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G ALLOGRAFIA
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Il giornale
L'indizio nascosto
RACCONTI GIALLI
  Giallochat










Morte sull'Appennino
(estratto)

di Beniamino Sala


LISA

Diradatosi il bosco, aveva emesso un gridolino ed era uscita correndo nel sole. Come un sipario che si alza su una scena vividamente illuminata, la cortina verde le aveva improvvisamente spalancato davanti una vasta radura piena di sole. Ogni dettaglio tagliato giù preciso, a colpi di luce. Una cartolina insomma. E uscendo dal sottobosco, dove i fasci di fotoni filtrando a fatica, smorzavano i colori in tenui chiaroscuri, il contrasto non poteva essere più netto.
«Che posto splendido! Che panorama!» Esclamazioni rivolte più a se stessa che al compagno. «Oh guarda laggiù» trillava «si vedono i paesini della valle!» Il viottolo se ne andava lungo il margine inferiore del prato, via dritto nella luce, pianeggiante e indifferente a tutto quell’incanto. Un poco più avanti un masso erratico, tra i tanti che punteggiavano la smeraldina distesa d’erba. Lo si notava per il colore grigio ferro, ma soprattutto per una curiosa bizzarria: formava un sedile naturale che qualcuno aveva sagomato a colpi di scalpello. La ruvida poltrona ombreggiata da un acero tra ginestre dai colori vivaci, invitava a fermarsi, e la ragazza vi si diresse. Abbandonato lo zaino, si lasciò cadere col sospiro -stanchezza e piacere insieme- che si emette in simili occasioni. Lui che seguiva a pochi passi le si fermò accanto, indeciso.
«Dai, siediti!» Disse la ragazza, fingendo un ordine perentorio. Un gioco, in realtà, ed egli ubbidì. Si tolse lo zaino e lo posò accanto all’altro con finta noncuranza. Poi, timidamente, le sedette accanto. Lei ne osservava i movimenti. Curiosità. Quello era uno sconosciuto, in realtà. S’erano incontrati quella mattina stessa. Il discorso l’aveva attaccato lei. Entrambi per la stessa strada, aveva detto. Una buona idea farne un pezzo insieme. Così, avevanocamminato senza mai fermarsi per parecchio tempo. Ora si sentiva stanca e sudata. E stranamente a disagio. Una sensazione lontana, appena percepita, ma insistente, fastidiosa. Aveva avuto tutto il tempo di osservarlo da vicino, il suo nuovo amico. Nonostante l’aspetto piacevole, bella muscolatura eccetera era un tipo strano. Introverso e impacciato, ecco. Come se ogni sua parola, ogni azione, prima di venir fuori dovesse… come dire? superare un ostacolo. E lo sguardo? Scivolava sulle cose senza mai posarsi, inquieto. E quando gli accadeva di incrociare i suoi occhi, ecco che gli veniva un’espressione smarrita, attonita. Tutto questo registrava la sua mente. Ma era molto giovane e troppo libera da pregiudizi per preoccuparsene. “Pensa positivo!” si diceva. E poi, al diavolo! Sentiva il sangue fluire vivace nelle vene. Un fiume in piena. Sentiva i muscoli caldi e scattanti trasmettere benessere al suo corpo. Godeva della sensazione di sentirsi attiva lucida viva. Inebriante! Stava vivendo un’esperienza avventurosa dentro una natura splendida, e ciò la eccitava. Si sentiva capace di dominare il mondo, compreso quel ragazzo un po’imbranato. Figurarsi! Stese le gambe davanti a sé. Sotto la pelle il pizzicore lieve del sangue che affluiva ai capillari. Sensazione piacevole. Dette un “uff” di soddisfazione.
«Ancora un po’ e sarei scoppiata. Fa proprio caldo oggi.» Breve pausa. «Però come si sta bene che bella giornata, vero?» Altra pausa. «Ormai siamo quasi in piena estate. Guarda laggiù. Le vedi quelle colline lì? Ma dove guardi? lì proprio di fronte. Al di là si vede un po’ Firenze anche se c’é foschia. Ma é bello lo stesso. Quella è Firenze. La mia città.»
