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Il giornale
L'indizio nascosto
GIALLOSTORIA
Perché eco non s’infranga

di Maria Cristina Aggio e Nazareno Valente


Di colpo sentiamo il peso degli anni.
Capita, quando certi meccanismi della nostra tecnologica società ti danno il senso del mutamento dei tempi e la malizia, che s’acquisisce con il trascorrere dei giorni, ti spinge immancabilmente a vedere il rovescio della medaglia.
Così accade con una delle ossessioni del momento: l’archiviazione. Quella mania, per intenderci, che vuole racchiudere tutto entro i confini ristretti d’una definizione; che desidera classificare, catalogare, incasellare ed etichettare ogni cosa, possibilmente in lingua inglese, perché ormai linguaggio universale. Ricchezza informativa oppure schedatura? ci si potrebbe chiedere.
Sospendiamo ogni giudizio – non essendo questa la sede più idonea per discorsi del genere - senza tuttavia prima rilevare che, sia pure a un diverso livello, un simile venticello agita anche la letteratura gialla.
Una volta si potevano sostenere discorsi anche approfonditi con esperti del settore, armati d’un vocabolario essenziale. Non c’erano, a ricordo, che due rivoli: il giallo all’inglese e il giallo all’americana. Adesso, chi volesse perseguire lo stesso intendimento, dovrebbe munirsi almeno di un glossario (possibilmente aggiornato), vista la gemmazione dei sottogeneri che rendono il giallo simile a un fiume dalle mille diramazioni, incerte nei confini.
Ad ogni nuovo inserimento, percepiamo com’erano caserecci i nostri tempi, e quanto sofisticati gli attuali. E anche ricchi di possibilità, considerato che il giallo può spaziare dal legal al medical thriller, passando magari per il noir, e viaggiare anche nel tempo, grazie al giallo storico.
Connubio non fu mai migliore. Almeno per noi, che vedevamo l’incontro di due grandi passioni: il giallo e la storia. Così, al pari degli scrittori che ne seppero seguire le tracce, anche noi, come lettori, non mancammo di accendere un cero a gloria di Umberto Eco, fautore di questo piccolo (grande) miracolo letterario con il celeberrimo romanzo Il nome della rosa, un’opera che metteva allo scoperto una vena aurifera di incredibile valore.
Sino ad allora, l’ambientazione storica non aveva fatto che timide apparizioni. Ricordiamo il meraviglioso C’era una volta di Aghata Christie e, se non andiamo errati, il non entusiasmante Il diavolo vestito di velluto di Jhon. Dickson Carr. Ma, anche nella narrativa in genere, nessuno aveva saputo rinnovare i fasti di un Dumas, mentre romanzi melensi, come Quo vadis, avevano dato il la a pellicole di dubbio valore, poi sfociate nei polpettoni storici con protagonisti gli erculei Ursus, Maciste ed epigoni assortiti. Da Eco in avanti, invece, c’è stato tutto un fiorire di gialli e di romanzi che non hanno praticamente lasciato scoperto nessun periodo storico.
Il fatto poi che in questo genere si fosse cimentato un autore dello spessore di Umberto Eco, spinse altri scrittori qualificati ad entrare in gara, e la tenzone non poteva che comportare effetti benefici per la qualità della successiva produzione. Storici (Claude Mossé), medievisti (Paul Harding), archeologi (Valerio Massimo Manfredi), docenti di ogni ordine e grado (Danila Comastri Montanari, Giulio Leoni), saggisti? (Anne Perry), solo per citarne alcuni, hanno fatto prepotente irruzione, donandoci pagine indimenticabili di un mondo di dimensioni e contorni fantastici.
Tutto bello, si dirà. Ahimè, no. Non vorremmo vestire i panni dei cattivi profeti, ma, da un po’ di tempo a questa parte, notiamo un qual certo rilassamento, un pigro sedersi sugli allori, le prime avvisaglie di un trend (come direbbero gli economisti) negativo che colpisce proprio, e soprattutto, la risorsa prima che dovrebbe dare sostanza alle opere: l’ambientazione storica.
