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Storia di un fantasma vero

di Emilio Gallo
(autore di madre lingua spagnola -
Parva libellum sustine patientia)

Notte fonda.
La luna illumina di un grigio ferro le strade deserte del paese.
Il silenzio regna quale padrone e signore. Solo i lampioni illuminano con una pallida luce le strade deserte.
Quando il campanario della chiesa suona le nove di sera, le ultime luci si spengono. I pochi viaggianti, sprovveduti, non trovando rifugio, lasciano con premura il paese.
Qualche volta il silenzio viene rotto dall’ululare di un cane che subito smette, impaurito dall’eco del suono; quando il campanario suona la mezzanotte le ombre delle case corrono velocemente a nascondersi. A quest’ora, quando il sonno concilia gli uomini con il mondo, succede.

Il lastricato delle strade fa eco di un rumore metallico di scarpe chiodate. Un velo azzurro lascia intravedere la bellezza e lo splendore del corpo della sbelta dama. Nella sua mano destra porta una borsa da cui, cosí affermano i pochi testimoni, estrae oggetti di forma strana che al toccarli spruzzano fiamme involventi.
Cosí l’avevano visto.
Cosí lo ripetevano.
Cosí lo giuravano.
Cosí!

La spléndida donna, mora di occhi color caffé, coperta con il velo azzurro, passeggia lentamente per le strade deserte del paese curando che l’eco delle sue scarpe chiodate si sparga per ogni angolo del paese. Quando arriva in piazza si ferma, posa la borsa nel banco piú vicino, estrae le scarpe di ballerina, inizia alcuni passi di danza classica e, fondendo il suo corpo bruno con la notte, scompare.
Chi é? Perché incute tanta paura ai paesani che rimangono chiusi in casa tremando pr la loro vita?.
É il fantasma di Rachele che cerca vendetta.
Cosí lo avevano visto.
Cosí lo ripetevano.
Cosí lo giuravano.
Cosí!

Tutto accadde cinque anni fa.
La nuova scuola di danza classica apriva le sue porte. Essendo l’unica in tutto il valle, molte giovani si iscrissero e tra queste Rachele, giovane mora di occhi color caffé.
Quella notte Rachele si intrattenne un po piú del solito con le sue amiche. A mezzanotte, borsa in mano, uscí dalla scuola di danza.
La notte era tiepida e bella.
Mentre attraversava la piazza solitaria non poté resistere alla tentazione. Posó la borsa nel banco piú vicino. Calzó le scarpette nuove  ed eseguí i nuovi passi di danza.
La luna sorrise al corpo agile che sembrava volare nell’aria tiepida, ma non poté fare niente quando vide piombare a terra la sbelta siluetta fulminata da un attacco al cuore. Il suo corpo cadde sul banco vicino alla borsa. Cosí la trovarono al mattino.
Un mese passó.
Un’altra giovane fu trovata morta nella stessa posizione di Rachele. Questa volta la luna asístette impotente allo stupro e posteriore omicidio della sfortunata giovane. Il colpevole o i colpevoli fino ad oggi non sono stati trovati.
Non si sa come e perché si attribuí la colpa al fantasma di Rachele che per motivi sconosciuti si era vendicato col sangue della giovane collega (anche lei frequentava la scuola di danza).
Un’altro mese passó.

La notte era tiepida e bella.
Irene, professoressa di chimica, cugina di Rachele non poté resistere alla tentazione.
Posó la borsa nel banco piú vicino. Calzó le scarpette nuove ed eseguí i nuovi passi di danza.
Mentre il suo corpo si librava nell’aria, un paesano leggermente ubriaco la prese al volo.
Irene, con una spinta,  si liberó dell’abbraccio. Il paesano ebbro colpí la testa sul banco rimanendo svenuto.
La luna vide come due passi chiodati correvano velocemente sul lastricato. Nella sua fretta la borsa fu dimenticata sul banco vicino all’ebbro. Accanto al suo corpo inanimado giacevano le scarpette bianche di danza classica.
L’uomo si sveglió mentre ascoltava gli ultimi passi metallici.
Cercó nella borsa.
Oltre agli oggetti personali di una dama céra una busta di zolfo.
Irene, il giorno dopo, doveva fare un esperimento di chimica per i suoi alunni. Poco prima di andare alla scuola di danza aveva comperato lo zolfo in farmacia.
Il frustrato stupratore vuotó il contenuto della borsa sul pavimento. La busta di zolfo si ruppe. Cercava dei fiammiferi per accendere una sigaretta.
Li trovó.
Le fiamme leggermente azzurrate bruciarono un poco la faccia e parte delle mani.
-E giusto quando lo stavo prendendo a volo il dannato fantasma scomparve come se lo fosse portato vía il diavolo. Vedete come mi ha bruciato la faccia e le mani.-
Nessuno dubitó.
La borsa, le scarpette, l’intenso odore di zolfo corroboravano la storia.
-Se arrivate ad ascoltare dei passi metallici, é meglio correre a nascondersi. Il fantasma accompagnato dal diavolo vi viene incontro..-
Questa avvertenza suggelló e rubricó la presenza del fantasma di Rachele, dannata a vagare in compagnía del diavolo.
La paura, comprensibile in tutti, fece che le case del paese spegnessero le luci alle nove di sera.
Il silenzio e la luna rimasero padroni assoluti delle strade.
Quasi!

