Il terzo da destra
di Matteo Poletti
Lunedì 11 Giugno
Premetto che questo non vuole essere un diario. Non li sopporto e trovo ridicole le persone che scrivono in questo modo, quindi abbandono subito la formula “Caro Diario” per venire al dunque. Qualunque cosa sia la cosa che sto scrivendo, nasce dal fatto che avevo tutt’altro in mente al mio ritorno del viaggio di nozze. Pensavo che avrei preparato colazione a mio marito (devo ancora abituarmi al concetto di «mio marito», d’altra parte è la prima volta che sono sposata e un marito mio, tutto per me, non l’ho mai avuto), avrei disfatto i bagagli, e poi sarei corsa dal fotografo a ritirare i provini delle foto del matrimonio. Ero certa che avrei fatto così, invece mi ritrovo senza uno straccio di fotografia da vedere o mostrare. Avevo addirittura già comprato gli album. Poi avrei invitato le mie amiche nel pomeriggio e avrei sottoposto loro i provini. «Scegli questa… questa ti fa più grassa, qui siete bellissimi tu e André… », insomma, si può immaginare quello che possono dire le amiche quando vengono a trovarvi e voi mostrate loro le foto delle nozze (mai una che si azzardi a sbuffare o a manifestare il proprio tedio; in realtà tanto Laura quanto Miriam non avrebbero mai il coraggio di annoiarsi e mi vogliono troppo bene per non sentire il desiderio di consigliarmi nella scelta). Bene, in ogni caso non ci sono provini, non ci sono scelte da compiere e io non ho invitato le mie amiche. Sola in casa, in attesi che rientri il mio importante marito questa sera, ho deciso di raccontare (a chi? a chiunque ma non ad un diario: ripeto, mi sembra stupido) la mia giornata.
Sarò arrivata allo studio fotografico di Mario Vargas alle nove e mezza. Una mattina afosa, caotica, da città che sta per andare in ferie. Lo studio di Vargas è proprio sotto i portici di via Po. Torinesi assonnati e tranquilli mi passano accanto mentre io busso alla porta dello studio più volte. Attraverso la vetrina non si vede molto ma mi pare che dentro non ci sia nessuno. E’ tutto buio.
Non mi sono descritta, fino ad ora, ma credo che non ne valga la pena. Sono una donna piuttosto comune, non troppo appariscente e, secondo me, mediamente carina. Sono però decisa, pragmatica, curiosa e impaziente. Volevo quelle foto e non mi spiegavo il fatto che Vargas non avesse ancora aperto. Così cammino su e giù per via Po e osservo le altre vetrine. Alle dieci aprirà, mi dico.
Ho avuto un matrimonio bellissimo. Mio marito è un uomo bellissimo. Lui si, vale la pena di descrivere: alto, più di quarant’anni con il pregio di dimostrarne molti meno, capelli neri non tinti, pizzetto molto ben curato, atletico, moderatamente simpatico. Mi sono innamorata di lui il giorno che l’ho conosciuto. Mi sono innamorata del suo modo di parlare (essendo di origini francesi ha quella erre moscia che io trovo adorabile), mi sono innamorata della sua calma, della sua serenità. E’ molto ricco, come me del resto. Dirigeva una compagnia con sede centrale a Parigi. E’ li che ci siamo innamorati: io avevo accompagnato mia madre per affari (mia madre tratta gli affari della famiglia, mio padre è morto due anni fa) e un’amica di mamma mi presenta André.
Mia madre era scettica. Dice che uomini del genere esistono solo nelle pubblicità, ma mia madre è scettica per natura e snob di carattere. E’ insopportabile, a volte, ma io so di aver ereditato la sua tenacia. E’ una donna in gamba, certo vanitosa, più pragmatica di me; a sentir lei ha cinquantacinque anni, e da parecchi anni ormai!
Il matrimonio è stato celebrato a villa Harding, un posto splendido, collinare, a cinquanta chilometri da Torino. Il parco della villa (ormai disabitata) è adibito a ricevimenti e sposalizi. Mi sono innamorata di quel parco, meravigliosamente colorato, con fiori ovunque e centinaia di specie di piante diverse. Ci siamo sposati nella cappella che si trova nella tenuta Harding, e poi abbiamo dato il ricevimento nel parco. Tre gazebo grandissimi, tavolini rotondi addobbati con rose bianche e arancione, musica di sottofondo, centoquattro invitati in tutto. Il mio abito era qualcosa di eccezionale e sono riuscita a non ingrassare nemmeno di un grammo per poterlo mettere. Mia madre non ha pianto (non lo ha mai fatto e sapevo che non si sarebbe intenerita per il mio matrimonio), André era elegantissimo e sorridente, amici e parenti si sono divertiti. Almeno credo, ho sempre l’impressione che la gente si annoi a queste feste e ci sono sempre fotografie in cui la gente ti sbadiglia dietro le spalle.
Le fotografie… Alle dieci e un minuto busso con insistenza a quella cavolo di porta. La mia impazienza si sta tramutando in rabbia. Non è possibile che sia in ferie, eppure nessuno mi apre. Mi ricordo che esiste una porta su retro, si entra dal cortile, forse Vargas sta sviluppando delle foto e non ha sentito. Cerco il cortile, cammino spedita verso quella che mi ricordavo essere la porta sul retro e mi accorgo che è aperta. Lo studio è avvolto nell’oscurità, ma chiamo il signor Vargas convinta che ci sia. E in effetti c’è, sdraiato sul pavimento della camera oscura, in una pozza di sangue.
La polizia arriva sul luogo del delitto (mi piace dire così, fa tanto film giallo) venti minuti dopo la mia chiamata. Probabilmente l’ispettore Landi si aspettava una donnetta isterica, terribilmente scioccata, pronta allo svenimento che, buttata su una sedia, si fa aria con un ventaglio. Almeno, questo forse è lo stereotipo di una giovane donna moderatamente ricca che trova un cadavere in un lago di sangue. Io ero ferma, agitata ma non sconvolta, pronta a rispondere a tutte le domande. Non sono una persona fredda, però mi ritengo razionale e poco incline a far perdere tempo agli altri. L’ispettore trova strano tanto distacco e la mia determinazione mi fa guadagnare ai suoi occhi il primo posto nella lista dei sospettati: chi sono, cosa ci faccio lì, perché sono entrata, cosa volevo da lui… Le solite domande di rito.
I poliziotti proliferano ovunque. Immagino abbiano preso impronte digitali e roba simile, non me ne intendo molto. Io ho notato subito due cose: un gran disordine ovunque, come se qualcuno avesse frugato per bene lo studio alla ricerca di qualcosa e una lente di ingrandimento, estratta dalla sua custodia e lasciata sulla scrivania in bella mostra. Senza sapere il perché, è la lente di ingrandimento ad attirare la mia attenzione e lo dico all’ispettore: « Secondo me stava guardando una foto o delle foto. Ha visto qualcosa che lo ha colpito e ha tirato fuori la lente di ingrandimento per vedere meglio…».
L’ispettore fa finta che io sia una stupida mitomane e mi liquida con un «Si metta pure seduta» da cafone. L’ispettore chiede subito informazioni su Vargas: come viveva, chi frequentava, quali fotografie ha scattato recentemente.
«E’ stato il fotografo al mio matrimonio» rispondo «e spero di trovare i miei provini. Avevo appuntamento con lui stamani. Sa, sono tornata ieri dal viaggio di nozze.»
« E’ stato ripetutamente colpito con un’asta o una sbarra di ferro. E’ morto da diversi giorni, posso azzardare tra martedì e mercoledì.» dice un tale che io penso sia il medico legale. Nel frattempo ci penso… Domenica era al mio matrimonio, lunedì avrà fatto in tempo a sviluppare le mie foto? Lo so che è da egoisti pensare a quello mentre un uomo giace assassinato sul pavimento, però ho in testa un brutto presentimento.
Poche ore dopo, il presentimento si materializza. Giunge al negozio una ragazzina poco più che ventenne, biondissima e tatuata. Entra e sviene proprio nel momento in cui stanno portando via il cadavere (non a tutti la vista di cadaveri fa lo stesso effetto). La biondina è Veronica Accossato, è l’assistente di Vargas da circa un anno e mezzo, adora il suo lavoro, è molto affezionata a Vargas che le ha insegnato un sacco di cose.
L’ispettore la tempesta di domande, ma le risposte sono poco chiarificatrici. Vargas era un tipo tranquillo, tre o quattro amici di vecchia data, nessun legame affettivo, padre greco morto da anni, la madre è in un ospizio. Veronica parla velocemente: « Ero in ferie, sono stata al mare una settimana. Ero via da domenica sera, sono rientrata ieri nel pomeriggio. Ho provato a telefonare a Mario, ma nessuno mi ha risposto. Era normale, lui stava via per giorni, se aveva l’occasione di fare qualche servizio fotografico…» si asciuga le lacrime e attende le domande.
«Manca qualcosa qui, che lei sappia?». L’ispettore sa che la ragazza deve prima controllare, quindi nell’attesa si fa preparare un caffè. Io sono impaziente di sapere: si troveranno le mie foto? Almeno i rullini, non chiedo nient’altro: che non siano spariti i rullini! Naturalmente, quando non vuoi che accada una cosa e ci pensi su e speri che non sia accaduta, puoi giurarci che è accaduta.
«Scomparsi? Perché?», mi chiede Miriam «Cavolo, volevo vedermi in quel vestito rosa. Per una volta che faccio la testimone di nozze, uccidono il fotografo e rubano le foto!». Siamo nel salone di casa nostra. Mio marito si sta versando da bere (è rientrato prima dal lavoro per me, che tesoro! Accadrà soltanto il primo giorno della nostra vita da borghesi felicemente sposati???) Miriam e Laura sono sedute su poltrone che odorano ancora di nuovo (insomma, quell’odore che hanno i mobili quando li hai appena comprati e non ti sembra vero che li hai comprati per casa tua, per la tua vita, e allora ti guardi intorno e cerchi di ambientarti, prima alla vista, poi all’odorato e al tatto); si discute della faccenda, si fanno ipotesi. Mio marito sorride: «Certo che è strano. Perché rubare le fotografie del nostro matrimonio? Che senso ha?»
