvatore Satta, ambientato nella Nuoro di inizio Novecento, romanzo  che costituisce, nel capitolo di questo lavoro  Sciascia e la Sardegna, motivo di analisi. 
14.  I film tratti dalle opere di Sciascia sono,  Una vita venduta (1976) di Aldo Florio, tratto dal racconto L’antimonio negli Zii di Sicilia,  Il giorno della civetta (1968) di Damiano Damiani, Il Consiglio d’Egitto (2002) di Emidio Greco,   A ciascuno il suo (1967) di Elio Petri, Cadaveri eccellenti (1976) di Francesco Rosi, tratto dal Contesto, Todo modo  (1976) di Elio Petri, L’uomo che ho ucciso (1995) di Giorgio Ferrara, tratto da 1912+1,  Porte aperte (1990) di Gianni Amelio e Una storia semplice (1991) di Emidio Greco. L’ordine di citazione dei titoli cinematografici è basato sulla prima edizione dei rispettivi libri di Leonardo Sciascia. Nel 1998, Gianni Amelio ha realizzato I ragazzi di via Panisperna, dove si parla anche di Majorana e della sua scomparsa.
15.  Bronte: cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato (1972), di Florestano Vancini.
16.  Si tratta di un nome cinematografico, un “tipo”  interpretato da un  “fantastico”  Ennio Fantastichini,  che battendosi forte, ripetutamente, la mano sulla fronte così si rivolge a un certo punto al giudice Di Francesco (Gian  Maria Volonté) nel film Porte aperte:  «Qui dentro c’è robba bbona signor giudice!». Nel romanzo di Sciascia, nessun personaggio ha nome proprio. Ne vengono indicati il ruolo e la funzione. Il giudice Salvatore Petrone, il vero archetipo di Di Francesco, è «il piccolo giudice».
17. Ancora Gian Maria Volontè come “calco” di Aldo Moro compare nel film Todo modo. Nessun calco del politico democristiano c’è nel romanzo di Sciascia. 
18.  G. TELLINI, L’angoscia e lo sperimentalismo della ragione, in Il romanzo italiano dell’Ottocento e Novecento…, 457.
19. La metafora proviene anche da un romanzo autobiografico di Bachisio Zizi che narra di quando ragazzo faceva da apprendista del padre, abile scalpellino, nelle cave di granito della Sardegna centrale (cfr. B. ZIZI, Il filo della pietra, Cagliari, Editrice Fossataro, 1971).
20.  Pais portatil è il titolo originale del romanzo del venezuelano Adriano Gonzàlez Leòn: Armi per la città, Milano, Feltrinelli, 1975.
21.  Ci sono coincidenze, in questa manualità, con le «categorie flessibili» quali provengono dalla civiltà contadina che mette in comunicazione dentro una rinnovata «Questione meridionale», i concetti di sicilitudine e di sarditudine in altra parte di questo lavoro esplicati. «Le mani sono le prime e le ultime parole» (M. PIRA,  Sos sinnos, Sassari, La Biblioteca della Nuova Sardegna, 2003, 51). 
22.  M. ONOFRI,  Storia di Sciascia, Roma-Bari, Laterza, 1994. Il volume è stato rieditato, ancora da Laterza, nell’aprile del 2004. Nell’introduzione, Massimo Onofri aggiorna sulla fortuna critica delle opere di Sciascia e sulla tenuta di tante altre che riguardano in particolare la sua narrativa, come appunto quella di Giuseppe Traina. L’altra monografia di Onofri è  Sciascia, Torino, Einaudi, 2002. Il libro è distribuito come pezzo unico oppure insieme al vhs dal titolo omonimo, un montaggio di interviste al maestro di Racalmuto fatto dallo stesso Onofri e da Pasquale Misuraca, Il terzo libro è La modernità infelice (Saggi sulla letteratura siciliana del Novecento), Cava de’ Tirreni, Avagliano, 2003.
23.  G. TRAINA,  Leonardo Sciascia, Milano, Bruno Mondadori, 1999. Per  La storia di Sciascia di Onofri, Traina rileva come in questa sia «notevole l’idea dell’opera di Sciascia come autobiografia della nazione», 244.
24.  G. TELLINI, L’angoscia e lo sperimentalismo della ragione, in  Il romanzo italiano dell’Ottocento e Novecento…, 457.
25.  Ibidem.
26.  G. TRAINA, Leonardo Sciascia…, 130. 
27.  «In un’intervista Sciascia dichiarò di non amare Il giorno della civetta perché aveva avuto “troppo successo  è [perché] lo si legge come un ragguaglio folcloristico», ivi, 128.
