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Tratto da “Luna allo specchio”, Ed. Il Filo, Novembre 2007.

Totò e il mare

di Vanessa Vallascas

Totò percorreva, a grandi passi, quel sentiero ogni mattina.
Le spalle incurvate sotto il peso della cartella e nel cuore un sogno antico… da quella terra arida, dove il cielo piange lacrime di polvere e il sole brucia gli animi, da grande avrebbe preso il mare.
Sua madre lavorava duramente per mantenerlo agli studi, da quando il padre li aveva abbandonati, una mattina d’estate, per andare a cercare fortuna altrove.
<Tornerò.> Aveva sussurrato al figlio, prima di scomparire tra i vapori del treno.
Ma nessuno aveva più avuto notizie di lui.
In paese si vociferava che fosse corso dietro alla sottane di una giovane fioraia, ma Totò preferiva immaginarlo imbarcato in una grande nave, sperduta tra i flutti, a scrivere lettere nostalgiche, che, presto o tardi, avrebbe imbucato.
Non aveva mai visto il mare.
Ma era sicuro possedesse il colore dello zaffiro e gli occhi di suo padre.
Aveva sei anni il giorno in cui se ne andò.
L’aveva stretto a sé, con quelle sue braccia forti, che avevano zappato e arato campi di solitudine e gli aveva fatto promettere di non piangere mai e badare a sua madre.
<Sei l’uomo di casa adesso. E dovrai imparare a cavartela da solo, ora che il mare ci dividerà.>
Totò aveva stretto le braccine intorno al collo del padre, nascondendo le lacrime per la vergogna, perché un uomo non può piangere e non può dimenticare.
Non può dimenticare.
Ogni mattina se lo ripeteva e percorreva quel sentiero arido, lo stesso in cui suo padre lo portava in spalla, un tempo, per andare alla messa.
Costeggiava l’argine del fiume in secca e ci saltava dentro, immaginando di possedere un’ enorme barca, con cui navigare fino a valle e scoprire il mare.
Di tanto in tanto, raccoglieva un sassolino e lo nascondeva nella bisaccia, perché un giorno li avrebbe donati a suo padre e gli avrebbe mostrato che un mare di ciottoli non era riuscito a separarli.
Mentre i suoi compagni giocavano in cortile, Totò disegnava navi spazzate dalla tempesta e scriveva lunghe lettere, nei pomeriggi assolati, per potergli rivelare ciò che teneva nel cuore, senza mostrare le lacrime, che cadevano, lievi, sulle pagine.
Non vide più suo padre.
Lasciò che il suo ricordo riempisse ogni stanza della casa, ogni ciottolo della bisaccia, ogni sentiero inaridito della memoria, finché quell’immagine ne prese il posto e il ricordo di suo padre divenne più importante di lui.
Imparò ad amare un fantasma.
Il ricordo di ciò che era stato, un tempo, quell’uomo sconosciuto che lo abbandonava.
La rabbia, a volte, sostiene più del perdono, ma in lui non c’era rabbia, non c’era perdono, solo un mare sconfinato di silenzio.
Non gli disse mai che gli sarebbe mancato.
Non gli disse che aveva ancora bisogno di lui.
Guardò quell’ombra sul sentiero, incurvata dal peso degli anni e lasciò che il cielo versasse tutte le sue lacrime di polvere, perché un uomo non può piangere.
E non può dimenticare.

L'essenza della narrativa è il lavoro solitario: il lavoro della scrittura, il lavoro della lettura.
(J. Franzen, Come stare soli)
NARRATIVA
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