«Potrebbe essere quello il movente del delitto», dice Laura con un tono tragico nella voce. Laura e Miriam erano al liceo classico con me, ci conosciamo da una vita. Laura è molto più superficiale e casinista, Miriam è sempre agitata, per qualsiasi cosa e lo dimostra apertamente.
«Non ho capito la storia della lente di ingrandimento». Mi diverto a spiegarla a Miriam: « Vedi, era li, sulla scrivania. La custodia, impolverata, messa li accanto. Era come se l’avesse tirata fuori dal fondo di un cassetto per vedere una cosa che lo ha incuriosito».
Andrè scuote la testa: lui smonta le mie teorie con una facilità che quasi mi impressiona: «Non pensi che forse usa spesso lenti di ingrandimento, dato il mestiere che fa?». Non lo considero e vado avanti: «Noi ci sposiamo domenica. Lui è stato al ricevimento fino a tardi. Il lunedì sviluppa le foto nel suo studio. E’ da solo, la sua assistente è al mare. Vargas trova, nelle nostre foto di nozze, un particolare che lo colpisce. Lo colpisce al punto da dover prendere la lente di ingrandimento per verificare i suoi dubbi. Scopre in questo modo qualcosa che non dovrebbe scoprire. E viene ucciso.»
Andrè sorride: « E come fa l’assassino a sapere che lui sa?».
Laura gli risponde subito: « Gli telefona! Gli telefona e lo ricatta! “Tu, sei proprio tu, ti ho visto, so che cosa hai fatto!” Et voilà, come direbbe Poirot. Bang, e ciao Vargas!»
«Bang no, Laura. Non gli hanno sparato» la correggo. «Però fila, fila a meraviglia. Dovrò parlarne con l’ispettore».
Miriam si volta verso di me e mi guarda con disprezzo: « Ma Nadia, se vuoi sapere a chi ha telefonato Vargas lunedì, basta chiedermelo…» Miriam lavora alla compagnia dei telefoni, non ci avevo pensato ed esclamo che l’idea è straordinaria.
«Questa vostra teoria, presupporrebbe che uno dei nostri invitati sia l’assassino!» ci dice Andrè. Mio marito ha una voce calda e sensuale, ma è sempre piuttosto divertente sentire la parola “presupporrebbe” da uno che pizzica la erre. Tuttavia ci penso su e gli do ragione. Il matrimonio domenica, lunedì lui stampa le foto, il martedì viene assassinato e le foto scompaiono, è evidente il nesso: un invitato al nostro matrimonio è un assassino!
Lo so, mi sono resa ridicola saltando a conclusioni che definire affrettate è riduttivo, però il ragionamento può essere logico. Miriam e Laura vanno via subito dopo aver preso l’aperitivo e io sono seduta sul divano accanto ad André. Mi dispiace di tutta la faccenda, gli dico. Lo so, non è colpa mia, però se avessi scelto un altro fotografo… I consigli di Miriam sono sempre pericolosi. Lo dico ad alta voce e sorridiamo entrambi. Lui mi bacia e io finalmente ritrovo un po’ di pace. E’ stata una giornata estenuante. Francesca, la cameriera, ci avverte che la cena è pronta. Io sono abbracciata ad Andrè e gli dico: « Avevo immaginato che stasera ci saremmo seduti qui e avremmo scelto le foto per l’album. Ci saremmo guardati i provini e ci saremmo divertiti a guardare le facce della gente che si annoia ai pranzi di nozze!»
Andrè mi bacia ancora: « Bene, allora meglio così. Ci sono tante altre cose da fare per passare meglio la serata.»
Martedì 12 Giugno.
Trovare l’ispettore Landi è difficile quanto avere un full servito e quando finalmente riesco a beccarlo, la sua faccia è rammaricata quanto quella di uno che ha perso tutto ad una partita a poker. «Si è appassionata al caso eh, signorina?» mi dice con aria strafottente. «Signora. Signora Fontanier, da domenica scorsa». (Mi piace proprio dirlo, sarò ridicola, ma è una soddisfazione. Forse perché avevo immaginato che non mi sarei sposata; appena passi i trenta vai in depressione e dici: “Bene, ormai è tardi”. Poi invece fai in tempo a trovare l’uomo giusto e allora è quasi una conquista poter dire “signora” oppure “mio marito”).
Spiego ad un ispettore sbadigliante (si dirà sbadigliante? Il mio professore al liceo diceva che mi inventavo i termini e io ho sempre risposto che non perché lui non li conosceva non dovessero esistere) la mia teoria sulle foto scomparse e sul fatto che sicuramente uno dei miei invitati è l’assassino e lui alza un sopracciglio e inzuppa il cornetto nel caffè. Non l’ho convinto, è evidente, peggio per lui, non scoprirà l’assassino. Alla fine però ci riflette, io insisto e lui dice che prenderà in considerazione la possibilità. Capisco allora che non ha una pista da seguire e che brancola nel buio, altrimenti mi avrebbe semplicemente messo alla porta.
Saluto Landi e passo da mia madre. Sta in collina, a Torino, a due passi dalla Gran Madre. E’ seduta sul terrazzo e sta riguardando dei conti. Mi aggredisce subito con termini che non capisco (non mi occupo degli affari di famiglia, è Andrè che mi da una mano in questo) e io tronco il fiume di cifre: « Hanno ammazzato Vargas».
«Cos’è? Un attore?»
« Il mio fotografo, mamma!»
« Eh, si vede che avrà scattato qualche foto a qualche donna disponibile e il marito lo ha fatto fuori». Lo dice senza alzare gli occhi dai fogli e io rimango allibita: in effetti, è un’altra possibilità di movente a cui non avevo pensato. Tipico di mia madre, vede subito il male e lo descrive con tanta decisione da fare sembrare autentico ciò che dice. Io scuoto la testa e gli dico la mia teoria. Naturalmente le chiedo di illuminarmi circa gli invitati al matrimonio. Lo chiedo a lei perché si può dire che è lei che ha combinato tutto. Fosse stato per me, io avrei fatto una cerimonia per pochi intimi in una chiesetta di montagna. Lei invece ha invitato amici suoi, tutti i parenti (nessuno escluso) e un fiume di conoscenze che io non ho conosciuto nemmeno quel giorno. Solo il venti percento degli invitati erano amici miei e di Andrè (quelli almeno li conoscevo abbastanza bene).
Mia madre è una di quelle persone che io chiamo snob. Non si è snob soltanto perché si ha del denaro da sbattere in faccia agli altri. Si è snob quando si pensa che con il denaro che si ha si fanno le cose giuste al momento giusto. Lo snob non si preoccupa mai del perché ha più denaro di altri, pensa solo che, gli altri, con lo stesso denaro, non avrebbero comunque avuto lo stesso successo dello snob! Mia madre è così, ma i soldi non erano suoi, erano di mio padre, l’uomo più onesto e umile del mondo. Un uomo che con l’idea giusta ha fatto le cose giuste. Non si è mai preoccupato di avere denaro e tanto meno di sbatterlo in faccia a nessuno. Adoravo mio padre e credo di aver preso da lui quasi tutto, a parte l’aspetto fisico, grazie a Dio.
Mia madre non sa chiarirmi alcunché: la gente che ha invitato non va in giro ad ammazzare i fotografi, taglia corto, e io insisto. Il fotografo è stato assassinato dopo la cerimonia, le mie foto sono sparite. Non c’è alcun dubbio, il caso ci coinvolge quasi direttamente. Insisto fino alla nausea, ma non ho nessun aiuto. Mi faccio però dare la lista degli invitati (mia madre la tiene in cassaforte! Che senso ha?) e torno a casa sotto un sole cocente. Il caldo dell’estate mi rende molto attiva, contrariamente a quanto accade a molti e mi sento in dovere di passare davanti allo studio di Vargas: ancora poliziotti, sigilli davanti alla porta, non ho voglia di farmi cacciare via da qualche agente. Guardo in borsetta dove ho ficcato l’indirizzo di Veronica, l’assistente di Vargas. La passo a trovare come se fosse una vecchia amica, perché, in realtà, quella ragazza mi è subito piaciuta, mi ha dato fiducia, mi è sembrata una tipa sveglia.
Veronica è preoccupata per il suo futuro. Che ne sarà dello studio di Vargas? Io le suggerisco di prendere il negozio e continuare l’attività di fotografa. Avrà un bel po’ di clienti. Veronica mi risponde di si, mi dice che molte star si sono fatte fare un servizio fotografico da lui e nello studio ci sono le foto di molti attori celebri. Le chiedo se per caso facesse foto… di un certo tipo (i tre puntini sono d’obbligo, è una specie di pudicizia che mi deriva da mia madre, bigotta fino all’inverosimile. Infatti non ho scritto foto porno, foto oscene, foto spinte, ho usato la locuzione “di un certo tipo”, che è l’effetto di cinque anni in una scuola elementare gestita dalle suore). Veronica sorride e nega con una certa ilarità:
«Se pensi che Mario facesse foto pornografiche, sei fuori strada. Ha fatto chiaramente foto di nudo, ma non credo che si uccida per questo.»
«Non hai proprio idea di chi possa averlo ucciso? Una minima idea… Magari ti ha parlato di qualcuno conosciuto al mio matrimonio… Un invitato, una vecchia che tutti credevano morta e invece è rispuntata dal nulla, un’ereditiera scappata di casa…» Non so nemmeno io perché ho tirato fuori certe cose. Credo che la mia immaginazione esageri, a volte. Veronica si scusa ancora: lei era fuori città, non ha più parlato con Vargas e non aveva nessuna idea di quello che avesse in mente.
«Doveva avere qualcosa in mente? Perché hai detto questo?» le chiedo con impazienza. Mi risponde: «Beh, forse non dovrei dirtelo, però ho analizzato il computer di Mario Vargas. La polizia me lo ha chiesto. La domenica notte è passato allo studio, ha usato il computer, ha scannerizzato una foto, l’ha ingrandita e l’ha salvata su un dischetto. Il computer ha registrato le operazioni, ma il dischetto chissà che fine ha fatto».
