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Il giornale
L'indizio nascosto
RACCONTI GIALLI
  Giallochat











La donna della promessa
in edicola l'ultimo romanzo di Enrico Luceri









































Gambetto
(estratto)

di Enrico Luceri

Prologo: febbraio 1968
La bimba bionda abbracciò il cagnolino di peluche e lo accarezzò a lungo, prima di posarlo delicatamente sul pavimento della cameretta. Con espressione imbronciata, si diresse verso un basso armadio di legno con due ante color miele su cui erano dipinti a colori vivaci degli orsetti che suonavano e ballavano allegramente, ne spalancò una e afferrò un bambolotto rosa poco più grande della sua mano. Lo mise a sedere sul ripiano, piegandogli le gambe di plastica, poi gli strinse attorno al collo una cordicella di fili multicolori e tirò con rabbia i due estremi, con forza tale che la testa ruotò su sé stessa. D’improvviso, la rabbia parve abbandonare la bimba, che allentò la presa e lasciò ricadere il bambolotto, sciogliendo la cordicella. Ma fu solo un attimo: lo afferrò di nuovo e lo scagliò con rabbia nell’angolo opposto della stanza, accanto al letto di ferro dipinto di rosso. Il giocattolo rimbalzò sul muro e ricadde dentro il cestino dell’asilo appoggiato per terra. Il coperchio si richiuse da solo, senza far rumore e finalmente la bimba sorrise felice. Dopo qualche istante, si avvicinò con circospezione alla porta socchiusa, sbirciando la stanza accanto. In uno spazioso salone, una giovane donna con una lunga gonna a pieghe azzurre, una camicetta gialla e un cerchio fra i capelli castani sedeva in una poltrona, sfogliando una rivista. In quel momento dal corridoio buio, in fondo al salone, entrò un uomo snello, vestito sportivamente: sorrise, avvicinandosi alla donna, che posò la rivista su un tavolino e allungò le braccia verso di lui. L’uomo si chinò e la baciò su una guancia, poi le sussurrò qualcosa che la bimba non riuscì a sentire. Nella visuale offerta dallo spiraglio della porta, i suoi occhi attenti videro l’uomo accarezzare delicatamente il ventre della donna. Risero ambedue, poi lui si diresse verso un carrello su cui erano posate delle bottiglie. Scelse quella del Rossoantico, che versò in due bicchieri. Ne porse uno alla donna, stando bene attento a non far cadere
delle gocce sul tappeto persiano color turchese.
— Sarà maschio o femmina? — indicò con il bicchiere il ventre della donna.
— L’importante è che sia sano, i figli sono sempre una benedizione —  lei si passò una mano fra i lunghi capelli castani.
— A proposito… — L’uomo accostò il bicchiere alle labbra, ma prima di bere fu colto da un pensiero improvviso. Indicò con il mento la porta socchiusa della cameretta. — Oggi come è andata?
— Come sempre.— Lei si strinse nelle spalle, girandosi poi verso un cestino di vimini pieno di gomitoli di lana nei quali erano infilati due lunghi ferri per il lavoro a maglia. — Ho sferruzzato per buona parte del pomeriggio, e con la coda dell’occhio mi sembrava che guardasse Giocagiò alla televisione, però poco dopo è tornata nella sua cameretta, stringendo quel cagnolino di peluche. Le ho chiesto cosa aveva fatto all’asilo, ma mi ha risposto svogliatamente, come fosse distratta da qualche pensiero.
— Dobbiamo cercare di avere più dialogo, è una bambina molto sensibile.
— È vero, ma adesso accompagnami in cucina, ti voglio far vedere cosa ho preparato per cena. — Sollevandosi a fatica, la donna aggiustò una piega del vestito sopra il pancione.
— D’accordo.
L’uomo vuotò d’un sorso il suo bicchiere, lo appoggiò accanto a quello lasciato da lei, poi marito e moglie si incamminarono abbracciati verso il corridoio.
Nella cameretta ormai immersa nelle ombre della sera, si sentiva solo il respiro soffocato della bimba bionda. Senza accendere la luce, si diresse con passo sicuro al centro della stanza e si chinò a raccogliere il cockerino di peluche, abbracciandolo con forza. Sentì le lacrime premere con prepotenza dietro i suoi occhi, ma orgogliosamente le ricacciò
indietro. Retrocesse un passo dopo l’altro, mormorando qualcosa nelle grosse orecchie del cane, poi quando toccò la spalliera del letto, vi si lasciò cadere con un sospiro.
— Cocki, giurami che non mi tradirai mai. Mai. Io non ti lascerò, sarai sempre con me.
Nel buio della stanza, abbracciata al cagnetto di peluche non si accorse delle risate allegre che provenivano dalla cucina.


