Punto di rottura
(estratto)
di Claudio Gianini
Prologo
La vettura a ruote scoperte sfrecciava sul tracciato dislocato accanto alla fabbrica costruttrice di quel gioiello di meccanica. Il rumore era assordante e si sentiva in ogni punto del piccolo paese. Ma gli abitanti, sostenitori agguerriti e appassionati dell’alta velocità, non ci facevano più caso, ormai.
La monoposto era stata presentata alla stampa in anteprima mondiale solamente il giorno precedente e già era sul tracciato per i test. Alla prima uscita aveva percorso tre giri appena. Poi era stata ricoverata nel box per alcuni controlli volti ad accer-tarne il corretto funzionamento.
Ora era nuovamente fuori, con il sole ad illuminare la sua folle corsa. Se avesse continuato a girare fin oltre il tramonto si sarebbe potuto assistere ad uno spettacolo indimenticabile. Nella semioscurità, ad ogni violenta frenata, l’asfalto attorno alle ruote si sarebbe tinto per alcuni momenti del rosso incandescente dei dischi dei freni. Un rosso arancione come quello del sole al tramonto, a testimoniare che, seppure per i pochi istanti necessari ad inserirsi nella curva, la velocità doveva spegnersi fin quasi a morire, come il giorno cede il passo alla notte. Per poi riprendere, con accelerazioni impressionanti fino alla variante successiva. Sempre così, con sistematica perfezione, giro dopo giro.
Ma in quel giorno gli avvenimenti si svolsero in modo differente.
Alla decima tornata, durante la frenata più intensa, qualcosa non andò per il verso giusto. Agli spettatori, presenti numerosi e aggrappati alle recinzioni del circuito, il mondo sembrò fermarsi. La monoposto sbandò in quella che parve una semplice esi-tazione, una lieve incertezza, una sbavatura nella guida. Ma in pochissimi attimi si trasformò in un incidente spaventoso ad ol-tre duecento chilometri orari di velocità. La ruota posteriore sinistra si era staccata dal corpo vettura, rendendo impossibile al pilota qualsiasi forma di controllo. Pochi metri sull’erba attorno alla striscia di cemento assorbirono solo parzialmente l’energia cinetica del veicolo, riducendone un poco la velocità. La monoposto stava ruotando attorno al proprio asse verticale, in un te-stacoda che avrebbe potuto sembrare una graziosa coreografia, quando andò ad arrestarsi violentemente contro le barriere di protezione, picchiando con la parte destra e perdendo in tal modo anche le ruote da quel lato.
Gli spettatori attesero con il fiato sospeso che la polvere alzata tornasse a depositarsi al suolo, mentre le vetture dei soccorsi stavano già raggiungendo il luogo dell’incidente. Finalmente si riuscì ad individuare il pilota il quale, abbandonato l’abitacolo della monoposto, si allontanava da essa barcollando, le gambe un po’ malferme, per andare a sedersi qualche metro più in là, con la schiena appoggiata al guard-rail e la testa ancora racchiusa dentro il casco stretta tra le mani, i gomiti puntati sulle gi-nocchia piegate.
La presenza di un folto gruppo di giornalisti, sia della carta stampata sia della televisione, avrebbe garantito servizi a profu-sione per le edizioni dei telegiornali serali e per i quotidiani del giorno dopo. Il team avrebbe certamente dichiarato, più tardi, quale era stata la causa dell’incidente. Guasto meccanico? Errore umano del pilota?
In mezzo alla polvere ancora in sospensione nell’aria e nel silenzio ora pesante più del suono assordante del motore, tutti i presenti avevano comunque ben chiara la situazione: per quel giorno le prove erano terminate, lo spettacolo finito. La folla di spettatori assiepati attorno alle recinzioni cominciò a defluire, un senso di delusione nell’anima.
Capitolo 1
“Ti aspettano tempi duri…”
L’uomo era appoggiato con una spalla allo stipite della finestra del proprio ufficio mentre leggeva quell’unica riga scritta pressappoco al centro di un foglio A4. Guardò fuori dal vetro, pensieroso.
