di
Salvo Zappulla
2° CLASSIFICATO AL PREMIO MASSIMO TROISI 2006
I raggi di sole infuocati, che durante il giorno battevano violenti sulle minuscole case ammucchiate l’una all’altra nel tentativo di proteggersi, trapassavano le spesse mura scrostate, impregnandole di calore asfissiante. E anche ora, calate le tenebre, l’intonaco e le travi fibrillavano come per febbre malarica.
Il carabiniere ausiliario Carmine Bucciarelli, inviato a prestar servizio in quel paesello desolato del sud disperso tra le colline di pietra grigia, mal si adattava alle temperature siciliane; lui, nativo di Chieti, s’era temprato il corpo e lo spirito tra le vette delle montagne abruzzesi dove l’aria pura, riempie i polmoni. Quante passeggiate a cercare funghi, attraverso sentieri impervi su per i boschi dell’altopiano appenninico. Quella era aria, così rarefatta da dare le vertigini.
Nostalgia del tepore familiare inoltre, profumo di biancheria appena stirata e attenzioni materne. Le viole nei vasi sul davanzale, le corse in bicicletta nei pomeriggi tiepidi. E adesso? Buon Dio, in una fornace lo avevano mandato? A espiare quali peccati? Che delitto poteva aver commesso, lui, ragazzo di temperamento gioviale che nient’altro chiedeva alla vita se non di gustarne i più dolci sapori? Inutile perderci la ragione, ormai il destino aveva distribuito le sue carte e a lui erano toccate le peggiori.
E le ragazze siciliane, chissà se davvero avevano i baffi! In verità, due o tre volte, c’era andato in paese e qualcuna carina l’aveva incontrata. Ma in fondo, cosa gli importava delle donne, se già ne aveva una da poter stringere tra le braccia, anche se soltanto in sogno? Sospirò forte, il giovane carabiniere e si rifugiò tra le ruvide lenzuola bagnate di sudore.
Torrida notte senza fine. Tetre visioni: ineffabili mostri dai vischiosi tentacoli, gonfi e putrescenti; serpenti aggrovigliati sul collo, fantasmi e spiriti maligni. Nemmeno le dolci labbra della fidanzata lontana sarebbero bastate a lenire tanta sofferenza. Il silenzio, profanato dal frinire malefico delle cicale, è un alleato perfido delle ombre nemiche, traditrici, coalizzate con gli elementi della natura per cospirare contro gli uomini ignari. Non intendono acquietarsi, ti strizzano, ti rivoltano come a volerti strappare l’ultimo rantolo, l’estremo alito di vita. Quando infine ti hanno svuotato a dovere, forse impietosite, ti concedono qualche ora di tregua, prima che sopraggiunga il nuovo giorno, allorché, spossate ed esauste per la lotta sostenuta, le palpebre cedono, vinte.
“Toc toc, toc toc”. Quattro colpi al portone.
“Toc toc toc toc”. Quattro colpi tonanti come spari di cannone. Impazienti, irriguardosi, come di chi è inseguito o ha una gran fretta di sbrigare la faccenda. “Toc toc, toc toc” e giorno non era ancora.
Se li era sentiti dentro il cervello, quei colpi, il piantone della caserma; ed era sobbalzato sul letto, ancora incredulo, stordito. Cosa volevano? Forse gli incubi acquistavano forma e materia per poterlo perseguitare con maggiore accanimento? Dio, che notte! Immerse la testa dentro il lavandino ricolmo d’acqua e lentamente, strascicando i piedi, si avviò alla porta; non prima di aver guardato attraverso lo spioncino. Dall’altra parte, un volto misero di contadino: la barba spinosa, trasandata la figura tutta, i capelli rigidi come stoppie e due occhietti spiritati, acquosi, quasi trasparenti, che fremevano, roteavano e pareva volessero uscire fuori dalla faccia disfatta, bruciata dalle interminabili giornate spese a lavorare la terra dei campi, arida e ingrata come la sorte stessa dei contadini. Il pugno levato in alto aveva il villano, pronto ad abbattersi ancora sul malcapitato portone o sul cranio dell’incolpevole carabiniere, se solo si fosse azzardato ad affacciarsi senza avvisare.
“Fermo!” gli intimò il piantone accorgendosi della nefasta intenzione. “Fermo! Non un gesto!”.
