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DEL DIALETTO SICILIANO

di Marco Scalabrino

La concezione del dialetto quale codice dei parlanti di un ristretto consesso sociale, un codice chiuso, non contaminato e/o contaminabile, un codice sinonimo di sottocultura, è sostanzialmente tuttora diffuso. Concezione fondata sul pregiudizio, sulla conoscenza assai approssimativa di quanto invece c’era - c’è - di bello, di prezioso, di antico nel nostro dialetto.

E allora, PERCHE’ IL DIALETTO?
E si può – si deve – scegliere fra l’uno, il Dialetto, o l’altro idioma, l’Italiano?
E in relazione a che? All’argomento, al destinatario, al caso … ?
E, dulcis in fundo, l’annosa questione: IL SICILIANO E’ DIALETTO O LINGUA?
Nessuno di noi ritengo si accosterebbe mai al Francese, all’Inglese, al Tedesco ... senza conoscerne l’ortografia, la morfologia, la sintassi, la semantica ... 
E allora perché farlo col Siciliano?     
Non credo basti essere nati – e cresciuti – nell’Isola per scrivere il Siciliano!      
Noi tutti ne siamo sì, in virtù di ciò, dei “ parlanti ”.
Per acquisire l’altra qualità, la qualità che ci qualifichi “ scriventi ”, occorre un “apprendistato”, occorre un impegno diuturno volto alla conoscenza delle opere degli Autori siciliani e dei saggi inerenti agli stessi e al Dialetto, occorre la frequentazione di un preliminare, diligente esercizio di scrittura. 
In definitiva, bisogna studiare il Siciliano.

Al primo interrogativo, IL SICILIANO E’ DIALETTO O LINGUA?, reputo opportuno abbinare - al fine di approfondire - quell’altro che viene posto, sovente, da taluni: “ non esistendo un Siciliano nel quale scrivere ha senso dannarsi sulla corretta trascrizione delle parole? ”
Affrontiamo complessivamente le due domande, tramite le autorevoli valutazioni storico-critico-letterarie di Mario Sansone e di Salvatore Camilleri:    
1) dal punto di vista glottologico ed espressivo non c’è alcuna differenza essendo la lingua letteraria un dialetto assurto a dignità nazionale e ad un ufficio unitario per complesse ragioni storiche;
2) il Siciliano,  con la poesia alla corte di Federico II,  è stato determinante per la nascita della poesia italiana;
3) il Siciliano è stato strumento letterario di poesia e di prosa: nella seconda metà del sec. XV diede vita alle Ottave o Canzuni, nel sec. XVIII a un autentico poeta come Giovanni Meli e nel XIX secolo a Nino Martoglio, ad Alessio Di Giovanni, al Premio Nobel Luigi Pirandello. La sua influenza si riscontra, peraltro, in Verga e Tomasi di Lampedusa;
4) il Siciliano, per ispirazione, toni e contenuti, è capace di esprimere tutta la complessa realtà, dall’aspetto lirico all’epico, dal tragico al comico, in tutte le sue essenze, potenzialità, sfumature.
Riportiamo oltre a ciò le parole di Guido Barbina: < Tralasciamo, perché puramente accademico e fuorviante, il pretestuoso problema della differenziazione fra lingua e dialetto >, e taluni passi tratti dall’articolo “ Le lingue minoritarie parlate nel territorio dello Stato Italiano ” di Roberto Bolognesi. Bolognesi asserisce:
< Tecnicamente i termini lingua e dialetto sono interscambiabili > e aggiunge: < il loro uso non implica nessuna precisa distinzione genetica e/o gerarchica. Tutti i cosiddetti dialetti italiani sono lingue distinte e non dialetti dell’Italiano >. 
< Il dialetto - constata a tal proposito Salvatore Riolo – non è una corruzione né una degenerazione della lingua e non potrebbe mai esserlo, perché i dialetti non sono dialetti dell’italiano, non derivano, cioè, da esso, ma dal latino, e soltanto di questo potrebbero eventualmente essere considerati corruzione >. 