Quel che temiamo, in definitiva, è che stia sempre più per prendere piede la considerazione che il lettore possa accettare di tutto e che, di conseguenza, sia sufficiente dare una patina di Storia alle storie per ottenere comunque un prodotto di successo.
Ripetiamo, per ora siamo solo in presenza di indizi e, per fortuna, di nessuna prova. Tuttavia è sintomatico che Umberto Eco riuscì ad imporsi con un prodotto difficile che faceva largo uso di bellissime citazioni latine (che, serve ricordarlo, non allontanarono certo il lettore), mentre ora s’incomincia a temere che qualche termine, riportato nella stesura originale, possa risultare indigesto e lo si traduce, per renderlo più alla portata della moltitudine.
Una simile operazione è compiuta da Manfredi - peraltro uno dei nostri autori favoriti - che tuttavia, con molta sensibilità, spiega i motivi di questa sua scelta nella prefazione a L’armata perduta.
In pratica lo scrittore, per non appesantire il testo, preferisce chiamare “comandante di grande unità” lo stratego greco. A parte che si perde così gran parte del fascino (oltre che del senso) connesso a questa carica, il rischio è che qualche imitatore, pur di seguire le tracce d’un autore che fa tendenza, prosegua in maniera indiscriminata su questa via.
A nostro giudizio, il giallo storico affascina perché trascina in ambienti inconsueti; consente d’incontrare gente che fa mestieri strani e che ha valori e principi differenti dai nostri; rappresenta una società che prevede ruoli non corrispondenti, se non alla lontana, a quelli attuali; fa conoscere modi di pensare e di dire, non comparabili ai nostri.
Mandare un greco antico a fare due passi in piazza, invece che all’agorà, è come omologarlo agli attuali abitanti della Terra. E allora dove starebbe l’attrattiva d’un epoca lontana? Forse nelle idee che può regalare all’autore?
I termini usati hanno pertanto il loro peso. Lo stesso vale per le ambientazioni e per i riferimenti a fatti e personaggi storici.
Per questi ultimi, bisogna andare cauti. Il lettore comprende bene che l’avventura vissuta dal protagonista è immaginaria, però s’aspetta che lo scrittore utilizzi contesti verosimili e non gli propini inutili frottole. È chiaro d’altra parte che non si sta redigendo un saggio e capita, a volte, che occorra colmare dei vuoti o far sì che i riferimenti storici assecondino la vicenda narrata. Qualche licenza, in taluni casi, è perciò necessaria, ma è sufficiente avvisare il lettore, per mettere a posto le cose.
Alcuni autori (Paul Harding e Candace Robb, ad esempio) inseriscono una nota finale, proprio per mettere in luce i punti manipolati a fin di bene. Ed è una tecnica degna di considerazione - tra l’altro utilizzata ormai anche nei fumetti (Magico Vento, Volto nascosto), comunemente considerati  meno colti d’un qualsiasi libro - che, però, non trova gli scrittori di gialli consenzienti, visto che in genere non se ne fa uso.
Ad esempio Giulio Leoni, che insieme alla Comastri Montanari e a Lucarelli a buon diritto fa parte dell’elite della narrativa gialla nazionale, avrebbe forse fatto meglio a rilevare le forzature storiche introdotte nel suo I delitti del mosaico. Ne elenchiamo alcune.
Dante non tenne la sua famosa dissertazione Questione dell’acqua e della terra a Padova, come si fa credere nel testo, ma a Verona. In ogni caso, non avrebbe potuto presentare il suo lavoro al Senato dello Studio patavino, per il semplice motivo che, allora, un tale organo non esisteva, neppure nelle menti di chi sapeva leggere in un lontanissimo futuro. L’Ateneo di Padova mena giustamente vanto delle sue origini laiche e, a quel tempo, ciò presupponeva, per dirla in maniera semplicistica, che a comandare fossero gli scolari (gli studenti) e i maestri (i docenti) erano a loro subordinati. Presum et subsum (Li comando e li obbedisco insieme), affermava un maestro del tempo. E, come a Bologna, il rettore stesso era uno scolaro.
