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G ALLOGRAFIA
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Il giornale
L'indizio nascosto
RACCONTI GIALLI
  Giallochat










Isemen
(estratto)

di Giuseppe Tortorici


Capitolo 1 – Monterosso

Nel ripensare a quanto è accaduto l’estate scorsa stento ancora a crederci, mi sembra tutto un sogno, un incubo anzi, dal quale oggi, dopo un anno, fatico ancora a uscire. D'altronde, non potevo immaginare che quella che si prospettava come una bella vacanza avrebbe portato tanto dolore.
Racconterò tutto dall’inizio, riportando anche fatti che non mi hanno coinvolto direttamente, ma che reputo essenziali per comprendere fino in fondo ciò che accadde.

Mi chiamo Francesco Taibi, ho 32 anni e faccio il giornalista, per la precisione sono corrispondente estero per un’importante testata di Torino. Ho lasciato la Sicilia quando avevo 18 anni. Dopo la specializzazione ho viaggiato molto: venivo inviato sempre in posti diversi, Asia, Africa, Americhe. Il mio lavoro non mi imponeva confini e io stesso non me ne ponevo; alimentato da una sete di scoperta che non aveva ancora conosciuto sosta, mi ritrovai a girare il mondo.
In questo continuo vagare non ho mai avuto stabilità. Certo, vivevo a Torino, ma di fatto non rimanevo in città per più di un mese di fila. Solo di un posto sentivo la mancanza, più che la mancanza il bisogno; di tanto in tanto prendevo una pausa dai miei impegni e tornavo  a Monterosso, il piccolo paese di pescatori della costa sud-orientale della Sicilia dove sono cresciuto.
Fino ad allora ci ero ritornato quasi ogni estate, ma da solo. Non so che cosa mi trattenesse dal condividere quel piccolo spazio di mondo tutto mio con qualcuno che non vi apparteneva. Finché non conobbi Cristina.

Ero in aeroporto. Stavo tornando da una trasferta in Kenya dove mi avevano inviato per riferire dell’ennesima rivolta dell’ennesima minoranza etnica. Quando la vidi, al check in, me ne innamorai; lei, bionda, con i capelli mossi che le scendevano con delicatezza fin sopra le spalle, gli occhi leggermente all’insù di un azzurro penetrante. Sembrava un angelo.
Stava litigando animatamente con una hostess dall’aria antipatica perché non voleva farle portare a bordo il suo terzo bagaglio a mano. Dissi che viaggiavo assieme a lei e che quel bagaglio era il mio; da allora non ci siamo più lasciati. Stiamo assieme da 3 anni ma Cristina non finisce mai di sorprendermi.
Quell’estate l’avrei portata con me in Sicilia.

“Non mi sembra vero che domani si parte”. Cristina mi guardava con la sua solita espressione maliziosa. “E pensare che mi ero quasi rassegnata ad andare un’altra volta in Inghilterra. Non che disprezzi l’Inghilterra, ma avrei dato qualsiasi cosa per passare l’estate assieme a te. Ci pensi? Un mese e mezzo tutto per noi al mare! Mangeremo pesce, faremo tanto sesso e dormiremo in spiaggia. E poi potrò finalmente conoscere Daniele, Rossana, tua zia Agata; me ne hai parlato così tanto”.

Dopo la morte dei miei genitori sono stato affidato a zia Agata, la sorella minore di mia madre. Mi ha sempre voluto bene come un figlio. Giovanissima  rinunciò a una brillante carriera universitaria per occuparsi di me. Tuttavia, il modo  in cui mi guardava, mi accarezzava, la sua espressione perennemente malinconica, mi davano spesso l’idea di una vita non vissuta.
“Sono felice anch’io che tu venga con me. Dovresti sentirti lusingata; sei la prima ragazza che porto, sono sempre stato geloso di quei posti” scherzai, ma in fondo dicevo la verità. 
“Cosa devo portarmi? Che tempo farà in Sicilia? Immagino farà molto caldo…” Quando Cristina iniziava con le domande non la finiva più. Penso sia stata una deformazione professionale dovuta al suo lavoro in uno degli studi legali più noti della città. 
Ricordo che tre anni fa, quando fu assunta nello studio dove aveva svolto il praticantato,  venne da me, io ero appena tornato dall’America del sud, e mi disse: “Oggi dobbiamo festeggiare!” Aveva un bellissimo sorriso.
Mi è difficile riuscire a descrivere quello che provavo quando lei mi sorrideva. Era come se un fremito mi attraversasse il corpo e un brivido di eccitazione misto a gioia mi avvolgesse. Non riuscivo ancora a credere che quella ragazza così speciale avesse deciso di vivere con me.
“Cosa dobbiamo festeggiare?”
“Non ci crederai… mi hanno assunta allo studio”.
“E’ una notiziona, dovremmo aprire lo champagne”. Avevo sempre saputo che ce l’avrebbe fatta. Cristina si distingueva per una tenacia fuori dal comune; aveva un’intelligenza ed una professionalità così inusuale per una ragazza della sua età che a volte mi chiedevo se  fossi stato alla sua altezza. Ma in fondo avevo il sospetto di esserlo.
“Aspetta”. 
“Che cosa devo aspettare, piccola?” La chiamavo così quando mi faceva tenerezza.
“Mi ami?”
“Certo!”
“Francesco, lo sai che tu sei l’unica cosa che conta per me?”
“Lo so”.
“Allora brindiamo a noi due e a che nulla potrà cambiare”.