Lui volgeva lo sguardo seguendo le indicazioni, senza rispondere. Sorriso stentato, scarsa attenzione al flusso scoppiettante delle parole, ma lei non ci badava granchè. In realtà l’allegro chiacchiericcio non richiedeva risposta. Le parole venivan fuori da sole, pronunciate giusto per il piacere di sentirne il suono. La ragazza si chinò sullo zaino e ne trasse la borraccia. Bevve avidamente, a piccoli sorsi per prolungare il piacere. Occhi addosso. Li sentiva, vischiosi, avidi, attenti a non perdersi un solo gesto. Le veniva voglia di scrollarseli via come insetti fastidiosi. Ciò che in quel momento calamitava l’attenzione del suo compagno non era la bellezza del luogo né tantomeno la sensazione di pace che vi aleggiava. Era il collo liscio e sottile della sua giovane compagna. Mentre lei beveva vedeva il movimento della gola. Su e giù, su e giù, a ogni sorsata, e ne era affascinato. Vedeva il collo congiungersi alle spalle con una linea morbida formando proprio all’attaccatura, sopra lo sterno una fossetta. Un’occhiata furtiva verso i seni: ansanti, malamente nascosti dalla maglietta appiccicata alla pelle. Più giù, cosce ben fatte appena coperte dai calzoncini di jeans. Lunghe gambe abbronzate la cui pelle, ricoperta da miriadi di goccioline di sudore, scintillava lievemente. Il loro colore gli faceva venire in mente il rame vecchio di certi aggeggi cheteneva in casa. Lucidati infinite volte, brillavano con scuri riflessi dorati. Trovò quella pelle eccitante e la ragazza bellissima. Fin da quando si erano incontrati non aveva smesso un attimo di lanciarle occhiate furtive. La desiderava con avidità crescente. Eccolo ora seduto vicino a lei. Trema di desiderio. E di paura. Una scossa elettrica quando le loro ginocchia si toccano. 2000 volts bruciano i suoi circuiti. Sono vicini e l’odore del corpo accaldato gli riempie le narici. Un buon odore di donna dolce e pungente insieme. penetra nel cervello inebriandolo come una sostanza stupefacente. E altrettanto devastante, perché il giovane si conosce fin troppo bene. Sa che la situazione è pericolosa, pericolosa, pericolosa! Perché scatena un conflitto, in lui. Mai, prima di allora, si era trovato tanto vicino a una ragazza. È solo con lei e vorrebbe darsela a gambe, scappare, fuggire via. Ma ormai da troppi anni i suoi sonni sono sconvolti da mille fantasie. Ora lo strattonano qua e là, aggrovigliate tutte quante insieme e il desiderio viaggia su nervi carichi di tensione come fili di corrente. “Oh, trova il coraggio una buona volta! È tua. Buttati, allunga la mano e prendila. Lei ci sta non lo vedi?” La voce si ripete ossessiva, il desiderio lo percuote, ma nulla di tutto questo trapela all’esterno. Non si muove un solo muscolo. Perchè è un solitario imbranato che non ha alcuna dimestichezza col sesso,è la giustificazione che dà a se stesso. Ma la ragione vera è un’altra, e lo spaventa al punto da dover nasconderla in fondo alla coscienza, tanto in fondo che emerge solo di rado. La ragione è che dietro la faccia tranquilla da buon ragazzo, timido al punto da sembrare ottuso, si cela la fonte di tutti i suoi incubi. Quando le situazioni della vita gli creano un forte senso di insicurezza, e le emozioni sono tanto forti da sconvolgere il suo equilibrio interiore, egli perde il controllo di sè. Allora salta fuori l’altro. La cosa maledetta che abita insieme