Vietato vietare
di Maria Cristina Aggio e Nazareno Valente
Non siamo dei giuristi, ma saremmo pronti a scommettere che non c’è corpo regolamentare che abbia sostenuto i colpi del tempo con maggior saldezza, al pari delle 20 regole dettate da Van Dine. In circa ottant’anni di vita, esse non hanno infatti subito la benché minima modifica, sebbene siano state poste periodicamente in discussione.
Intrinseca saggezza o totale inutilità?
Per rispondere al quesito, occorre prima analizzare il contesto in cui tali regole furono introdotte e il perché della loro previsione.
Se qualcuno avesse chiesto a Van Dine “te l’ha ordinato il medico di scrivere gialli?” con sorpresa, si sarebbe sentito rispondere di sì. Tutti sappiamo infatti che, in un periodo difficile della sua vita, il nostro fu costretto a staccare per un momento la spina e a smettere qualsiasi attività impegnativa. Il medico gli consigliò così il riposo più assoluto e, come unico impegno, la possibilità di scrivere libri gialli.
In quel periodo, internet, i cellulari, la radio, la televisione, il cinema non esistevano, oppure esistevano da poco tempo, sicché non si era dotati di quei mezzi di comunicazione che ora consentono la pianificazione, il livellamento e la crescita della società. Oltre a questo, non era stata ancora creata l’università di massa, né erano stati inventati i debiti inestinguibili della scuola secondaria. Tutto questo comportava notevoli disparità nel livello culturale della popolazione, per cui, alle poche persone molto colte, facevano riscontro le molte con limitata istruzione.
Dato il contesto, le proposte letterarie non potevano che essere diversificate a seconda della categoria cui si indirizzavano. Alla letteratura vera e propria si affiancava così quella popolare, emarginata alle pulps che proponevano racconti di avventure di fantascienza e di tipo poliziesco, per lo più di non elevato livello.
Willard Huntington Wright, che era un critico d’arte molto noto negli ambienti facoltosi dell’epoca, si accinse a iniziare la carriera di giallista per niente fiero di quello che stava per fare e, pensò pertanto bene di nascondere le proprie colpe dietro lo pseudonimo di S.S. Van Dine.
Fu forse proprio per dare un tono alla produzione gialla che egli decise, una volta resa nota la paternità di Philo Vance, di redigere le famose 20 Regole. Oltre che colto, il nostro aveva anche molta puzza al naso e amava salire in cattedra; e la regolamentazione da lui proposta risente molto di questo, tant’è che contiene più divieti che regole. E si sa che le difficoltà ad attenersi alle norme crescono in modo direttamente proporzionale all’aumentare dei divieti.
Lo stesso Van Dine barò più d’una volta, e tutti gli altri autori di gialli non si preoccuparono di seguirlo a ruota, così che non si conosce giallo che si sia perfettamente attenuto alle regole. Malgrado ciò, non si può dire che esse non abbiano avuto una funzione positiva e, quanto meno, sono servite ad evitare situazioni ed espedienti stantii. Ad esempio, il tasso di criminalità dei servitori si è del tutto azzerato, i gemelli colpevoli sono spariti (unica inadempiente, Anne Perry), sono diminuiti i mozziconi di sigaretta lasciati sul luogo del delitto (con buona pace dei non fumatori). Di fatto le regole vandiniane hanno svolto la funzione di calmiere, consentendo di elevare il livello medio della produzione; è questo il più evidente pregio che si può loro attribuire.
In definitiva, la risposta sta nel mezzo: né infinita saggezza, né inutilità.
Ci si può chiedere a questo punto se le regole possano avere un qualche significato ora che la società è strutturata in maniera completamente diversa dai tempi di Van Dine, e che gli estremi culturali sono stati smussati creando così l’uomo medio omologato dalla società dei consumi, ora che il giallo s’è arricchito di nuovi contenuti e che i gusti si sono affatto modificati.
Riteniamo di sì, purché si voglia cogliere l’aspetto sostanziale del messaggio da esse veicolato e non si ceda, invece, al desiderio di salvaguardarne gli aspetti formali.
I tanti divieti in esse contenuti avevano infatti una giustificazione negli anni ’30, quando il giallo non aveva una configurazione certa e rischiava di sfumare nel rosa oppure nel grottesco, a causa di artifici e pensate di dubbio gusto. Adesso come adesso, misurare la bontà d’un opera basandosi sulla conta dei poliziotti che indagano, sul numero dei colpevoli che uccidono oppure sulla quantità e sulla intensità dei baci che i protagonisti si scambiano, ci sembra un’operazione di tipo burocratico e non certo di sostanza.
A maggior ragione, appare adesso improponibile la regola n. 16 che preclude l’inserimento di “pezzi di bravura letteraria, analisi psicologiche troppo insistenti, presentazione di atmosfera”. Applicare un simile divieto vorrebbe dire cadere nel solito equivoco in cui generalmente si dibattono i fan accaniti che, amanti viscerali del proprio genere, temono una qualsivoglia intrusione di agenti estranei. Un modo come un altro, a nostro avviso, di confinarsi in un ghetto d’idee e di pensieri in cui però è facile ritrovarsi. L’equivoco, in definitiva, che il poliziesco debba sempre e solo essere confinato “nell’intrattenimento” e quindi non possa mai tracimare in un prodotto d’autore, quasi che un giallo complesso e ricco di spunti non possa essere al tempo stesso accessibile a tutti e leggibile a diversi livelli.
Una sindrome da letterato, come oseremmo definirla, che fa almeno teoricamente preferire le zoppie alla correttezza linguistica perché quest’ultima sa, a prescindere, di un che di paludato e di pedante.
Così facendo, si dimentica forse che un libro deve avvincere pur in ristrettezza di mezzi visivi e sonori e con il solo ausilio della scrittura.
Caratterizzare in modo inequivocabile un personaggio o una scena, dovrebbe essere poi uno degli obiettivi principali per uno scrittore, e non qualcosa da evitare. Se c’è infatti qualcosa che maggiormente disturba il lettore, è proprio essere costretto ad andare a ritroso per capire chi è il personaggio che sta intervenendo oppure per ambientarsi tra scenari indistinguibili.
Va invece recuperato il messaggio che Van Dine intendeva fondamentalmente trasmettere; messaggio rintracciabile nella prima regola, ove s’afferma che “il lettore deve avere le stesse possibilità del poliziotto di risolvere il mistero” e che “tutti gli indizi e le tracce debbono essere chiaramente elencati e descritti”. Molte delle successive regole, infatti, non fanno che ribadire questo principio, e basta rileggere le regole 4, 5, 8, 9, 10, 14, 15 e in parte 12 e 20 per convincersi in tal senso.
In definitiva, Van Dine prevede un patto in cui lo scrittore assume l’impegno di mettere il lettore nelle condizioni di risolvere l’enigma, rendendogli noti tutti gli indizi e cercando tuttavia di rendergli duro il cammino, in modo da portarlo fuori strada. In questo gioco lo scrittore può utilizzare qualsiasi stratagemma, purché lecito e verosimile, e che non sconfini nell’imbroglio bell’e buono: nessun asso nascosto nella manica o coniglio da tirar fuori dal cappello al momento opportuno.
Un gioco leale da cui il lettore con molte probabilità desidera uscire sconfitto, piuttosto che vincitore. Non fosse altro che per assaporare, già mentre chiude il libro, il gusto della rivincita.
Da consumarsi senza fallo alla prossima avventura.