28.  Ibidem.
29.  S. FERLITA,  Leonardo Sciascia e la fotografia, «Nuovi  Argomenti»,  aprile-giugno 2003, 22,  116-23.
30.  Ivi, 117.
31.  L. SCIASCIA, Il ritratto fotografico come entelechia, in Fatti diversi di storia letteraria e civile, Opere…, III, 672-678.
32. S. FERLITA,  Leonardo Sciascia e la fotografia…, 118.
33.  Ibidem.
34.  S. LODATO,  Sciascia, l’eretico e il fascino del riscatto,   «l’ Unità», 12 novembre 2003,  25.
35.  Dice lo stesso scrittore nel vhs Rai Educational Sciascia racconta Sciascia che «la giornata inizia con lo scrivere. Mi alzo verso le sette. Non perdo molto tempo ad analizzarmi». Sciascia parla del Dialogo del comandante  di Diderot, dei libelli di Courier, il libellista Paul Louis Courier vissuto in età napoleonica, il cui capolavoro è Pamphlet des pamphlets, dei Miserabili, dei  Promessi sposi e quasi a insistere su Manzoni come suo tratto autobiografico dice che il romanzo di Renzo e Lucia «è un libro disperato». Paradossale: «quello che resta su tutto e su tutti è don Abbondio». Cfr. inoltre di L. SCIASCIA, Ritratto di Manzoni, Milano, Sciardelli, 2004, che raccoglie le  sue cose manzoniane più significative  sparse nell’intera opera sciasciana ora raccolta in tre volumi della Bompiani, a cura di C. Ambroise.
36.  Cfr. M. ONOFRI,  Storia di Sciascia…, Bari, Laterza, 1994, 10 e 134. Il volume è stato rieditato, sempre da Laterza, nell’aprile del 2004. Nell’introduzione, Massimo Onofri aggiorna sulla fortuna critica delle opere di Sciascia e sulla  tenuta di altre che riguardano  in particolar modo la sua narrativa come quella di G. TRAINA, Leonardo Sciascia…, Milano, Bruno Mondadori, 1999. 
37.  Le «passioni spente» e la loro riattivazione sono il filo di tensione di un volume di George Steiner sulla necessità della lettura come «pietoso balsamo», così in una corrispondenza tra Gianfranco  Contini e Carlo Emilio Gadda, su tanti dubbi. Cfr. G. STEINER, Nessuna passione spenta: saggi 1978-1996, tr. di C. Beguin, Milano, Garzanti, 2001. «Nessuna passione spenta», neppure dopo la rivelazione dei disastri, specie nel Novecento, cui hanno portato i prodromi dell’illuminismo settecentesco, specie francese,  dove pure si collocano molti autori di riferimento e maestri di Leonardo Sciascia, il maestro di Racalmuto. Nonostante la rivelazione dei disastri,  Sciascia come costruttore di tipi narrativi continua comunque a essere «maestro di un razionalismo senza più incanto, refrattario alle illusioni facili e fallaci del pensiero illuministico e progressista». Cfr. C. COSSU, Una letteratura di opposizione,  «La Nuova Sardegna»,  21dicembre 2002, 43.
38. Leonardo Sciascia by Vincenzo Salerno in Best of  Sicily Magazine, in www.bestofsicily.com,  1-2. 
39.  N. PERRONE, Una conversazione con Leonardo Sciascia,  «Il Ponte», maggio 1991, 5, 95.
40.  M. ONOFRI, Storia di Sciascia…,  8-9.
41. L. SCIASCIA, Ricordo di Brancati, «Letteratura»,  II, 1954, 10,  69.
42. La struttura portante di questo paragrafo è data dalla voce Sciascia Leonardo, in La Nuova Enciclopedia della letteratura Garzanti, Milano, Garzanti, 1985, 881-82.
43.  L. SCIASCIA,  Nero su Nero, Opere…, II, 774.
44. G. TRAINA,  Leonardo Sciascia…, 24-25.
45.  Ivi,  22-23.
46.  Ivi,  29.
47. Ivi,  31.
48. M. ONOFRI,  Quando si è sempre figli, in Contromano, «La Nuova Sardegna», 22 febbraio 2004, 44.
49.  Cfr. L. SCIASCIA, A futura memoria, in Opere…, III,  804.  L’articolo è stato pubblicato sul  «Corriere della sera» il 19 settembre1982.
50.  «La  rivendicazione del ruolo sostenuto da Sciascia si è tramutato − alla luce delle nuove disillusioni politiche e del mutato contesto storico-sociale – in una rivisitazione storicizzante del difficile rapporto intercorso tra letteratura e mafia e nella prospezione di nuovi possibili approcci narrativi, rivolti ad incarnare da ottiche diverse altre storie, altri destini della fenomenologia criminosa (desublimata dall’aura di terribilità e di onnipotenza di cui Sciascia, talvolta malgré lui, l’ha fasciata) e dalla lotta (non necessariamente perdente o eroica o legalitaria) che la società civile produce contro di essa» (cfr. A. M. MORACE,  Eziologia e patologia della mafia: «Tra Scilla e Cariddi», in Orbite novecentesche, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2001, 13-139). 