a lui acquista forza, si libera dei suoi legami ed esce con paurosa facilità dal labirinto in cui se ne sta rintanato. Portando con sé una violenza inaudita. È timido, sa di essere insicuro. Teme il giudizio del prossimo. Le proibizioni morali sono leggi impossibili da eludere, pena lo scatenarsi della cosa che gli rugge dentro. La controlla con l’inerzia e di solito ci riesce ma in particolari condizioni essa prende il sopravvento. Quando ciò accade, sotto quell’apparenza tranquilla si scatena una furia selvaggia e senza freni. Mentre l’ignara ragazza gli siede accanto, lui sta combattendo una durissima battaglia segreta. Per ora ha ancora in pugno la situazione e desidera solo, con tutte le sue forze, piacere a quella bella ragazza. Vuole essere simpatico dirle cose spiritose, conquistarla col suo charme. Comportarsi con la spontaneità che, lo sa per averla tante volte spiata, è la norma tra i giovani della loro età. Vuole insomma disperatamente essere normale. Ma si tratta di un desiderio irrealizzabile. Gli sarebbe più facile spiccare un balzo e volare via, verso quel sole luminoso. O scavare a mani nude un pozzo profondissimo in cui seppellirsi. Perchè luiè ben lontano dall’essere normale. Ora Lisa (così si chiama la giovane donna) lo valuta lanciandogli occhiate preoccupate. C’è qualcosa di strano pensa in questo ragazzo grande e grosso i cui occhi fuggono in tutte le direzioni quando lei lo guarda. Ammetteva che il giovane le era piaciuto parecchio quando si erano incontrati nel bosco quella mattina. Fisico poderoso lineamenti affilati zigomi alti e capelli tagliati cortissimi. Un aspetto da vero duro! Anche il suo modo di fare quello di un maschio riservato ma traboccante energia l’aveva colpita, all’inizio. Gli faceva venire in mente antichi guerrieri barbari. Come non confrontarlo ai suoi amici di città gente che non si muoveva mai senza la moto o la macchina? Quegli svaccati magari erano simpatici e allegri ma pigri! zero iniziativa. Gente che rideva stupidamente di tutto anche del suo bisogno di fare di muoversi e non dava importanza a niente. Il nuovo amico le era sembrato un gigante al confronto quella mattina. Ma ora dopo averci camminato assieme per ore, il suo giudizio stava cambiando. Cresceva in lei, che sebbene così giovane era conosciuta per il carattere ardito, un senso di indefinibile disagio. Percepiva le occhiate, allo stesso tempo ritrose e avide che osservavano ogni suo più piccolo movimento, e si sentiva stranamente imbarazzata. Lo sguardo corse istintivamente alle gambe. Forse troppo scoperte. Non negava di avergliele mostrate con una certa malizia per provocarlo forse per punirlo del suo apparente disinteresse. Ma ora… Le ritirò piegando le ginocchia e allacciandovi sopra le mani come per nasconderle. Mmh, pensò, Forse è ora di mollarlo. Sì, lo farò al più presto. Ora, subito. Ma per non ferirlo inutilmente devo trovare una scusa magari un impegno di cui ricordarmi improvvisamente. Mi occorre qualche minuto per pensarci su. Intanto disse, ridendo con finta allegria per spezzare il disagio:
«Ehi, che ti succede? Guarda che faccia, sembra che ti sia morto il gatto.» “Dio com’è bella. Quando ride i denti splendono e le si accendono gli occhi.” Era costretto ad abbassare i suoi, se lei lo fissava. Quello sguardo lo metteva in soggezione e la consapevolezza lo irritava. Una voce, da qualche parte, gridava: “Nasconditi scappa via lontano!” È un grido di allarme ascoltalo maledizione!. Eppure… no!, basta scappare. Non doveva aver timore. Quegli occhi erano un invito significavano che lei ci stava. Sì. Ci stava di sicuro. Tutto il suo modo di fare il suo atteggiamento ogni sua mossa gli dicevano “prego, accomodati, che aspetti?” gli si offriva. Era lei a volerlo. Perché non avrebbe potuto essere attratta da lui alla fin dei conti? Anche se si conoscevano da poco tempo c’erano molte cose in comune… molte molte molte cose in comune… Stessa passione per la montagna per esempio. Bene. E poi? Tante altre. Stesso amore per la solitudine anche. Ma lei era così spregiudicata... oh sì quel modo di guardarlo… un invito… una sfida. Le lunghe lunghe gambe nude davanti a lui. distese. Un’offerta. Una provocazione. Ora le allaccia con le braccia. Ancor più provocante. Lo fa apposta. Lei ti vuole, si capisce, che aspetti imbecille? Farti rider dietro ancora una volta? Non è forse stata lei ad attaccar bottone? “Visto che si va tutt’e due nella stessa direzione” aveva detto “perchè non si fa un pezzo di strada assieme?” Lei, la puttanaccia toscana, ti si era appiccicata addosso senza mollarti un attimo, ridendo e scherzando in continuazione.Lei! Non tu. E allora? Che diavolo aspetti? Aveva un disperato bisogno di normalita. Essere un uomo come gli altri, senza più paure né umiliazioni. Quella era l’occasione della sua vita, perché non coglierla, e dimostrare a sé stesso di essere capace di prendersi una donna, come chiunque? Sentimenti contrastanti s’ammucchiano, premono lacerano spazzano via rapidamente ogni altra emozione. I pensieri perdono lucidità. Una sola idea fissa si impone: devi provarci! Ad ogni costo. Desiderio. Paura. Trova il coraggio!, anche se ciò significa risvegliare la cosa che dorme laggiù. Ebbene, si sarebbe battuto con lui! Nonostante la certezza di soccombere. Evocato il mostro si affacciò alla coscienza e sopravvenne il terrore. Alzarsi. Fuggire! Ma era ormai troppo tardi. L’altro veniva, e aveva deciso di no. Nonostante avesse la mente sconvolta dalla breve e disperata lotta interiore, continuò a rimanere immobile. Solo i capelli si rizzarono, e le palpebre sbatterono senza freno. Poi si arrese. Fu una presa di possesso dolorosa e immediata. Una sconfitta annunciata. Definitiva. L’ancestrale, irrefrenabile desiderio della femmina aveva spalancato la porta all’istinto più cieco. Gli steccati posti a difesa dal suo debole Io, travolti come in un tornado. La volontà del più forte: un coacervo di violenza senza freni istintualità primitiva ego che nulla conosceva all’infuori di sé si impose. Improvvisamente si girò verso di lei.
«Ce l’hai… il fidanzato?» Lisa arricciò le labbra, seccata:
«No.» Aveva riposto la borraccia nello zaino e si preparava ad alzarsi. Il tipo si allargava troppo. Ora gli avrebbe detto senza tanti preamboli: “Grazie tante per la compagnia ma per me é ora di tornare” e lo avrebbe piantato lì filandosela velocemente verso il fondovalle.
«Con chi fai l’amore?» Si girò, sorpresa, e i loro occhi si incrociarono. Ma ora egli non abbassò i suoi.
«Non sono affari tuoi.» Fece per alzarsi.
«Io non faccio l’amore da tanto tempo…» Gesto nervoso e rapido. Mani impacciate ai lati del viso. L’attirò a sé. Tentò di baciarla. Lei ebbe un sussulto. Si divincolò.