«Quindi quel povero diavolo aveva effettivamente trovato qualcosa… Una foto lo ha colpito e lui l’ha ingrandita per trovare chissà cosa. Splendido, questo dimostra che ha usato la lente di ingrandimento, ma poi ha preferito ingrandire la foto per vedere ancora meglio. Splendido…» Ero felice e contenta pur non avendo scoperto niente di nuovo. O forse si? Se avevo scoperto qualcosa, non me ne ero accorta. Ringrazio Veronica e le raccomando di farmi sapere novità qualora si trovassero le foto.
Rientro a casa con la lista degli invitati e già in ascensore (stiamo in un attico in via Garibaldi, bellissimo e soleggiato, arredato da me con buon gusto; lo so, è presunzione, ma mi riprometto di togliere l’ultima frase dal resoconto, se dovesse dare fastidio) controllo la lista degli invitati. Nomi mai sentiti, cognomi che hanno un’aria di nobiltà, qualche indirizzo della collina Torinese, molti di fuori città… Niente che possa essere associato a Vargas, in nessun caso. Entro in casa e leggo la posta. E’ una busta gialla ad attirare la mia attenzione. Leggo subito il mittente (Studio Fotografico Vargas, via Po 33, Torino) e affannosamente apro. Un morto mi scrive, penso, e spero che dentro a quella busta ci siano i provini. Sono convinta, proprio convinta al cento per cento, che quelle sono le mie foto del mio matrimonio, le foto tanto agognate che comincio già ad odiare per la loro assenza. Naturalmente no, non sono le mie foto. Sono fotografie di un matrimonio di chissà chi, ritraggono due sposi che si sono sposati chissà quanti anni fa e impreco ad alta voce, lanciando la busta sul tavolino di mogano che sta all’ingresso. Cos’è? Uno scherzo stupido? Senza saperne il motivo, mi agito e mi sento sconvolta. Questa storia comincia a farmi paura. Mi spaventa il fatto che un omicidio mi sia in qualche modo collegato e comincio a pensare che l’indagine, che dapprima trovavo divertente, potrebbe anche costarmi cara. Cara quanto è costata a Vargas, mi chiedo. Squilla il telefono e io sobbalzo. Vado a rispondere confusa. E’ Giorgio Diblasi, che io chiamo affettuosamente Dib, e che è stato il testimone di nozze di mio marito. E’ carino, sui trentacinque, giovanile, amicissimo con Andrè da chissà quanti anni. Mi sente affannata e mi chiede se qualcosa non va. Non perdo tempo e gli racconto la storia di Vargas, le foto, il delitto, la posta. Dib è infermiere e ha il giorno libero. Mi invita a pranzo perché si accorge che mi sento impaurita.
Pranziamo in un locale che si affaccia sul Po, carino, con uno splendido dehor e un mucchio di studenti abbracciati. Avevo un ragazzo con il quale venivo in questo locale, si chiamava Stefano e aveva una gengivite da guinnes dei primati. Siamo stati insieme due anni, si è fatto pagare da me tutti i pranzi che abbiamo consumato, e poi mi ha scaricato per una tipa di Milano che aveva una MG cabriolet.
Dib mi chiede spiegazioni e io gli mostro le foto. Non riconosce nessuno nemmeno lui e sembra tirare un sospiro di sollievo: «Stai tranquilla Nadia, nessuno ti ammazzerà per queste cose». Non sono convinta: «Però hanno ammazzato Vargas, per queste. Non capisco perché me le ha mandate. Le ha spedite lunedì sera, sono partite con la posta di martedì. Cazzo, ce ne hanno messo di tempo!» (Non dico mai cazzo, e probabilmente sempre per la questione della madre bigotta e delle suore alle elementari. Però quando sono nervosa e non riesco a chiarirmi le cose poco chiare divento irrimediabilmente sboccata).
No, spiego a Dib, è tutto molto oscuro. Perché Vargas ha sentito il bisogno di spedirmele? Forse si sentiva minacciato e non voleva farle avere all’assassino. Ma io che ci posso fare, adesso? Devo andare alla polizia? Dib non sa che consiglio darmi, ma suppone che se Vargas avesse voluto che le avesse la polizia le avrebbe spedite a loro. Il che non è affatto sbagliato. Mi convinco che voglio saperne di più e prendo le tre fotografie dalle mani di Dib. Le riguardo con più attenzione: una coppia di sposi felici, la panoramica di una tenuta in campagna, un gruppo di invitati piuttosto folto ma preso da grande distanza. Volto le fotografie dall’altra parte e leggo due iniziali scritte a mano con calligrafia incerta, S. M.
Dib sorride e mi guarda. Mi prende le mani e mi conforta: «Ti ha proprio preso, questa storia! Hai l’animo del detective. Sarà il fatto di trovarsi sul luogo del delitto!».
Il luogo del delitto… (Tre puntini perché ci penso su, e mi sembra di essere stupida: Vargas aveva capito e io no. Perché? ) Il luogo… Il luogo in cui sono state scattate quelle fotografie mi è sinistramente familiare. Volto le tre foto e capisco: gli sposi felici sono stati immortalati nel prato di tulipani di Villa Harding, la stessa tenuta nel quale io e Andrè abbiamo deciso di organizzare la cerimonia. La cappella non era ancora stata costruita, ma la villa è identica, identiche sono le centinaia di specie di piante diverse.
Rientro a casa dove trovo Miriam che sembra che abbia vinto un viaggio intorno al mondo. Mi sventola un foglio in faccia e mi dice che amiche come lei io non ne ho mai avute: «Eccoti! La lista delle chiamate effettuate da Mario Vargas. Tre, in tutto e tieniti forte, perché non sono buone notizie». Miriam ha una vena drammatica che le deriva dall’aver preso parte ad una compagnia teatrale negli anni dell’università. La invito a dirmi le cattive notizie. «La prima e la terza telefonata sono state fatte a tua madre. Non era in casa, ha risposto la donna di servizio entrambe le volte.»
«Come lo sai?» le chiedo. Semplice: «Ho telefonato a tua madre e ho parlato con la donna di servizio. Le ho chiesto se lunedì 4 giugno ha telefonato un certo Vargas. Lei ha detto di si, voleva parlare con tua madre e le ha detto di riferire alla signora. Tua madre però non lo ha mai richiamato.»
«Vai avanti!».
«La seconda è stata fatta a un certo Simone Mazzanieri, abita sul lago Maggiore. Però la cosa preoccupante è la telefonata a tua madre!». Miriam è efficiente come pochi al mondo. Se le chiedi un piacere, te lo fa curando anche i minimi particolari. Sono ancora più confusa. Mentre mostro a Miriam le foto che mi sono arrivate per posta, mi siedo su una poltrona di vimini per pensare alle ultime novità. Perché ha chiamato mia madre? Improvvisamente e senza ragione immagino che anche lei sia in pericolo. Prendo il telefono e la chiamo. Mi risponde serena e annoiata, come sempre. Mi chiede cosa voglio e io le spiego delle telefonate di Vargas.
«Che ne so, io, Nadia! » mi risponde «Telefonano tanti scocciatori che vogliono venderti anche l’anima, io non vado mai all’apparecchio. Non sapevo che Vargas fosse il tuo Vargas, se no, forse, gli avrei anche risposto». (Ho scritto “forse” in corsivo perché mia madre ha, per natura, poco rispetto per gli stranieri, qualsiasi essi siano. Ha accettato con fatica Andrè che è per metà francese e ancora oggi, davanti a qualsiasi cognome che finisce per consonante anziché per vocale, prova un certo qual disagio. Che poi Vargas fosse di Pinerolo, immagino che mia madre lo abbia ignorato!).
«Mamma, ti rendi conto che aveva delle cose importanti da dirti? Mi ha spedito delle foto, le ho ricevute oggi!». Lei sta zitta e poi mi fa: «Ah, non era morto, allora?».
Mia madre non si interessa, generalmente, degli altri esseri viventi. Qualsiasi donna della sua età lo fa, si chiama curiosità femminile. Lei no, è la persona meno pettegola che io conosca. Riattacco, mentre Miriam mi dice che le foto sono rivelatrici (corsivo anche qui, perché l’enfasi di Miriam non si può descrivere in altro modo). Le chiedo spiegazioni e lei me le da: «Simone Mazzanieri: S.M. ». La seconda telefonata era diretta all’uomo che ha a che fare con le foto inviatemi per posta? Possibile.
Per saperlo ricorriamo a Internet. I motori di ricerca sono formidabili: qualsiasi nome e cognome digiti, esce sempre fuori qualcuno che esiste nella realtà. Scartiamo il Simone Mazzanieri idraulico di Alberobello, l’imprenditore di Portogruaro, e perfino un garibaldino al quale hanno dedicato un museo in Sicilia. Quello che interessa a noi, ne sono certa, è Simone Mazzanieri di Stresa. Fotografo piuttosto famoso negli anni Ottanta, attivo fino alla fine degli anni Novanta. Una sua personale in diverse città d’arte e numerosi premi vinti.
Telefono io a questo Mazzanieri: è un uomo dalla voce gentile e calda, disponibilissimo a parlare con me e, eventualmente, ad incontrarmi. E’ addolorato per la morte di Vargas, suo allievo e assistente dal 1988 al 1997, quando si è ritirato dalla professione. Chiedo se Vargas è stato da lui e mi risponde affermativamente. L’altro lunedì è passato a trovarlo. Ha preso alcune foto dal suo archivio. Mazzanieri mi invita per il giorno dopo e io accetto. Debbo mostrarle alcune foto che sono sicuramente sue.
