Il maresciallo
(estratto)
di Patrizio Sesto Rubino
Lunedì
Il maresciallo Carpi svoltò dal viale alberato a destra. Passò attraverso il cancello, sempre aperto, che
interrompe il muretto di separazione tra il cortile della caserma dei Carabinieri ed il viale. Posteggiò la sua
vecchia Punto nel cortile. Guardò perplesso la sua auto:
- Se non piove, devo decidermi a farla lavare. Borbottò fra sé. Diede uno sguardo al cielo limpido di fine
settembre che non prometteva pioggia per un po’.
Salì rapidamente i quattro gradini della caserma, una costruzione rettangolare austera, anni cinquanta, a
due piani. Attraversò il portone in legno scuro.
Nell’atrio salutò, con un cenno, il piantone Lojacono che sedeva ad una scrivania di legno stile ministeriale,
chiusa davanti, con le cassettiere ai lati. Il ripiano in similpelle verde, incorniciato in legno, consunto agli
angoli e rigato, rivelava tutti gli anni del mobile. Sulla scrivania il piantone aveva due vaschette per la posta
in entrata ed in uscita.
Lojacono, un uomo tarchiato, con i capelli corti alla militare quasi bianchi, vicino alla pensione, è
un’istituzione della stazione dei carabinieri di P. una località del Veneto vicina al lago di Garda. In servizio da
più di venticinque anni conosce vita morte e miracoli del paese.
Il maresciallo si volse sulla sinistra dell’atrio, diede uno sguardo alle scale che portano al piano superiore
negli uffici dei dodici Carabinieri in forza alla stazione. Direttamente dall’atrio, a destra, si accede al suo
ufficio ed a quello del comandante della caserma, il tenente De Giorgi.
Il maresciallo notò una insolita calma, si fermò un attimo nell’atrio, invece di svoltare secco sulla destra per
entrare nel suo ufficio come al solito. Non fece in tempo a domandare spiegazioni a Lojacono:
- Maresciallo l’ ho cercata sul telefonino dalle otto. Non rispose. L’uomo, d’origine meridionale, non aveva
ancora perso del tutto la sua parlata del sud.
Il maresciallo, con stizza, estrasse dalla tasca della giacca della divisa il telefonino. Diede una rapida
occhiata: era acceso, ma l’indicatore di carica della batteria era sconsolatamente a zero
– Merde – disse alla francese – ho la batteria di nuovo scarica eppure l’ ho caricata ieri. Devo cambiarla.
Aveva preso l’abitudine di imprecare in francese dopo i cinque anni di convivenza con Nicole, una giornalista
venuta in vacanza da Parigi sul Garda. I due si erano incontrati quando la donna si era fermata lungo il viale
con una gomma a terra. Il maresciallo, che stava andando in caserma, aveva accostato la sua Punto dietro
la Peugeot della donna ed era sceso ad aiutarla. In pochi minuti le aveva sostituito la ruota.
- Merci, grazie.
Gli aveva detto Nicole con la tipica erre arrotondata delle francesi.
- Non sarei mai riuscita da sola.
Il maresciallo Carpi, quarant’anni ben portati, alto, fisico asciutto, capelli corti castano chiaro, appena
brizzolati sulle tempie. Un viso aperto cordiale, ma occhi chiari di ghiaccio. Nicole appena trentenne, corpo
splendido, capelli biondo cenere. Era stato amore a prima vista, quasi un colpo di fulmine.
- Le posso offrire un caffè?
Fece Nicole più per prolungare l’incontro che per sdebitarsi.
- Grazie. Devo entrare in servizio, ora non posso trattenermi, ma ci possiamo rivedere.
Nicole gli diede il recapito della pensione sul lago dove stava trascorrendo le vacanze. Si erano rivisti e la
giornalista non era più ripartita dalle vacanze. Era rimasta in Italia come corrispondente di alcune riviste
femminili francesi. L’unione, durata cinque anni, era finita da sei mesi.