Il contadino rimase con il pugno a mezz’aria, pietrificato dall’ordine perentorio. Si girò su se stesso, smarrito, annusando l’aria. Cercava di percepire con l’olfatto il punto d’origine di quella voce fragorosa come rombo di tuono, mentre con l’altra mano si toglieva il cappello in segno di deferenza. Un gesto atavico, voleva esprimere umiltà e sottomissione da parte di chi accettava ( grazie a sapienti opere di indottrinamento ) il sistema sociale fondato sulle gerarchie; e si affrettava a porsi, con tale azione dimessa, in quella che riteneva fosse la sua collocazione naturale cioè il gradino più basso della scala, che diventava ancora più basso, fino a sprofondare sottoterra, nel momento in cui ci si trovava di fronte a qualcuno che rappresentava l’ Ordine, le Regole, l’Istituzione.
Poi il portone, stridendo sui cardini arrugginiti, si aprì e i due si ritrovarono faccia a faccia come duellanti pronti alla contesa. Il povero campagnolo di fronte al volto ostile del carabiniere non trovò di meglio che alzare ambedue le braccia in segno di resa ed esclamare con un fil di voce: “Sono innocente”.
“Allora perché siete venuto a costituirvi?”.
“Costituirmi?”.
“Sì, costituirvi. L’ho capito, sa, gli individui sospetti li riconosciamo subito, basta un colpo d’occhio. E’ una dote che non tutti hanno la fortuna di possedere. L’ho intuito dai colpi vibrati con brutalità al portone, senza alcun rispetto nei confronti della legge. Assestati con arroganza, in tutta fretta e subito a ritirare la mano colpevole, lorda di sangue. E ora, ora che vi vedo bene, santo Dio, ce l’avete dipinta in volto la colpa. Oh sì, proprio un brutto soggetto. Cosa avete combinato? Avete ucciso vostra moglie in un eccesso di follia? O magari il vicino di casa reo di avere lasciato la capra libera di venire a brucare le pianticelle del vostro orto? Avanti, confessate, vi conosco voi siciliani, avete il sangue caldo che subito vi monta alla testa. E’ così? E’ così? Suvvia, vuotate il sacco, perché se non è così, se dovesse trattarsi di roba meno grave, potete ripassare più tardi, quando si sarà fatto giorno. Sono le quattro, a quest’ora dormono tutti e se avete da dichiarare cose di poco conto è inutile svegliare il maresciallo”. Il giovane rappresentante dell’Arma era di lingua svelta e ci aveva messo poco a perdere l’aria sonnolenta per rientrare immediatamente in possesso di tutte le sue facoltà intellettive. Forse per questo mettevano sempre lui di piantone, la notte. Aveva mitragliato con una raffica di domande il pover’uomo che, annichilito, era rimasto con le mani sollevate; e in quel momento sarebbe stato anche disposto a tendere i polsi per lasciarsi ammanettare, se solo glielo avessero chiesto. Alla fine, dopo attimi di silenzio sovrannaturale, la molla dell’orgoglio era scattata nel cervello di Peppino Calabrò, bracciante agricolo, di condizioni economiche modestissime; abiti unti e bisunti, scarpe rabberciate, ma di animo fiero e dignitosissimo. Si era ribellato con tutto l’impeto di cui era capace, lo stesso che profondeva nel lavoro dei campi. Commiserando la sua persona, aveva osservato le sue mani tese al cielo, le aveva girate da una parte e dall’altra e infine le aveva ricacciate dentro le tasche. “Sono Calabrò Giuseppe, uomo stimato e onorato da tutti in paese. In trent’anni ho zappato tanta di quella terra che avrei potuto rivoltare sottosopra il mondo intero”, disse cercando di dare tono e contegno alla sua voce. “Per quanto riguarda mia moglie, dorme tranquilla nel suo letto, beata lei, e non sarei capace di torcerle un solo capello. Coi vicini poi, vado d’accordo quanto basta. Qui si lavora, signor mio, e la sera si è troppo stanchi per aver voglia di attaccar briga con chicchessia”.
“Quindi nessun omicidio?”.
“Nessuno!”.
“Ferimenti? Percosse? Lesioni gravi?”.
Peppino scosse la testa risolutamente mentre un’ombra di delusione si dipingeva sul volto del giovane milite. “Siamo proprio certi?”, insistette non intendendo rassegnarsi.