La sera comunico ad Andrè le mie scoperte. Non è troppo contento che io non sia andata alla polizia con quelle foto ricevute per posta e io gli dico che è stata un’idea di Dib. Andrè scuote la testa e mi dice che lui è più pazzo di me, e che la polizia potrebbe arrestarmi per intralcio nelle indagini. Mio marito è straordinario, lo adoro, ma ha poca fantasia e poca sete di avventura. Non gli racconto che è mia intenzione andare a Stresa la mattina dopo e non gli dico nemmeno che ho intenzione di andarci con Laura. Non voglio litigare con Andrè ma so che se glielo dicessi lui mi direbbe che sono una bambina viziata che vuole ottenere sempre quello che si è messa in testa. Me lo dice con uno spirito paternalistico e saccente che io non sopporto (giuro, è l’unica cosa di lui che non sopporto, non vorrei dare l’idea di una che si è stufata del marito dopo dieci giorni di matrimonio). Mi chiede di vestirmi e alla svelta, mi da una pacca sul sedere, io gli do un bacio e ci prepariamo per andare a cena fuori. Sono nervosa e impaziente, tesa e preoccupata, quasi in fibrillazione, per la giornata che mi aspetta l’indomani, ma sfoggio una naturalezza pacata e maschero il tutto con un sorriso condiscendente.
Mercoledì 13 Giugno
Stamattina, quando mi sono svegliata, ero piena di aspettative. Sapevo che avrei fatto grandi passi avanti nell’indagine, si trattava solo di stabilire di quale natura sarebbero stati i miei progressi. Stasera, mentre scrivo, mi accorgo che per un passo avanti ne faccio due indietro e sono sempre più tesa e nervosa.
Mi alzo e faccio colazione con Andrè. Naturalmente, dato che ho molta fretta perché mi aspetta Mazzanieri a Stresa, mio marito se la prende con calma e mi dice che ha una riunione alla Società per le nove e trenta, quindi può stare un po’ più con me. Io non sono contenta (ho l’appuntamento con Laura, l’unica che sia libera e possa accompagnarmi, alle nove e ci metteremo un bel po’, ad arrivarci) e mi chiedo se lo sta facendo apposta. Andrè è preoccupato: «Stai cercando di mandarmi via? Hai fretta?» mi chiede. «… e vai da Landi a raccontargli delle foto!», mi ricorda.
Partiamo con mezz’ora di ritardo, ma troviamo subito la casa di Mazzanieri. Laura è piuttosto pratica e guida molto bene. La villa di Mazzanieri si affaccia sul lago Maggiore. Il padrone di casa ci invita ad entrare: è un uomo sui settant’anni, forse anche di più, garbatissimo e sorridente, ma io capisco subito il motivo che l’ha spinto a non continuare nel suo lavoro. Mi stringe la mano e la sento tremante, mi accorgo della sua malattia e colgo la sua tristezza nell’aver dovuto abbandonare la professione che ama per una menomazione fisica.
«Mi sono ritirato e mi godo la pensione, si può dire. Ho avuto grandi soddisfazioni, dalla vita. » mi dice Mazzanieri. Una persona stupenda, eccezionale fotografo: alle pareti ci sono opere sue, ovunque. Laura si guarda attorno, io cerco di arrivare subito al dunque, mostrandogli le fotografie speditemi da Vargas.
«Si, Vargas è stato mio assistente. Ed era mio assistente quando ci siamo occupati di questo matrimonio. Undici anni fa, se non sbaglio. Controlleremo poi l’archivio.» Io sono ansiosa e lo dimostro: « Chi è, signor Mazzanieri?»
«Si tratta di Serena Battistini. La famiglia Battistini aveva diverse industrie nel milanese. Una famiglia molto ricca. Lui invece è Richard Harding.» Il nome mi colpisce al punto da spingermi a ripeterlo come un pappagallo: « Harding? Harding? E quella è villa Harding, no? Dunque gli Harding possedevano villa Harding?» Laura mi guarda e sorride (il che significa che pensa: “Mio Dio, questa è scema e sta diventando pazza”) però qualcosa mi dice che la scoperta è di notevole importanza, quindi continuo con il mio interrogatorio: «Lui era inglese? Dove abitano adesso? Perché la villa adesso è disabitata e viene affittata per i ricevimenti?»
«Lui era americano, di Baltimora se non ricordo male » risponde Mazzanieri, lieto di discorrere con qualcuno anche di un argomento che, scommetto, non gli è di grande interesse «Aveva studiato a Parigi e aveva preso il controllo delle filiali della società del padre che si trovavano in Europa, in Francia e in Italia. Gli Harding erano ricchi, i Battistini erano ancora più ricchi, credo che i vecchi abbiano combinato il matrimonio. Harding non aveva nemmeno trent’anni, lei ne aveva almeno dieci più di lui e non era esattamente una ragazza per bene… »
«Non era? Che fine ha fatto?» gli chiedo e lui soddisfa la mia curiosità: «Lei non era una santa, cerchi di capirmi Nadia… Era molto stupida, con il cervello di una adolescente, sempre alla ricerca di qualcuno con cui fare sesso. Infinocchiarono Harding e gli fecero credere che era un buon partito e lui si lasciò convincere. Mai matrimonio fu più disastroso. Serena Harding fuggì con un amico di Richard sei mesi dopo le nozze!»
Anche Laura, piuttosto scostante fino ad ora, drizza le orecchie. Ci piacciono queste storie di sesso, soldi e mistero. Odio le telenovele ma mi appassiono quando quello che di solito accade nelle telenovele succede nella realtà. Riguardo la foto che ho in mano: Richard Harding è un uomo, o meglio, un ragazzo, forse ventisei, ventisette anni, bello, abbronzato, slanciato, lei è affascinante, con un vestito da sposa che, a occhio e croce, sarà costato un centinaio di milioni. Una coppia bella e perfetta. Chiedo al fotografo che fine hanno fatto.
«Beh, lei è scappata con questo amico di Richard, un amico di vecchia data. L’ha corteggiata, le ha fatto credere chissà che e sono fuggiti. Lei non era innamorata, non gliene fregava niente di Harding. Hanno ritirato non so quanti milioni sottoforma di buoni fruttiferi e sono scomparsi nel nulla entrambi. Undici anni fa. Harding se n’è fatta una ragione. Dapprima ha tentato di rintracciarli, li ha cercati per anni. Ha perfino fatto costruire una cappella nella sua tenuta, una specie di ex-voto! Dopo un paio di anni ha venduto parte della sua società ed è tornato in America.»
Riconosco che volare in America per chiedere notizie a questo tale Harding non è esattamente come andare a Stresa, quindi so che dovrò accantonare l’idea. Tuttavia sento di avere molti elementi con cui procedere: un matrimonio per interessi, un amico di famiglia che ruba la moglie al marito, una fuga improvvisa e una scomparsa definitiva. Insieme a Mazzanieri visitiamo il suo archivio (straordinario, ha tenuto cinque foto di ogni cerimonia alla quale ha partecipato, a partire dal 1955 fino al 1995, un archivio incredibile, che comprende matrimoni celebri di calciatori, cantanti, attori, perfino uomini politici) e scopriamo che le cinque foto che riguardano il matrimonio Harding sono scomparse.
«Spesso Vargas veniva e mi prendeva qualche foto. E’ stato qui lunedì l’altro e deve aver preso queste degli Harding», mi dice Mazzanieri. Gli chiedo se può immaginare che cosa Vargas possa aver scoperto. Il fotografo scuote la testa: «Non ne ho idea. Abbiamo parlato di tutt’altro, nemmeno un accenno a Serena Harding.» Faccio la mia ultima domanda prima di salutarlo: «Come si chiamava l’amico con il quale è fuggita?». Lui sorride: «Mi chiede troppo, Nadia… Forse Marc, ma non ci giurerei.»
Durante il viaggio di ritorno non sto zitta un minuto e la mia compagna di viaggio comincia a non sopportarmi più. Laura ha un pettegolezzo su un amico comune, un paio di torbide storie di corna e un fidanzamento annullato da raccontarmi, ma io non la sento e voglio procedere con il mio caso. Laura sbuffa e io campo in aria centinaia di supposizioni: forse Vargas ha riconosciuto Serena Harding al mio matrimonio, oppure ha riconosciuto l’amico… Oppure non c’entra niente la famiglia Harding, ma qualcuno degli invitati a quella cerimonia undici anni fa. Mentre parlo, alla radio comunicano che “la polizia sta ancora valutando tutte le piste possibili per l’omicidio del fotografo di via Po”. Nessun progresso nemmeno per loro, quindi. Ripenso ad Andrè e alla sua raccomandazione di andare dall’ispettore, ma io scarico Laura a casa sua e corro da mia madre.
Mia madre è la persona più inutile del mondo quando le poni delle domande su qualcuno che non sia lei o mio padre. Chi erano gli Harding? Mai sentiti nominare! Ti ricordi di Serena Harding? No. Forse allora ti ricordi dei Battistini? Saranno tutti morti, ormai, la moglie di Battistini aveva vent’anni più di me… Niente, nessuna soddisfazione. Le racconto la mia giornata e lei mi dice, con più schiettezza rispetto ad Andrè, che sono una cretina e che sarebbe meglio lasciassi perdere. Chiedo altre notizie sui Battistini.
«Ma non mi ricordo, Nadia! So che erano molto ricchi e avevano una figlia che saltava da un letto all’altro, ma non so altro. Ho conosciuto una volta il vecchio, che era amico di tuo padre, ma non saprei dirti nemmeno se sono ancora vivi. »
Quando torno a casa trovo sulla segreteria un messaggio di Dib e uno di Veronica, l’assistente di Vargas. Chiamo Dib, mi dice che passerà da noi per un aperitivo, ma io devo uscire e passare da Veronica, allora ci accordiamo per vederci alle diciotto in Piazza Castello. Alle diciassette e trenta sono da Veronica che mi da una notizia… (non so se scrivere bella o brutta, quindi uso i soliti tre puntini. Deciderò poi che senso dare alla faccenda).
«Beh, pensavo ti interessasse saperlo, Nadia », mi dice Veronica «ma abbiamo trovato le tue foto di nozze. La polizia ha perquisito l’appartamento di Vargas e io ho dato loro una mano per cercare di capire se mancava qualcosa. Insomma, le tue foto sono saltate fuori.» Chiedo se posso vederle, mi risponde di no: «Non sono state nemmeno sviluppate. Abbiamo trovato dieci rullini da trentasei foto in una busta con su scritto “Fontanier”. Non le aveva ancora sviluppate, povero Vargas.»
