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Il giornale
L'indizio nascosto
GIALLOSTORIA

Dalle vecchie zitelle alle giovani in carriera

di Maria Cristina Aggio e Nazareno Valente

Un eventuale Comitato per le Pari Opportunità non avrebbe motivo di lamentele. Nella letteratura gialla classica non c’è infatti alcuna discriminazione legata al sesso, e le autrici di successo si alternano, con naturalezza e senza destare stupore, agli scrittori maschi, sin da quando questo genere emise i suoi primi vagiti. Lo stesso avviene per le investigatrici in gonnella, impegnate anch’esse sin dagli esordi a risolvere intricati casi di sangue con la stessa spigliatezza, e il medesimo successo, dei vari Poirot, Philo Vance ed Ellery Queen.
Senza ripercorrere tutto il cammino compiuto dalle nostre eroine, ci limiteremo a soffermarci sulle tappe più significative del loro percorso, allo scopo di delineare solo alcuni tratti caratteristici che hanno accomunato queste diaboliche donne poliziotto.
Sarah Keate, Jane Marple e Maud Silver, pur non rientrando tra le investigatrici eponime, furono sicuramente le prime ad ottenere un successo di portata tale da imporre un modello di detective che avrebbe resistito per decenni. Tanto per intenderci, quello che potrebbe venir citato come il cliché delle vecchie zitelle.
Rossa di capelli, anziana, più grossa e pesante di quanto ella stessa non ami confessare, materna sino all’estrema conseguenza d’apparire alquanto petulante, Sarah Keate è un’infermiera di professione che, suo malgrado, viene coinvolta in casi di omicidio, risolti proprio grazie al suo acume investigativo. Dovuta alla penna di Mignon G. Eberhart - che tra le due guerre rivaleggiò in popolarità con la più rinomata Agatha Christie - l’infermiera volante (come fu soprannominata dalla Mondadori) si muove in ambienti di lusso, avvolti in un esasperato alone di mistero, e tra nemici che tramano nell’ombra, in attesa del momento più opportuno per colpire.
L’anno dopo (il 1930) vede l’esordio di Jane Marple, dovuta alla fantasia di Agatha Christie, divenuta a buona ragione la detective per antonomasia della letteratura gialla tradizionale. Accesa sostenitrice del detto che “tutto il mondo è paese”, la terribile zitella assume la sua cittadina natale, St. Mary Meade, come campione statisticamente probante per classificare tutto il genere umano; circostanza questa che le consente, con sottili procedimenti analogici, basati su riflessioni sulle persone e sui loro caratteri, d’individuare in maniera inequivocabile dove si annida il male.
Dimessa quel tanto che basta per mascherare la sua pericolosità, Miss Marple è, come la Keate, trascinata casualmente in fatti di sangue che decifra tra un pettegolezzo e un interrogatorio, analizzando i fatti e gli indizi che emergono dalle sue accurate ricerche. Non è tuttavia una professionista del crimine, a differenza di Maud Silver che è una vera e propria investigatrice privata, anche se non per vocazione.
La stagionata signorina, partorita da Patricia Wentworth nel 1928, ha infatti interrotto, a seguito di una strana serie di eventi, la poco redditizia carriera d’insegnante per intraprendere l’attività di detective che le permette non solo di mettere a frutto il suo acume ma anche di concedersi finalmente il lusso d’una bella casa, e di tante altre cose, prima solo sognate.
Miss Maud non ha tuttavia mai smesso i panni del docente e, sia pure con un bonario scuotimento della testa oppure con un leggero schiarirsi della voce, è sempre pronta a bacchettare e a riprendere chicchessia. Eppure, a nostro giudizio, è la più simpatica delle tre zitelle prese in considerazione, non fosse altro che per la schiettezza con cui affronta ogni situazione.
Certo, quel suo continuo sferruzzare può dare a tutti l’immagine d’una persona innocua, di fronte alla quale si può abbassare la guardia senza pericolo, può sembrare un atteggiamento subdolo, volto a indurre ad errore l’interlocutore, ma non è così. Lavorar di ferri consente a miss Maud Silver di concentrarsi meglio e di sbrogliare in questo modo anche la più intricata matassa, senza neppure muoversi dalla poltrona. Un po’ come è uso fare Nero Wolfe.