Ulteriori considerazioni ( appena ricordando peraltro che nella Sicilia del Cinquecento operavano già due Università: quella di Catania e quella di Messina, nonché la proposta del 1543, del siracusano Claudio Mario Arezzo, di istituire il siciliano come lingua nazionale ) potrebbero passare attraverso la presenza di Vocabolari, di testi di Ortografia, di Grammatica, di Critica, eccetera.


CENNI DI ETIMOLOGIA

Questa incursione nel passato ci dà lo spunto per dei brevi cenni di etimologia.
Se oggi, in questo nostro incontro, io inframmezzassi il mio intervento con termini quali: LIPPU, OGGIALLANNU, TABBUTU, RACINA, TRUPPICARI,  SPARAGNARI, nessuno di noi - credo - si allarmerebbe, lamenterebbe di non comprendere, si riterrebbe escluso.
Tutti, piuttosto, troveremmo palese conferma a una nostra sensazione che uno studio del Centro Ethnologue di Dallas ha, compiutamente, così fissato: < Il Siciliano è differente dall’Italiano standard in modo abbastanza sufficiente per essere considerato una lingua separata; è inoltre una lingua ancora molto utilizzata e si può parlare di parlanti bilingui > in Siciliano e in Italiano standard. 
Quelle, LIPPU, OGGIALLANNU, TABBUTU, RACINA, TRUPPICARI,  SPARAGNARI, sono parole che adoperiamo con naturalezza, con proprietà di significato, parole con le quali assolviamo egregiamente l’esigenza sociale della comunicazione.
Ma la cosa più rilevante ai nostri fini è che esse fanno parte, a pieno titolo, del nostro odierno parlare, sono pregne di attualità.
Ciò detto non ci rendiamo forse conto, perché magari mai ci siamo interrogati in tal senso, che esse sono antiche di secoli quando addirittura non di millenni.

Il Siciliano, le cui radici diciamo così ufficiali affondano nel lontano 424 a. C. con la virtuale costituzione ad opera di Ermocrate della nazione siciliana, è dunque un organismo vivo, palpitante. Un organismo capace di resistere alle influenze delle disparate altre culture con le quali si è “ incontrato ”, capace di acquisire da ognuna di esse quanto di volta in volta più utile al suo arricchimento e di stratificare tali conquiste  sulle proprie, originarie fondamenta.
Ecco, allora, si avvicendano nel tempo il greco-siculo, il latino-siculo, l’arabo-siculo, il franco-siculo, l’ispano-siculo, ma sostanzialmente sempre una lingua, una sola: il Siciliano.
Ricordando, per inciso, che l’etimologia è “ la scienza che studia l’origine delle parole e la derivazione delle parole di una lingua ”, ci poniamo quindi la domanda: <Quali sono le origini del Siciliano?>
La risposta, in parte, è insita già nella premessa appena fatta, ma il quesito necessita comunque di una succinta trattazione, impone una esposizione esemplificativa.
Lucio Apuleio, scrittore siciliano del II secolo d.C., asseriva che i Siciliani parlavano tre lingue: il Greco, il Punico e il Latino.
Ma, da allora e fino al XIX secolo, ne sono passati di “ ospiti ”!
Veniamo pertanto a rievocare le frequentazioni del Siciliano servendoci di alcuni esempi.

DAL GRECO, VIII secolo a.C.:
Bastaz - Vastasu; Kerasos - Cirasa; Babazein - Babbiari; Lipos - Lippu; Baukalis - Bucali; Keiro - Carusu; Rastra - Grasta; Bubulios - Bummulu; Apestiein - Pistiari.
E ancora: Naca, Cannata, Taddarita, Ammatula …  

DAL LATINO, III secolo a.C.:
Muscarium - Muscaloru; Crassus - Grasciu; Hodie est annus - Oggiallannu; Ante oram - Antura; et cetera et cetera.

DALL’ARABO, che come il Greco e il Latino, ha fortemente influenzato la lingua siciliana, 827 d.C.:
Zbib - Zibibbo; Qafiz - Cafisu; Suq - Zuccu; Tabut - Tabbutu; Qashatah - Cassata; Saut - Zotta; Giâbiah - Gebbia; Babaluci - Babbaluci; Giulgiulan - Giuggiulena; Sciarrah - Sciarra.
E poi: Lemmu, Funnacu, Giarra, Margiu, Zagara, Burnia, Zimmili …
Una curiosità: l’Etna è chiamato Mungibeddu, termine che assomma la radice latina di mons ( monte ) e quella araba di gebel ( bello ).

