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G ALLOGRAFIA
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Il giornale
L'indizio nascosto
RACCONTI GIALLI
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Sola la luna sa
Un delitto senza testimoni
(estratto)

di Sandro D'Elia

Gita scolastica
L’Istituto dei Motori, imponente struttura del Consiglio Nazionale delle Ricerche, sonnecchiava nel sole del primo pomeriggio. Chi aveva qualcosa di urgente da fare cercava la voglia in un caffé forte e ben zuccherato, mentre gli altri leggevano il giornale o chiacchieravano tranquilli, godendosi il ritmo di lavoro rilassato che possono permettersi solo i dipendenti dello Stato.
Il grosso pullman a due piani si fermò brontolando minaccioso davanti all’ingresso principale, e vomitò i suoi rumorosi passeggeri sul marciapiede. La truppa si mosse in ordine sparso, puntando verso il portone di pietra, e l’invasione ebbe inizio. Erano tre classi di un liceo scientifico, accompagnate da una sola insegnante di scienze, perché nessun collega aveva voluto condividere la responsabilità di portare in gita ottanta ragazzi. Al loro arrivo l’istituto si rianimò di colpo: tutto quel chiasso non permetteva di dormicchiare in santa pace. Qualcuno chiamò Alì nella sua stanza, e lui scese di corsa, perché sapeva per esperienza diretta che è meglio non lasciare mai le scolaresche in visita senza una guida, nemmeno per pochi minuti: l’ultima volta gli avevano quasi smontato un laboratorio.
In fondo alle scale si vedeva un gruppone di adolescenti vocianti. Per un attimo Alì non riuscì a identificare l’insegnante, poi si accorse di una ragazza che sembrava avere un minimo di autorità. Era più bassa della maggior parte degli alunni maschi, ma in fondo quelli erano tutti dei ragazzoni del quinto anno, però lei era l’unica vestita da adulta, e portava una borsetta da donna invece degli zaini e delle tracolle delle altre ragazze. E poi aveva l’ombelico coperto: doveva essere la professoressa.
“Buongiorno, sono Alì Rashid, la vostra guida per questa visita.”
La giovane prof rimase un pochino sorpresa. Così come Alì si aspettava un anziano professore in giacca e cravatta, forse anche lei credeva che avrebbe incontrato un ricercatore con l’aria da Einstein, o almeno uno che portava pantaloni grigi e mocassini, non jeans vecchi e le stesse scarpe dei suoi alunni. Ma si riprese subito dalla sorpresa: “Piacere, sono la professoressa Perrotta. Insegno scienze e tecnologia. I ragazzi sono molto eccitati all’idea della visita.”
“Sono molto eccitati all’idea di saltare mezza giornata di scuola” pensò Alì, ma non lo disse ad alta voce: era stato studente anche lui, così come la prof che aveva di fronte. Comunque, niente di nuovo. Il suo compito era quello di descrivere a questi ragazzi una parte delle attività che si fanno in un istituto di ricerca, sperando che qualcuno di loro le trovasse interessanti. Magari, grazie a questa visita, quella ragazzina magra magra che si nascondeva in un angolo avrebbe scoperto la passione della sua vita, e sarebbe diventata la prossima Rita Montalcini… sicuramente era abbastanza brutta per quel ruolo.
L’insegnante invece era graziosa, anche se il nasone piuttosto esagerato le rovinava il profilo. Chissà che effetto fa, ad una ragazza così giovane, insegnare in una classe di diciottenni. Probabilmente quelli la spogliano con gli occhi appena entra in aula, ma le donne hanno mille modi per farsi rispettare quando vogliono, questo Alì lo sapeva molto bene.