51.  G. TRAINA, Leonardo Sciascia…, 33
52. Sciascia racconta Sciascia  di Pasquale Misuraca e Massimo Onofri, durata 45,’ è un vhs Rai Educational  della serie «Poeti e scrittori italiani del Novecento». La cassetta viene distribuita insieme al libro di M. ONOFRI,  Sciascia…, Torino, Einaudi, 2002.
53.  «Bellodi», il capitano dei carabinieri protagonista del Giorno della civetta, è « lontanissmo dai metodi violenti del fascista prefetto Mori, il mitico estirpatore della mafia dei primi anni ’30». Cfr. M. ONOFRI,  Sciascia…, 49.
54.  Sciascia svolse la sua parte di polemica specialmente nel «Corriere della sera» e sull’ «Espresso». Gli articoli sono ora raccolti in A futura memoria…,  805-87.
55. Ivi, 889. L’articolo antologizzato è uscito su «La Stampa» il 6 agosto 1988.  Significativo l’attacco,  con il richiamo a La trahison des clercs,  il pamphlet di Julien Benda contro i chierici, gli intellettuali che tradirono e che tradiscono.  Il libro di Benda è profetico: uscito nel 1927, come rilettura dell’affaire Dreyfus, diventa una descrizione, anche tipologica, degli intellettuali  collaborazionisti  degli occupanti nazisti nella repubblica di Vichy. 
56.  Il caso Tortora così come è stato vissuto da Sciascia, sottende buona parte degli interventi raccolti in A futura memoria, 763-911. Dopo l’introduzione, con il richiamo alla lettera che lo scrittore di Racalmuto inviò al presidente della Repubblica Sandro Pertini chiedendo di intervenire a favore di Tortora, lettera rimasta senza risposta, il libro apre con un’epigrafe da Bernanos: «Preferisco perdere dei lettori piuttosto che ingannarli».
57.  G. TRAINA,  Leonardo Sciascia…, 35.
58.  A. CAMILLERI,  L’uomo e i quaquaraquà, «La Stampa», 19 novembre 1999. Quello stesso giorno, a dieci anni dalla morte  di Sciascia il quotidiano torinese pubblica anche tre inediti dello scrittore di Racalmuto alle pp. 23 e 24.  In quella stessa pagina c’è anche un pezzo di Pierluigi Battista che elenca,  da Amendola a Leoluca Orlando, da Scalfari a Arlacchi  accuse e accusatori, tutte ingiuste, alcune false e tendenziose:  E nell’offensiva di mafia e Br, lo scrittore finì alla sbarra. Gli occhielli sotto il titolo ben riassumono il coro di queste voci cui si unì tra gli altri anche lo scrittore Sebastiano Vassalli. Recitano gli occhielli che riassumono il pensiero degli accusatori da Scalfari a Pansa: Gli rimproverarono di «fare il gioco di Cosa Nostra», lo definirono un «quaquaraquà», gli fu pure attribuito (falsamente) lo slogan «Né con lo Stato né con le Brigate Rosse». Pochi difesero Sciascia. Tra questi Rossana Rossanda e Vincenzo Consolo che non poteva non intervenire quando lo scrittore di Racalmuto fu definito da Pino Arlacchi, nel 1993, 4 anni dopo la morte, «attanagliato da codardia civile». Sciascia eretico anche da morto, oggetto di lingua «veloce e svelta contro lo straniero» come vogliono Le Supplici, tragedia eschilea.  Sciascia, straniero in patria. 
59.  «Il giorno dopo il brigadiere Lagandara lo rinviene morto [rinvenuto è l’anziano console Rocella, ritornato nella sua casa di campagna siciliana per ritrovare vecchie lettere di Pirandello]. Il console è stato ucciso per avere scoperto che la villa, veniva usata come deposito di droga e di un famoso quadro rubato [Sciascia allude, senza dirlo, alla Natività di Gesù del Caravaggio rubato all’Oratorio palermitano di San Lorenzo: furto di cui argutamente parla nelle prime pagine di Nero su nero]. Di questo ha avvertito un vecchio amico, il professor Franzò, che segue le indagini» (Cfr. G. TRAINA, Leonardo Sciascia…, 215). È il riassunto di una parte della trama di Una storia semplice, l’ultimo romanzo di Sciascia, pubblicato nel 1989.  
