Nell'oscurità del circolo
(estratto)
di Silvio Minieri
Capitolo uno
Quella mattina, l’agente Calzu arrivò con affanno al Comando di polizia di Porto Belmondo, qualche minuto dopo le sette. Era in leggero ritardo e non sopportava i rimbrotti del collega, che lo aspettava per smontare dal servizio di notte; ma al solito, era stato trattenuto dalla giovane moglie, che non capiva queste necessità del marito di dover essere sempre puntuale. E puntualmente, quando dopo avere parcheggiato la sua autovettura sul piazzale retrostante, fresco e pimpante, Calzu si presentò davanti alla porta principale della palazzina sede del Comando, il suo collega Sorge lo rimbrottò, lo sguardo assonnato, non si capiva bene se perché si era appena svegliato oppure perché aveva passato la notte insonne o forse un po’ per tutti e due i motivi. Dalla mezzanotte e fino all’alba, Sorge era intervenuto in città per un litigio in appartamento, un furto di auto, un ubriaco molesto ed infine per accompagnare alle quattro del mattino a casa sua, in contrada di agro di Palu il capitano Aligi, proveniente col volo di notte Roma Porto Belmondo. Era rientrato dopo le cinque ed aveva dormito forse soltanto poco più di un’ora, quando era stato svegliato da una nuova telefonata dall’impiegato dell’aeroporto, il quale gli comunicava che sul primo volo proveniente da Londra, quello delle sei e trenta, c’era un cadavere a bordo.
“Corri, sul posto c’è già l’ambulanza” aveva concluso, non senza aver ancora rimuginato con qualche ultimo borbottio.
Calzu corse a prendere l’autovettura di servizio con i colori della polizia, accese il faro rotante blu e partì di gran carriera per l’aeroporto, distante una decina di chilometri, non senza aver replicato con qualche sordo improperio alle frasi poco gentili con cui era stato accolto quella mattina, soltanto per qualche minuto di ritardo.
Quando giunse sul piazzale antistante l’ingresso dell’aerostazione, notò il furgone della Croce Verde fermo di lato e corse lì a parcheggiare. Non era neppure sceso dall’autovettura, che un impiegato della Società dell’aeroporto gli corse incontro, dicendo che gli infermieri dell’ambulanza, dopo avere trasferito il morto dall’aeromobile al furgone, lo avevano lasciato lì di guardia e si erano allontanati, asserendo di dover andare a prendere il medico di servizio.
“Resta là!” disse Calzu e si avviò verso la vetrata d’ingresso.
“E che ci faccio io qui col morto?” protestò l’impiegato, ma l’ agente di polizia lo zittì con un gesto e ripeté bruscamente: “Aspetta là!”
In uno degli uffici, accanto al salone di arrivo, trovò riuniti attorno ad una scrivania il comandante dell’aeronave con alcune hostess, tutti rigorosamente biondi ed inglesi, il fiduciario del direttore dell’aeroporto, il signor Lenzini ed il suo aiutante Mulè ed infine una donna dall’aria avvilita, verosimilmente la vedova ed un altro uomo, forse un passeggero testimone del decesso, che si rivelò poi essere un medico.
L’agente Calzu entrò salutando tutti rispettosamente ed ottenne una pronta risposta dai membri dell’equipaggio ed anche dagli altri. Lenzini disse: “Sta arrivando un ispettore della polizia investigativa di Sassari.”
Il medico riferì, rivolgendosi a Lenzini e poi all’agente nuovo arrivato, che il passeggero era morto per arresto cardiocircolatorio e fece qualche allusione sulla età avanzata del soggetto, oltre i sessant’anni, ed espresse anche i suoi dubbi su qualche possibile malattia pregressa della vittima, ricevendo a quest’ultima osservazione un’approvazione della vedova con cenni di assenso del capo. La donna aveva occhiali scuri, un cappello nero a falde larghe in testa ed ogni tanto si soffiava il naso, con un fazzoletto che continuava a stringere tra le mani.
