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TERZA PAGINA WORLD
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Mio nipote conosce il cielo
Tratto da Io vivo di tenerezze

di Nelson Hoffmann

La mano nella mano, mio nipote e io passeggiavamo in Piazza Matrice. Era primo pomeriggio.
D'un tratto mio nipote alzò la sua manina e indicò il cielo:
- Nonno! Il sole si è spento!
Sollevai il viso:
- Sono le nuvole. È nuvoloso.
E mio nipote:
- Nonno, non c'è!
- Sì che c'è.
E mio nipote perplesso:
- Che cosa è nuvoloso?
- È quando le nuvole coprono il sole - spiegai.
Un attimo di silenzio, quindi:
- Non c'è, nonno! Non c'è.
Indugiai un attimo. Risposi:
- Ma sì, caro, che c'è!
E mio nipote seccato:
- No, non c'è!
Esitai e infine:
- Il sole dunque è spento?
E mio nipote lesto:
- Sì, nonno! Sì.
Considerai la questione chiusa e domandai:
- E perché il sole è spento?
Mio nipote mi squadrò dall'alto della sua minuscola statura e con tono professorale disse:
- Perché il cielo ha consumato le pile del sole.


Mio nipote alterca con me

Mio nipote e io andammo al mercato. Egli ama andare al mercato; sa che rimedia sempre un cioccolato, un gelato o un giocattolo. O magari due, o più. I nipoti hanno prerogative che altri non hanno. È giusto. Altrimenti perché sarebbero nipoti? Dunque, mio nipote e io eravamo al mercato, come quasi tutti i giorni. Egli entrò e sparì tra i settori che più lo interessavano, che conosce a memoria. Io invece mi fermai a fare quattro chiacchiere sui tempi andati con amici di vecchia data. Gira e rigira, mio nipote compariva con qualcosa che chiedeva di prendere. Io andavo rimandando, man mano che vedevo. Egli desiderava solo giocattoli quel giorno; ne scambiava uno con un altro e tornava. Finché non riportò lo stesso giocattolo: era un grosso furgone, con vari assi, tutto in legno lavorato, con copertura di tela. Proprio bello; e a buon prezzo.
- Dopo - dissi io. E seguitai la chiacchierata.
Di lì a poco, eccolo di nuovo:
- Andiamo, nonno!
Mi tirava per il braccio, voleva portarmi al settore dei giocattoli.
- Aspetta un istante, per favore.
L'argomento della conversazione non si esauriva e io continuavo a stare fermo. Mio nipote andava e tornava, spazientendosi vieppiù. Tornò con il furgone:
- Nonno, compramelo!
Chiesi ancora una volta il prezzo e ribadii che lo trovavo caro.
- No, ora no. Dopo.
Egli poggiò il furgone per terra e si mise a spingerlo, di qua e di là, imitandone con la bocca il rumore del motore, come se esso stesse salendo su per le montagne. Gli amici conversavano con me e, di sottecchi, osservavano mio nipote. Altra gente arrivò, si fermò, e in breve si formò un capannello. Tutti osservavano mio nipote e il suo furgone; alcuni sorridevano ed elogiavano il rumore ben riprodotto, il risalto del cambio delle marce e lo stile sonoro.
Uno dei commessi del mercato mi consegnò il pane che, sapeva, io stavo cercando. Gli amici iniziarono a sfollare e pure io mi risolsi a muovermi.
Accarezzai mio nipote, gli passai la mano tra i capelli e dissi:
- Riponi il furgone e andiamo.
- Ah! Io voglio portare con me il furgone.
- No, amore. Oggi no.
Mio nipote si alzò lentamente e, in piedi, con il furgone tra le braccia:
- Compramelo, nonno!
Tutt'attorno, la cerchia di persone formatasi sorrideva divertita. Mi rivolsi a lui paziente:
- No, tesoro, oggi non è possibile.
- Perché non è possibile?
- Perché è molto caro.
Indicai l'etichetta:
- Guarda il prezzo.
Alla mia osservazione, mio nipote fece un cenno del capo, posò il giocattolo sul pavimento, si mise da parte e mi fissò:
- Non lo vuoi comprare?
Fui categorico:
- No!
Mio nipote mi guardò flemmatico e domandò:
- Ma, allora, perché sei mio nonno?
Osservai il furgone con attenzione, e mi resi conto che, alla fin fine, quello non era poi tanto un furgone, quanto solo un furgoncino come molti altri, addirittura quasi ridicolo, e il prezzo, tutto sommato, non era per niente eccessivo. A conti fatti un affare!
Lo comprai.