60.  N. PERRONE,  Una conversazione con Leonardo Sciascia…, 97.
61.  M. ONOFRI,  Sciascia…, 142.
62.   M. COLLURA, Il maestro di Regalpetra. Vita di Leonardo Sciascia, Milano, Longanesi, 1996.  Nel 2002,  Matteo Collura ha pubblicato, sempre con Longanesi, Alfabeto eretico. Da Abbondio a Zolfo: 50 voci dall’opera di Sciascia per capire la Sicilia e il mondo d’oggi.  Il libro, tra gli altri, è stato recensito da M. D’ALESSANDRA, Sciascia e le virtù dell’alfabeto, «L’Indice dei libri del mese», dicembre 2002, 12, 17.
63.  G. TRAINA,  Leonardo Sciascia…, 6.
64.  M. SORGI,  Quando fu “comandato” di fare lo scrittore, «La Stampa», 19 novembre 1999. Si tratta di una intera pagina dedicata a Sciascia nel decennale della sua  morte che ha come titolo d’insieme Sciascia il gusto di contraddirsi. Insieme al pezzo di Sorgi ci sono in pagina un box di Giorgio Calcagno, Malgrado tutto, richiamo al nome del giornale fondato a Racalmuto da giovani culturalmente vicini a Sciascia, e due inediti dello stesso Sciascia, Un pessimo maestro e L’uomo del Sud?     
65.  Cfr. La Sicilia come metafora, intervista a Leonardo Sciascia a cura di Marcelle Padovani. Il libro fu pubblicato a Parigi da Stock e in traduzione italiana da Mondadori  nel 1979.
66.  L. SCIASCIA,  Occhio di capra…, 55
67.  ID., Pirandello dall’A alla Z, supplemento a «L’ Espresso» del 6 luglio 1986, 26,  ora Alfabeto pirandelliano, in Opere…, III, 467-513.
68.  Ivi, 513.
69.  M. ONOFRI,   Storia di Sciascia…, 190.
70.  L. SCIASCIA, La scomparsa di Majorana, Torino, Einaudi, 1975, ora in  Opere…, II, 205-70. Prima che in volume la ricostruzione della vicenda è uscita su «La Stampa» dal 31 agosto al 7 settembre del 1975.
71.  La biografia di Majorana scritta da Amaldi  è stata pubblicata nel 1966 dall’Accademia dei Lincei.
72.  L. SCIASCIA,  La scomparsa di Majorana…, 216.
73.  «Segnaliamo, tra i molti, gli interventi di E. Amaldi, L’atomica non l’ha scoperta lui, in “L’Espresso”, 5 ottobre 1975, e Perché si uccise Ettore Majorana, in “Corriere della sera”, 30 novembre 1985, il dibattito di questi con Sciascia, Duello intorno a una tomba, in “L’Espresso”, 12 ottobre 1975, la lunga risposta di Sciascia, Majorana, l’atomo, il no alla scienza, in “La Stampa”, 24 dicembre 1975. Per una ricostruzione della polemica, cfr. la postfazione di L. Ritter Santini, Uno strappo nel cielo di carta (1980) a La scomparsa di Majorana, Einaudi, Torino, 1985, pp. 81-101» (cfr.  M. ONOFRI,  Storia di Sciascia…,  190. L’intera vicenda «Majorana», ivi,  189-97).
74.  L. SCIASCIA,  La scomparsa di Majorana…, 268.
75.  Ivi, 266.
76. M. ONOFRI, Storia di Sciascia, 196.
77. ID.,  Sciascia, 7-9.
78.  L’analisi del rapporto Sciascia-Pirandello è in G. TRAINA,  Leonardo Sciascia…, 174-79. L’intervista a  Lajolo è in Conversazione in un stanza chiusa, a cura di D. Lajolo, Milano, Sperling&Kupfer, 1981. Pirandello e il pirandellismo, è in  Pirandello e la Sicilia ora in  Opere…, III, 999-1203. 
79.  La prima edizione de Il giorno della civetta è Torino, Einaudi, 1961, quella di  A ciascuno il suo, Torino, Einaudi, 1966.
80. Il giorno della civetta, diretto da Damiano Damiani è del 1968, A ciascuno il suo, regia di Elio Petri, è del 1967.
81.  «Poco dopo [il 1956] Sciascia conosce un ufficiale dei carabinieri pugliese,   Renato Candida, che aveva avviato ad Agrigento le prime, coraggiose inchieste contro la mafia locale: si crea fra i due una stima profonda e un’amicizia da cui nascerà prima un libretto  di Candida, Questa mafia, pubblicato da Salvatore Sciascia (e a causa di questo libro l’ufficiale fu allontanato da Agrigento), poi la figura del capitano Bellodi, il carabiniere protagonista del Giorno della civetta» (G. TRAINA,  Leonardo Sciascia…,  9). Il  primo “giallo”  di Sciascia  fu «ispirato all’assassinio del sindacalista Accursio Miraglia (avvenuto nel 1947)» (ivi, 1).