Irene, ricuperatasi dallo spavento, tornó a suo favore la superstizione del paese.
Gli diede piú mistero al fantasma coprendosi con un velo azzurro. In caso che qualche renuente la vedesse, aveva sempre a sua disposizione una bustina di zolfo che non mollava nemmeno quando il suo corpo si librava nell’aria fondendosi con la notte.
Cosí la bella donna di occhi color caffé  e corpo sbelto gioiva della danza nella piazza del paese. Ogni tanto qualche gatto era testimone involuntario. Il suo miagolío dava musica alla danza. Danza con gatto in Do Maggiore. Allegro ma non troppo.
Nelle notti tiepide la luna poteva osservare il corpo nudo di Irene che si univa alle ombre. Non c’erano occhi indiscreti. Tutti dormivano il sonno degli angeli.
Quasi.

Raffaele, professore di matematica, era arrivato al paese cinque mesi fa. Lo stesso giorno gli comunicarono l’esistenza del fantasma e gli avvertirono di non uscire dopo le nove di sera so pena la morte o qualcosa di peggio.
Tímido per natura, il giovane dai profondi occhi verdi, s’innamoró di Irene la prima volta che la vide nel liceo. Non osava guardarla negli occhi. Lei nemmeno lo notava. Lo considerava un essere insignificante.
Raffaele desiderava intensamente vincere le sue inibizioni e comportarsi di forma elegante e brillante di fronte a lei.
E lo era.
Quando beveva vino.

Il giovane professore era solito, dopo una giornata di lavoro, al calare della notte, frequentare i bar del paese. In questo ambiente era considerato un uomo brillante di converzazione interesante.
In vino veritas
Gli effetti del vino facevano scomparire la sua naturale timidezza. I clienti abituali lo consideravano un Don Giovanni nato. Al suo fianco si turnavano sempre due cameriere.
Quella sera stava solo.
Cosí lo volle e lo diede ad intendere alle due compiacenti dame che rispettarono il suo desiderio.
Pensava ad Irene. I suoi occhi color caffé. Il suo corpo sbelto dal seno provocativo.
Naturalmente Irene non frequentava i bar.
Accese l’ultima sigaretta prima di uscire. Il cerino titilante illuminó la tristrezza riflessa nella sua faccia. Assomigliava un micio, di recente,  abbandonato dal padrone.
Lo stato d’assedio tacito e acettato volontariamente da tutto il paese si avvicinava.
Il fantasma non perdonava
Cosí dicevano!

Ebbro, con una bottiglia in mano, uscí dal bar.
L’aria fresca della notte lo rianimó un poco .Deambuló senza una meta. Nella piazza si addormentó sotto di un banco. Affianco la bottiglia di vino vuota.
Le dodici campanate lo svegliarono.
E fú quando la vide.
La misteriosa dama, nuda con scarpette bianche si librava nell’aria. Tale era la sua grazia che sembrava volare quale uccello in cerca di cibo. Non poté distinguere la faccia della sconosciuta ma i suoi lineamenti gli erano noti. Quado il campanario suonó l’una la danza ebbe termine.
In breve tempo un suono metallico di scarpe chiodate si allontanó nel fonfo del lastricato.
Raffaele uscí dal suo nascondiglio. Non voleva essere visto.
Le avevano detto del fantasma. Lo considerava mera superstizione. Vide la bottiglia di vino vuota. Doveva essere stato l’effetto del vino.
Quasi.
La notte seguente, sobrio, ritornó alla piazza.
Aspettó.
Irene non comparve,
Starebbe ausente per quindici giorno. Era andata a fare un corso di aggiornamento alla capitale. Decisamente era stato l’effetto del vino.
Al ritorno di Irene il fantasma fece la sua, solita, apparizione.
Raffaele, come al solito, ebbro deambulava, bottiglia in mano, senza una meta fissa.
Quando sboccó nella piazza, involontariamente, il corpo nudo con le scarpette bianche arrivó alle sue braccia.
La sorpresa fú mutua.
Raffaele la prese per la cintura.
Irene, attratta dai profondi occhi verdi, lasció ogni resistenza.
I due sudavano copiosamente.
Irene per la danza eseguita.
Raffaele per l’emozione.
In breve tempo successe Tutto.
Si, Tutto.
La luna sorrise ai due corpi che lanotte imboccava con a fianco la borsa aperta.
L’amore, nato quella notte, grazie al fantasma di Rachele, perduró.
Al mese si sposarono.
Irene non danza piú nella piazza. Rachele smise di terrorizzare il paese. Raffaele non frequenta piú i bar: il fantasma di Rachele lo trattiene in casa.
Il paese perse il timore per il fantasma e la vita notturna ritornó.
Alcune volte qualche paio di scarpe chiodate ricordano il fantasma di Rachele, ma la gente sorride.

L'essenza della narrativa è il lavoro solitario: il lavoro della scrittura, il lavoro della lettura.
(J. Franzen, Come stare soli)
NARRATIVA
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