- Non posso fare la “veuve blanche” la vedova bianca Nicole aveva detto. Sei sempre in ufficio, il tuo lavoro
viene prima di me. In un burrascoso sabato aveva fatto i bagagli ed era ripartita per la Francia.
Il maresciallo dovette ammettere che Nicole aveva ragione, il suo lavoro veniva prima di tutto.
Lojacono interruppe i suoi pensieri:
- Ci fu un furto a villa De Marchi e partirono il tenente, il brigadiere Trentin e l’appuntato Zorzi.
Il maresciallo indirizzò uno sguardo interrogativo al piantone, aggrottando le ciglia, come mai questo
spiegamento di forze per un semplice furto, anche se nella villa di una delle maggiori famiglie del paese?
- C’è scappato il morto! – continuò Lojacono – abbiamo anche chiamato la scientifica da Verona.
- Chi è morto? Uno dei camerieri?
- Signornò – è stata assassinata la contessa Giulia De Marchi.
Il maresciallo emise un fischio sommesso.
Abituato a piccoli reati di provincia, si trovava ora a fronteggiare qualcosa di estremamente importante.
Presto avrebbero avuto tutta la stampa e le TV locali addosso.
- Mi dia il telefonino, maresciallo, che ce ne trovo uno nuovo in mattinata, la batteria non si cambia, si butta
tutto. Tengo la sua SIM e lo trova nuovo quando ritorna.
Lojacono, che andava fiero delle sue conoscenze delle nuove tecnologie: telefonini, autoradio ed altro,
sorrise soddisfatto.
Il maresciallo girò sui tacchi e scese a due a due i gradini. Salì sull’auto e si diresse velocemente alla villa
dei De Marchi. Svoltò nel viale a destra verso il centro; dovette attraversare tutto il paese prima di prendere
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la provinciale che portava alla villa. Guardò l’orologio: le otto e venticinque, per un po’ guidò a velocità
sostenuta, poi rallentò rendendosi conto che non sarebbe servito, alla contessa ormai morta, che lui
arrivasse qualche minuto prima.
Uscito dal paese, guardò il panorama di filari di viti che stavano prendendo lentamente le tinte autunnali.
Anche le foglie degli aceri sulla strada erano ormai quasi completamente rosse.
Imboccò la provinciale, dopo pochi chilometri svoltò a destra, attraversò l’alto cancello in ferro battuto e
prese il viale alberato che conduce alla villa De Marchi. La villa è una costruzione primi ottocento, stile
veneziano: al piano superiore finestre bifore con eleganti colonnine, al piano terra porte-finestre con vetri
all’inglese. Situata su una altura domina i vigneti della proprietà dei Conti De Marchi uno dei più prestigiosi
produttori di vino della zona. I filari dei vigneti, posti a raggiera intorno, danno l’impressione di una gonna a
pieghe aperta a ventaglio attorno ad essa.
Il maresciallo percorse il lungo viale alberato in salita slittando lievemente sulla ghiaia. Parcheggiate davanti
all’ingresso vide le auto dei Carabinieri, del tenente, della scientifica e quella del medico legale.
Salì in fretta la scalinata in marmo ornata da due balaustre con colonnine. Passò la veranda ed entrò nel
portone della villa.
Nell’ampio ingresso lo aspettava il tenente che lo accolse con un sorriso cordiale.
- Telefonino rotto – si giustificò il maresciallo.
- Purtroppo non c’è nessuna fretta. – Replicò il tenente De Giorgi.
Il giovane tenente De Giorgi, appena laureato in giurisprudenza aveva fatto domanda per fare il servizio
militare nei Carabinieri. Questa è la sua prima destinazione e si è presto reso conto dell’esperienza e
dell’abilità del maresciallo per il quale prova una grande ammirazione.