Rimango di sasso. Mi sento talmente stupida che non ho nemmeno la forza di riordinare le idee. Veronica rimane sconcertata e me lo dice: «Pensavo che saresti stata contenta!»
«Si, certo...»
Al “Caffè Roche” servono aperitivi che sono di una perfezione indescrivibile. Dib è già lì che mi aspetta, ho mandato un messaggio ad Andrè e dovrebbe arrivare a momenti. Mi siedo di fronte a Dib, esausta e confusa, e non tardo a raccontargli tutto pregandolo di non dire niente a mio marito. Lui mi dice la stessa cosa che mi ha detto Veronica: «Pensavo che saresti stata contenta… Hai ritrovato le foto di nozze per le quali hai messo in piedi questo casino…».
«Si, da una parte sono contenta. Finalmente vedrò queste benedette foto. Ma dall’altra sono confusa e infelice! Mi ero fatta tutto un film sulla morte di Vargas e sulla possibilità che uno dei miei invitati c’entrasse con il delitto. Oggi poi, dopo aver scoperto che Vargas ha preso delle foto del matrimonio Harding, ho detto “Ci siamo! Ecco il collegamento!”. Vargas ha riconosciuto qualcuno al mio matrimonio, qualcuno che ha visto al matrimonio Harding undici anni fa e che non avrebbe dovuto vedere. Ha telefonato a mia madre, forse per prendere altre informazioni, poi ha chiamato il suo maestro con il quale ha realizzato il servizio agli Harding e ha preso quelle foto per chiarirsi le idee. »
«Bene! Il ragionamento fila!»
«Si, ma se non ha nemmeno sviluppato le mie foto, che cosa aveva da guardare con la lente d’ingrandimento? D’altro canto ci sarei dovuta arrivare: ha scannerizzato una foto e l’ha ingrandita la domenica stessa. Proprio la notte del mio matrimonio… Era chiaro che non poteva già aver sviluppato e stampato le foto…»
«Quindi, secondo te, alla fine non c’entri niente? » mi chiede Dib. Certo che non c’entro, sto per rispondere, ma poi rifletto meglio: « Si… Ma se non c’entro niente, perché poi ha mandato a me quelle foto degli Harding? Che senso ha? Voleva che anch’io scoprissi quello aveva scoperto lui? Eppure quelle foto le ho guardate e non ci ho trovato niente…».
«Magari non c’entra qualcuno, ma qualcosa che si trova a villa Harding. Qualcosa che lo ha colpito, qualcosa che ha trovato… ». Dib lo dice senza pensare, ma io mi esalto subito per questa nuova idea. Non ha certo tutti i torti: qual è l’unico collegamento tra il mio e il matrimonio Harding? La tenuta, il parco di Villa Harding. Può darsi che Vargas, tornato in quel luogo dopo anni, capisce che qualcosa non quadra e fa ulteriori indagini.
«Domani mattina lavori, Dib?», gli chiedo. Mi risponde di no, e io mi sento in dovere di assillarlo ancora un po’: «Verresti con me a villa Harding. E’ a un’ora da qui. Ci andiamo in mattinata.»
Lui dapprima mi dice che sono pazza, poi si lascia convincere (non sono mica stupida, so anch’io usare il mio fascino e il mio sorriso quando serve) e mi dice di si. Vediamo entrare Andrè, stanco e accaldato. Faccio in tempo a chiedere a Dib il più assoluto silenzio sull’indagine in corso e lui è un tesoro. Andrè si siede, ordina un cocktail dal nome impronunciabile e mentre sorseggia il suo drink (si, è stupido, avrei potuto evitare di usare due termini inglesi per dire “aperitivo” e “bevanda”, però credo che in quest’occasione i termini che ho scelto siano okay!!!) ci racconta di una riunione piuttosto assurda con dei dirigenti di azienda alquanto cocciuti. E’ contento di vedere Dib e mi chiede cosa ho fatto durante il giorno. Mi spiace non dirglielo, è seccante dover mentire al proprio marito dopo una settimana di matrimonio, però, almeno io credo, sono bugie a fin di bene.
Giovedì 14 Giugno
Dib mi passa a prendere alle otto e trenta e ci fermiamo a far colazione lungo la strada, in un localino striminzito in aperta campagna. Andrè è a Milano tutto il giorno, rientrerà non prima delle nove, quindi ho campo libero. Dib comincia ad appassionarsi al caso quasi quanto me e tira fuori un sacco di supposizioni durante il tragitto. Io invece sono bloccata: non riesco ad immaginare come possano essere andate le cose e mi vergogno di ammettere che sono stata una sciocca ad aver insistito nelle indagini.
«Se non ha sviluppato le mie foto, che cosa ha ingrandito al computer? Che foto aveva in mano? Non riesco a capire. Questo fatto ci escluderebbe dal caso, però allora perché inviarmi quelle foto. Io non c’entro nulla con Serena Harding! E perché poi chiamare mia madre? Lei non conosce niente della famiglia Harding e conosce pochissimo della famiglia Battistini.
«Su internet c’è molto poco sulle Industrie Battistini,» mi spiega Dib «so solo che sei anni fa sono state vendute ad un gruppo tedesco e adesso hanno un nome tipo... “Doichqualcosa”… Non chiedermi…»
«I genitori di Serena sono morti. Ho un amico che lavora all’anagrafe, sono sepolti a Sesto San Giovanni. Come vedi, in qualsiasi direzione ci si muova, si fa un buco nell’acqua. »
Dib è più ottimista di me, forse anche perché si sente poco coinvolto. Io invece ho sempre quelle dannate foto di Serena Harding in mano, inviatemi da un uomo assassinato e la cosa non mi lascia tranquilla: «Non sono mica la figlia di Marlowe, chissà Vargas cosa pensava che avrei dovuto fare con quelle foto!» Dib sorride: «Esattamente quello che stai facendo: indagare per conto tuo. Avrà capito che sei una ficcanaso scassacazzi.» (riporto le esatte parole di Dib perché, alla fine - ci ho riflettuto tutto il giorno - sono i termini che, senza tanti giri di parole, mi descrivono nel modo più pratico).
«Io continuo a pensare che Vargas ha riconosciuto qualcuno. Lo ha visto alle mie nozze e lo ha collegato con Harding. Mi sono persino chiesta se non si tratti di Richard…
Dib scuote la testa: «Perché Richard? Poveretto, già gli hanno rubato la moglie, l’ha cercata ovunque, ha piantato tutto ed è tornato in America…Non credo che avrebbe avuto voglia di tornare per il tuo matrimonio, con tutto che non l’hai invitato. »
Chissà se non l’ho invitato, mi chiedo, mia madre ha invitato chiunque…
Entriamo a Villa Harding con un po’ di titubanza. Dobbiamo avere la faccia tosta di giustificarci presso il custode e una faccia ancora più tosta per chiedere di visitare l’interno della casa. La difficoltà sta nel cercare qualcosa quando non si sa né cosa cercare, né tanto meno dove cercarla. Attraversiamo il parco e restiamo una volta di più estasiati dal panorama. Parcheggiamo la macchina e passiamo davanti alla cappella nella quale mi sono sposata. «Mi sento in colpa, adesso che so che questa cappella è stata costruita dal signor Harding per ritrovare la moglie», dico a Dib e lui mi risponde: «Dio non l’ha accontentato, però!». Forse è meglio così, se aveva sposato una puttanella (se mia madre leggerà questo resoconto mi imporrà di togliere “puttanella”, però per il momento lasciamo le cose così come stanno). Chissà poi perché l’ha cercata tanto, Richard! Se mio marito dovesse scappare con un’altra donna, non lo cercherei per nessuna ragione al mondo!
Il custode non c’è e noi parliamo con la moglie. Mi riconosce subito e mi fa i complimenti per la splendida festa. I custodi vivono in una dependance in fondo al viale e si occupano di tenere in ordine il giardino. Per quanto riguarda la casa, un’impresa di pulizia rassetta tutta la villa due o tre volte l’anno. La custode, la signora Andreina, è una donna robusta, sui sessant’anni e fortunatamente ha conosciuto la famiglia Harding, e Serena in particolare. Era presente quando si sposarono e andarono ad abitare lì. La villa era di proprietà dei Battistini e fu ribattezzata villa Harding perché Richard la modificò quasi completamente. Fece importare piante tropicali, fiori di qualsiasi genere, ristrutturò la casa in maniera esemplare.
«Perché fuggì? Lei ne ha un’idea?». La signora scuote la testa: «No, nessuno ha mai capito il motivo di un gesto del genere. Poteva divorziare, poteva chiarire tutto, invece ha preferito sparire senza lasciare traccia. Mai più vista, da nessuno, in nessun posto al mondo.» Io ascolto e penso che invece Vargas l’ha vista, al mio matrimonio, l’ha riconosciuta e l’ha contattata. Non per telefono, però, perché non risulta alla compagnia dei telefoni. E allora come l’ha trovata, questa benedetta donna?
«Noi vorremmo visitare la villa? E’ possibile?» chiede Dib con il viso più aperto e gioviale che si possa sfoderare. «Le dirò, signora, c’è stato un delitto e le indagini conducono proprio a questa casa».
«Mah, adesso che mi ci fa pensare,» parte subito in quarta la donna «Questa casa ha sempre avuto un’atmosfera sinistra… Non che io sia facilmente impressionabile, ma... » (questa volta i tre puntini sono un eufemismo per dire che siamo stati a sentirla per mezz’ora e sfortunatamente per noi, Andreina parla coi morti, parla con l’aldilà, sente le voci, sente le presenze, sente gli spiriti, vede le luci ed io che non credo a queste mi sto innervosendo). Dib coglie l’occasione di una pausa per chiudere il discorso e stabilire una volta per tutte la ragione dell’aura sinistra della casa. La donna prende un mazzo di chiavi dal cassetto di un tavolo nel capanno degli attrezzi e ci invita a seguirla.