Il primo giorno: un venerdì di novembre del 1999
Lorenzo Agostinelli lasciò cadere stancamente la penna sopra la pratica e scrutò le tenebre attraverso la finestra. Il grande locale al primo piano della banca era immerso nella penombra, a eccezione del suo posto, illuminato solo dalla lampada da tavolo. Il giovane sospirò, si passò una mano fra i folti capelli neri e si rimise al lavoro, controllando alternativamente dei fogli e un elenco stampato. Infine, soddisfatto, infilò la documentazione dentro una cartella di cartone. Mentre si accingeva ad allacciarsi i polsini sbottonati, l’occhio gli cadde sull’orologio: sollevò il ricevitore e compose rapidamente il numero di casa. Uno squillo prolungato, un altro, un altro ancora.
— Pronto?— La voce della donna era calma.
Bene, pensò istintivamente lui.
— Vale, sono io. Scusami, ma il tempo mi è passato senza che me ne accorgessi. Dovevo finire quella maledetta rogna che mi hanno affidato stamattina, quella di cui ti parlavo all’ora di pranzo, perché lunedì il direttore la vuole trovare sul suo tavolo.
— E bravo il mio Lorenzo: a te il tempo passa senza che te ne accorga solo al lavoro, non quando sei con tua moglie!
— Hai ragione a prendermi in giro, si vede proprio che sono l’unico idiota di questo ufficio, visto che le grane càpitano sempre a me.
— Non è vero, toccano a te perché sei il più bravo e poi con i tempi che corrono nessuno vuole prendersi delle responsabilità.
— Mah, sarà. Comunque adesso ho finito, vado a posare la
cartella sulla scrivania del capo. Ci vediamo fra poco, ciao ciao.
Il giovane stava per riagganciare, senza neanche aspettare la risposta della moglie, quando sentì la voce di lei cambiare di tono:
— Lorenzo, Lorenzo, aspetta!
— Sì, dimmi, che c’è?
— Cerca di essere prudente quando torni, a quest’ora c’è poca gente in giro e con quella storia del Mostro non sono per niente tranquilla.
— Certo, te lo prometto. — Lorenzo era quasi divertito delle preoccupazioni della moglie, e il suo tono condiscendente finì per irritare la donna.
— Non c’è da scherzare, quello è un assassino pericoloso, che colpisce sempre di sera.
— Non scherzo, Vale, ma il Mostro massacra solo donne, e io certo non lo sono!
— D’accordo, comunque con questi assassini non si può mai sapere. Se lo incontri di notte, cosa gli dici, che ti deve lasciare in pace e che ha sbagliato vittima? Guardi bene, signor Mostro, forse al buio non si è accorto che sono un uomo?
— Adesso chi è che sta ironizzando? — Sebbene la voce di Lorenzo sembrasse tranquilla, la donna intuì un velo di inquietudine. Silenzio dall’altro capo del filo. — D’accordo, hai ragione come sempre, starò attento. Tu, piuttosto, non hai paura da sola, in casa?
— So badare a me stessa.
Il giovane stava per replicare quando si accorse che nel frattempo lei aveva riattaccato. Perplesso, appoggiò a sua volta il ricevitore sulla forcella, quindi si alzò con la cartella in mano e a passi veloci si diresse verso l’ufficio del direttore, in fondo al
corridoio immerso nel buio. Istintivamente, sfiorò con le dita l’interruttore della luce che però scattò a vuoto. A tentoni arrivò fino alla porta accostata dell’ultima stanza, la spinse ed entrò.
Nella penombra della sera, rischiarata solo dal chiarore della luna piena attraverso la finestra, Lorenzo vide una figura in piedi accanto al tavolo. Restò immobile, gelato dalla sorpresa, le dita strette convulsamente sulla cartella. Dopo qualche istante, si accorse che si trattava solo dell’appendiabiti, sul quale il direttore aveva dimenticato una giacca e un cappello. Scrollando la testa, posò la pratica sul ripiano sgombro, poi si allontanò in fretta, senza accostare la porta. Nel silenzio, reso ancora più assoluto dal buio, lo squillo dell’apparecchio ebbe su di lui uno strano effetto ipnotico, che durò finché allungò di scatto una mano verso il telefono:
— Pronto.
Silenzio. Lorenzo allontanò il ricevitore dall’orecchio e lo avvicinò di nuovo.
— Pronto, ma chi parla?
Gli sembrò di sentire un fruscio all’altro capo del filo, e finalmente sentì la voce.
— Lorenzo, sono Sandra. — Sua sorella parlava in fretta, come al solito, mangiandosi le parole una dietro l’altra.
— Ah, ciao! — Un attimo di indecisione mista a stupore. Il giovane aggrottò la fronte e fissò il buio al di là della finestra. — Hai telefonato a casa e Valentina ti ha detto che ero ancora al lavoro?
— Ho chiamato casa tua proprio un attimo fa, ma non ha risposto nessuno.
— Strano, abbiamo parlato solo cinque minuti fa. Dimmi, cosa c’è?