Miss Marple stava per vivere l’ultima sua avventura, quando una nuova zitella, Amelia Peabody, irrompeva prepotentemente sulla scena. E non è questo un semplice modo di dire, visto l’indole focosa dell’eroina creata da Elisabeth Peters nel 1975.
Ricca ereditiera, Amelia è ancora giovane ma, per l’epoca in cui vive (l’ultimo ventennio del 1800), i trentadue anni di età pesano e la collocano irrimediabilmente tra le donne che hanno perso da tempo l’ultimo tram per maritarsi. D’altra parte, non ha mai ricevuto una proposta di matrimonio e, per sua stessa ammissione, non è per nulla attraente. Troppo alta, troppo asciutta in alcuni punti, troppo tornita in altri, ha il naso troppo grosso, la bocca troppo larga e un mento con un che di mascolino. Un po’ troppo in tutto, anche nel carattere, talmente irruente e poco femminile da far sospettare che il mento non sia l’unica sua caratteristica che l’accomuna agli uomini.
Malgrado ciò, sotto la rude scorza, Amelia nasconde un cuore che la induce a soccorrere chi è in difficoltà e a intervenire per risolvere i casi più spinosi, qualunque sia la loro natura. Interventista e indomita, tanto da farle guadagnare il nomignolo di Indiana Jones in gonnella, la nostra è comunque destinata ad essere una zitella mancata. La sua passione per le antichità egizie le fa infatti conoscere l’anima gemella: un esperto egittologo, caratterialmente mal disposto come lei, che condividerà con la nostra tutta una serie di mirabolanti avventure.

Sempre nell’età vittoriana vive la successiva eroina, Charlotte Ellison, creata da Anne Perry agli inizi del 1980.
Giovane di bella famiglia, Charlotte ha un certo fascino e sicuramente non avrebbe difficoltà a trovare marito, se non fosse per la sua caparbietà e per l’esiguità della dote su cui può contare. I suoi familiari non vedono pertanto una sistemazione facile per lei, considerando che agli uomini non piacciono le donne ribelli, poco disposte a sottomettersi alle convenzioni che la società impone. Oltre a questo, Charlotte non sa dissimulare, né nascondere i propri sentimenti; anzi, afferma le proprie convinzioni con decisione e fermezza, anche se in modo molto femminile.
In effetti, Charlotte non è la protagonista della serie - ruolo che è assegnato formalmente all’ispettore di polizia Pitt -, tuttavia le circostanze la portano a innamorarsi proprio di Pitt e a prendere così parte alle indagini in cui questi è impegnato. E si deve al suo intuito, alla sua perspicacia e al suo spirito d’iniziativa, più che all’acume investigativo del marito, se molte delle indagini sono risolte in maniera brillante.
Sebbene occupata in casi delittuosi a tempo pieno, Charlotte non dimentica i suoi doveri di moglie e di madre, né tralascia di rivendicare, sia pur con tatto e senza assumere mai antipatici atteggiamenti radicali, un diverso ruolo sociale per le donne. Un personaggio in definitiva dotato di tante apprezzabili qualità (non ultima una spiccata femminilità), destinato a soppiantare il titolare della serie, sempre più emarginato dai passi essenziali delle storie narrate e, in aggiunta, sempre più impegnato in squallide beghe d’ufficio con superiori che desiderano imporre logiche mafiose.


E passiamo per finire a Kathryn Swinbrooke che compare in Italia nell’estate del 1997, con un ritardo di alcuni anni dalla sua effettiva nascita letteraria. Ne è autore C. L. Grace, meglio conosciuto con l’altro pseudonimo di Paul Harding, che, per quanto ne sappiamo, è il primo scrittore di gialli che affida il ruolo principale a una donna.
A differenza delle protagoniste prima considerate, Kathryn ha già una triste esperienza matrimoniale alle spalle e una professione che le permette una qual certa gratificazione sociale,.
Speziale e medico inglese del XV secolo, la nostra vive le sue avventure in un periodo burrascoso per il suo Paese, agitato com’è da lotte incessanti per la successione al trono e da intrighi che non consentono di condurre una normale esistenza quotidiana. In questo clima tetro, connotato caratteristico, e un po’ di maniera, del periodo medievale, Kathryn si barcamena con apprezzabile dignità, cercando di fornire il suo apporto professionale e le sue doti non comuni per la risoluzione dei frequenti delitti che insanguinano la contea.
Gli enigmi la interessano, senza però assorbire tutta la sua energia; lo stesso dicasi per l’amore: Kathryn è una donna troppo concreta per concedersi totalmente al sentimento. Anche l’attività di speziale e medico non è vissuta da lei per vocazione, e non è neppure il fine della sua esistenza, quanto piuttosto il mezzo per affermarsi e affermare il suo ruolo.
Una perfetta giovane in carriera, se si desidera ricorrere a una immagine per esemplificare.




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