La villa è bellissima e piena di polvere. Stanze ampie, arredate con lusso, tappeti di grande valore, quadri secondo me di dubbio gusto ma forse perfino preziosi, suppellettili in ogni stanza. Saliamo al primo piano, nelle stanze da letto. Mi mette ansia vedere che le cose sono rimaste tali e quali nel corso degli undici anni trascorsi: stesse tende, stessa carta da parati, stesse coperte sui letti… Tutto ha l’aria di essere, non saprei… imbalsamato? Forse ammuffito? Perché Harding non ha venduto la villa ma ne affitta solo il parco per i ricevimenti? Guardo le centinaia di foto nelle otto stanze che si affacciano sul corridoio. Serena è ritratta in diecimila pose diverse. Lui è felice, sorridente, bello, sempre abbronzato. Le foto di Parigi poi sono bellissime, sprizzano proprio felicità e io mi commuovo. Penso che mi piacerebbe conoscere quel pover’uomo e mi chiedo che cosa pensa della moglie, del suo amico, del suo matrimonio naufragato dopo pochi mesi… Su un tavolino di malachite ci sono altre cornici, una in fila all’altra. Riconosco la foto scattata da Mazzanieri e speditami da Vargas: la foto di loro due sposi, bellissima. Accanto c’è una cornice vuota, più a sinistra un’altra foto: Serena, sua madre e Richard Harding. La madre doveva avere già più di settant’anni, aveva ragione mamma a dire che era infinitamente più vecchia di lei. Dib mi raggiunge: trovato niente? No. Qualche idea in più circa l’omicidio? No. Senso di claustrofobia unito ad un’inspiegabile ansia? Si, tanto! Voglio uscire e andarmene e Dib mi accontenta.
Mentre scendo le scale trovo alcuni chicchi di riso. Mi chino a raccoglierli e li guardo: di colpo richiamo la signora Andreina e le chiedo : «Qualcuno è entrato qui il giorno del mio matrimonio?» Andreina nega con una veemenza tipica di chi ha paura di aver permesso a qualcuno qualcosa che non poteva permettere: «No, signora. Nessuno può entrare qui senza il mio permesso! » Mi incavolo quando la gente gira le frasi in modo tale da farti sembrare stupida, così insisto: «Bene, allora mettiamola così: è entrato qualcuno qui, con il suo permesso?». Andreina diventa rossa. Mi chiedo cosa abbia da nascondere, non è mica la fine del mondo. Poi parla: «Si, quel fotografo. Mi ha dato cinquanta euro e mi ha detto che facevo un ottimo lavoro con il giardino. Voleva scattare un paio di foto all’interno. Mi seccava dirgli di no, era gentile…
«Signora Andreina, questa villa, morto il signor Harding, a chi andrà?» Lei mi guarda e si stringe nelle spalle: «Non saprei, signora. Alla morte della signora Battistini tutto è passato nelle mani della figlia. Naturalmente il signor Harding, avendo la comunione dei beni e non essendosi mai separato, ha ereditato insieme alla moglie…»
«Ha ereditato insieme alla moglie, pur non essendoci più la moglie?».
«Sperava forse che, con l’eredità, si sarebbe fatta viva. Ma non è escluso che sia tornata dal marito, in America. Dopo tanti anni….
«Chi si occupa degli affari di Harding qui in Italia?» le chiedo, con insistenza.
«La villa è in mano ad uno studio legale. D’accordo con Harding hanno deciso di affittarla per i ricevimenti eleganti. Noi siamo pagati dall’avvocato Dagliè.»
Conosco l’avvocato Dagliè da anni, e per un certo periodo si era occupato di una disputa in cui mia madre si era andata a cacciare. Lo trovo in una cittadina all’imbocco della Valsusa, alle porte di Torino. Dib ormai è una presenza fissa in questa avventura, e non mi faccio nemmeno più scrupolo di chiedergli se ha voglia di accompagnarmi. Dagliè è gentile ed effeminato, mi riceve a braccia aperte e mi dice che sono sempre più bella (riporto gli insulti che mi si rivolgono, mi sembra giusto riportare anche i complimenti, no?). Parlo subito della Harding e lui si stupisce molto: un caso mai risolto, praticamente. Voglio sapere chi eredita i beni della famiglia Harding e mi dice che Richard ha un fratello e una sorella, in America e tanti nipoti. Non ha mai chiesto il divorzio, non si è mai risposato, non ha figli. Mi propina la solita storia lacrimevole, della donna infedele che abbandona tutto e tutti e mi dice che i genitori di Serena avevano offerto una cifra esorbitante a chiunque avesse fornito indicazioni sulla figlia. Dagliè vuole sapere cosa sto tramando e io le racconto a grandi linee la possibilità che Serena Harding sia tornata e sia stata presente al mio ricevimento. Lui scuote la testa: «Cara, lo trovo assai improbabile. E se anche fosse, perché avrebbe ucciso Vargas?»
«Ma è ovvio!» spiega Dib «Questa donna nel frattempo si è risposata e ora rischia la bigamia!» Guardo Dib e mi stupisco. Mi sembra un po’ tirata per i capelli questa, ma non voglio mortificarlo e gli sorrido con stima. «Può essere» aggiungo «che Serena non volesse essere trovata e Vargas l’abbia ricattata». Dagliè scoppia a ridere: «E cosa c’entri tu in tutto questo?» allora gli racconto delle foto ricevute. Ridiventa subito serio e si allarma: «Davvero? Ti ha mandato quelle foto? Questo è strano… Molto strano! Perché mettere in mezzo te? Perché chiamare tua madre?… No, questa faccenda non mi piace per niente, Nadia. Vorrei che lasciassi perdere! Vargas forse voleva soldi da te?...
«Da me? E perché mai? Io non sono Serena Harding. Almeno su questo ho la più assoluta certezza.
A casa, Andrè è furioso. Ha telefonato a mia madre e quell’impicciona gli ha detto che ero a villa Harding a fare indagini. Prima si è inalberato, poi si è preoccupato per me, poi ha chiesto se ero stata dall’ispettore Landi. Il nostro primo vero litigio… Ero quasi eccitata all’idea di vedere Andrè arrabbiato, lui è sempre così pacifico e condiscendente. Capisco che mi vuole un bene dell’anima ed è preoccupato per me, ma io non posso interrompere la mia indagine. Gli prometto che informerò la polizia e gli chiedo di pazientare ancora qualche giorno. In fondo, fino ad ora, non mi è successo nulla. «Certo, ma continua a ficcanasare ovunque e fare domande a tutti, vedrai che fine farai…».
Non gli do retta e riprendo in mano quelle foto. Serena e Richard Harding… Una folla di invitati… Una panoramica sulla villa… Chiudo gli occhi e mi immagino il mio matrimonio: stesso posto, stessa villa. La cappella… La cappella non c’era quando si è sposata Serena… Guardo ancora le foto, in effetti dov’è ora la cappella c’era un roseto. La cappella non c’era… Dove si saranno mai sposati, allora? Chi ha celebrato la cerimonia?
Sono le undici e un quarto, Andrè è già in camera da letto, ma io telefono all’avvocato Dagliè e lo sveglio. Non ha il coraggio di dirmi che sono una scassacazzi, ma sento che lo pensa. Vado subito al dunque: « Dove è stato celebrato il matrimonio? In quale chiesa? Chi era il prete?». Dagliè rimane in silenzio per un bel momento, poi tossisce e risponde insonnolito: «Mi sembra in un paese vicino a villa Harding, non so bene dove. Però mi ricordo che la messa è stata celebrata da un frate, un amico di Richard, e quindi probabilmente il matrimonio è avvenuto in una abbazia… »
Riappendo il ricevitore contenta della mia intraprendenza.
Venerdì 15 Giugno
Alla fine ho perso tutta la mattina, e dico tutta, a cercare quella abbazia. Non è facile fare indagini, di nessun tipo e io posso confermare la difficoltà. Ho fatto telefonate, ho navigato in Internet e alla fine ho trovato una abbazia che può corrispondere a quella che cerco: si trova a trenta chilometri da villa Harding ed è su un monte che non avevo mai sentito in vita mia, in val Pellice.
Telefono, e mi risponde un frate agitatissimo che mi liquida in modo poco gentile. Dico che voglio parlare con il responsabile (devo aver usato la parola sbagliata, sicuramente avrei dovuto dire “abate” e avrei trovato la persona giusta, purtroppo non sono così pratica di gerarchie ecclesiastiche) e mi si dice che non può essere disturbato. Chiedo l’indirizzo esatto e parto con la mia auto (Dib lavora, Miriam anche, Laura è fuori città, alla fine anche gli amici mi piantano in asso)
Durante il viaggio appendo al cruscotto la lista degli invitati, decisa a studiarmela per benino. Scorro i nomi mentre guardo la strada, alla ricerca di una possibile Serena Harding. Oggi dovrebbe avere sui cinquant’anni, sicuramente sarà ancora una donna affascinante e stupida… Mi chiedo quali, delle mie invitate, possano rispondere a queste caratteristiche. Decido che tre donne possono essere Serena Harding: la prima è una madre di famiglia, sposata ad un onorevole. La seconda è una scrittrice, single, piuttosto celebre in Francia. La terza è una donna insignificante e infelice, sposata ad un dirigente di azienda che l’ha resa ricca ma insoddisfatta. Mi faccio tornare alla memoria i loro volti e ci rifletto su.