Il gruppo era molto vivace: non riuscivano a stare un attimo fermi, toccavano tutto, e la giovane prof non sembrava avere tanta autorità da tenerli a freno. Però i ragazzi la stimavano, si capiva subito perché chiedevano le cose a lei invece che ad Alì, mentre di solito succede il contrario. Alì non sapeva ancora che quella era una delle rare insegnanti ancora entusiasta del suo lavoro, una di quelle persone che insegnano con il cuore oltre che con la testa. Non è facile trovare persone così.
Cominciò il solito giro dei laboratori, non quelli veramente importanti, ma piuttosto quelli dove si faceva qualcosa facile da capire e da spiegare, perché il direttore voleva che chi veniva in visita ricordasse almeno qualcosa di quello che aveva visto. C’era un aneddoto sull’argomento: una decina di anni prima, quando il direttore era appena arrivato all’istituto, aveva accompagnato uno dei suoi ricercatori più brillanti ed esperti a far da guida per un gruppo di professori tedeschi in visita. Quando era di buon umore raccontava ancora, dopo tanti anni, dell’imbarazzo nel notare che durante la presentazione in sala conferenze ben due degli ospiti russavano sonoramente. Da persona pratica, dopo quella esperienza il direttore aveva comprato una serie di video di Superquark, e aveva obbligato tutto lo staff a studiarle attentamente, per imparare come si fa divulgazione scientifica. La cura aveva funzionato tanto che adesso erano strapieni di richieste di visite, soprattutto da parte di scuole superiori e università. Certo era una gran perdita di tempo, ma era anche una buona pubblicità, faceva conoscere l’istituto dappertutto, e il direttore era convinto che nel lungo periodo l’attività avrebbe ben ripagato i suoi costi. Di solito qualcuno dei più interessati, tra tutti quei ragazzi che venivano in visita, finiva per chiedere di fare una tesi di laurea in istituto, o magari due mesi di stage estivo; insomma entravano nel giro, esattamente come era successo ad Alì, che ormai da anni vivacchiava come borsista, in attesa che qualcuno bandisse almeno un concorso da ricercatore. Non ci si arricchisce con la scienza, almeno di solito.
Quel giorno Alì fece la lezione standard sui progetti in corso, senza dire che il problema principale, ormai, non era trovare le idee, ma i soldi. Fino a qualche anno prima anche lui pensava alla scienza come qualcosa di grande e puro, lontano mille miglia dalle tristi realtà di questo mondo; adesso, dopo alcuni anni di esperienza pratica, aveva capito che il problema fondamentale di chi fa ricerca non è quello di affrontare le nuove frontiere dell’ignoto, ma quello di trovare chi pagherà il conto di un progetto. Meglio non dire la verità in modo così brutale, perché magari tra quei ragazzi qualcuno era indeciso se diventare un Nobel per la fisica o un ricco commercialista come il papà, e un liceale dovrebbe scegliere la propria strada ancora con un po’ di idealismo.

“Questo che cosa è?” chiese l’insegnante.
“Con questa apparecchiatura misuriamo i parametri della combustione nel motore che vedete lì dietro, in sala prove. Ci fornisce tutti i dati su quello che succede dentro il motore mentre funziona.”
“E a che serve?” chiese una ragazza.
“Quello che stiamo cercando di fare” riprese Alì, “è ridurre l’inquinamento dei motori Diesel. Finora siamo riusciti a ridurre le emissioni a un decimo dei limiti di legge, che non è poco: significa ridurre del novanta per cento il fumo che vi beccate quando vi trovate in motorino a fianco di un camion che sta accelerando…” questa era un’esperienza nota e sgradita per tutti i motociclisti; i ragazzi capirono subito e Alì vide molte teste che annuivano silenziosamente. Però fece l’errore di non fermarsi lì: quello era il suo progetto, e non resistette alla tentazione di spiegarlo nei minimi particolari. Andò alla lavagna e fece un schema della camera di scoppio, perdendosi tra i meandri del gradiente di temperatura e della compressione anelastica, ma dal brusio alle sue spalle si accorse che l’attenzione della scolaresca stava diminuendo rapidamente.
La prof lo salvò giusto in tempo: “Possiamo andare a vedere il microscopio elettronico?”
“Certo, ottima idea.”
Alì tagliò corto con la sua spiegazione e li guidò nella sala del microscopio, dove fece il solito discorsetto introduttivo e rispose a qualche domanda. Come al solito, quelle più intelligenti le fecero le ragazze; i maschi in questi casi fanno sempre la figura dei cretini. Soddisfatta qualche curiosità degli ascoltatori, cominciò a mostrare dei campioni di materiali sottoposti ad usura e di cristalli, che visti al microscopio elettronico non insegnano molto, ma almeno sono bellissimi da guardare.
“Che cos’è questo apparecchio?”
“Questo è il microtomo, che ci serve ad affettare i materiali in sezioni molto sottili”.
“Quest’altro?”
“Questa è la pompa del vuoto. Il microscopio elettronico funziona sotto vuoto, più o meno come i tubi catodici delle vecchie televisioni, e per produrre il vuoto serve un’apparecchiatura abbastanza complicata.”
“E questi tubi?”
“Questi veramente sono gli scarichi del bagno di sopra.”
La domanda l’aveva fatta l’insegnante, e ovviamente tutti i ragazzi scoppiarono a ridere. La prof non sembrava offesa: si mise a ridacchiare anche lei di gusto.
Alì avviò l’insegnante e il gruppone verso la sala conferenze, dove avrebbero proiettato un video, e rimase un po’ indietro, per salutare una ragazzina che conosceva bene.