82.  Un anno dopo il testo teatrale  L’onorevole, che è del 1965, Sciascia pubblica «un altro fortunato romanzo poliziesco, A ciascuno il suo, ispirato sì all’omicidio del commissario di Pubblica Sicurezza agrigentino Cataldo Tandoj (1960) ma soprattutto – dirà Sciascia nel libro intervista La Sicilia come metafora – alle ambiguità che accompagnarono la nascita del centrosinistra italiano (1964))» (G. TRAINA,  Leonardo Sciascia…,  14).
83.  F. MERLO, I quaquaraquà e il Sessantotto in Sicilia, in L. SCIASCIA,  Il giorno della civetta, edizione speciale del «Corriere della Sera», 7 maggio 2002, 7. Nei dati forniti all’autore di questa tesi da Raffaele Ginepro, direttore editoriale dell’Adelphi,  casa editrice che detiene  i diritti di tutta l’opera di Sciascia, si parla  di un milione di copie del libro, quasi il doppio di una delle tante riedizioni, tirate insieme al quotidiano. «Letteralmente andate a ruba», secondo Ginepro. C’è da dire che il romanzo era dato gratis, solo il prezzo del giornale, e che si trattava del primo nel lancio dei libri abbinato al quotidiano.
84.  G. BOCCA,  Il provinciale: settant’anni di vita italiana, Milano, Mondadori, 1991.
85.  Ivi, 303-4. Bocca  sviluppa il suo ragionamento su Sciascia chiamando in causa anche Corrado Alvaro. «Se si dice che Sciascia era imbevuto di cultura mafiosa, che la cultura del profondo Sud ha grandi affinità con la cultura mafiosa, si è accusati di semplicismo e banalità. Ma le conferme vengono proprio dagli esponenti  di quella cultura. È il calabrese Corrado Alvaro che scrive: “La via d’uscita dalla sofferenza qui è spesso imporre sofferenza agli altri”».
86.  Insieme a Nicola Badalucco e Fabio Carpi,  Sciascia è stato sceneggiatore del film Bronte di Florestano Vancini che ricostruisce con ottica rovesciata, rispetto alla novella Libertà di Giovanni Verga,   l’episodio della repressione garibaldina seguita alla ribellione popolare contro i nobili, appunto a Bronte, in Sicilia. Rivolte analoghe ci furono tra maggio e agosto del 1860 in altri paesi della Sicilia. Quella  di Alcara Li Fusi, in provincia di Catania,  è narrata da Vincenzo Consolo nel sorriso dell’ignoto marinaio, Torino, Einaudi, 1976.
87.  F. MERLO,  I quaquaraquà e il Sessantotto in Sicilia…, 10.
88.  L. SCIASCIA,  Il giorno della civetta, Opere…,  I, 466-67.
89.  P. ARLACCHI, La coerenza di Sciascia,  «L’Indice dei libri del mese», marzo 1988, 3, 4 -5.
90.  In copertina compare una caricatura di Sciascia fatta da Tullio Pericoli.
91.  E. ESPOSITO,  La nuda verità, «L’Indice»…, 3-4.
92.M. ONOFRI,  Sciascia…,  47.
93.  R. CARBONE,   Non è innocente,  «L’Indice»…, 3-4
94.  G. MAGHENZANI,  Capitano Bellodi, a rapporto, «L’Indice dei libri del mese», giugno 1988, 6, 95. U. PIERSANTI,  Tutto ma non l’assoluto,  ivi.