Lenzini lanciò un’occhiata all’agente e poi disse che forse era meglio avvertire qualche autorità. L’agente non capiva, allora l’aiutante del fiduciario gli porse la carta d’identità del morto. Calzu guardò la fotografia, lesse le generalità e richiuse subito il documento: “Avverto immediatamente il capitano” annunciò.
“Aligi non risponde” disse Lenzini; ma l’agente non gli diede retta, trasse il telefonino di tasca e si allontanò verso l’uscita, mentre componeva il numero sul cellulare. Gli altri lo seguirono con lo sguardo, ma non riuscirono a sentire la conversazione. Poco dopo, l’agente che aveva terminato la comunicazione sulla soglia della saletta rientrò, annunciando impersonalmente che il capitano Aligi sarebbe arrivato subito. Subito comunque non poteva essere prima di una quarantina di minuti, vista la distanza tra l’aerostazione di Porto Belmondo e l’abitazione del capitano nella località di Agro di Palu, ma i presenti non potevano certo calcolare questo tempo, tranne forse Lenzini.
Non sapendo che cosa fare, l’agente Calzu, ricordandosi della carta d’identità del deceduto che aveva tra le mani, la tese al di sopra della scrivania in direzione dell’aiutante di Lenzini, quasi volesse sbarazzarsene; ma subito ci ripensò e ritrasse il braccio, prima che l’altro si sporgesse per riprendersi il documento.
Il fiduciario del direttore dell’aeroporto, che non aveva gradito il comportamento di noncuranza dell’agente nei suoi confronti ed anche indispettito dal fatto di essere stato lì per lì smentito di fronte a testimoni sulla circostanza dell’irraggiungibilità telefonica del capitano Aligi, disse ad alta voce al suo aiutante, ma guardando Calzu: “Ennio, hai avvertito l’avvocato Spirito?”
L’avvocato Silvio Spirito, ex ufficiale superiore in congedo della Marina Militare, arma in cui aveva prestato servizio nell’aviazione leggera, era il direttore dell’aeroporto ovvero la suprema autorità civile in ambito aeroportuale e quindi averne evocato la figura serviva a Lenzini a ridimensionare il comportamento altezzoso di quel semplice agente di polizia.
Ma chi era il morto, la cui identità aveva sorpreso e messo in uno stato di agitazione Calzu, che questo stato tentava di mascherare dietro quella sua apparente altezzosità? Si trattava di Mario Barzini, romano, ex Ministro delle politiche per il Mezzogiorno del Governo uscente, notissimo in Sardegna prima ancora che come politico, come imprenditore e costruttore.
L’agente intanto aveva dato un pensoso sguardo alla vedova, poi si era deciso ed avvicinatosi alla donna, le aveva consegnato la carta d’identità del marito. Subito dopo, il comandante dell’aereo, rivolgendosi sia all’agente Calzu che al rappresentante dell’autorità aeroportuale annunciò in un italiano sorprendentemente abbastanza corretto, che lui si ritirava, ma che comunque rimaneva a disposizione per gli adempimenti richiesti e se ne andò seguito dalle hostess. Sul suo esempio, anche il medico dichiarò che avrebbe aspettato in aeroporto ed uscì dalla stanza. Lenzini pregò la vedova del senatore Barzini di accomodarsi sul divano e si andò a sedere dietro la scrivania, mentre il suo aiutante si offrì e andò a prendere dei caffè al bar per i presenti. L’agente Calzu prima cominciò a passeggiare lentamente nella la stanza, poi uscì.