“Sicurissimo, come sono sicuro del nome che porto”, rispose l’uomo accompagnando le parole con una inclinazione della testa verso il basso. Un movimento talmente perentorio da non concedere spazio ad equivoci.
“E che nome portate?”.
“Mi pare di averglielo già detto, a vossignoria, il mio nome”.
“E qual è?”.
L’uomo stava per ricadere nell’iniziale crisi, colto da amnesia fulminante, impiegò alcuni minuti prima di rispondere: “Gius…Giusep…Peppino. Sì, Peppino Calabrò, sempre e comunque contadino!”.
“Visto che proprio così sicuro non siete?”. Poi, piuttosto contrariato, il giovane commentò: “Eppure ci avrei giurato, sull’omicidio. Peccato! E allora ditemi che siete venuto a fare”.
“Intendo sporgere denuncia”.
“A quest’ora?”.
“Si tratta di cosa urgente”, si guardò intorno per assicurarsi che non ci fossero orecchie indiscrete a sentire.
“Roba grave?”.
“Gravissima. Sono stato vittima di un furto”.
“Voi, scalcinato come siete! E che vi hanno rubato, le toppe del culo, vi hanno rubato? Ma fatemi il piacere”.
“E’ vero, sono stato derubato, Dio m’è testimone”.
“Sareste in grado di portarlo quale teste a vostro favore in un eventuale processo?”.
“Chi?”.
“Dio”.
“Vergine benedetta, mi sento soffocare”.
“Cosa vi hanno sottratto?”.
“Non posso parlarne qui”.
“Seguitemi in ufficio, allora”.
Peppino varcò la fatale soglia con passo greve, disperato. Per lui era quasi come oltrepassare la soglia del portone infernale. Nulla sarebbe stato più come prima. Certe esperienze ti segnano come una coltellata ricevuta in pieno petto. Col tempo si può anche dimenticare, ma la cicatrice rimane indelebile a segnarti il corpo e l’anima. Un povero disperato passa la vita a rompersi la schiena, stando attento a non commettere passi falsi, e ti ci tirano per i capelli, nei guai.
Eppure Peppino, nonostante tutto, sentiva il bisogno di sfogarsi, di confidare la sua disgrazia a qualcuno che avesse la bontà di dargli un aiuto. Il gendarme lo fece accomodare, invitandolo a distendersi intanto che infilava il foglio nella macchina da scrivere per stilare il verbale di denuncia. Quando ebbe finito di armeggiare con il malridotto attrezzo, domandò: “Nome e cognome?”.
“Giuseppe Calabrò”.
Il giovane scrisse: “Oggi, 7 agosto dell’anno millenovecento…alle ore 3,52, si è presentato nella locale stazione dei carabinieri il signor Calabrò Giuseppe, nato il…?”.
“Il 18 ottobre del 1932 a Ficodindia”.
“…nato a Ficodindia, il quale intende sporgere denuncia su accaduto ancora da verificare. La vicenda presenta infatti lati poco chiari. Il soggetto in questione appariva al cospetto del sottoscritto, carabiniere ausiliario Bucciarelli Carmine, in condizioni fisiche e mentali a dir poco pietose. Gli abiti, se abiti si potevano definire gli stracci che portava indosso, emanavano un senso di squallore, di povertà e desolazione, e il volto aveva qualcosa di animalesco: i capelli irti come aculei di istrice, le sopracciglia aggrottate in una turpe espressione rendevano lo sguardo ora ebete ora allucinato ( probabilmente a causa della disavventura occorsagli ). Se a ciò si aggiunge che il viso stesso risultava gravemente penalizzato da lineamenti verso i quali madre natura è stata particolarmente avara, si potranno comprendere le serie difficoltà che lo scrivente riscontrava nel fronteggiare la situazione. L’uomo, sollecitato dalle domande del sottoscritto, palesava enormi problemi di comprendonio e le sue risposte risultavano alquanto confuse, evidenziando segni di disordine psichico. Il poveretto, su richiesta specifica, trovava difficoltà persino a ricordare il proprio nome e chiamava in causa, a testimone di quanto accadutogli, entità di natura metafisica su cui sarà meglio sorvolare”.
Il piantone sembrò voler concedere qualche attimo di respiro alla macchina da scrivere e ritornò a interrogare il malcapitato: “Professione?”.
“Contadino”.
“Stato civile?”.
“Sposato, con tre figli”.
“Residente?”.
“Sempre a Ficodindia”.