— Mi dispiace disturbarti in banca, ma dovevo assolutamente chiederti una cosa. Da qualche giorno sto mettendo ordine nella soffitta di casa e nel ripostiglio, quello di mamma, ti ricordi, no? Insomma, ho tirato via un bel po’ di cose vecchie, vestiti, libri, carte. A me non servono, anzi danno impiccio, così ti volevo chiedere se le vuoi tu.
— Domani pomeriggio passo da te e vedo se c’è qualcosa che mi interessa. Il resto puoi buttarlo. Va bene? — Sandra respirò profondamente, poi rimase in silenzio qualche istante, come se stesse riflettendo e cercasse le parole per dire qualcosa di spiacevole.
— Sì, va bene. — Adesso la sua voce era fredda, distante. — Ho trovato, pensa un po’, anche dei giocattoli vecchi, impolverati e mezzi rotti, quelli di quando eravamo bambini.
Lorenzo sorrise istintivamente e il suo tono si addolcì.
— Incredibile, non pensavo ce ne fossero ancora in giro per casa.
— Scusa, adesso ho da fare. Ci vediamo domani. Non ti dimenticare, mi raccomando. — La donna riattaccò il ricevitore, poi si lasciò cadere sulla sedia accanto al mobiletto del telefono. Dopo qualche istante chinò il capo, coprendosi il volto con le mani, persa dietro il corso dei suoi pensieri.
Lorenzo era rimasto con il telefono in mano, ad ascoltare il segnale di linea libera: scrollando le spalle, riagganciò poi sfilò con gesto stanco la giacca dalla stampella e la indossò. Pensieroso, tornò al suo tavolo, sollevò il ricevitore e compose il numero di casa: il telefono squillò a lungo, inutilmente. Evidentemente Valentina si era stancata di aspettare ed era uscita da sola, oppure lo stava aspettando sulla porta del giardino. Spense la lampada e si allontanò in fretta: era quasi giunto
all’altezza dell’ascensore quando sentì squillare di nuovo il telefono. Tornò seccato sui suoi passi e arrivò sull’apparecchio proprio nel momento in cui si spegneva l’ultimo squillo.
— Pronto, Vale.
— Sono io, Lorenzo, sono ancora io.
— Sandra, accidenti, stavo quasi nell’ascensore, che cosa succede ora?
— Ti ho telefonato perché prima ci eravamo lasciati un po’ bruscamente. Volevo solo dirti che non era nulla di personale — breve pausa, Lorenzo era sicuro che all’altro capo del filo sua sorella stesse deglutendo a fatica — solo che mettere ordine nelle cose vecchie di casa ha risvegliato dei brutti ricordi. Dovevo farlo un altro giorno.
— Sai come la penso: non dovresti vivere nella casa dei nostri genitori, non ti fa bene.
— Si, lo so, me lo hai già detto altre volte, però… Aspetta, come hai detto, stavi uscendo?
— E già, ero proprio sulla soglia dell’ascensore.
— Allora non ti trattengo, comunque ne riparliamo. Adesso scappo, ho un appuntamento urgente di lavoro. Ciao. —  Sandra aveva parlato così in fretta che l’ultima frase era sembrata quasi un’unica, lunghissima parola.
Lorenzo riagganciò infastidito: ma cos’avevano quelle due stasera? Una gli dice di fare presto e che lo aspetta a casa, e poi non c’è, l’altra lo richiama perché prima è stata un po’ brusca e poi gli attacca di nuovo il telefono in faccia perchè si è ricordata improvvisamente di un impegno urgente. Borbottando, percorse a grandi passi il salone, sbucò nel corridoio ed entrò nell’ascensore, guidato dalla luce dell’interruttore che ne segnalava la presenza. Quando la cabina si arrestò al piano terra
e la porta automatica si aprì, le grandi lampade al neon abbagliarono i suoi occhi abituati alla penombra. Si infilò in un corridoio che conduceva all’uscita posteriore e scomparve rapidamente nell’oscurità.....

Cortesia Enrico Luceri




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