Mio nipote ha un papà

Mi raccontarono. Io non bado alle chiacchiere - le parole, si sa, volano. Le parole che diciamo sono manifestazione dei nostri sentimenti interiori; le parole che ascoltiamo sono armi acquisite. Parole? Solo per coloro che parlano, parlano, parlano. E parlano!
Mi parlarono. Mi raccontarono:
- Un tizio ronza attorno a casa tua.
Non mi ero mai preoccupato; né mi preoccupai allora. Mi avvisarono:
- Egli potrebbe essere il papà di tuo nipote. Lo trovai spiritoso:
- Qualcuno lo sarà, un giorno - pensai.
E penso, giacché oggi lo è: quel tizio è proprio il papà di mio nipote.
Io non sopporto le chiacchiere. Il bello della vita però è che si desidera una cosa e si finisce sovente per accettarne un'altra. Mi dicevano, mi raccontavano, mi parlavano. Io ascoltavo e dentro di me brontolavo indignato:
- Chiacchiere di merda!
Un giorno, mentre stavo seduto su una sedia con lo schienale nello spazio antistante casa mia, vidi passare un tizio:
- È lui - sospettai.
Il tizio, ben abbronzato, indossava camicia bianca e pantaloni attillati. Il viso e i capelli erano intonati. Alcuni giorni dopo, lo stesso individuo mi si parò davanti in ufficio al Municipio. Chiedeva lavoro.
- Impiego o lavoro? - dissi con ironia.
Egli fu breve e deciso:
- Io voglio lavorare.
Avvertii il tono tagliente della replica e dissimulai: osservai tutto intorno e quindi lo guardai in faccia. Stava serio e attendeva una risposta. Borbottai:
- Solo per concorso.
Le braccia lunghe distese e le mani appoggiate sulla mia scrivania, egli mi domandò tranquillo:
- Ci sono concorsi al momento?
- No!
Fu gentile ed educato:
- Va bene. Aspetterò la mia occasione.
Ritirò le mani dal tavolo, le infilò nelle tasche dei pantaloni e guadagnò l'uscita camminando. Lo osservai andare via: aveva un andamento dinoccolato, i passi erano lunghi, muoveva la testa e lo sguardo come stesse facendo un sopralluogo. Era differente dalla pacatezza nostrana. Che celasse un qualche mistero?
Finché un giorno, qualche tempo dopo, un certo giorno, la mamma di mio nipote mi cercò tutta turbata:
- Papà.
- Eh?
- Papà.
- Parla.
- ... aspetto un figlio …tuo nipote.
Una scossa elettrica mi percorse. Non capii; soltanto percepii, ma la percezione ebbe il gusto dolce della felicità.
Lì per lì, debbo essere diventato bianco come la calce; per l'esultanza e la rabbia al contempo.
Non sapevo cosa dire o fare. Ripetei imbambolato:
- Papà ... aspetto un figlio ... tuo nipote.
E subito dopo, d'istinto, esclamai:
- Aspetti un figlio?! E com'è stato?!
La mamma di mio nipote mi guardò coi suoi occhi di bimba cresciuta, troppo intelligenti per la sua età, e sorridendo dolcemente e tristemente, aggiunse:
- Papà, non capisci?
Schiattai. Là, molto lontano, nel profondo di me stesso, si profilò il futuro:
- Nonno! Tu non mi prendi. Tu non mi prendi. Tu sei...
Piantai il mento nella palma della mia mano sinistra, tirai un respiro pieno, fissai i miei occhi nel bel visino della mamma di mio nipote.
- Quando sarà il matrimonio?
La mamma di mio nipote sussultò felice:
- Posso telefonare?
La osservai, sorridendo con tenerezza:
- Ma certamente, caprettina!
Corse al telefono, compose i numeri, parlò a lungo. Nel frattempo io precipitavo agli inferi. - Prima di sera egli sarà qui - venne a riferirmi la mamma di mio nipote.
Mi sembrava di vivere un sogno ad occhi aperti: la mamma di mio nipote aspettava un figlio, il papà di mio nipote sarebbe arrivato prima di sera, e io avevo un nipote.
- Papà, è arrivato.
- ...
- Papà!
- Ah?
- È qui.
Ritornai alla realtà.
- Sì. Chi? Mio nipote?
Sentii quasi un grido:
- No, il papà!
La mamma di mio nipote mi fissava con occhi ridenti. Mi destai:
- Ah! Sì! Certo! Andiamo a sederci.
La mamma di mio nipote mi presentò il papà di mio nipote; me lo ricordo. Vagavo smarrito ancora nei meandri del sogno e mi pizzicai per svegliarmi di botto. Riacquistando coscienza, distinsi meglio la figura del papà di mio nipote e, strizzando bene gli occhi, ebbi poi la certezza che si trattava dello stesso giovanotto di cui prima abbiamo raccontato, parlato e conversato. Era, anche, lo stesso giovanotto che mi aveva chiesto lavoro; lavoro e non impiego.
Egli aveva detto:
- Io voglio lavorare.
Era lui. Lo stesso giovanotto coi pantaloni attillati, ben abbronzato. Lo stesso di cui mi avevano parlato e raccontato.
Eravamo tutti e tre imbarazzati. Nessuno apriva bocca; non sapevamo cosa dire. Tentai una conversazione:
- È tifoso dei Rossi o degli Azzurri?
Il papà di mio nipote restò perplesso, la domanda era proprio assurda. Sommessamente:
- Dei Rossi.
- Bene! - battei le mani. Anch'io sono tifoso dei Rossi.
Dopo di che la conversazione languì. Calò un cupo, prolungato silenzio. Tutto sembrava fuori luogo, inclusi noi. Stavamo in galassie distanti, estranei gli uni agli altri. Serviva una esplosione cosmica per uscirne.
E così avvenne:
- Allora, lei vuole o non vuole sposare la mamma di mio nipote?
Quanto egli disse fu come il fuoco per la miccia della polvere da sparo. Il papà di mio nipote disse:
- Sono qui perché intendo sposarla.
Chinai il capo e, da scocciatore quale io sono, divenni un uomo felice. Il giovanotto non era uno qualsiasi! Pensai un attimo, cercando le parole giuste: niente. D'un tratto mi sfuggì:
- Qual è il suo nome?
Il papà di mio nipote fu diretto: disse nome e cognome e nient'altro. Il cognome, notai, finiva in sky, ma non lo capii. Così proprio farneticai:
- Mio Dio! Ma allora è polacco?!
Si sposarono. Le mie baggianate mi dolgono ancora oggi. In compenso, ogni giorno di più sono felice che quel giovanotto sia il papà di mio nipote.

L'essenza della narrativa è il lavoro solitario: il lavoro della scrittura, il lavoro della lettura.
(J. Franzen, Come stare soli)
NARRATIVA
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