«Che fai?» Esclamò improvvisamente allarmata. Pensava che il tono indignato bastasse a dominare la situazione. La povera ragazza ignorava la lotta appena avvenuta nello sconosciuto compagno di viaggio. Come, faceva la pudica ora dopo esserglisi offerta così spudoratamente? Le si strinse addosso. Una mano sulla nuca la schiacciò contro di sé. L’altra, convulsamente, lungo il corpo a cercare sui polpastrelli la scossa elettrica, leggera, eccitante, che il contatto con la pelle gli trasmetteva. Ora Lisa era spaventata per davvero. Gridò:
«No fermo lasciami stare. Aiuto!» Ma lui non la udiva più! Ormai le si fa addosso, le bacia il viso, frenetico strappa la stoffa che lo divide dal corpo di velluto, caldo. Le mani tentano di arrivare dove la pelle è più morbida più in là ancora al luogo sul quale aveva tanto fantasticato e che ora avrebbe forzato come le sbarre di una prigione. Libero finalmente! Potente. Più potente che mai. Invincibile! Lisa era una ragazza robusta. Si divincolava, scalciava, morsicava graffiava, gridando con tutte le sue forze:
«Aiuto, aiuto!» Ma ormai l’uomo non poteva fermarsi. Una gioia terribile invadeva il suo animo: selvaggia, liberatoria. Più esercitava la violenza più la vittoria sarebbe stata completa sull’altro essere, quel mezzo uomo che disprezzava ma che non era mai riuscito a scacciare prima, e che ancora gli si opponeva. Ma era solo questione di tempo, quello non aveva chances contro la sua smisurata volontà di potenza. Paura. Violenza cieca. Frustrazione, voglia di autoaffermazione. Mix terribile una lotta interiore della quale Lisa, l’accidentale vittima, era l’ignaro strumento scatenante. Un guizzo: la ragazza riuscì a divincolarsi, tutta la paura tramutata in forza disperata. In piedi! Corri! Corri! Ma non fece che pochi passi. Come un lupo, a lunghi balzi, le fu nuovamente addosso la trascinò a terra. Lotta breve e furibonda. La immobilizzò gravandole addosso con tutto il peso del corpo. Lei gridò ancora e ancora. Disperate invocazioni di aiuto che lui soffocava premendole entrambe mani sulla bocca. Ormai, in quelle dita che stringevano sempre più forte c’erano gli istinti repressi di tutta una vita. Lei si dibattè a lungo, sempre più debolmente.
Antonio Vizzi era sempre stato uno che si alzava presto e ora, da pensionato, dormiva anche meno. Ciò costituiva la disperazione di sua moglie, che reclamava inutilmente le sue giuste ore di sonno. Quella mattina essendosi svegliato più presto del solito aveva deciso di andare a funghi.
«Che ci vai a fare.» Aveva sbuffato lei destata di soprassalto dai suoi circospetti movimenti per casa alla ricerca dei vestiti adatti. «Vuoi farti ridere dietro da tutti? La stagione non è ancora buona.» Lui brontolò qualcosa tipo “dormi” e lei si alzò piena di rassegnata comprensione per quella peste di marito. Gli trovò quanto cercava gli preparò un caffè caldo e perfino qualcosa da portarsi dietro. In realtà quella mania di andarsene in giro tutto solo per la montagna se da un lato la preoccupava e per via delle alzatacce la irritava anche dall’altro non le dispiaceva. In primo luogo il movimento gli faceva bene perché tornava a casa tutto allegro ma soprattutto stanco morto, sicchè la sera andava a dormire presto senza strani grilli per la testa. Inoltre sapeva per esperienza che era meglio non averlo in giro per casa durante il giorno. Premuroso e inutile, le toglieva spazio mentre faceva le pulizie lavava, stirava lavorava nell’orto. Insomma, con lui nei paraggi non riusciva a fare tutto per bene. Le mancava perfino il tempo di fermarsi al bar-pasticceria giù in piazza, a ciacolare con le amiche. Vizzi si preparò in fretta bevve il caffè mise in spalla un piccolo zaino infine disse alla moglie:
«Tornatene a letto. Sarò indietro per pranzo.» Uscì. La considerasse pure una manìa che ne sapeva lei dei funghi? Roba da cucinare, tutto lì.Non poteva nemmeno capire il piacere che gli dava girare per il bosco alla loro ricerca. E soprattutto la loro scoperta! Capitarci sopra inaspettatamente, scorgerlo là, tra l’erba, bello, tondo, grasso, e quasi non credere ai propri occhi. Poi raccoglierlo delicatamente, con una leggera torsione. Ammirarlo. Annusarlo. Infine riporlo con cura nel cesto. Uno dei piccoli piaceri della vita! La stagione non era quella é vero ma pochi giorni prima aveva piovuto in abbondanza. Ora faceva caldo, e le condizioni erano ideali. E poi, lui conosceva certi posti… era sempre lì che andava a guardare per la prima volta. Se i funghi avevano buttato, lì lui li avrebbe trovati. Vizzi era quindi partito con la sua vettura dal paesino del Mugello in cui abitava ed era arrivato fin dove la strada forestale terminava. Aveva parcheggiato e s’era inoltrato tra i faggi. Gironzolava nel bosco da ore, frugando qua e là col suo bastone, quando sentì le urla. Provenivano dallo stradello che correva un poco più sopra dividendo il bosco dal prato. Allarmato, si affrettò in quella direzione. Sbucò all’aperto proprio mentre l’uomo stava avendo il sopravvento sulla ragazza. Lisa, a terra, si dibatteva ancora ormai al limite delle forze. Respirando forte per l’affanno Antonio Vizzi si fermò. Era anziano ormai. Sua moglie gli ripeteva continuamente che per evitare i guai era meglio farsi i fatti propri. Glielo diceva quel diavolo di donna fin da quando s’erano sposati perché conosceva bene il suo carattere irruente. Sì, però… laggiù c’era una donna che stava subendo un’aggressione. Aveva bisogno di aiuto. L’indecisione durò solo un attimo perchè lui non era il tipo da starsene in disparte. Gli antichi principii nei quali era stato educato esigevano che i deboli, le vittime dei soprusi, andassero sempre soccorsi. Le donne, in particolare. Inoltre la scena cui stava assistendo era d’una brutalità inaudita! Si sentì avvampare di indignazione. Palpò ben bene il bastone -la constatazione della sua robustezza infondeva coraggio- e lo strinse forte. Agitandolo davanti a sé, bene in vista, fece alcuni passi, mostrandosi. Col suo spiccato accento dialettale, gridò:
«Ehi tu, brutto maiale, lasciala stare!» L’uomo si immobilizzò. Girò attorno la testa come un lupo per capire da quale direzione arrivasse il pericolo. Vizzi si fermò a distanza di sicurezza. Gonfiò il petto. Agitò ancora il bastone gridando: «Lasciala stare ti dico o ti faccio vedere io.» L’altro lo guardò. Antonio Vizzi vide due occhi sbarrati, una bocca sottile tesa su due file di bianchi denti digrignanti, un volto stravolto. Si rese conto che l’uomo di fronte a lui non era padrone di sé. Un pazzo furioso! In un istante ne fu assolutamente certo. Allora capì di essere in pericolo e si fermò impietrito, a poche decine di metri. Una folata di terrore risucchiò ogni altro sentimento. Altruismo e determinazione scomparvero. Fuggire! D’impulso volle gettar via il bastone che l’avrebbe impacciato. Poi capì che esso era la sua unica difesa e lo strinse ancor di più. Volse le spalle e provò a correre verso la macchia che lo avrebbe nascosto, salvandolo. L’essere (ormai non era più possibile definirlo uomo) si tese come una molla. Nessun pensiero coerente nella mente sconvolta, solo la consapevolezza che il nuovo venuto gli era ostile e andava annientato. Anche il lupo reagisce al pericolo aggredendo. Gli fu addosso con due balzi. Antonio Vizzi non aveva fatto più di quattro o cinque passi quando si sentì afferrare. Alzò il bastone e lo calò, tentando di difendersi. Troppo lenti i movimenti. L’altro schivò con facilità. Poi vibrò un colpo, secco, veloce, alla base anteriore del collo. Mano rigida e piatta, dita tese. Una tecnica