Mezz’ora dopo, nell’ufficio dell’avvocato Spirito si erano radunati il fiduciario Lenzini con l’aiutante Mulè, il direttore della sicurezza aeroportuale Tiratore, l’agente Calzu, l’Ispettore della polizia investigativa di Sassari: tutti discutevano di quella morte, sopravvenuta in volo per arresto cardiocircolatorio e delle pratiche amministrative da dover disbrigare. La vedova Barzini aveva espresso la volontà di voler restare accanto al marito ed era stata accompagnata all’ambulanza, il comandante dell’aereo aveva inviato un suo rapporto sull’incidente scritto in lingua inglese ed aveva informato il direttore dell’aeroporto che a mezzogiorno sarebbe ripartito con il volo per Londra. Erano tutti ancora insieme, quando giunse il capitano Aligi, che fu subito informato degli ultimi sviluppi dell’accaduto dall’Agente Calzu.
Il capitano chiese se fosse stato informato il magistrato ed alla risposta negativa sia di Calzu che dell’Ispettore di Sassari, estrasse di tasca il telefonino e compose il numero del giudice Di Cosimo. Dopo la breve conversazione, dichiarò che era necessario avvertire il medico legale, per accertare ufficialmente la causa della morte, verbalizzare la testimonianza del comandante dell’aereo e di altri testimoni e poi avvertire di nuovo il magistrato per la rimozione della salma.
L’avvocato Spirito osservò con l’assenso dei suoi due collaboratori che aveva già provveduto ad avvertire il dottor Frussardi dell’Istituto di medicina legale di Sassari, che abitava a Palu e che sarebbe arrivato a momenti, diede istruzioni a Lenzini di avvertire il comandante dell’aereo poi propose al capitano Aligi di andarsi a prendere un caffè.
Il capitano Aligi, che comandava l’Ufficio di polizia di Porto Belmondo da pochi mesi, non andava molto d’accordo con Spirito, perché questi, nei suoi discorsi, ogni tanto alludeva alla sua passata esperienza di aviatore militare, per affermare indirettamente una sua specifica competenza anche in materia di sicurezza aeroportuale, dovuta non tanto alla sua funzione quanto anche alla sua professionalità. Ma in definitiva, entrambi andavano abbastanza d’accordo, grazie anche ad una certa giovialità tutta partenopea dell’avvocato Spirito.
Nel bere il caffè, entrambi non poterono fare a meno di evidenziare la bellezza tipicamente albionica delle due hostess inglesi, che accompagnando il comandante verso l’ufficio di Spirito, gli sfilarono loro davanti. Poco dopo anch’essi rientrarono.
Capitolo due
“Aspettiamo il referto del medico legale e poi possiamo considerare chiusi gli adempimenti” disse Aligi.
“Bene, capitano, è stata un’occasione, per un ottimo incontro, anche se in una circostanza poco piacevole
“Certo, avvocato” rispose Aligi.
Il direttore dell’aeroporto, che era andato a prendere posto dietro la scrivania, chinò il capo per dare una rapida e distratta occhiata ad alcune carte, che giacevano sulla sua scrivania; ma subito rialzò lo sguardo e fissò alcuni istanti oltre i vetri della finestra, da cui si poteva avere un agevole panorama della pista con l’aeroplano della compagnia britannica in sosta.
Entrarono Lenzini, Mulè e l’ispettore della polizia investigativa di Sassari, che porse al capitano il verbale di autentica della relazione scritta in inglese dal comandante dell’aereo sulla inopinata morte di un passeggero italiano, a bordo dell’aeromobile della compagnia britannica in volo da Londra a Porto Belmondo, Golfo degli Aranci, Sardegna, Italia.
Aligi diede un’occhiata al foglio, poi rialzò lo sguardo e disse sorridendo all’ispettore Rojas: “I don’t understand”. Ma l’investigatore, giovane dotato di lucida intelligenza e grande senso dell’humor, replicò subito, dicendo: “No problem” ed aggiunse di avere già avvertito l’interprete.
“E dov’è?”
“E’ già qui.”
Il capitano si guardò intorno, per mostrare che la persona nominata non c’era, poi tornò a fissare l’ispettore: “E’ lei stesso l’interprete, ispettore?” domandò sorridente.
“Oh, no!” si schermì il giovane e si voltò a guardare verso la soglia della porta, dove era apparsa una ragazza vestita con un abito verde.