Ai tempi di Dante, non si utilizzavano i termini studio e università come sinonimi. Lo studium indicava l’istituto dedicato agli studi superiori, quindi ciò che noi ora chiamiamo università; universitas designava invece la corporazione che faceva funzionare lo studium. 
  Nell’anno 1300, non esisteva lo studio di Roma, e quando questo si avviò (1303) non pensiamo proprio che avesse il nome attuale (Sapientia). Nessun re Carlo (pensiamo che Leoni intenda Carlo d’Angiò) istituì nel 1270 lo studium di Firenze, né avrebbe potuto farlo, perché solo il papa e l’imperatore avevano l’autorità sovrana di fondare corporazioni.
Sempre in quel periodo, gli studi nascevano per lo più in una maniera molto più fantasiosa di quella attuale. Adesso c’è il momento istitutivo, quello costitutivo e infine l’attivazione, ed è questo lo schema che Leoni riproduce, retrodatandolo al 1300. In quegli anni invece gli studia funzionavano dapprima nella pratica e, solo successivamente, ricevevano la bolla (papale o imperiale) di fondazione. Parigi, Bologna, Padova e la stessa Firenze hanno avuto questa genesi.
Per la cronaca, lo studium generale di Firenze nacque nel 1321 ed ottenne la bolla di fondazione dall’imperatore Carlo IV nel 1364, qualcosa come un secolo dopo la data indicata da Leoni.
Per i più curiosi, ricordiamo inoltre che gli studia non avevano una sede, come lascia intendere Leoni, e le lezioni erano svolte o in locali in affitto oppure nelle stesse case dei docenti. Le riunioni si tenevano poi in una chiesa, come avveniva per qualsiasi altra corporazione.

A questo punto, sorgerà spontaneo il grido di dolore dell’unico intrepido lettore di questo nostro (ignobile) scritto:  “I soliti eruditi bacchettoni. Ma che vadano… a leggersi un saggio, e lascino perdere il giallo”, già ci sembra di sentire (sempre che il grido sia contenuto).
Ora - a parte che non siamo degli eruditi, neppure alla lontana; che speriamo di non essere dei bacchettoni e che preferiamo comunque un racconto di qualità -, la questione che vorremmo porre è un’altra.
Così come avviene per qualsiasi altro acquisto, il lettore dovrebbe essere messo nelle condizioni di poter comprare il prodotto che più lo può soddisfare. Se nel pedigree dello scrittore di un giallo ambientato tra i pellerossa Pequot, egli trovasse scritto qualcosa del genere: “Sin dalla nascita, Pinco Palla ha alternato le poppate materne a saggi sui Pequot… e robe simili”, sarà portato a credere che l’ambientazione storica sia quantomeno verosimile. Per cui, se il libro riporta che i Pequot andavano a letto con il copricapo di penne d’ordinanza, il lettore ci crederà. Se fosse questa una licenza scenica,  riteniamo che lo scrittore dovrebbe annotarlo, a scanso di equivoci. Se, sempre nel predetto pedigree, fosse scritto: “Pinco Palla è un accanito lettore di fumetti western, in particolare Tex, Capitan Miki e Grande Blek…”  il lettore non si porrà neppure il problema, se sia vero o no che i Pequot avessero quelle strane abitudini, in quanto sa già che la ricostruzione storica potrebbe essere  fantasiosa.
D’altra parte, ritornando a I delitti del mosaico, riteniamo che il racconto ci avrebbe guadagnato in fascino, se gli studia fossero stati rappresentati così come erano nella realtà e che, in questo caso, la fantasia abbia nuociuto al prodotto finale.
Potrà sembrare strano ma è così nella maggior parte dei casi. Le pagine di Storia che l’umanità ha scritto sono infatti più fantastiche della più sfrenata fantasia. Contengono fatti, sogni, leggende, straordinarie cerimonie: un patrimonio inestinguibile da cui trarre i più inimmaginabili spunti. E sarebbe un peccato disperdere tanta ricchezza, solo per presunte operazioni di cassetta.




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