DALLA RADICE FRANCESE, in conseguenza della dominazione normanna e angioina, tra il 1060 e il 1282: 
Ache - Accia; Mucer - Ammucciuni; Boucherie - Vucciria; Couturie - Custureri; Trousser - Truscia; Raisin - Racina. E inoltre: Giugnettu, Accattari, Avanteri …

DALLO SPAGNOLO, che praticammo quasi ininterrottamente per cinque secoli dal  1412 al 1860:
Abocar - Abbuccari; Lastima - Lastima; Encertar - Nzirtari; Scopeta - Scupetta; Esgarrar - Sgarrari; Alcanzar - Accanzari; Tropezar - Truppicari.
E quindi: Muschitta,  Sarciri, Picata, Ammurrari ... 

DAL TEDESCO ( tra il 1720 e il 1734 quando la Sicilia venne assegnata dagli Spagnoli all’impero austriaco ):
Hallabardier - Laparderi; Rank - Arrancari; Sparen - Sparagnari; Wastel - Guastedda; Nichts - Nixi.

Ci siamo ovviamente limitati a pochi condivisi esempi, ma le relazioni sono innumerevoli quante le parole stesse del dialetto siciliano e di certo ognuno di voi potrebbe immediatamente suggerire chissà quanti e quali altri vocaboli o locuzioni.
Non possiamo tuttavia chiudere questo capitolo senza fare una brevisima allusione al dialetto GALLO-ITALICO di Sicilia.
Tra il secolo XI e il secolo XIII, schiere di militari, di cavalieri, di fanti, con a seguito le famiglie, dal Monferrato e dalla Gallia Cisalpina calarono in Sicilia. Le popolazioni di Piazza Armerina, Aidone, Nicosia, San Fratello, Sperlinga e Novara di Sicilia, ove costoro si stabilirono, mantengono tuttora nella loro parlata le connotazioni fonetiche, morfologiche e lessicali, ben differenti da quelle del Siciliano, che hanno determinato il c.d. GALLO-ITALICO.

Alla luce di quanto esposto, ritengo si possano sciogliere, entrambi positivamente,
i quesiti che ci siamo posti e affermare:
A) il Siciliano può essere considerato, se proprio vogliamo impuntarci su questo termine, alla stregua di una Lingua; l’appellarlo però Dialetto nulla gli sottrae e niente affatto lo diminuisce –
B) ha senso, per chi vuol dare dignità al proprio dettato e a se stesso, perseguire la corretta trascrizione del Siciliano.

Rebus sic stantibus: PERCHE' IL SICILIANO? E QUANDO? 
La questione, in realtà, è ben altra! La scelta del sistema di comunicazione non è, infatti, abito soggetto alla moda, al fine, all’ambiente.
La scelta è dettata a priori: il “ SENTIRE SICILIANO ”.
Il che significa < esprimersi con FORME, con SPIRITO, con IMMAGINI PROFONDAMENTESICILIANI e non già con scialbe traduzioni dall’Italiano >,
significa  < liberarsi dal preconcetto che il dialetto debba solamente rivolgersi alle piccole cose, al folclore, al ricordo. >        
< Il DIALETTO può esprimere tutte le complesse realtà: la storia, la filosofia, la sociologia, tutte le scienze, non in quanto tali, ma come patrimonio culturale che chi scrive consuma nell’atto della creazione. >
E allora, QUALE SICILIANO?
  Quello di Catania o quello di Palermo? Quello di Siracusa o quello di Trapani?
E perché non tutti assieme, il prodotto di tutti essi? L’Agrigentino, l’Ennese, il Messinese, il Nisseno, il Ragusano non sono pure essi Siciliano? 