Fabiana era diventata proprio carina; Alì non riusciva a guardarla come una donna, perché quando l’aveva vista per la prima volta lei aveva cinque anni, ed era molto fiera delle sue nuove scarpette rosse; se ti sei abituato a considerare una persona come una bambina nemmeno l’evidenza delle misure del suo corpo riesce a farti cambiare idea. Adesso Fabiana era un tantino diversa da allora, e bisognava ammettere che sarebbe stata ben apprezzata come velina o concorrente di Miss Italia, ma non aveva queste intenzioni, perché come tutti nella famiglia De Angelis aveva una bella testa, e Alì era sicuro che si sarebbe fatta strada nella vita, ma non soltanto perché stava bene in costume.
“Allora, signorina, ti pare educato venire qui senza dirmi niente? Ho saputo per caso da tuo fratello che oggi c’era la tua classe in visita.”
“Sai com’è, Alì, io ho una vita sociale, delle relazioni da mantenere. Mica posso farmi vedere in giro con dei vecchietti come gli amici dei miei fratelli.” E giù una risata. Fabiana era la tipica terza figlia, già da bambina ben poco rispettosa dei più grandi. Certo, per una diciottenne, un uomo che si avvicina alla trentina deve sembrare vecchio, anche se Alì questa cosa non la digeriva, perché a lui sembrava che i suoi diciott’anni fossero passati soltanto da un paio di giorni. Ma non era così: il fratello di Fabiana, Filippo (Pippo per gli amici), che aveva la stessa età di Alì e aveva condiviso con lui tante ore sui libri ai tempi dell’università, ormai era un serio professionista che giocava a fare il manager in carriera, e certe volte metteva la cravatta anche quando andavano insieme a mangiare una pizza. Basta distrarsi un attimo, e i diciott’anni spariscono in fretta.
“Che dice di bello Massimo? E Pippo? È un secolo che non lo sento.”
“Massimo è impegnatissimo a fare il papà. Ha una bimba troppo bella, che è innamorata della zia, cioè di me” – Fabiana si sentiva molto fiera di questa responsabilità familiare – “Pippo invece è uccel di bosco: non lo sentiamo nemmeno noi di casa. Torna raramente a Napoli. Ora sta per cambiare lavoro, ma sempre a Milano: va al centro elettronico della Borsa, con uno stipendio niente male.”
“Beato lui. Mi sa che lo chiamo stasera.”

Il resto della visita andò via liscio; i ragazzi fecero un bel po’ di caciara, ma alla fine in buona parte sembravano veramente interessati a quello che avevano visto, e questo non è un risultato da poco. Quando furono spariti tutti, andando rumorosamente a perdersi nei parchi della zona, contenti di qualche ora di vacanza, Alì si sentì in dovere di fare due chiacchiere con la professoressa. Tra l’altro, non sembrava un compito sgradevole.