- Ti aspettavo, hanno ucciso la contessa Giulia.
Il maresciallo guardò l’interno dell’atrio, il soffitto affrescato con scene di caccia: un ovale con cornice di
stucco mostra un cacciatore con arco che mira ad un cerbiatto ignaro del pericolo. Il pavimento è in parquet,
in listoni di legno lucido.
Il tenente gli indicò il lungo corridoio. Attraversarono l’atrio poi fecero pochi passi nel corridoio. Sulla sinistra
la porta a due battenti della grande sala da pranzo era spalancata. Vi entrarono.
Il maresciallo osservò la sala, la villa gli parve sempre più un museo che una dimora. Un tavolo in stile
settecento con intorno otto sedie dall’alto schienale in tessuto francese a righe. Di fronte il caminetto.
Davanti ad esso un tavolino basso in cristallo, un divano a tre posti con accanto due poltrone, in tessuto
avorio con piccoli fiori.
- La domestica ha trovato la contessa col cranio fracassato.
Il tenente indicò il corpo della donna ancora disteso accanto al tavolino basso, coperto da un lenzuolo
bianco. Fece un gesto ed un carabiniere sollevò il lenzuolo scoprendo il cadavere. La testa è immersa in una
pozza di sangue, qualcuno le ha chiuso gli occhi. Indossa una vestaglia di seta avorio che si è slacciata,
sotto si intravede la camicia da notte, anch’essa in seta, con un merletto sul petto e sul bordo infondo. Il viso
della donna è disteso, un braccio sotto il corpo l’altro piegato sul petto quasi in un gesto di istintiva difesa. Il
corpo giovane la pelle liscia denota meno dei quasi quarant’anni che la contessa aveva.
Il lenzuolo si stende nuovamente su di lei.
- La porta-finestra dello studio ha il vetro rotto dall’esterno. Sembra un furto.
Per il tenente è il primo caso di una certa rilevanza e tra poco si scateneranno: televisioni, giornali, riviste di
gossip. Guarda il maresciallo sperando che, con la sua esperienza, venga a capo del delitto in breve.
Dalla sala, attraverso una porta interna accanto al caminetto, entrarono nello studio, si fermarono sulla
soglia. Il maresciallo si guardò intorno. Una porta finestra ancora aperta ha un vetro rotto, i pezzi sono caduti
verso l’interno segno che il vetro è stato spaccato dall’esterno. Il ladro deve aver infilato la mano e girato la
maniglia per entrare, un gioco da ragazzi. Sul muro a sinistra, accanto alla porta finestra, un grosso buco: la
piccola cassaforte è stata divelta e asportata.
Il maresciallo si rivolse al medico legale che aveva appena terminato di esaminare il cadavere:
- Si sa già l’ora del delitto?
- Non con precisione, ma sono passate parecchie ore, almeno sei. L’arma del delitto è il portacenere.
Indicò un pesante portacenere di cristallo verde scuro su cui i carabinieri avevano appena fatto il rilevamento
delle impronte, già in un sacchetto di plastica.
Il maresciallo ringraziò il medico, poi indossò un paio di guanti di filo bianco. Soppesò il portacenere.
- Basta un colpo ben dato.
Iniziò ad esaminare la scena per imprimersi tutte le impressioni nella mente. Faceva così per abitudine. Vide
i carabinieri della scientifica che stavano finendo i rilievi.
- Attenzione anche al minimo particolare.
Parlò quasi tra sé sapendo bene la coscienziosità dei suoi collaboratori. Continuò a passeggiare badando a
non intralciarne il lavoro. Esaminò lo studio poi tornò nella sala da pranzo, lasciò che le sensazioni
penetrassero in lui e si formasse nel suo inconscio un’idea del delitto.
- In cucina c’é Assuntina, la cameriera, è lei che ha trovato il cadavere, la vuoi sentire?