“Bene”, disse il giovane, “spiegatemi quando è avvenuto il furto”.
L’uomo sembrò frugare nella memoria, poi rispose deciso: “Una settimana fa. La notte di sabato scorso; quella disgraziatissima notte che decisi di dormire con la finestra aperta”. Imprecò tra sé: “Ah, non l’avessi mai fatto!”.
“Siete riuscito a notare qualcosa? Era un ladro o più di uno?”.
“Non lo so, non sono riuscito a vedere nulla”.
Il carabiniere scrisse: “Il furto è avvenuto la notte di sabato 31 luglio ad opera di ignoti”.
Quindi domandò: “ Valore e caratteristiche della refurtiva?”.
E qui il contadino trasse un profondo sospiro, come se avesse dovuto tirar fuori dallo stomaco una zucca ingoiata intera. “Valore inestimabile! Quanto di più importante abbia mai posseduto. Più della terra, dei buoi, più di mia moglie che pure è una santa donna”. Scoppiò a piangere irrefrenabilmente. Dalle sue viscere traboccava una pena infinita, così grande che l’esile corpo di un uomo non poteva contenerla. Si espandeva per la disadorna stanzetta, avvolgendo tutto come magma incandescente: la misera scrivania, le quattro seggiole e il divano di finto cuoio imbottito, così lacero che la borra veniva fuori intera. Lassù, in alto, proprio di fronte all’armadio, il Presidente assisteva impotente alla scena dolorosa. Il suo ritratto troneggiava vigile e bonario sull’operato dei valorosi rappresentanti dell’Arma, come un santo protettore.
“Calmatevi, santo cielo! Calmatevi! Siete al sicuro adesso. Cercate di farvi coraggio e ditemi che cosa vi hanno sottratto”.
L’uomo tirò su col naso e la lava sembrò arrestare il suo fluire: “Non lo so, mi creda. Non so davvero come descrivere le caratteristiche di quello che mi è stato rubato”.
Il ragazzo sgranò gli occhi, sbalordito. “Come sarebbe a dire? Non scherziamo! Vi hanno derubato, sì o no? Se vi hanno derubato, saprete bene di cosa, no?”.
Il signor Calabrò si passò una mano sopra l’ampia fronte sudata, quindi biascicò: “Eppure è proprio così giacché, vede, sono stato derubato dei…dei…”, e non riuscì a completare la frase. Un granitico pudore, saldato da inestirpabili radici generate dal seme di una reticenza primordiale, lo bloccava. Il giovane carabiniere stava per perdere la pazienza: “Accidenti, stavate per dirlo! Su, su…” pareva volesse estrargliele con le pinze quelle maledette parole.
“E’ inutile, non ci riesco”.
“Cosa vi hanno rubato, l’asino? Vi hanno rubato l’asino, forse?”.
“Ma se ho detto che si tratta di roba preziosissima, addirittura più di mia moglie. Vuole che la Rosetta valga meno del mio asino?”.
“E che ne so. Magari si tratta di un asino giovane, in ottime condizioni”.
“Oh, se è per questo, è un’asina di tre anni, svelta di passo e robusta come un torello, ha un bel pelo grigio, folto e lucido. E’ proprio una magnifica bestia!” e gli occhi si illuminarono.
“Mentre vostra moglie…” insinuò il piantone.
“Cosa vuole che sia ormai la cara Rosetta. Certo, ha la sua età, come me del resto. Badi però, le sono molto affezionato”.
“Sì, ma l’asina vi serve per recarvi nei campi”.
“Già, senza non potrei andare in campagna”.
“E anche per trainare l’aratro l’adoperate, non è vero?”.
“Sissignore”.
“Sicuramente questo lavoro vostra moglie non lo saprebbe fare”.
“Ah, questa poi, la Rosetta che tira l’aratro, ah, ah,ah!”.
“Quindi...”.
“D’accordo, diciamo che sono tutt’e due importanti”.
“Diciamo pure che si equivalgono”, rettificò il carabiniere assai soddisfatto.
“Diciamolo pure, se le fa piacere; però il problema rimane perché non mi hanno rubato l’asina”.
“Ah no! Mi dispiace. Ed io che credevo…” ancora un’ombra di delusione si dipinse sul volto del giovane. Poi sbottò: “Volete dirmi una buona volta che cosa vi hanno rubato?”.
“E’ inutile, non ci riesco… non ci riesco…”.