da arte Letiziale che troncò di netto il fiato all’anziano cercatore di funghi. Il bastone cadde, le gambe cedettero di schianto. Vizzi crollò in ginocchio tra i ciottoli dello stradello tentando, mani alla gola, di pompare aria nei polmoni. L’altro si tastò freneticamente alla cintola. Forse Vizzi non udì il clic leggero del bottone d’una custodia che si apriva. Ma i suoi occhi videro la larga lama di un coltello da escursionismo apparire improvvisamente nell’aria. Dilatati dal terrore, videro la mano sollevarsi in alto e si rese conto di essere sul punto di morire. Strano pensò come quella consapevolezza non aggiungesse altro terrore. Indifferenza, ecco. Incredulità. Quella cosa assurda stava capitando a qualcun altro. Lui era andato lassù a cercar funghi; giù in paese aveva una casa, una moglie che lo aspettava per pranzo e figli e nipoti che lo amavano e lo venivano a trovare, e amici, e una vita pacifica ancora da vivere. No, non a lui. Poi la mano vibrò uno, due, tre, dieci colpi sul suo corpo, che presto si accasciò sotto quella tempesta e la vita volò via dagli occhi stupiti. Lisa, nel frattempo, cercava di trascinarsi lontano da lì. Completamente priva di forze, si muoveva a fatica. Atterrita, si rendeva conto di una sola cosa: se voleva vivere doveva mettersi in salvo!, e lei di voglia di vivere ne aveva tanta. Via subito da quel luogo, fuggire! Era l’unico pensiero che la dominava. Semisoffocata, si mise in ginocchio. Si sollevò in piedi. Riuscì anche a fare alcuni passi. Una penosa corsa barcollante prima che l’attenzione dell’aggressore tornasse su di lei. Correndo a strani balzi volto proteso, corpo piegato in avanti sembrava un gigantesco primate più che un membro della specie “homo”. Superò in un lampo i pochi metri che li separavano e le fu nuovamente addosso. Attraverso il velo che le appanna la vista la ragazza vede il volto stravolto farsi nuovamente vicino. “Mamma, aiutami” mormora, ma le parole non giungono alle labbra. La lama affilata entra nella gola, nell’addome, nel petto. Più e più volte. E la vita sfuggì anche dal suo giovane corpo. Ora Lisa giace immobile. Il sangue imbratta la polvere grigia del viottolo le pietre, gli steli verdi dell’erba. Il sole giallo, immobile al centro del cielo, batte crudamente la scena. L’assassino è ancora preda del raptus, è pronto a fare altre vittime. Ma nulla più si muove sullo stradello, nè fin laggiù, dove può giungere il suo sguardo. Nell’afa del mezzogiorno le fronde degli alberi il mare d’erba, i milioni di insetti ogni cosa nel vasto paesaggio, è perfettamente immobile. L’intera natura sembra trattenere il respiro. Lui compreso. Poi, la reazione. La tensione cui è sottoposto è insostenibile. Ora che tuttoè finito, volto mani gambe, infine tutto il corpo, sono scossi da sussulti violenti. Occhi che sembrano voler schizzare dalle orbite. Saliva e bava insudiciano mento còllo spalle. Sta per soccombere a una crisi del suo male, significa perdita di coscienza, inabilità. No! Guai se si sente male ora. Deve reagire! La mano imbrattata di sangue serra ancora ilcoltello. Lo stringe e, deciso, se lo caccia nella spalla sinistra. Alcuni centimetri di lama affilatissima entrano a fondo nella carne. Un dolore lancinante. Più forte del senso di potenza. Più forte della paura. Più forte di tutto. Più forte soprattutto del delirio che lo sta portando via. Lo choc riuscì a contenere il tremito che montava. La coscienza gli sfuggiva, la riacciuffò. Poco per volta superò la crisi. Si calmò. Qualche minuto dopo sebbene spossato, ansimante tornò padrone di se stesso, quanto bastò per rendersi conto dell’accaduto. Vide i corpi accanto a lui. Vide il sangue dappertutto. Era intriso nei suoi vestiti, incrostato sul volto. Allora la paura lo assalì nuovamente. Doveva