Svolto, esco dall’autostrada, pago al casellante la somma dovuta, mi immetto in una stradina secondaria, esattamente come il navigatore satellitare mi suggerisce (lo so, è ridicolo, ma io parlo con il navigatore e spesso mi sembra di non capire quello che dice e in alcuni casi, mi tratta come una stupida. Non credo che lo sopporterò a lungo, però non posso estrometterlo dalla macchina); mi arrampico su questa collina coperta di castagni e ricontrollo la lista: potrebbe esserci, tra i miei invitati, l’uomo che ha portato via Serena a Richard Harding, l’amico di vecchia data? Se era amico di Richard, presumo avesse all’incirca la sua età, una trentina d’anni. Oggi dovrebbe averne una quarantina. Che tipo potrebbe essere? Non ho foto di lui. Nessuna foto… Passo a considerare la possibilità suggeritami da Dib, e cioè che non sia un invitato al mio matrimonio, il collegamento con Serena, bensì il luogo, la stessa Villa Harding, ad essere stato l’oggetto di indagine da parte di Vargas. Questa ipotesi mi getta nel più totale sconforto, eppure, in effetti, Vargas è entrato in casa! Ha chiesto le chiavi alla custode ed è entrato. Ha scattato delle foto? Se lo ha fatto, avrà usato lo stesso rullino su cui c’erano le foto del matrimonio, foto che non ha mai sviluppato! Villa Harding… Cosa avrà mai trovato Vargas di così interessante in quella casa? Perché ha allungato dei soldi alla custode per entrare? Una visita che valeva ben più di cinquanta euro, immagino…
Sto guidando ma la mia mente è in quella villa, in quella camera da letto… Molte foto, tutto lasciato intatto, come undici anni fa. La foto della signora Battistini, la foto dei neosposi Harding…
Supero la cancellata e busso alla porta principale. Il Monviso è dietro di me, imponente e sgombro da nubi, un vento leggero e caldo mi scuote la camicetta di seta. Un frate cordiale mi permette di entrare e di sedermi in quella che lui chiama “anticamera”. E’ un posto molto bello, fuori mano, verdeggiante e placido. Dico che vorrei parlare con l’abate (questa volta almeno il responsabile mi riceverà, no?) e vengo introdotta in una saletta buia e odorosa di chiuso. L’abate è una persona anziana, leggermente gobba, dalla voce cantilenante. Mi chiede il motivo della visita e io (ormai è una tiritera, ogni volta che incontro qualcuno dico le stesse cose) esordisco con il solito: «Vorrei avere qualche informazione sul matrimonio di Serena Harding.» Il vecchio abate mi squadra. Ho messo un vestito castigato che mi faccia sembrare una donna dimessa e poco attraente, lui apprezza la mia scarsa sete di esibizionismo, si alza e apre un libro gigantesco. Poi chiama un altro frate, questo entra e discutono a bassa voce e con calma.
«Signora, è stato Padre Stefano a celebrare il matrimonio di cui lei mi ha chiesto informazioni» mi dice ad un certo punto il secondo frate. Chiudono il librone e anche il dialogo. Io chiedo informazioni su questo Padre e mi spediscono in giardino.
Padre Stefano ha circa cinquant’anni ma è molto giovanile, mi sorride (stava pregando su una panchina di legno, deduco, e mi spiace rompere le scatole) e mi stringe la mano.
«Si, ero un grande amico di Richard Harding. Ci siamo conosciuti all’Università, a Parigi. Io e Richard abbiamo condiviso la stanza per molti anni. Eravamo molto legati. Poi io ho preso un’altra strada e…»
« Cosa successe a Serena Harding?»
«Povera donna! Una scioccherella, mai cresciuta e mai divenuta responsabile. Quando Richard me l’ha presentata sono rimasto senza parole: Richard era un uomo eccezionale, intelligentissimo, eclettico… Quella ragazza era… non saprei dire… ritardata». Padre Stefano ha una loquacità invidiabile ed è un uomo di bell’aspetto. Io gli chiedo di spiegarsi meglio e lui riparte: «Non era adatta ad un uomo come Richard. Lui aveva grandi aspirazioni, si sarebbe occupato della società di famiglia e avrebbe avuto un futuro ricco di soddisfazioni. Comunque, due o tre anni dopo, finita l’università, accade che ci ritroviamo in Italia. Ci eravamo sempre scritti, naturalmente, lui aveva saputo della mia decisione di prendere i voti. Bene, ci ritroviamo da queste parti, mi dice che sta per sposarsi e vorrebbe che io celebrassi il matrimonio. Il vecchio trio di nuovo unito…»
«Trio?» chiedo. «Io, Richard, e un suo amico di infanzia, americano ma di origini francesi che studiava con noi a Parigi, Marc Forlier. Marc avrebbe fatto da testimone a Richard. Ebbene, la sera stessa mi presenta la futura sposa: Serena Battistini.
«La conosceva?»
«Insomma… Ne avevo sentito parlare. La sua ignoranza, il suo essere infantile, la sua superficialità mi lasciarono inebetito. Davvero il mio amico poteva sposare questa donna? Ho cercato di fare di tutto, ma lui era deciso. Li frequentai tre o quattro volte nei mesi che seguirono. Marc era sempre con loro. Finchè un giorno Serena si preparò le valigie, passò all’agenzia viaggi, comprò due biglietti per l’America, e nessuno rivide più né lei, né tanto meno Marc. Fine della storia.»
Lentamente mi figuravo i protagonisti, immaginavo le loro storie, i loro pensieri… Non riuscivo ad inquadrare Serena Harding, non riuscivo a vederla accanto un uomo dalle grandi potenzialità come il signor Harding.
«Lei era bella. » prosegue il frate « Bellissima, sebbene più vecchia di lui. Ma questo non ha mai giustificato la scelta del mio amico! Oggi Richard vive in America, ha cancellato la parentesi italiana della sua vita, e a buon diritto.
«Quando dice che Serena le sembrava ritardata, cosa intende?» chiedo, colpita dalla descrizione.
«Una ragazza che i genitori debbono affibbiare al primo che passa, quasi per togliersela di torno, con la speranza che calmi i suoi ardori, non credo che sia l’esempio di una ragazza seria e normale. Era istintiva, bambinesca nei modi… La donna sbagliata per Richard, ecco!»
Il quadro della situazione, nella mia testa, è sempre più confuso. Padre Stefano mi chiede il motivo della mia visita, mi dice che la polizia ha indagato a lungo sulla scomparsa di Serena Harding e io gli rivelo che un uomo è stato ucciso e che gli indizi portano alla Harding. Gli chiedo se ha un’opinione sulla situazione e lui scuote la testa: «Serena sarà in America, magari in qualche paese del sud, a divertirsi con il suo amico. Denaro ne aveva in gran quantità, immagino. »
Apro la borsetta ed estraggo il portafoglio. Lo apro. Voglio lasciare a Padre Stefano il mio numero di telefono, nel caso si ricordi di qualche altro particolare. Apro il portafoglio e il frate aguzza la vista, sporgendosi in avanti. Sto per richiudere il portafoglio, ma lui ferma la mia mano: « Ecco. Quello è Marc Forlier, signora.»
Sono in salotto e sto scrivendo. Ho ripescato dal cestino della cartastraccia la busta gialla inviatami da Vargas e la sto analizzando. Sono ridicola, lo so, ormai è tutto chiaro, non ho bisogno di altri indizi, eppure non vorrei avere fatto qualche sbaglio durante la mia indagine. André sta dormendo, è quasi mezzanotte. Mi ha lasciato un biglietto sul tavolo della cucina: “Sono stufo di saperti a caccia di assassini! Però ti amo lo stesso”. Sono rientrata tardi, ho guidato per ore, lui aveva sonno, ha cenato ed è andato a letto. Meglio, ho tempo per riordinare le idee. Prendo la busta gialla di Vargas e rimango immobile, a studiare il da farsi.
Sabato 16 Giugno
Mi sono svegliata prestissimo e ho buttato giù dal letto anche Veronica. Mi ha odiato a morte, credo, ma avevo bisogno di sapere se i rullini del mio matrimonio erano stati sviluppati. Sviluppati e stampati i provini, in effetti. Ringrazio Veronica e do un’occhiata alle foto (strano, vero? Ero così ansiosa di guardarle e studiarle, lunedì, e stamattina le sfoglio come un quotidiano vecchio). In particolare mi interessa la foto all’uscita della cappella: io e Andrè siamo avvolti da una nuvola di riso e la foto è ripresa dall’alto, dalla scarpata antistante la cappella, che permette di accedere alla dependance dei custodi. E’ una foto scattata da lontano, con il teleobiettivo.
Metto le foto in borsa e trascorro la giornata con le mie amiche. Miriam mi chiede novità, io sorvolo e cambio discorso. Laura non è molto interessata, mi chiede di vedere finalmente i provini, così ci sediamo in una caffetteria e le osserviamo insieme, commentandole una per una. Aspetto la sera con trepidazione. Non rientro a casa, mi devo preparare per la mia recita.
Alle undici di sera sono a Villa Harding. Sono nella camera da letto di Richard e Serena Harding. La stanza è poco illuminata e io ho indossato, per l’occasione, il vestito da sposa di Serena (mi sta a meraviglia, avessi saputo lo avrei usato per il mio matrimonio, è un abito eccezionale, di una eleganza raffinata, senza fronzoli ma particolarissimo nel tessuto e nella fattura).
Sono seduta sul letto, con le gambe accavallate, il busto leggermente reclinato su enormi cuscini. Le lenzuola bianche sono di seta e, sinceramente, mi sento soffocare in questo ruolo. Mi devo calmare! Chiudo gli occhi e respiro. Invece non mi calmo, quasi mi manca il fiato e ho in testa mille dubbi. Ripenso a tutti i passaggi: ho fatto tutto alla perfezione? La busta gialla di Vargas di nuovo sigillata, le foto infilate dentro, il biglietto scritto a macchina: “Ore 23, Villa Harding. Mario Vargas” (non è troppo ad effetto o esasperato, no? E’ sobrio e semplice, quasi banale)…
Qualche minuto dopo le 23 la porta della camera da letto si apre.
«Ciao Andrè! Ti piaccio?»
Mio marito è confuso e strizza gli occhi per vedere meglio nell’oscurità: «Nadia?»
«Non sono Nadia, questa sera. Stasera sono Serena Battistini, sposata a Richard Harding il 27 Aprile 1993. Ho controllato tutto, sai. » Parlo a raffica (va bè, io parlo quasi sempre a raffica, ma l’agitazione alle volte mi fa accelerare il ritmo della parlantina) e quasi non mi sembra vero: mentre parlo mi sto calmando, quasi sono rilassata, come se tutto fosse finito ormai. «Serena indossava proprio questo vestito quando si è sposata, sai caro? Un bel vestito, una bella festa, tanti invitati… Oh, che meraviglia… » ora il mio tono era quello di una bambina viziata, come mi ero immaginata dovesse essere il modo di parlare di Serena
«Una bella festa fino ad un certo punto, però!», continuo.