Aligi invitò la giovane ad entrare, mentre Rojas la presentava: “Alessia, impiegata interprete del Ministero dell’Interno.”
Il capitano le tese il foglio e disse: “Può fare una traduzione?”
“Certo.”
“Anche subito?”
“Sì.”
“Va bene, non c’è fretta. Se mi dite, intanto, come è andata.”
L’invito era rivolto più che altro all’ispettore, che lo raccolse immediatamente e riassunse il contenuto del verbale, avendone integrata la lettura e la sua prima sommaria traduzione con la conversazione avuta col comandante dell’aereo.
Mentre sorvolavano la Corsica, ed il giovane alzò eloquentemente in aria il dito indice, accennandovi col gesto dell’altra mano, quasi a figurare l’immagine dell’isola vista dall’alto ed il punto esatto di sorvolo al momento dell’incidente, il comandante era stato avvertito da una delle hostess che un passeggero si era sentito molto male nella toilette dell’aereo e precisamente quella anteriore. Aveva allora dato disposizione di domandare discretamente ai passeggeri se a bordo vi fosse un medico e di evitare affollamenti o confusioni. Era stato trovato un medico, il quale non aveva potuto fare altro che accertare la morte del passeggero per arresto cardiocircolatorio, mentre la moglie che accompagnava il marito nel volo da Londra in Sardegna, accortasi dell’accaduto, era subito accorsa ed era rimasta accanto lui. Non appena atterrati era stato dato avviso all’autorità aeroportuale, che aveva provveduto a far trasferire il morto con una barella dall’aeromobile sul suolo italiano.
“Bene!” E con questo apprezzamento interlocutorio, il capitano ci tenne ad elogiare la bravura dell’ispettore nell’avere bene compreso ed illustrato il caso, ma anche a sottolineare il compimento dell’itinerario burocratico dell’accertamento di polizia, fatto salvo il particolare del referto medico ufficiale.
“Avvocato Spirito,” disse quindi rivolto al direttore dell’aeroporto “aspettiamo il referto del medico legale e poi possiamo dire di avere terminato: così togliamo tutti il disturbo.”
Il responsabile dell’aeroporto rispose con un cenno di approvazione della mano, ma conservando un’espressione scettica, mentre guardava alla giovane figura dell’interprete nel suo elegante abito verde, che ne modellava il profilo indubbiamente attraente.
Il capitano Aligi seguì lo sguardo dell’avvocato Spirito, osservò per un istante la giovane e poi disse, rivolgendosi all’ispettore Rojas: “Bene, fate la traduzione.”
“Se volete mettervi qui” disse il direttore, indicando ai due giovani il bordo della sua scrivania, ma entrambi ringraziarono e dissero che si sarebbero arrangiati fuori.
“Chiedete al ragioniere Lenzini” disse allora Spirito.
In quel momento si affacciò opportunamente sulla scena il medico legale, che aspettava sulla soglia dell’ufficio.
“Ecco il referto” disse e lo tese ad Aligi, non senza aver salutato amichevolmente Spirito.
“Ma è battuto a macchina!” esclamò con aria leggermente divertita Aligi.
“A scanso di osservazioni giudiziarie sull’incomprensibilità della calligrafia dei medici, ma soprattutto di quella del sottoscritto” rispose il medico, abbozzando un sorriso nei confronti del giovane ufficiale di polizia.
Aligi lesse a voce alta: “Morte per arresto cardiocircolatorio. Sulla salma si sono riscontrate macchie violacee ed un anomalo rilassamento dei muscoli.”
“Non capisco” disse l’ufficiale, rivolgendosi al medico legale.
“Ma è scritto a macchina, capitano!” scherzò il medico. “Quel colore ed il rilassamento dei muscoli fanno pensare ad un rimedio curativo, come dire un farmaco…”
“Come un farmaco? Ah sì, il paziente, a dire del primo medico intervenuto, mi sembra che soffrisse di vari disturbi, anche per l’età avanzata.”