Aveva trovato quel misterioso messaggio, deposto proprio sopra la tastiera del computer in modo che fosse impossibile non notarlo, quando pochi minuti prima era rientrato nel suo ufficio dopo essere stato nei box del tracciato disegnato all’interno del perimetro dell’Azienda.
Aveva ancora il foglio stretto nella mano destra mentre ripeteva nella propria testa le parole in esso contenute.
“Ti aspettano tempi duri…”
Per quanto meditasse non riusciva proprio a trovare un’interpretazione plausibile per quella frase.
Allora lasciò libera la mente e mentre fissava il paesaggio senza in realtà vederlo l’uomo ripensò agli avvenimenti più re-centi, ai ricordi che la semplice e breve visita al circuito aveva ridestato in lui.
Era arrivato fino a lì. Ce l’aveva fatta, infine. Aveva coronato il suo sogno ed ora lo stava vivendo. Non era perfetto come quando lo immaginava, ma era reale. E lui era troppo attaccato alla realtà per poter accettare qualcosa di diverso, un qualche surrogato virtuale della realtà stessa. Questo solo contava. Per lui vivere di sogni significava semplicemente fare di tutto perché questi potessero divenire reali.
Pochi minuti prima si trovava nei box della pista impiegata per le prove di quella vettura da competizione, insieme ad un gruppo di tecnici e meccanici al lavoro attorno alla monoposto. Il pilota collaudatore era pronto a salire a bordo per la prima serie di test di quella limpida giornata di inizio febbraio.
Mentre la squadra di meccanici operava gli ultimi aggiustamenti sull’assetto della vettura, la mente dell’uomo era tornata agli anni della propria giovinezza. Aveva sempre amato le competizioni, gli era sempre piaciuto porsi a confronto con gli altri. E le gare che preferiva erano quelle con il coinvolgimento di mezzi meccanici, perché aveva anche sempre avuto una grande passione per i meccanismi. Quando era piccolo smontava tutto quello che gli capitava a tiro per vedere cosa ci fosse dentro, per capire il funzionamento dell’oggetto. Le automobili, poi, erano la sua passione. Dalle riproduzioni in scala molto ridotta fino ai modelli un po’ più grandi, controllati a distanza mediante onde radio. Fu la meccanica in scala ridotta a portarlo, qualche anno dopo, a conseguire la Laurea in Ingegneria. Diceva sempre che ingegneri si nasce, non si diventa. Lo studio certamente affina le capacità e fornisce il supporto razionale all’intuito. Ma la naturale curiosità posta alla base di un buon tecnico deve essere scritta nel DNA. Non si può apprendere.
Il caratteristico rumore delle pistole ad aria compressa impiegate per serrare le ruote, ciascuna al proprio mozzo, lo aveva riscosso. Aveva guardato il pilota il quale, ridotto unicamente ad un casco con la visiera all’interno dell’abitacolo, aveva alzato il dito indice nel tipico gesto ad invocare l’accensione del motore. Quel semplice segno era già la promessa della musica di cui si sarebbe riempita l’aria limpida, rendendosi portatrice di un suono assordante e soave al tempo stesso. La pelle dell’uomo si era increspata, mentre lui pregustava l’ascolto di quella voce nei pochi attimi impiegati dal meccanico per inserire l’avviatore nella propria sede e farlo girare. Il dieci cilindri aveva cominciato a ruggire dapprima sommessamente e poi, rispondendo al piede del pilota, lanciando ripetuti e brevi urli, coprendo un ampio spettro di frequenze. L’uomo aveva guardato le superfici lisce ed aerodinamiche del veicolo. Il sole si rifletteva sul rosso e bianco della carrozzeria e sulle scritte e le icone degli spon-sor. Quella vettura era un gioiello della tecnica, un concentrato di soluzioni meccaniche all’avanguardia, una sintesi di capacità progettuali, di abilità nell’utilizzo dei migliori materiali disponibili, di bravura nell’impiego delle più avanzate tecnologie. Si era commosso, quasi. Perché quella era anche una sua creatura. C’era un pezzo di lui, in quella perla meccanica. Perché lui era uno dei progettisti che avevano lavorato duramente per raggiungere quel risultato.