Saremmo scesi in Sicilia in aereo, avevo prenotato un volo di andata e ritorno per due persone; partenza da Torino Caselle e arrivo all’aeroporto Fontanarossa di Catania. Da li avremmo noleggiato una macchina e ci saremmo diretti verso Monterosso, attraversando  la costa sud-orientale della Sicilia. Erano anni che facevo quel percorso, conoscevo ogni metro di quella statale, ma ogni volta era un’emozione. Abituato a vivere in un’isola fino all’età di 18 anni, dai il mare per scontato; è lì, e non te lo toglie nessuno. Ma quando mi trasferii a Torino per studiare, mi resi conto che le cose non stavano così. Mi capita spesso di rimpiangere quel mare.

Io e Cristina stavamo passeggiando in via Po. Doveva comprarsi il quarto bikini, non poteva rischiare di rimanerne sprovvista. Quando, alla fine di una giornata estenuante, arrivammo alla Gran Madre mi chiese: “Francesco, ci pensi? sono già tre anni che stiamo assieme!”
“Certo che ci penso. Ci siamo conosciuti il 15 luglio di tre anni fa di ritorno dal Kenia; perché me lo chiedi?”
“Be’, te lo chiedo perché stavo pensando a una cosa…”
“Che cosa?” 
“Non fa nulla… stavo per dire una sciocchezza”.

Ero certo che me ne avrebbe parlato prima o poi; d'altronde, io avevo 32 anni e lei 28, entrambi con un ottimo lavoro. Io inoltre potevo contare sull’eredità che mi avevano lasciato i miei genitori. Dunque era logico parlarne. Ma non me la sentivo di farlo in quel momento, non alla vigilia del mio ritorno in Sicilia.

***

Entrammo a Monterosso dall’unica strada che sale dal porticciolo fino al centro abitato, attraversando tutto il lungomare.
All’ingresso del paese sorgeva il cantiere peschereccio di Monterosso, dove un paio di maestri d’ascia stavano terminando la costruzione di un piccolo scafo.
Sulle barche ormeggiate al porticciolo i pescatori che sfilavano i pesci dalle reti davano spettacolo: tra le loro mani potevamo scorgere un assortimento di razze senza eguali, fogge e colori mai visti. Nelle cassette di legno appoggiate sulla banchina gli scorfani e i saraghi erano ancora vivi.
Davanti a noi incontrammo Palazzo Salemi, una villa liberty degli inizi del secolo e, proseguendo per il lungomare, arrivammo ai locali della vecchia tonnara.
Quando ero ragazzino, a Monterosso, il sistema della tonnara era il più impiegato per la cattura dei tonni; da alcuni anni sopravviveva anche grazie al folklore e alla curiosità dei turisti.
La tonnara veniva calata a 300 metri dal litorale da giugno a settembre, effettuando tre “levate” al giorno: all’alba, in tarda mattinata e nel tardo pomeriggio.
Essa consiste in un complesso di reti suddivise in camere disposte in fila, comunicanti tra di loro per mezzo di porte, costituite anch’esse da pezzi di rete.
Il tonno, ripetendo di anno in anno sempre lo stesso percorso, finisce per trovarsi dentro le camere, rimanendo intrappolato. Quando il capo della tonnara, detto “rais”, ritiene giunto il momento, i pescatori, chiamati “tonnaroti”, posti sulle barche ai lati della camera,  cominciano a tirare su le reti. La fase finale della pesca, la mattanza, è la più cruenta: i tonni, rimanendo senz’acqua, si dibattono, urtano violentemente tra loro e si feriscono. Quando sono ormai sfiniti vengono issati sulla barche con degli uncini montati su aste e portati nei locali della tonnara ove vengono lavorati.
A Monterosso si è diffuso anche il “drifting” che consiste nel gettare in mare da una barca una scia di cibo. Il tonno, intercettata la scia, insegue la barca finché non trova il boccone che nasconde l’amo. Inizia così un’estenuante lotta tra il pescatore e il tonno che può durare per delle ore e che ricorda le scene del “vecchio e il mare” raccontate da Hemingway.