96.  Al «vaccinarsi contro lo sciascismo» di cui si fa sostenitore Pino Arlacchi «(sulla scorta di una fresca rilettura di Il giorno della civetta e A ciascuno il suo)», fa riferimento Aldo Maria Morace nel saggio Eziologia e patologia della mafia, nella Morgana del suo Orbite novecentesche. Morace ritesse i termini della polemica andando, anche cronologicamente, oltre, quando si parlò di Sciascia, morto quattro anni prima,  come figlio di una cultura «omertosa»  in quanto scrittore siciliano.  Il discorso di Morace  si focalizza sulla polemica che ci fu tra Sebastiano  Vassalli da un parte e “siciliani” dall’altra. Se non altro, la polemica serve comunque a Morace per sostenere che questa  fu innescata da Vassalli per il lancio editoriale del suo libro Il Cigno (Torino, Einaudi, 1993) sull’affaire Palizzolo in Sicilia tra fine Ottocento e inizio Novecento,  che registra una «discrasia tra  gli intenti ambiziosi e i deludenti risultati espressivi».  Il fulcro del discorso è comunque la rilevazione di come Sciascia sia sempre un elemento di contraddizione,  ossimoricamente di evangelico scandalo. Cfr. A. M. MORACE, Eziologia e patologia della mafia…, 137-38. Nelle note viene riportata la polemica per come si svolse nella stampa. Vassalli aveva parlato di cultura «omertosa» in una intervista al «Corriere della sera» del 6 luglio 1993.  A seguire: L. BALDACCI, Su mafia e potere Pirandello non taceva, «Corriere della sera», 16 luglio 1993, F. MARCOALDI, Il Cigno e la mafia, «la Repubblica» , 5 novembre 1993, E. PACCAGNINI,  C’è  un cigno per la mafia, «Il Sole 24 ore», 28 novembre 1993,  S. FIORI, Quel Cigno deve morire, «la Repubblica»,  11 dicembre 1993, «ed immediata replica di Vassalli ai suoi critici» con «Ma mi faccia il piacere», ivi, 11-12 dicembre 1993. Rientra nel gioco Pino Arlacchi e viene tirato in ballo  Sciascia: S. VERTONE, Sciascia, il coraggio dell’enigma,«Corriere della sera», 13 dicembre 1993,  E. SICILIANO, Caro Arlacchi, Sciascia è un’altra cosa,  «la Repubblica», 15 dicembre 1993, (nella stessa pagina un box di V. Consolo: Codardo sarai tu), N. TRANFAGLIA, Sciascia, pregi e difetti, ivi, 21 dicembre 1993.          
97.  C. AMBROISE,  Verità e scrittura,  Opere…, I, XXXVI-XXXVII.
98.  M. ONOFRI,   Sciascia…,  57.
99.  Ivi, 58.
100.  Ivi, 38-39.
101.  G. TRAINA, Leonardo Sciascia…, 13-14. Traina  chiama in causa Calvino anche a proposito de L’onorevole, testo teatrale di Sciascia uscito la prima volta nel 1965 «piuttosto interessante che non ebbe però alcuna fortuna sulle scene, anche  se, riletto oggi, dopo la stagione di ‘Tangentopoli’, assume prospetticamente un forte rilievo profetico, come capiterà anche ad altre sue opere (Il contesto, Todo modo). Ma la sua importanza non era sfuggita a Calvino che lodò anche la già “perfetta disinvoltura” e “mestiere” dello Sciascia drammaturgo. Calvino semmai, in una lettera molto significativa, gli rimproverava con simpatia di nascondersi, ancora una volta, dietro i suoi personaggi, di non far esplodere il fuoco dell’emozione personale che doveva pur ribollire sotto la scorza severa dell’illuminista e del moralista, esprimendo il desiderio di “finalmente vedere in faccia il tuo demone, sentire la tua vera voce. (Il demone individuale sarà espressione di una forza storica pure lui, se siamo storicisti davvero)”».
102.  M. ONOFRI, Sciascia, 61-62.
103. Sciascia racconta Sciascia  di Pasquale Misuraca e Massimo Onofri.
104. G. FERRONI, Storia della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 1991, IV, Il Novecento – Leonardo Sciascia: vita, politica, cultura,  465.
105. G. BERNANOS, Diario di un curato di campagna, Milano, Oscar  Mondadori, 1971, è l’edizione compulsata da chi scrive. La traduzione e la prefazione sono di Adriano Grande, la biografia dell’autore, l’introduzione all’opera, l’antologia critica e la bibliografia sono di Valerio Volpini.  Il romanzo fu pubblicato la prima volta nel 1936 da Plon di Parigi, Journal de un curé de campagne.  Si trova ora anche nel «Meridiano» Mondadori, pubblicato nel 1998,  Romanzi e “Dialoghi delle Carmelitane” a cura di P. Messori, introduzione di C. Bo, cronologia a cura di Gabriella Mezzanotte, 1998.  J. RULFO, Pedro Paramo, traduzione di F. Perujo [su copyright 1953 di Juan Rulfo Vizcaìno], Torino, Einaudi, 1977.
106.  L. SCIASCIA,  Le parrocchie di Regalpetra, Bari, Laterza, 1956, ora in Opere…, 1-170.           
107.  Sciascia  misura il suo “io laico, illuminista, voltairiano”, con quello dello scrittore cattolico Georges Bernanos che durante la guerra civile spagnola avrebbe dovuto stare dalla parte franchista contro cui scrisse invece il rovente atto d’accusa I grandi cimiteri sotto la luna (Cfr. L. SCIASCIA,  Nero su nero, in Opere…, II,  804-5).