La sua mente era tornata ancora a quando si sentiva un “piccolo ingegnere”, quando costruiva e modificava le sue vetturet-te, quando passava ore nella manutenzione dei vari organi meccanici dalle dimensioni ridotte, nella pulizia dei microscopici cuscinetti a sfere, nell’ingrassaggio degli ingranaggi, nella taratura del motore, nella regolazione dell’assetto per ottenere sem-pre il massimo della prestazione sui tracciati sviluppati nell’ingombro di un campo da tennis. Ammortizzatori, barre antirollio, cerchioni, pneumatici, differenziali. Questo mondo in scala ridotta non aveva molto da invidiare a quello del “fratello maggio-re”. E la competizione sportiva è in fondo pur sempre un gioco, anche se disputata a livello mondiale.
Il tipico suono generato dall’innesto del primo rapporto di riduzione lo aveva riportato al presente. Il pilota era pronto a condurre la vettura sul tracciato, per un primo giro di pista a velocità moderata volto a verificare il perfetto funzionamento dell’insieme. Anche l’effluvio dei gas di scarico, che avevano riempito il box per quanto questo non fosse una struttura chiusa, gli era apparso più come un profumo che come una nube maleodorante e aveva contribuito ad acuire tutte le altre sensazioni. Aveva guardato il pilota, il quale aveva accelerato per imboccare il breve tratto di asfalto che conduceva sul circuito. In pochi metri aveva già raggiunto una discreta velocità, comunque superiore a qualsiasi immaginazione. Il suono del motore si era fatto sempre più lontano e sempre più cupo per il fenomeno fisico noto come “effetto Doppler” (1). Aveva ascoltato il pilota comuni-care via radio come tutto fosse a posto e aveva sentito l’ingegnere di pista dare l’assenso a spingere la vettura, nel giro seguen-te, al massimo delle prestazioni.
Aveva girato la testa verso l’inizio del rettifilo in attesa di vedere spuntare la sagoma rossa. La monoposto infine era appar-sa, mentre il pilota accelerava e innestava in rapida sequenza tutti i rapporti fino a quello più alto. Il motore cantava a squarcia-gola urlando la propria libertà di correre, sprigionando energia sotto tutte le forme: cinetica, termica, sonora. L’“effetto Dop-pler”, mentre la vettura correva, faceva apparire il canto del propulsore come fosse eseguito in falsetto; così alta era la frequen-za delle onde sonore. Il grido era sempre più forte e l’uomo avrebbe voluto urlare insieme al motore la propria libertà di vivere, mentre una confusa macchia rossa passava sul traguardo ad una velocità quasi impossibile da seguire con lo sguardo. Quel can-to era così pulsante di vitale energia che non lo si sentiva solo attraverso l’udito; lo si percepiva con tutto il corpo, era una sen-sazione anche tattile e solleticava ogni millimetro quadrato di pelle. Tale era il livello della pressione sonora. L’uomo aveva osservato la vettura frenare in fondo al rettifilo per affrontare la prima curva e imporre alla propria meccanica una fortissima decelerazione longitudinale alla quale avrebbe fatto seguito una forza centrifuga sconosciuta ai comuni mortali. Gli pneumatici artigliavano l’asfalto con inaudita forza. Aveva guardato la monoposto sparire nella parte mista del tracciato. Il canto del moto-re giungeva molto attutito dalla distanza. Quella pausa nelle emozioni aveva dato il tempo alla sua razionalità di riprendere il controllo. Aveva cominciato a pensare a tutte le ore di lavoro necessarie a progettare quel bellissimo oggetto, a tutti i calcoli da eseguire. E nonostante ritenesse di padroneggiare con disinvoltura una buona parte del processo mentale alla base dello svilup-po di un progetto non riusciva a non meravigliarsi di come tutto quanto potesse funzionare in modo così preciso, senza sosta, senza soluzione di continuità. Aveva piena coscienza delle forze in gioco per ogni condizione in cui si sarebbe trovata la mo-noposto e ne aveva concepito ogni singolo elemento, all’interno della propria sfera di competenza, perché ciascuno potesse re-sistere a quelle forze senza cedimento alcuno. Ma si meravigliava ugualmente. I pistoni del propulsore, ad esempio, percorre-vano avanti e indietro la distanza di pochissime decine di millimetri per trecento volte in un secondo. Le accelerazioni in gioco erano spaventose. E i materiali con cui i vari organi erano realizzati dovevano far fronte a quelle sollecitazioni.