“Mi dispiace di averle fatto fare quella figuraccia”
“Non ti preoccupare, alla fine mi rispettano di più quando li faccio divertire, e imparano meglio.”
Alì notò con piacere quel rapido passaggio al ‘tu’; visto che la prof sembrava più o meno sua coetanea, decise che non aveva bisogno di essere formale.
“Dev’essere un lavoraccio tenere una classe di liceo. Ricordo quello che facevamo passare ai supplenti nella mia classe…”
“No, non è vero, non è un lavoraccio.” La prof si era tolta gli occhiali, e sciolti i capelli con l’aria di chi si scusa perché sono in disordine, ma in realtà bastavano questi piccoli tocchi per trasformarla da seria insegnante a giovane donna civettuola. Era proprio carina, con un sorriso contagioso; peccato per quel naso da Pinocchio, ma sembrava il tipo che ci ride sopra. Mentre Alì inseguiva questi pensieri oziosi, lei continuava a parlare: “Non è per niente difficile: i ragazzi capiscono subito chi si interessa a loro e chi no. Sono terribili solo con i colleghi che non hanno voglia di fare niente; purtroppo ce n’è qualcuno.”
La frase sembrava piuttosto diplomatica ad Alì, che conosceva bene l’ambiente della scuola, ma non era il caso di scendere in dettagli.
“Ti piace questo lavoro, vero?”
Lei fece di sì con la testa.
“Si vede anche solo a guardarti mentre stai con gli alunni. Da quando tempo insegni?”
“Ho vinto il concorso l’anno scorso, finalmente. Questo è il mio primo anno di ruolo. Prima sono sempre stata precaria: un anno sulle isole, un altro nel Veneto, e poi in giro per l’Italia peggio di un commesso viaggiatore.”
“Come ti capisco!” e giù una marea di luoghi comuni sulla difficoltà di trovare un lavoro dignitoso, anche dopo tanti anni di studio, sui concorsi impossibili, sullo stato della ricerca in Italia, sulle cose che al Sud sono sempre più difficili che altrove, e così via.
“Tu ti lamenti tanto” disse Marilì, “però si vede subito che anche tu fai un lavoro che ti piace, qui.”
“Veramente?” Alì si accorse con imbarazzo che stava arrossendo vistosamente. “Vedi, dovrei quasi vergognarmi a parlarne, perché sto per andare via. Vado a lavorare nell’industria, questa è la mia ultima settimana qui al CNR.”
“Noooo! Davvero? A sentirti, sembri uno che non farebbe mai un mestiere diverso.”
“In realtà non cambio molto. Vado a lavorare in un’azienda che si occupa di motori aeronautici; cercavano qualcuno con esperienza nel campo della combustione, e farò anche lì ricerca applicata. L’azienda è a partecipazione pubblica, quindi non cambio nemmeno il datore di lavoro. Almeno però avrò uno stipendio fisso, e non un contratto di due anni. Io vivo da solo, e con la borsa del CNR non è facile arrivare a fine mese.”
“Vai anche tu al Nord, come tutti quelli che trovano un lavoro interessante?”
“No, l’azienda è a Pomigliano D’Arco. Io continuerò a vivere qui a Napoli.”
Era un’impressione di Alì, o la giovane prof aveva sorriso, a sentire questa notizia?
“Ma tu non sei di Napoli, vero? Hai quel nome arabo, e anche un accento strano, anche se si sente appena…”
“Non è proprio arabo. Io sono algerino, ma sono nato a Parigi, ho solo i nonni in Algeria. Vivo qui da quando ero ragazzo, ormai questa è casa mia. Pensa che quando torno in Francia i miei genitori dicono che ho preso l’accento italiano.”
Continuarono a parlare di queste cose per un bel po’, ma in realtà sia Alì che la giovane prof non stavano prestando attenzione a quello che si dicevano: si stavano conoscendo, scoprendo di avere tante cose da dirsi, e voglia di continuare a raccontarsele in un’altra occasione. Quando lei andò via, Alì rimase a guardarla dalla finestra del primo piano, salvo poi vergognarsi come un bambino quando lei si girò e lo salutò allegramente dal cortile. Sembrava che metà del personale dell’istituto stesse lì a guardare. Al diavolo, tanto tra una settimana avrebbe avuto altri colleghi di lavoro. Era molto preoccupato di questo cambiamento, anche se non voleva ammetterlo, perché in fondo significava lasciare del tutto la vita da studente, di cui la borsa di studio al CNR era stata la logica continuazione. Era entrato all’istituto subito dopo la tesi di laurea, continuando a restare in un ambiente di professori e studenti, a fare le cose che faceva all’università, e sapendo che sarebbe stata una cosa temporanea; adesso invece si ritrovava a cominciare un lavoro vero, quaranta ore a settimana timbrando il cartellino, con persone che non conosceva, in un mondo che non aveva mai frequentato, e tantissime cose per lui del tutto nuove. Era un salto importante, e ne aveva un po’ paura, ma bisogna avere il coraggio di cambiare, e gli anni migliori della sua vita dovevano ancora venire, di questo era sicuro.

Quella sera Alì tornò a casa presto e si preparò una buona cenetta solitaria, poi si mise comodo e prese il telefono per chiamare Pippo. Fecero una lunga chiacchierata, parlando veramente di tutto. Beh, non proprio, per esempio Alì non fece cenno della sua ultima conoscenza femminile, ma comunque decisero che Alì sarebbe andato a trovare Pippo nel suo appartamentino di Rogoredo, il prossimo fine settimana, per festeggiare insieme la fine del suo lungo precariato al CNR. Era un atto dovuto: Pippo aveva condiviso con lui tutte le scelte importanti della vita, almeno finora, e Alì voleva parlargli prima di imbarcarsi nell’avventura del nuovo lavoro. Aveva voglia di risentire da vicino quei pareri da vecchio saggio che erano come i consigli di un fratello più grande, anche senza sembrarlo. Chissà, magari gli avrebbe anche raccontato della prof di scienze.

Cortesia Sandro D'Elia




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