PECULIARITÀ

Siciliano che pure avanza delle spiccate peculiarità, rilevate da Salvatore Camilleri, nel MANIFESTO DELLA NUOVA POESIA SICILIANA, edito a Catania nel 1989, e da Luigi Sorrento nelle NUOVE NOTE DI SINTASSI SICILIANA.
L’ALFABETO SICILIANO si compone di 23 lettere, due delle quali lo caratterizzano:
sono la DD, da non confondere con la doppia d che è un segno diverso,
e la J, una consonante, da non confondere con la i che è una vocale.
La DD rappresenta il suono più caratteristico della lingua siciliana, derivante dal tardo-latino ( capillus, caballus etc. ) talmente fuso nella pronuncia da essere considerato un segno a sé stante e non il raddoppiamento di due d. Infatti la suddivisione sillabica di addivintari, ad esempio, è ad-di-vin-ta-ri, mentre quella di cavaddu è ca-va-ddu.
Da rilevare anche che il suono di d è dentale, mentre quello di DD è cacuminale. Non sono mancati nel tempo i tentativi di sostituire il segno DD con DDH o DDR, entrambi falliti, e con i puntini in cima o alla base di DD, prassi seguita dai glottologi.
Il segno J si caratterizza perché assume nel contesto linguistico TRE suoni diversi e precisamente:
suona i quando segue una parola non accentata ( ad esempio, quattru jorna ) ed anche quando ha posizione intervocalica ( ad esempio, vaju, staju );
suona gghi quando segue una parola accentata o un monosillabo o dopo ogni  (ad esempio, tri jorna, ogni jornu);
suona gn quando segue in, un o San ( ad esempio, un jornu, san Jachinu  ).
Se fosse, come da altri sostenuto, una vocale il segno J dovrebbe ubbidire alla regola di tutte le vocali, a quella cioè di fondersi col suono della vocale dell’articolo che lo precede, dando luogo all’apostrofo. Così come noi scriviamo l’amuri ( lu amuri ) dovremmo pure scrivere l’jornu, l’jiditu …., cosa che nessuno si sogna di fare, appunto perché, essendo il segno J  una consonante non vi è elisione, e quindi non è possibile l’apostrofo, il quale si verifica all’incontro di due vocali e mai di una vocale e di una consonante.