Aveva guardato la vettura riapparire all’inizio del rettifilo, pronta a transitare sul traguardo ad una velocità superiore ai tre-cento chilometri orari. Aveva volto lo sguardo sul display del cronometro. Segnava il nuovo record della pista. Era la conferma dell’ottimo lavoro svolto dai progettisti nella concezione di quella monoposto. Aveva sentito nelle cuffie radio tutta la squadra di meccanici esultare per quel risultato. Era solo l’inizio dei test e il tempo fatto segnare sul giro era certamente incoraggiante.
Le emozioni che aveva provato in quel momento non erano descrivibili con le parole. Era come leggere una poesia, come guardare un quadro, come ascoltare una musica celestiale. Tutti i suoi sensi erano toccati. Quella era la chiara manifestazione che anche l’ingegneria può divenire arte, perché l’arte è l’anima di tutto ciò che è bello. Non c’era altro modo di spiegare quel-le sensazioni.
Si era spostato dal muretto di protezione posto a ridosso del rettifilo e aveva aspettato di vedere la vettura rientrare per al-cuni controlli, prima che fosse possibile proseguire le prove. Ne aveva atteso l’arrivo ascoltando il propulsore, molto più calmo ora, brontolare sommessamente ed emettere un mormorio quasi di protesta perché tenuto a freno.
Aveva osservato il pilota. Spento il motore, si stava sfilando il casco. Aveva un’espressione raggiante, come di un uomo che si sia sentito anche se per poco tempo molto vicino a Dio. Aveva provato un moto di invidia nei confronti di quell’individuo. I meccanici avevano preso a lavorare con calma attorno alla vettura. Ci sarebbe voluto del tempo prima di ve-dere la monoposto tornare in pista. L’uomo aveva approfittato della pausa per avvicinarsi a quella perla e osservarla da vicino. Non ne aveva bisogno perché la conosceva molto intimamente attraverso i disegni tecnici che ne avevano reso possibile la co-struzione. Ma poterla accarezzare con le dita, sfiorarla con lo sguardo quando ancora palpitava per la folle corsa appena con-clusa non era un’esperienza di tutti i giorni.
Poi si era riscosso perché doveva riprendere la propria occupazione dietro ad un computer e ad una scrivania, per migliora-re ancora quel prodotto già quasi perfetto. Avrebbe ascoltato il canto del propulsore dal suo ufficio. Non sarebbe stato come essere presente sul tracciato, ma quella musica gli avrebbe fatto compagnia durante lo svolgimento del proprio lavoro.
Mentre tornava a piedi verso la palazzina uffici in quella limpida giornata di febbraio era felice perché la creatura di cui lui era solo uno dei tanti padri dava segni di una vitalità effervescente, di una voglia di correre e marcare nuovi record. Era la vet-tura da competizione più veloce mai realizzata nella categoria agonistica di appartenenza.
Il riverbero lontano di un piccolo aeroplano da turismo riportò l’uomo alla realtà. Teneva ancora tra le dita il foglio con im-presse quelle parole in apparenza insignificanti:
“Ti aspettano tempi duri…”
Il nome dell’uomo era Cristian Giuliani. Aveva trentacinque anni e da tre faceva parte di quel team di Formula Uno. Da quando era arrivato la squadra aveva vinto tre Campionati del Mondo e la monoposto appena osservata rappresentava una seria ipoteca sulla vittoria del quarto titolo consecutivo.