“Ma veramente, a sessantadue anni era giovane! Oddio, non per lei, capitano, dicevo per me.”
“Che tipo di farmaco risulta?”
“Beh, non so; ma a dire della vedova, con cui ho scambiato qualche chiacchiera, pare che il ministro ogni tanto facesse uso del curaro, secondo dosi e ricetta medica. Soffriva di dolorosissimi spasmi muscolari.”
“Curaro? Ma non è un veleno?”
“Certo, anche il tabacco è un veleno.”
“Sì, il tabacco è un veleno, non un farmaco però” interloquì Spirito. “Comunque ricordo che in ambiente aeroportuale è assolutamente vietato fumare!”
“Qui nessuno sta fumando, Silvio.”
“Ma perché? Tonino, tu non fumi?”
Il medico sorrise, esitò, poi disse:
“Qualche volta, di nascosto, ma soltanto la sera, dopo cena.”
“Credo che bisogna avvertire il magistrato” disse Aligi.
“Sì, ho già telefonato al dottor Di Cosimo ed ho consigliato di far eseguire gli esami autoptici. Ha già autorizzato, comunque l’avvertirà ufficialmente.”
“Va bene, allora bisogna aspettare l’autopsia” concluse il capitano.
Nell’ufficio erano rientrati Rojas ed Alessia. Aligi li guardò, considerò che quel suo coetaneo era un ispettore della polizia investigativa, quindi particolarmente indicato per seguire il caso e nell’occasione anche opportunamente motivato, data la presenza della giovane interprete; pertanto, non ostante questa emergenza, egli poteva tranquillamente continuare ad occuparsi, anche se con qualche rammarico, della sua piantagione di kiwi. S’immedesimò nel suo ruolo e disse:
“Bene, ispettore, pare che il ministro sia morto per arresto cardiocircolatorio, ma anche per...”
“La presenza di agenti chimici nel sangue, capitano.”
Toh! Ma chi aveva inviato questo investigatore da Sassari? E così tempestivamente? Però!
“Per caso, risulta dal verbale, dalla traduzione?”
“No” disse l’ispettore
“Ed allora?”
“Ho scambiato anch’io qualche chiacchiera informale con la vedova” disse mostrando un’espressione di sottile orgoglio professionale.
Ah, bravo! I kiwi, i kiwi non potevano aspettare. E poi, una volta, avrebbe fatto anche lui un volo da Porto Belmondo a Londra, così per imparare un po’ d’inglese, si disse e guardò la giovane interprete. Ma, lui Aligi, a trent’anni o poco più era forse vecchio? Sì, era sposato con due bambini piccoli, coltivava il suo orto, prestava servizio nella sua regione d’origine, eppure…
Squillò il telefonino, era la moglie che gli ricordava di comperare la carne per il pranzo.
Il medico legale, l’ispettore, la giovane interprete, lo stesso direttore dell’aeroporto, tutti i presenti sembravano aspettare qualche disposizione da lui. Aligi li guardò, soppesò la situazione, chiamò l’agente Calzu, annunciò che per ogni novità sul caso lui era reperibile nel suo ufficio, strinse la mano a tutti e si allontanò seguito da Calzu.
Poco dopo, immediatamente fuori dell’aerostazione, erano entrambi saliti sull’autovettura di servizio e stavano per allontanarsi, quando l’agente Calzu fece notare al capitano se non fosse il caso di fermarsi dalla vedova, ma Aligi rispose negativamente e lo sollecitò a recarsi in ufficio. Nel passare davanti all’ambulanza, l’agente rallentò, vide l’impiegato dell’aeroporto che gli faceva dei gesti, allora si fermò solo per poco e gli ingiunse di stare ad aspettare lì; quindi ripartì rapidamente, con un sottile sorriso di soddisfazione e guardando di sottecchi l’ufficiale, che con aria assorta fissava dinanzi a sé e sembrava non accorgersi di quanto accadesse.
Cortesia Silvio Minieri