108.  M. ONOFRI,   Sciascia…, 3-4.
109. G. TRAINA, Leonardo Sciascia…,  1.
110.  Ivi, 8
111.  Ivi, 1.
112.  L. SCIASCIA,   Le parrocchie di Regalpetra…, 13-33. 
113. G. BUFALINO,  La luce e il lutto, Palermo, Sellerio, 1988, 89.
114.  Nell’introduzione al Giorno della civetta edizione «Corsera» 2002, Francesco Merlo parla invece di questo libro come romanzo di formazione di Sciascia.                                               
115.  La citazione è tratta da una lettera che nel 1955 Sciascia scrisse a Valerio Volpini. Cfr. G. TRAINA, Leonardo Sciascia…,  8.
116.  Ivi, 1-2.
117. «Nella pubblicistica di Sciascia, così come nella sua narrativa, il fascismo presenta due volti: il fascismo storico, quello della dittatura di Mussolini, e ciò che Sciascia chiama spesso “l’eterno fascismo italico”. Il primo è collocato prevalentemente sotto il segno della stupidità, anche se in Favole della dittatura [1950] il suo lato violento e persecutorio è ancora molto presente. Nelle Parrocchie di Regalpetra [1956]  la rappresentazione della vita italiana sotto il fascismo, vista dalla specola paesana, è sempre viva e precisa; il vertice dell’indignazione viene toccato nell’Antimonio ma la resa più esatta del clima di sospetto, delazione, ipocrisia che la popolazione italiana viveva negli anni della dittatura è raggiunta in Porte aperte [1987], con una grande fiducia, però, nella capacità dell’intelligenza umana di cercarsi nicchie di sanità mentale nel dilagare della follia collettiva: al “piccolo giudice” e al suo amico giudice popolare basta parlare, con leggerezza e passione, di libri rari e scrittori francesi, che il fascismo “pareva farsi lontano, come segnato in una immaginaria mappa della stupidità  umana”» (ivi, 109).
118.  M. ONOFRI, Sciascia…,  23.
119.  L. SCIASCIA,  L’antimonio,  Opere…,  I,  324.
120.  M. ONOFRI, Sciascia…, 30.
121.  «Ma il 1979 è soprattutto l’anno in cui Sciascia, dopo avere rifiutato la candidatura offertagli dal Psi, accetta da “vecchio radicale”, la proposta di Pannella: lo scrittore spiega di avere accettato pensando a Pasternak, che tenta di farsi ricevere da Stalin “per parlare della vita e della morte”. Tale il suo medesimo intento, oltre quello di cercare di coniugare etica e politica, pur sapendo che tale commistione è considerata da tutti una confusione e un errore» (G. TRAINA, Leonardo Sciascia…,  29).
122.  Ivi,  6. Legato anche alla professione di maestro, l’incubo del fascismo. «Della  professione di maestro», dice ancora Traina, riferito al “maestro di Regalpetra”, 6-7, «gli resterà soprattutto un ricordo di libertà repressa che si cristallizzava nella proibizione di parlare di politica, della ferita aperta dal fascismo, con l’incubo dell’ispezione: alla meno peggio, comunque, io ho fatto dieci anni di effettiva scuola e credo di averne avuto un insegnamento forse maggiore di quelli che ne hanno avuto  i miei alunni da me».  
123.  M. ONOFRI, Sciascia…, 138.
124.  C. AMBROISE, in Opere, I, VII. E’ uscito postumo: Leonardo Sciascia scrittore editore ovvero la felicità di far libri, a cura di Salvatore Silvano Nigro, Palermo, Sellerio, 2003,  nella collana “La memoria”.  Due settimane prima dell’uscita del libro (un giallo ancora in atto per questioni di diritti d’autore), il domenicale de «Il Sole 24 ore», 9 marzo 2003, 25, ha anticipato una parte dell’introduzione di Salvatore S. Nigro, Sciascia risvolti d’autore. Un box in corsivo dentro il testo di Nigro è dello stesso Leonardo Sciascia e riguarda il suo L’affaire Moro. Vale la pena riportarlo per intero. «Di questo libro – non ancora pubblicato, non ancora letto – Eugenio Scalfari, su “la Repubblica” del 17 settembre 1978 ha scritto: “Sciascia è un grande scrittore. Sono convinto che quando leggeremo il testo del suo pamphlet ne resteremo,  come spesso è avvenuto in precedenti occasioni, affascinati e commossi…”. E Indro Montanelli sul “il Giornale” del 23 settembre: “Il libro non è ancora uscito, e sulle qualità letterarie si può giurare a occhi chiusi…”. Ma è possibile che i due illustri giornalisti – e quanti altri si sono occupati di questo libro senza averlo letto – si sbaglino: e cioè che il libro non affascini, non commuova, non abbia qualità letterarie;  che sia soltanto una nuda e dura ricerca della dura e nuda verità».  Da evidenziare che a proposito dell’affaire Moro, sullo slogan sciasciano, in realtà volutamente manipolato, «né con lo Stato né con le Br», ci fu polemica tra Scalfari e i giornalisti di «la Repubblica» da un lato e Sciascia dall’altro. Ben ricostruisce questo passaggio della biografia sciasciana, G. TRAINA, Leonardo Sciascia…, 27-28. Tra le recensioni raccolte su La felicità di fare libri,  l’intera p. 28  «Album Cultura &Spettacoli»  de «il Giornale», 24 giugno 2003: M. BRUSCHI, I risvolti felici di Sciascia, ANONIMO LOMBARDO, Quando l’umorismo (involontario) si  nasconde dietro la copertina,  e il box Perché il  testo  di cui parliamo non si trova in libreria. Inoltre G. TRAINA, I risvolti di Sciascia, «L’Indice dei libri del mese», settembre 2003, 9.