Giuliani si era unito alla scuderia mentre questa era in ascesa, dopo anni di difficoltà e di gestioni talmente disastrose da ri-schiare di portare l’Azienda oltre il baratro, ponendo fine ad una storia gloriosa ed indimenticabile che nel corso di cin-quant’anni di competizioni aveva creato miti e leggende. Ma infine il team si era risollevato con una determinazione degna dell’ammirazione di avversari e tifosi. Gli uomini della Scuderia avevano raggiunto il vertice ed erano seriamente intenzionati a restarci a lungo, quasi a riscattare gli anni bui che altri al posto loro avevano dovuto vivere duramente tra le frustrazioni in-flitte dalla coscienza della propria mediocrità.
Come molti di quegli uomini, Giuliani rivestiva un ruolo importante all’interno di un meccanismo fatto di persone ed oliato per dare il massimo, per vincere. Era infatti responsabile del gruppo chiamato a progettare tutti gli organi delle sospensioni. E sotto la nomenclatura “sospensioni” rientravano tutti gli elementi preposti a tenere le ruote attaccate al corpo della vettura, con-temporaneamente consentendo a quest’ultimo di assumere diverse posizioni rispetto al terreno, di assorbire le irregolarità della pista, di porre gli pneumatici nelle condizioni migliori per dare il massimo delle loro prestazioni. Il gruppo di Giuliani svolgeva un lavoro delicato, inerente sia l’aspetto della performance della monoposto, sia la sicurezza del pilota. Perché, se a trecento chilometri orari di velocità o in frenate con decelerazioni tali da sottoporre la vettura a forze pari a cinque volte il proprio peso, uno solo di questi organi cede, la ruota si stacca e il margine per la sopravvivenza del pilota e di chi si venga accidentalmente a trovare sulla traiettoria del veicolo impazzito è veramente esiguo. L’altro caso che può mettere seriamente a rischio l’incolumità del pilota è la rottura di un’appendice aerodinamica. In entrambe le condizioni infatti vengono a mancare le forze di interfaccia tra il terreno e la vettura, rendendo impossibile il controllo della stessa. Cristian Giuliani rabbrividiva ogniqual-volta ripensava alle immagini di incidenti causati dal cedimento di una sospensione o di un’ala. Solo i regolamenti sempre più ferrei in tema di sicurezza avevano fatto in modo, nel corso degli anni, che le cellule dei telai fossero progettate e testate per resistere a sollecitazioni sempre maggiori e ad urti sempre più violenti. Le perdite in termini di vite umane erano infatti costan-temente in diminuzione. L’ultima morte in Formula Uno risaliva al 1° maggio 1994, quando sul circuito di Imola si era spento Ayrton Senna. Nonostante l’enorme lavoro svolto da tutto il circus della Formula Uno, questo rimaneva uno sport indiscuti-bilmente pericoloso.
Giuliani aveva l’età giusta per svolgere quel lavoro: era giovane e con tanta voglia di fare, sperimentare, ricercare. Ma ave-va già acquisito parecchia esperienza nel settore aeronautico ed aerospaziale, prima di approdare in Formula Uno. Aveva lavo-rato con i tecnici della NASA al progetto della ISS, la Stazione Spaziale Internazionale. La vita di uomini fuori dal comune, astronauti prima e piloti ora, era anche nelle sue mani, era appesa anche alla sua abilità di progettista, alla sua capacità di trova-re il giusto compromesso tra esigenze contrastanti. Perché la leggerezza di un componente non può andare d’accordo con la sua resistenza strutturale. E d’altra parte non si può eccedere in generosità di materiale creando organi sì resistenti, ma dalla massa troppo elevata; questa filosofia avrebbe portato alla realizzazione di un “carro armato”, il quale si sarebbe trovato piutto-sto a disagio su un circuito per l’alta velocità. Per contro, ogni grammo risparmiato avrebbe consentito di produrre un veicolo veloce e manovrabile, ma intrinsecamente fragile. Qui stava l’arte, in questa linea sottilissima tesa a dividere un progetto buo-no da uno non valido. Una linea quantificabile in differenze di pochi decimi di secondo su un giro di pista.