«Nadia, per l’amor del cielo, cosa stai facendo?»
«Hai ricevuto posta, quest’oggi?» Vedo che Andrè non risponde e proseguo con lo stesso tono «Si, hai ricevuto una bella busta gialla. Mittente: Mario Vargas. Ho rimesso le cose a posto, hai visto? Perché quella busta era destinata a te!!! Fin dall’inizio, era destinata a te, ho riletto l’indirizzo: “Gentile signor Andrè Fontanier”! Non “gentili signore e signora”, soltanto il tuo nome compariva su quella busta! Vargas non l’ha spedita a me, ora finalmente è chiaro! Ma io sono stata una stupida. Sono tua moglie, ho pensato che le foto fossero per entrambi, no? Invece no. Non erano le foto del mio matrimonio, ma quelle di un matrimonio celebrato undici anni fa.»
Ora cambio tono e parto con la requisitoria. Non sono né arrabbiata, né furiosa, mi sento in gamba, stranamente mi sento soddisfatta: «Ti ha riconosciuto, Vargas, eh? E chissà, forse tu ti sei ricordato di lui, anche se all’altro matrimonio era solo l’assistente di Mazzanieri! Nella stessa villa, nello stesso luogo, undici anni dopo, ti ritrova. Ora hai il pizzetto, ma ti riconosce come il testimone di nozze di Richard Harding. L’uomo che dovrebbe essere in fuga chissà dove con la fedifraga Serena Harding…»
«Ti aveva visto appena una volta, quando siamo andati a parlargli, ma è in questa villa che realizza il collegamento. Non è sicuro ed entra in casa: ha bisogno di una conferma. Sale in questa camera da letto e porta via una foto da quel mobile: la foto degli sposi con i testimoni di nozze!» mio marito è immobile, senza parole, non gli do il tempo di spiegare «La sera stessa torna al suo studio, controlla la foto rubata, la ingrandisce al computer e capisce che sei proprio tu. Così chiama prima mia madre, per avvertirmi, poi il suo vecchio maestro Mazzanieri, per avere le foto del matrimonio degli Harding e perpetrare il ricatto».
«Nadia, tu stai impazzendo, adesso ti porto via…»
«Via dove? Via come hai fatto con Serena Harding? Che pare sia sparita dalla faccia della terra… L’hanno cercata ovunque, ma non sottoterra!»
Andrè si avvicina al letto. Io non mi sono mossa e continuo: «Richard l’aveva pensata alla perfezione. Scommetto che la Harding Corporation non era una solida società, ma un’impresa sull’orlo del fallimento. Serviva un matrimonio con un’ereditiera perchè le cose per Harding si rimettessero a posto. Così Richard sceglie Serena: bella, più vecchia di lui, poco intelligente, con una reputazione più che dubbia. I genitori sono felici di vederla sposata e Richard non vede l’ora di approfittare della comunione dei beni. E non chiederà mai il divorzio, in modo che possa continuare ad occuparsi del denaro della famiglia! Se Serena morisse qualcuno potrebbe indagare, ma se un amico di vecchia data gli rubasse la moglie e fuggisse con lei, un amico di nome Marc Forlier, che ha frequentato la sua stessa università a Parigi, per esempio…»
«Come fai a sapere queste cose?» Andrè è a un passo di me, furioso.
« Sono sicura che ricorderai Padre Stefano. Lui ti ha riconosciuto subito nella foto che ho nel portafoglio e mi ha fatto vedere questa.» Prendo dal comodino la foto consegnatami dal frate. «Una foto davanti all’università, a Parigi. Ho riconosciuto Padre Stefano, Richard… Tu sei il terzo da destra, no? Bene, Marc, fin qui ci siamo. Per il resto sono ancora un po’ confusa. So che hai capito che Vargas avesse sospettato l’inganno, perché lo hai seguito, il giorno del nostro matrimonio, in questa casa. E so che lo hai seguito perché ho trovato del riso, in questa casa, durante la mia precedente visita. Il fotografo era lontano, al momento del lancio del riso, quindi gli unici che potevano avere addosso del riso eravamo io e te, e io sono certa di non essere entrata. Poi, che è successo? Hai visto Vargas prendere la foto? Hai immaginato che avesse scoperto tutto? »
Andrè ormai mi è quasi addosso. So che mi ucciderà. Non è un problema, ha già ucciso. In quel momento la porta si apre.
«Oh Dib!» esclamo. Quasi mi sento sollevata.
«Perché sei venuto qui? » gli dice Andrè (lo continuo a chiamare Andrè, in fondo è così che l’ho sposato) voltandosi di scatto. Giorgio Di Blasi… mi chiedo addirittura se quello sia il suo nome vero.
«Cosa sta succedendo?» chiede Dib.
«Meno male » gli dico « Avevo paura che non venissi. Se non fossi venuto le mie teorie andavano a carte e quarantotto!!!»
«Questa sa tutto!» gli dice Andrè, mentre io mi metto a ridere (non so perché, lo faccio inconsciamente...) e continuo: «Già… Andrè ha un alibi di ferro per l’omicidio Vargas. Era con me in luna di miele! Così sei stato tu, Dib? Caro Andrè, non hai avuto nemmeno un guizzo di originalità, hai copiato il delitto di Serena Harding in tutto e per tutto. Due amici, il testimone di nozze finge di corteggiare la sposa, poi i due spariscono, il cadavere della sposa viene occultato, si mobilita la polizia perché ritrovi la moglie mentre i due complici si spartiscono i beni della ricca famiglia.» prendo fiato, Dib e Andrè sono senza parole, davanti a me. «Com’è andata, Dib? Ti ha detto di aspettare che lui partisse, per uccidere Vargas? In modo da avere un alibi perfetto? Hai sbagliato ad aspettare fino a lunedì notte. Nel pomeriggio Vargas aveva già preso le foto del matrimonio Harding e le aveva inviate ad Andrè! Non quella in cui compare Andrè, naturalmente, quella se l’è tenuta Vargas, come garanzia per il ricatto. Grazie a quello e alla lentezza delle poste italiane, io ho ricevuto quelle foto in quella busta gialla. Vi devo aver spaventato a morte, quando ho trovato quelle foto, no?
In pochi istanti Dib mi blocca le mani e Andrè afferra un cuscino. Ho il tempo per chiudere la mia requisitoria: «Non sentite questi colpi? Giù alla cappella, l’ispettore Landi sa demolendo il basamento di cemento… Alla fine ci sono andata dall’ispettore. Come avevi detto tu, caro.»
Domenica 17 Giugno
I giornali non parlano d’altro. Sono famosa. A parte per la durata del mio matrimonio (15 giorni esatti sono pochi perfino per i vip e le star), sono famosa perché il merito della soluzione del caso Vargas è tutto mio, così come pure il merito per aver finalmente chiarito il caso Serena Harding. Non posso descrivere come mi sento: è complicato. E’ sufficiente dire che nelle ultime dodici ore ho pianto, ho riso, ho brindato con Champagne, ho insultato mia madre, ho picchiato l’ispettore Landi, sono svenuta almeno sei volte, mi hanno imbottita di calmanti.
Ora trovo giusto concludere il mio… (non è un diario, l’ho detto subito, ma che cos’è? Non è un memoriale, non è un resoconto… Insomma, è la storia della mia vita: faccio le cose e poi non so che significato e valore attribuire loro).
Ora trovo giusto concludere la mia narrazione (il termine funziona alla perfezione) con il fatto che Marc Forlier alias André Fontanier è stato arrestato per l’omicidio di Serena Harding e Giorgio Di Blasi (si chiamava proprio così, avrebbe poi cambiato nome più avanti, per fregare un’altra povera fessa come me) per quello di Mario Vargas. Non so se metteranno mai le mani su Richard Harding, spero proprio di si. Andrè, testimone di Harding e complice nel delitto di Serena, ha diviso con l’amico il bottino ed è diventato ricco. Però anche lui, dieci anni dopo, si è trovato in cattive acque, così decide di ripetere il colpo ideato da Harding con le stesse modalità ma con un’altra ricca ereditiera. Mi conquista e mi sposa. Dib si fa vedere in giro con me, finge di starmi appresso e, chissà… Forse dopo sei mesi mi sarei ritrovata cadavere, incementata in una cappella a me dedicata nel giardino di mia madre mentre tutti mi avrebbero creduta in fuga chissà dove con Dib! L’errore di Andrè è stato quello di trovare una donna astuta (parlo di me, e a ragione, no?) anziché una sciocca senza cervello. Povera Serena Harding, forse persino innamorata di quell’uomo che aveva in programma fin dall’inizio di toglierla di mezzo.
Non so se ridere o piangere, ripeto. Non ho nulla di cui essere allegra, ma se penso alla fine che avrei potuto fare di qui a poco, smetto di deprimermi e ringrazio Vargas per avermi indicato la strada da seguire (non sono una cattolica fervente, ma farò costruire una cappella in sua memoria nel giardino di mia madre!). Certo il colpo è duro da sopportare. Le mie amiche non mi mollano nemmeno un minuto e mi confortano in ogni istante. Sono arrabbiata con me stessa! Ero così abile, una volta, a scoprire i cacciatori di dote… Mi sono arrugginita con gli anni, forse. Superi i trenta e pensi: “Ormai l’uomo giusto non lo incontri più” e allora, anche se non è proprio giusto ma ci si avvicina, accetti quello che il destino ti mette nelle mani. E’ un errore madornale, la lezione mi è servita, eccome!
Certo adesso gli uomini sanno con chi hanno a che fare, tuttavia mi ha già telefonato l’avvocato Dagliè: era vero che c’era una ricompensa per chiunque avesse scoperto qualcosa su Serena Harding e Dagliè sarà incaricato di consegnarmi il premio. Che paradosso!
Bene! Benone! Il prossimo che incontrerò, avrà cinquecentomila euro di motivi in più per innamorarsi di me. Finchè morte non ci separi…
Fine