Il maresciallo, immerso nei suoi pensieri, si scosse dalle sue riflessioni ed assentì.
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I due, usciti dalla sala, percorsero il lungo corridoio. La cucina era la penultima porta sulla destra. In cucina
Assuntina sedeva col gomito poggiato sul tavolo. Il viso bianco come il marmo del tavolo, gli occhi gonfi di
lacrime.
Assuntina è una donna piccola, minuta, sui sessant’anni, capelli folti, lunghi, una volta neri ora quasi bianchi,
che porta raccolti sulla nuca. Occhi neri profondi vivaci che rivelano la sua intelligenza schietta, popolare.
Assuntina in realtà si chiama Carmela. E’ nata in Sicilia in un piccolo paese in provincia di Palermo. E’
venuta nel Nord, come dice lei, a soli venti anni, fuggita dal paese quando seppe che il ragazzo che l’aveva
messa incinta non l’avrebbe sposata. Aveva trascorso due anni dalle suore fino a che non era stata in grado
di trovare un lavoro. Solo il conte PierMaria, che l’aveva assunta quando aveva ventidue anni, era a
conoscenza di questo segreto. Quando il figlio era ormai cresciuto, tutta la famiglia De Marchi seppe
dell’esistenza del ragazzo, che iniziò a venir a trovare periodicamente la madre. Il conte raccontò che
Assuntina era rimasta vedova giovanissima per giustificarla agli occhi del paese. Per questo la donna era
immensamente grata al conte che l’aveva aiutata e le aveva dato lavoro anche nelle sue condizioni di
ragazza madre. Aveva visto nascere Giulia che, a due anni, l’aveva ribattezzata Assuntina, quando aveva
sentito il padre dire:
- L’ ho assunta come domestica.
Fiera di esser al servizio di una famiglia prestigiosa e facoltosa, si vantava con i negozianti dei piccoli lussi
che le erano concessi.
- Ieri sera ho visto la televisioni coi colori - disse quando iniziarono le trasmissioni Rai a colori e solo pochi
ricchi potevano permettersi l’apparecchio tv a colori.
E’ enormemente affezionata a Giulia ed ora è affranta per la perdita dell’amata padrona.
- Assuntina, fatti forza e raccontami cosa è successo.
- Già lo dissi – rispose la donna al maresciallo e cominciò a ripetere:
- Sono arrivata alle otto in punto come sempre, con la mia macchina.
Era orgogliosa del regalo che la contessa le aveva fatto cinque anni prima. Invece di dare indietro l’usato,
acquistando la nuova Y, la contessa aveva regalato ad Assuntina la sua vecchia auto da città.
- Il portone della villa era chiuso, ho aperto con le mie chiavi. Indicò il mazzo di chiavi sulla credenza. Sono
venuta in cucina ed ho acceso sotto la macchinetta del caffè che preparo già dalla sera. Mentre il caffè saliva
su vidi la luce accesa nello studio. Ieri sera l’avevo spenta, così andai nello studio e vidi la Signora. Chi
spettacolo! Tutto quello sangue! A momenti sveniva!
L’emozione fece affiorare un misto di dialetto del sud ed italiano.
- Poi vi ho chiamato e mi sono seduta qui, non ce la faccio a vedere la povera signora così ridotta.
- Ma non c’era nessun altro in casa stanotte?
- Il professore è ad una riunione a Milano. Il figlio partì venerdì per andare al lago.
- Ho avvertito il marito. Assuntina ci ha dato il recapito dell’ Hotel a Milano. Ha detto che sarebbe partito
subito, dovrebbe arrivare al massimo in un’ora e mezza.
Appurato che da Assuntina non c’era null’altro da ricavare la lasciarono libera. Invece di tornare a casa
preferì aspettare il professore. Chiese il permesso di poter riordinare la camera da letto della Contessa. Il
maresciallo salì al piano superiore, esaminò la camera da letto. La stanza non era interessata al delitto, il
ladro non vi era salito. Tornò giù:
- Puoi fare il letto.