Dopo la visita al tracciato Giuliani aveva deciso di tornare al proprio ufficio passando dai locali in cui avveniva l’assemblaggio finale dei veicoli. Voleva assistere brevemente al lavoro dei meccanici. Stavano ultimando la seconda vettura, gemella di quella che il collaudatore Lorenzo Biondi stava testando sul circuito e che era destinata al pilota brasiliano Romeo Battiston, seconda guida del team. Si era fermato davanti all’area gremita di meccanici in movimento con perfetta armonia at-torno alla vettura incompleta e sostenuta a mezz’aria mediante dei cavalletti. Era rimasto leggermente in disparte per non ri-schiare di intralciare le operazioni. Entro quattro settimane sarebbe cominciato il Campionato del Mondo, con il primo Gran premio in Australia. Era quindi necessario affrettarsi perché tutto fosse pronto con largo anticipo per far fronte ad eventuali imprevisti.
Aveva incrociato lo sguardo di Gianluca Pilastri, uno degli uomini della prima linea, uno che sarebbe stato su tutti i campi di gara del mondo. In quel momento Pilastri stava fissando il portamozzo posteriore sinistro ai braccetti della sospensione. In quel momento teneva tra le mani uno dei “bimbi” concepiti dal gruppo di Giuliani. Era un lavoro delicato, ma lui lo svolgeva con disinvoltura, rapidità e competenza.
Si erano salutati con un cenno del capo.
Poi Pilastri aveva indicato il portamozzo. Lo aveva appena assicurato ai braccetti in fibra di carbonio.
“Vedo che lo avete cambiato molto, rispetto alla vettura precedente”, aveva detto.
“Già. Abbiamo fatto un altro passo sulla strada imboccata tre anni fa. I risultati in fondo ci hanno dato ragione. Abbiamo solo cercato di migliorare ulteriormente quanto già avevamo. Così, a sensazione, come ti sembra?”
Giuliani teneva molto all’opinione di chi faceva correre le vetture, le smontava, le rimontava e le revisionava. Questi uomi-ni erano privi di preconcetti in quanto non partecipavano allo sviluppo del progetto. Ma avevano pur sempre l’esperienza di anni e anni di gare. E sui circuiti avevano anche la possibilità di sbirciare le soluzioni adottate dagli avversari.
“Se funziona bene quanto è bello, allora vinciamo anche quest’anno”, aveva risposto Pilastri.
Tutti loro erano accomunati dalla passione per la meccanica. Erano quindi in grado di definire “bello” anche un pezzo di metallo. E si capivano al volo.
Giuliani aveva sorriso ringraziando Pilastri mentre si incamminava verso la scala che lo avrebbe condotto al suo ufficio. Salendo gli scalini a due a due aveva incrociato Ronald Bayle, il responsabile del progetto di tutto il veicolo.
Bayle era sudafricano ma viveva in Europa da quando, trent’anni prima, aveva cominciato a lavorare in Formula Uno. Al suo attivo aveva altre due vetture vittoriose, oltre alle tre che la scuderia alla quale apparteneva ora aveva prodotto sotto le sue direttive. Sei anni prima il presidente dell’Azienda aveva ingaggiato per una cifra da capogiro il Campione del Mondo Maxime Sterling. Il pilota tedesco aveva chiesto ed ottenuto di ricreare all’interno del suo nuovo team le condizioni che gli avevano permesso di vincere già due titoli iridati. Ronald Bayle e Roger Bross, direttore tecnico e fenomenale “uomo di pista”, avevano quindi raggiunto la squadra. Questi tre uomini erano stati la chiave di volta su cui la presidenza aveva basato la rinascita del team. A loro andava il merito di aver messo ciascuno nelle migliori condizioni per svolgere il proprio lavoro. Giuliani era stato scelto insieme ad altri per completare e rafforzare il settore progettazione. Provava un grande rispetto per queste persone. Per-ché sapevano cosa volevano e sapevano come ottenerlo. Erano uomini che avevano il pane e avevano i denti per mangiarlo. Tre Campionati del Mondo Piloti e quattro Coppe Costruttori erano lì a testimoniare il successo di tutto il team.