fuggire! Subito!, lontano da lì. Ma fermo, non puoi farlo. Prima occulta i corpi fai sparire ogni traccia. Dopo, solo dopo potrai allontanarti. Si guardò attorno. Dal lato verso monte lo stradello correva ai margini d’un pascolo incolto. Erba alta ma non abbastanza. Dal lato a valle invece, vegetazione del sottobosco: noccioli, carpini, felci, ginestre, cespugli di more selvatiche. Una macchia caotica, fittissima. Un buon nascondiglio, almeno per qualche tempo. D’altronde non doveva preoccuparsi di occultarli per sempre i cadaveri. Solo il tempo di allontanarsi. Se riusciva a scomparire senza lasciare tracce, chi mai avrebbe potuto sospettare di lui? Vide tutto questo con chiarezza e si mise all’opera, stupito lui stesso della calma con cui affrontava la situazione. Il vecchio sanguinava ancora. Lo trascinò fin sul ciglio dello stradello. Non era molto pesante ma, flaccido e molle, sfuggiva come un sacco di farina mezzo vuoto, e non sapeva da che parte prenderlo. Infine riuscì a sollevarlo. Lo scaraventò giù per la china osservando moreti felci ginestre aprirsi di schianto e poi rinchiudersi sul cadavere. Si diresse verso il corpo di Lisa, anch’esso immerso nel sangue. Era stranamente pesante. Più del vecchio. Lo sollevò e dovette fare uno sforzo maggiore per gettarlo giù. Così anche Lisa raggiunse Vizzi tra le felci dalle larghe foglie e le ginestre crestate di fiori gialli. Zaino e bastone fecero la stessa fine. Ora l’assassino valutò le tracce di sangue. Ce n’era dappertutto, in larghe chiazze brune. A contatto con la polvere dello stradello formava una spessa fanghiglia: impossibile eliminarlo. Si limitò a staccare alcune frasche dai rami degli alberi più vicini, formando una ramazza rudimentale. Con essa, accumulò polvere e terriccio e sparpagliò le macchie finchè non divennero una vasta poltiglia umida e grigiastra. Si allontanò di alcuni passi e osservò il suo operato. Sì poteva andare. Chiunque passando di lì avrebbe preso quelle zolle fangose per il residuo di qualche recente piovasco. Tolse dallo zaino dei panni di ricambio che essendo impegnato in una gita di più giorni aveva portato con sé. Si levò maglietta e pantaloni e li fece scomparire all’interno con cura, stando attento a non sporcarlo esternamente. Avrebbe pensato poi con calma a eliminarli. Tirò fuori anche dei cerotti e un piccolo asciugamano. Curò la ferita e ripulì attentamente il corpo, usando l’acqua della borraccia per togliere le macchie più resistenti. Infine si rivestì. Finalmente, lanciata un’ultima occhiata alla scena, si allontanò a passi veloci. Il sole inondava fin le colline più lontane. Laggiù nella vallata i paesini circondati dai rettangoli coltivati si distinguevano nettamente uno per uno. Sullo stradello il fango cominciò ad essiccarsi e la montagna tornò deserta e silenziosa. L’uomo che presidiava la piccola stazione della linea ferroviaria era preoccupato. Niente treni per ore, e il suo posto di lavoro era in pericolo. Correva voce che presto l’automazione avrebbe permesso all’amministrazione di fare a meno di gente come lui. Bah! Di quel passo, chissà dove si sarebbe andati a finire. Affondò gli occhi nel giornale. Venne distratto dal rumore della porta che si apriva, e sollevò la testa. Un’occhiata al di là dello sportello di vetro, verso la persona che si avvicinava, bastò per classificarla. “Il solito escursionista” fu l’unica considerazione. Catalogato così il nuovo venuto, il suo interesse cessò. Il giornale aperto alle pagine locali, col calendario della prossima stagione venatoria meritava ben altra considerazione. Lo sconosciuto si informò sull’orario d’arrivo del prossimo treno chiese un biglietto, pagò e infine uscì, disponendosi all’attesa.

Cortesia Beniamino Sala




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