Un TERZO ASPETTO della lingua siciliana è costituito dal fenomeno che viene a instaurarsi con le vocali e e o tutte le volte che perdono l’accento tonico in quanto cambiano rispettivamente in i e u ( c.d. vocali mobili ). Ad esempio:
lettu - littinu, veru - virità, pena - piniari, volu - vulari, sonnu - sunnari, eccetera.
ALTRE SINGOLARITA’ sono costituite dal fonema nasale NG ( sangu, lingua, longu ), dalla affricata TR ( tri, latru, petra ) che in Siciliano suonano diversamente dall’Italiano e dal raddoppiamento di parole omogenee.
Il raddoppiamento o la ripetizione di un avverbio ( ora ora, rantu rantu ) o di un aggettivo ( nudu nudu, sulu sulu ) comporta di fatto due tipi di superlativo: ora ora è più forte di ora e significa < nel momento, nell’istante in cui si parla >, nudu nudu è <tutto  nudo, assolutamente nudo>.
I casi di ripetizione di sostantivo ( casi casi, strati strati ) e di verbo ( cui veni veni, unni vaju vaju ) sono speciali del Siciliano. Strati strati indica un’idea generale d’estensione nello spazio, un’idea di movimento in un luogo indeterminato, non precisato, tanto che non può questa espressione essere seguita da una specificazione, come strati strati di Palermo. L’idea di “ estensione ” viene espressa dalla ripetizione del sostantivo, così originando un caso particolare di complemento di luogo mediante il raddoppiamento di una parola. La ripetizione del verbo si ha con la pura e semplice forma del pronome relativo seguita dal verbo raddoppiato. Cui veni veni intende chiunque venga, tutti quelli che vengono: il raddoppiamento del verbo, quindi, rafforza un’idea nel senso che la estende dal meno al più, la ingrandisce al massimo grado, anzi indefinitamente.         
IL FUTURO. Nel dialetto siciliano manca il tempo futuro dei verbi e ogni proposizione riguardante un’azione futura viene costruita al presente e il verbo si fa precedere da un avverbio di tempo ( ad esempio, dumani vegnu ). 
Asserisce in proposito Paolo Messina: < Come si può interpretare ( quasi filosoficamente ) questa anomalia? Ecco lo spunto per un nesso fra lingua e cultura, modi di essere e di pensare. E’ la consapevolezza storica dell’esserci heideggeriano a produrre la riduzione continua del futuro a presente, all’hic et nunc, e ciò nel pieno possesso del passato ormai definitivamente acquisito.
I siciliani sono padroni del tempo o, per dirla con Tomasi di Lampedusa, sono Dei.
Ma essere  ( o ritenere di essere ) padroni del tempo può voler dire dominare mentalmente la vita e la morte, avere la certezza della propria intangibilità solo nel presente, un presente che si appropria del tempo futuro per scongiurare la morte, ombra ineliminabile dell’esserci. Quello che conta è il presente. Essere e divenire, insomma,  nell’ansia metafisica si fondono o si  confondono. >
L’AUSILIARE. Come del resto è avvenuto in altre lingue,  il verbo ESSIRI ha perduto, in favore del verbo AVIRI, le funzioni di verbo ausiliare. Per cui diciamo < aju statu, aviti statu > eccetera.
IL SUPERLATIVO. Diversamente a quanto accade nell’Italiano, la forma più frequente in Siciliano per rendere il superlativo è quella di far precedere l’aggettivo dall’avverbio “ veru ”. Sono altresì usati gli avverbi “ assai ” e “ troppu ”: veru beddu, troppu granni, eccetera.
LA PERIFRASTICA PASSIVA. Una ulteriore peculiarità della lingua siciliana, legata al Latino, è costituita dalla perifrastica passiva ( da perifrasi: giro di parole, circonlocuzione ) - che in Siciliano non è affatto perifrastica - che viene resa come in Latino, mutando però il verbo Essere in Avere. Infatti il Latino mihi est faciendum in Italiano si rende con la perifrasi io debbo fare, o altre consimili, mentre il Siciliano lo rende con aju a fari.    
Da sottolineare inoltre il ripiegamento del ( tempo ) PASSATO PROSSIMO dei verbi in favore del passato remoto ( ad esempio, chi dicisti? mi manciai na persica ), e del ( modo ) CONDIZIONALE a vantaggio del congiuntivo ( ad esempio, si lu putissi fari lu facissi, ci vulissi jiri ).  
Nell’avviarci alla conclusione di questa nostra chiacchierata non possiamo non osservare che:
il Siciliano benché tuttora vivo, tant’è che nel libro rosso dell’UNESCO relativo alle lingue del mondo in pericolo, nella sezione dedicata al continente europeo, esso venga inserito nella categoria sesta ovvero: Lingue non in pericolo con una trasmissione sicura della lingua alle nuove generazioni, è un linguaggio che giorno dopo giorno va perdendo i pezzi, paga un prezzo salatissimo alla scienza, alla tecnologia, alle contaminazioni,
il mondo si trasforma ( nel volgere del Novecento in Sicilia si sono alternate le civiltà rurale-artigianale e quella finanziaria-industriale ed entrambe, a loro volta, sono ormai in procinto di essere soppiantate dalla civiltà mediatica-globale ),
l’uomo per conseguenza cambia ( nella quotidianità, nel costume, nella tensione ideale ),
la lingua ( che l’uno e l’altro, il mondo e l’uomo, ci rivela Ludwig Wittgenstein, è chiamata a rappresentare ) deve fare di continuo i conti:
col proprio ultramillenario spendersi,
col fronte magmatico dei “ tempi moderni ”,
con l’arrembante “ tecnicizzazione e inglesizzazione ”,
deve contemperare l’uomo nella quotidianità,
e deve adattarsi, attrezzarsi, espandersi
giacché, ci ammonisce il Lurati: < la sua sopravvivenza è legata alla capacità di adeguarsi al mondo che evolve >.

Maggio 2006                                                                 Marco  Scalabrino


Il valore della cultura si rivela nel modo più chiaro quando una persona colta prende la parola a proposito di un problema che sta fuori dall'ambito della sua cultura.
[Karl Kraus, Detti e contraddetti (Pro domo et mundo, Di notte), Adelphi, Milano 1992, p. 117]
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