Giuliani e Bayle si erano fermati sul pianerottolo a discutere brevemente di alcuni dettagli tecnici. Bayle non parlava mai l’italiano quando si trattava di lavoro. Si sarebbe concentrato troppo sulla lingua e poco sui contenuti, diceva. Ma si esibiva in frasi dal lessico perfetto ogniqualvolta si rivolgeva a qualcuno che l’inglese non lo masticava. Nel complesso era una persona amabile e disponibile. Pilotava una lussuosa vettura sportiva con la stessa disinvoltura con cui avrebbe guidato un’utilitaria. Nessuno, ignorando chi fosse, avrebbe mai detto di trovarsi in presenza di un uomo da oltre un milione di euro all’anno.
Non avevano parlato a lungo. Il lavoro di progettazione era ormai terminato per quella stagione. Dopo le prime gare avreb-bero cominciato a lavorare sullo sviluppo della vettura migliorandone gli eventuali punti deboli, ma certamente non con la stessa frenesia che mettevano quando bisognava completare il progetto della monoposto. Quella li avrebbe contagiati solo con l’inizio dell’estate. Anche i test al banco erano terminati, tutti con esito positivo. Mentre si accomiatavano l’aria si era riempita nuovamente del canto del propulsore. Lorenzo Biondi, il quale nemmeno un’ora prima aveva segnato il nuovo record, aveva ripreso a girare sul circuito. Entro un paio di giorni anche i due piloti ufficiali, il cinque volte Campione del Mondo Maxime Sterling e Romeo Battiston, sarebbero scesi in pista prima di affrontare il Gran Premio d’Australia in programma a Melbourne.
Giuliani era entrato nell’ufficio consultando l’orologio al polso. Era abbastanza presto e aveva quindi qualche ora per si-stemare alcune questioni arretrate. Si era seduto alla scrivania e aveva visto il foglio in formato A4 posto proprio sopra la ta-stiera del computer. Lo aveva preso tra le mani, si era rialzato e si era appoggiato con la spalla alla cornice della finestra.
Nella stessa posizione in cui stava ancora adesso.
“Ti aspettano tempi duri…”
Dopo tanto riflettere a vuoto Giuliani concluse che si trattava di uno scherzo di qualche suo collega. D’altra parte quel mi-crocosmo era costituito da persone giovani, con tanta voglia di ridere e scherzare oltre che di lavorare duramente. Tuttavia non poté impedire ad una sensazione di inquietudine di farsi strada nel sottofondo della sua anima. Un brivido solo in parte giustifi-cato dalla giornata fredda.
Mentre tornava a sedersi alla scrivania considerò che i tempi duri sarebbero in realtà cominciati per chi doveva seguire le gare. Quella gente, con tre trasferte in tre continenti diversi, Australia, Asia e Americhe, non sarebbe tornata a casa per quasi due mesi. Per i progettisti invece ci sarebbero state alcune settimane di relativa calma.
Appallottolò il foglio e cercò come suo solito di andare a canestro nel cestino della carta, come fosse un cestista dell’NBA. Ma lui lo faceva da seduto ed il cestino era a livello del pavimento. Lo mancò come non gli capitava da parecchio tempo e que-sto gli apparve come un segnale di pessimo auspicio. Accantonò questi pensieri con un sorriso storto.