Nell’attesa dell’arrivo del professore il maresciallo ed il tenente sedettero in cucina. La cucina era ampia,
come tutte le stanze della villa, su un lato una credenza alta e massiccia conteneva le stoviglie, accanto una
madia nello stesso legno scuro per strofinacci e tovaglie. Sul lato opposto un alto camino in mattoni che non
veniva più usato. In mezzo il tavolo di legno col piano il marmo, intorno quattro sedie impagliate. In fondo alla
stanza la cucina a gas col forno e gli elettrodomestici, unica concessione moderna ad una cucina identica a
quella che si sarebbe vista in una casa del primo novecento.
Il maresciallo passò mentalmente in rassegna ciò che sapeva sulla famiglia De Marchi. Da tre generazioni i
De Marchi sono uno dei produttori di vino più importanti del Veneto, non tanto per la quantità prodotta, ma
per la qualità del loro bianco ha aveva ricevuto i massimi riconoscimenti.
Il nonno della Contessa, Filippo, aveva ristrutturato le vigne dei suoi possedimenti ed aveva innestato vitigni
di qualità. Con grande spirito innovativo decise di puntare sulla qualità in un periodo in cui si badava solo a
produrre vino mediocre in quantità. Investì quasi tutti i beni di famiglia nell’impresa vinicola. Dopo anni di
sacrifici raccolse il meritato successo ed i suoi vini si vendettero soprattutto in America ed erano noti nei più
grandi ristoranti. Da allora il successo dell’azienda vinicola era proseguito senza soste. Il figlio di Filippo,
PierMaria, il padre della Contessa, aveva diretto l’azienda con passione e competenza finanziaria. Aveva
avuto il fiuto di trovare, e convincere a collaborare con la sua azienda, un giovane enologo molto
promettente. Aveva fatto dell’azienda agricola una Società ed aveva messo nel consiglio di amministrazione
i principali dirigenti: il direttore tecnico, il direttore commerciale e l’enologo, oltre a lui stesso ed il figlio
PierFilippo.
L’azienda si era sviluppata ed in breve i De Marchi avevano messo insieme un cospicuo patrimonio
immobiliare, oltre alla proprietà dell’azienda vinicola.
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Purtroppo due anni prima, il fratello di Giulia, Pier Filippo, destinato a seguire le orme del padre nella
conduzione dell’azienda, aveva perso la vita in un incidente in moto. A questo punto la Contessa Giulia era
subentrata al fratello nella conduzione dell’impresa. Il padre della Contessa, provato dalla scomparsa del
giovane figlio, si era prima allontanato dalla gestione aziendale e poi spento lentamente. Giulia, quindi, era
rimasta l’unica erede della immensa ricchezza della famiglia.
- Dobbiamo sentire il notaio che cura gli affari della famiglia per sapere a chi andrà ora il patrimonio dei De
Marchi.
Seguendo il filo dei propri pensieri:
- Cosa sappiamo del marito, il Professore?
Il maresciallo non ha la confidenza di dare del tu al tenente. E tende ad usare l’impersonale o il plurale. Il
giovane tenente invece, da del tu al maresciallo senza problemi.
- Io non ne so molto, insegna pittura e scultura all’Istituto d’Arte ed è uno stimato pittore.
- Molto stimato non direi, i suoi quadri non hanno un gran mercato. Un suo ex collega di Università, critico
d’arte, suo acerrimo nemico da quando il professore in gioventù gli portò via una ragazza, ha stroncato la
sua pittura definendola: “opera di un adolescente cui la madre ha regalato una scatola di acquarelli senza i
colori rosso e blu”.