125.  M. LA CAUZA, Leonardo Sciascia: uno scrittore e il potere,  «Il Ponte»,  XLVI,  gennaio 1990, 1,  95-106.
126. G. BUFALINO, Candido in Dizionario dei personaggi di romanzo. Da Don Chisciotte all’Innominabile,  Milano, Il Saggiatore, 1982, 68-70.  Tra gli articoli giornalistici che nei giorni successivi alla morte di Sciascia hanno fatto riferimento fin dal titolo a questo aspetto del personaggio volterriano e all’illuminismo ad esso legato cfr. tra gli altri M. BRIGAGLIA, Il cavaliere solitario della ragione, «L’Unione Sarda», 21 novembre 1989, prima pagina. Il quotidiano cagliaritano dedica a Sciascia un intero paginone centrale, 8-9,  con diversi pezzi raccolti sotto due titoli d’insieme: L’ultimo illuminista e Intellettuale in trincea. Importanti anche i due pezzi della «Cultura», lo stesso giorno, nel quotidiano sassarese «La Nuova Sardegna», che pure dedica un paginone, 28- 29, a Sciascia. I pezzi sono di G. MARCI,  Per non cedere alla menzogna, e di   C. COSSU,  Contro il potere le ragioni della verità.  Il quotidiano «la Repubblica»  dedica a Sciascia e alla sua morte ben 10 pagine. Apre la prima, con pezzo di spalla di E. FORCELLA,  sotto una «recente immagine» dello scrittore sovrastata dal titolo: E’ morto Sciascia uomo contro. Il pezzo di Forcella, che seguita a pagina 10 è su due colonne: Mafia, Dc, caso Moro, la guerra al Potere. All’interno, notevoli gli interventi di  S. MALATESTA,   sempre sotto Un uomo contro,  E’ nato illuminista, è morto pessimista, il suo grande tormento si chiamava Mafia. «Lui mi convinse che Enzo Tortora era innocente»:  cosi Marco Pannella, leader radicale, nel pezzo di M. MAFAI.  Da un punto di vista letterario c’è l’intervento di A. GIULIANI,  Candide rabbie del Voltaire di Racalmuto, ivi.   
127.  M. ONOFRI, Leonardo Sciascia…, 71-72.
128.  Gli anni Ottanta: la musica dell’uomo solo, è il titolo del capitolo quarto, l’ultimo, ivi, 112.
129.  «Ma a noi preme sottolineare del libro proprio il carattere autobiografico, nella convinzione che Sciascia, mentre allestisce il mito Borgese – quello della sua straordinaria precocità – stia in realtà proponendosi un suo peculiare modello di intellettuale disorganico», ivi, 130.
130.  Ivi,135.
131.  Ivi, 139.


Da
Tipologia del personaggio narrativo nell’opera
                  di  Leonardo Sciascia

Tesi di laurea di Natalino Piras
                                                                Relatore: Marco Manotta
                                                                Correlatore: Aldo Maria Morace

Università degli studi di Sassari
Facoltà di Lettere e Filosofia
Anno accademico 2003-2004

Nel ringraziare Natalino Piras per il prezioso dono ricevuto e la Redazione di Tesionline per la cortesia e la disponibilità, Terza Pagina ricorda ai lettori interessati che l'intero lavoro di tesi viene a messo a disposizione di studiosi, ricercatori e del pubblico in generale dal sito www.tesionline.it.

Il valore della cultura si rivela nel modo più chiaro quando una persona colta prende la parola a proposito di un problema che sta fuori dall'ambito della sua cultura.
[Karl Kraus, Detti e contraddetti (Pro domo et mundo, Di notte), Adelphi, Milano 1992, p. 117]
SAGGI
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