Mentre da fuori continuava ad arrivare il suono della monoposto guidata da Biondi, sfiorò il mouse con la mano e dal moni-tor sparì l’immagine animata dello screen saver di “Matrix”. Il film gli era piaciuto al punto che la sera precedente aveva trova-to un sito internet dal quale aveva scaricato e poi installato quel salvaschermo, formato da lettere verdi in movimento su sfondo nero. L’immagine fu sostituita dalla schermata di Outlook. Aveva ventitre e-mail in arretrato da leggere. Ed era rimasto fuori dall’ufficio appena un paio d’ore. Quando era stato in Giappone presso il produttore degli pneumatici in una trasferta di soli tre giorni, al suo ritorno aveva trovato quasi duecento messaggi. Quello strumento era importante, ma stava dilagando e proprio per la sua immediatezza e la sua velocità rischiava di eliminare i rapporti interpersonali diretti. Si parlava poco, ma si scriveva una moltitudine di e-mail.
Giuliani era perso in queste considerazioni e mentre apriva il primo messaggio la sua mente registrò un cambiamento nelle condizioni ambientali. Una quasi impercettibile variazione nel suono del motore. E poi il silenzio. Tese l’orecchio, aspettando di sentire nuovamente il canto del propulsore. Magari un soffio di vento aveva sottratto quella musica per alcuni istanti. Attese. Niente, ancora solo silenzio. Il brivido di poco prima si fece sentire nuovamente. Più intenso, questa volta. Ebbe un presenti-mento. Era successo qualcosa, qualcosa di non previsto. Poteva essere una semplice rottura del motore o del cambio. Non sa-rebbe stato nulla di disastroso, in questa ipotesi. Raramente problemi a quei livelli portavano a conseguenze drammatiche.
Ma sudava freddo.
Estrasse dalla giacca il telefono portatile, quello attraverso cui risultava sempre reperibile per ogni evenienza. Lo guardò, come se così facendo potesse impedirgli di squillare.
Quasi potesse impedire alla telefonata di raggiungerlo.
Quasi potesse cancellare i propri timori.
Il telefono trillò e lui, niente affatto sorpreso, attivò la comunicazione:
“Giuliani”, disse con una lieve nota di apprensione.
“Cristian, sono Luca.”
La voce concitata gli arrivò dall’altro capo della linea. Luca Mesenti era il responsabile della squadra test. Si erano visti po-co prima sul tracciato, ma non avevano parlato. Luca era molto impegnato in quel momento.
“Lorenzo ha picchiato contro le barriere di protezione. Pare abbia avuto un problema alla ruota posteriore sinistra in ingres-so alla curva tre”, continuò Mesenti.
“Si è fatto male?”, s’informò Giuliani.
“È un po’ stordito, ma non sembra niente di grave. Lo portiamo all’ospedale per degli accertamenti. Stiamo guardando i da-ti della telemetria per vedere se riusciamo da lì a capire cosa sia successo. Ci raggiungi, Cristian?”
“Arrivo subito.”
“Cristian…” Mesenti aveva da comunicargli altre informazioni.
“Bross è già qui. E non è un’espressione felice, quella dipinta sul suo volto”.
Giuliani lo ringraziò e chiuse la comunicazione. Il presentimento era divenuto realtà. Si alzò e raccolse il foglio accartoc-ciato con il quale non aveva fatto canestro poco prima. Lo svolse, rileggendo quella riga per l’ennesima volta:
“Ti aspettano tempi duri…”
Si trattasse di uno scherzo oppure no, chi aveva scritto quelle parole aveva avuto ragione.
Lo appallottolò nuovamente e lo scagliò con rabbia nel cestino, senza sbagliare questa volta.
Uscì dall’ufficio e iniziò a ripercorrere il sentiero che lo avrebbe condotto nuovamente nei box del circuito.
Ma questa non sarebbe stata una visita di piacere. L’analisi dei dati, la formulazione e la confutazione di mille ipotesi erano lì ad aspettare tutti loro.
E mentre camminava Giuliani aveva una certezza: quella giornata non sarebbe finita tanto presto.
1. L’effetto Doppler è quel fenomeno fisico secondo cui una sorgente sonora in movimento rispetto a chi ascolta modula la fre-quenza del suono emesso: in particolare il suono apparirà più acuto quando la sorgente è in avvicinamento e più cupo quando si allontana. Le sirene montate a bordo di automobili sono un classico esempio.
Cortesia Claudio Gianini