In effetti ho visto alcuni suoi quadri ad una esposizione, sono figure geometriche con colori chiari pastello:
verde, giallo, rosa, celeste, azzurro; mancano del tutto le tinte forti: rosso, blu, marrone, arancio. Non sono
un critico per poterlo giudicare, a me i suoi quadri sembrano piacevoli, ne metterai in casa qualcuno, di fatto
però non si vendono molto bene sul mercato.
Il Professore arrivò verso le dieci. Il maresciallo ed il tenente sentirono la Jaguar frenare bruscamente sulla
ghiaia del cortile ed andarono ad accogliere il marito di Giulia: il Professor Enrico Alberti.
Un uomo molto alto, un metro e ottantacinque, magrissimo, il volto scavato, gli occhi grandi sotto una fronte
spaziosa. I capelli lunghi che sfiorano le spalle, neri scuri con ampie striature bianche, che si aprono a
ventaglio dietro la nuca, gli danno quell’aria anticonformista che contraddistingue gli artisti.
Scese pallido in volto col viso contratto in un’espressione sconvolta. Si guardò intorno e vide le auto
parcheggiate nel cortile e l’ambulanza della Croce Rossa. I militi, nelle loro divise rifrangenti color arancione,
non potendo più dare soccorso alla contessa attendevano di portar via il suo corpo.
Il maresciallo ed il tenente gli strinsero la mano in un gesto di condoglianze.
- Venga professore, non abbiamo ancora spostato il corpo della Contessa. Se preferisce non vederlo e
ricordare la sua signora ancora in vita… il tenete esitò, - il riconoscimento ufficiale lo ha già fatto Assuntina.
Enrico non rispose, a testa bassa entrò nella villa e si recò con passi veloci nella sala da pranzo dove
stavano ancora lavorando i carabinieri della scientifica. Vide il corpo di Giulia coperto dal lenzuolo bianco. Ad
un cenno del maresciallo Zorzi tolse il lenzuolo.
Il professore strinse le mani a pugno per farsi forza, rimase qualche istante immobile poi si voltò di scatto
con rabbia:
- Dovete prenderli!.
- Stia certo professore che li prenderemo.
- Avete avvertito mio figlio?
- Abbiamo preferito che fosse lei a comunicargli la notizia data la sua giovane età.
Il professore estrasse il telefono cellulare ed avvertì il figlio poi si sedette sconsolato sul divano della sala.
- Dovrebbe fare un elenco di ciò che hanno rubato. Hanno anche divelto la cassaforte, ci sa dire cosa
contiene?
Enrico guardò il maresciallo con uno sguardo vacuo quasi inebetito. Sembrava non avesse capito, poi
rispose:
- Un attimo… non riesco neanche a pensare.
- Mi spiace incalzarla, prima avremo la descrizione dei gioielli e prima potremo far le opportune ricerche sui
ricettatori e cercare di intercettare chi ha ucciso sua moglie. Ogni istante è prezioso.
- Capisco.
Il professore cercò di riordinare le idee:
- Potete contattare l’assicurazione, l’agenzia in centro al Corso. Siamo assicurati contro il furto per tutto
l’arredamento: quadri, gioielli ed argenteria. Hanno le foto di tutti gli oggetti, intanto potete usare quelle,
anch’io ne ho una copia. Controllerò l’argenteria che manca dalla casa. Nella cassaforte c’erano i miei
orologi, una ventina, ed i gioielli di Giulia. Non so esattamente quali avesse aveva messo in cassetta di
sicurezza in banca e quali tenesse in cassaforte. Al più presto vi farò l’elenco degli oggetti mancanti.
- Grazie professore, stia certo che troveremo il colpevole.
Nella stanza cadde un silenzio gelido, mentre i carabinieri continuavano il loro lavoro. Il professore andò in
cucina ad abbracciare Assuntina. Ambedue erano in lacrime.
Il maresciallo ed il tenente attesero silenziosi nella sala che i carabinieri avessero finito le rilevazioni prima di
congedarsi.
Cortesia Patrizio Sesto Rubino