Alla nostra destra incontrammo alcuni pescivendoli che esponevano, appesi a delle travi di legno, salumi di tonno essiccati artigianalmente, assieme ad ogni genere di pescato.
Erano le sette di sera e nel lungomare di Monterosso era già cominciato lo struscio: bambini, coppiette, impiegati, disoccupati, scapoli, nubili: un vasto assortimento di umanità di ogni genere ed estrazione sociale si riversava sulla strada per lasciarsi attirare dalle decine di taverne, bettole e ristorantini che in quegli anni si erano moltiplicati.
Superata la tonnara cominciammo a salire verso il centro abitato. Alla nostra sinistra lasciammo la strada che portava alla falesia e proseguimmo verso La Marina, la piazza principale del paese. Era il cuore di Monterosso, ove si ergevano il Duomo  e il municipio. Un gruppo di uomini stava finendo di allestire un piccolo palcoscenico dove di lì a poco sarebbe cominciata una serata, con balli e canti illuminati di luci soffuse. Piccoli slarghi e viottoli pavimentati di marmi multicolori si insinuavano tra le case basse dei pescatori e le piccole botteghe. Arrivati alla chiesa madre svoltammo per il viale che portava al quartiere residenziale di Monterosso e quelle case lasciarono spazio a prestigiose ville con alberi secolari. E’ lì che crebbi da ragazzino assieme al mio amico d’infanzia Daniele.
Giunti ad un imponente cancello in ferro battuto ci fermammo.
“Siamo arrivati” dissi.
“Non mi dire che tu vivi qui?” chiese Cristina, ammirata.
“Sì, questa è casa mia”.
La casa che mi hanno lasciato i miei genitori è una villa dell’800, con un grande viale alberato che porta all’abitazione principale. Tutt’intorno un boschetto di platani orientali, una specie tipica delle nostre parti, pini, carrubi assieme ad un giardino di ortensie, gelsomini e fiori di ogni genere. Uno spettacolo.
Entrammo in casa. Davanti a noi c’era l’enorme salone in cui i miei genitori erano soliti invitare i loro amici. Ricordo che quando ero piccolo io e mio padre ci sedevamo spesso sul divano accanto al camino, lui mi prendeva in braccio e mi raccontava delle storie. Mi raccontava di quando era giovane, di quando aveva incontrato mia madre e l’aveva corteggiata; a volte esagerava, ma quando lo faceva me ne accorgevo sempre, e scoppiavo a ridere.
Alla destra del salone c’era la cucina.
“Da oggi ti metto ai fornelli” le dissi.
“Non ti conviene, sai? Per come cucino, sarebbe meglio se andassimo sempre a mangiare fuori”.
“Forse hai ragione, e poi con i ristoranti che ci sono a Monterosso mi sa che non ce la passeremmo tanto male”.
Salimmo le scale ed entrammo nella zona notte. C’era un lungo corridoio con parecchie camere da letto.
“Questa è la nostra camera”.
Era molto spaziosa con un letto a baldacchino al centro, a lato due candelabri del 700 che mio nonno aveva comprato da un antiquario di Siracusa. Davanti al letto un enorme armadio con dei cassetti laterali.
“Mi piace!” disse.  “Qui passeremo delle notti fantastiche”.
Alla destra della camera da letto c’era quella che un tempo era stata la mia stanza e, ancora oltre, lo studio di mio padre: entrando, ad angolo, era disposto uno scrittoio, con accanto tre poltroncine in pelle nera che formavano un salottino e poi a seguire una grossa libreria. Era il suo mondo; vi teneva tutte le sue carte, i suoi libri. A volte stava ore a lavorare con la lampada da tavolo accesa ma, quando io entravo a chiamarlo, lui interrompeva qualunque cosa stesse facendo e mi sorrideva.
E poi c’era la stanza in fondo al corridoio.
“Cosa c’è lì dentro?” mi chiese.
“Quella era la stanza di mia madre; si chiamava Aurora. Ci teneva le sue cose, qualche tela, vecchi mobili appartenuti alla sua famiglia. Ma non ci entro più dal giorno in cui i miei genitori morirono. E’ rimasta chiusa da allora e non ho la minima idea di dove sia finita la chiave”.
“E non ti è mai venuta la curiosità di entrarci?”
“No, in fondo so già cosa ci troverei”.
“Francesco a me è venuta un po’ di fame, a te no?”
“Sì, ti andrebbe una pizza?”
“Ma come, è il nostro primo giorno in Sicilia e tu mi porti a mangiare la pizza?”
“Scherzavo, ti porto in un locale del lungomare in cui si mangia dell’ottimo pesce. Pensa che lo pescano durante il giorno e poi lo servono a tavola la sera; e fanno pagare veramente poco”.
“Faccio un bagno e sono pronta”.

La trattoria si trovava vicino ai locali della tonnara. Era gestita da un anziano pescatore e da sua moglie; aveva alcuni tavolini all’aperto ed il bancone del pesce a vista.
Io e Daniele ci andavamo a mangiare spesso quando eravamo ragazzini; facevamo delle grandi scorpacciate di cozze, gamberi e frutti di mare. E poi, non contenti, prendevamo anche una grigliata mista a testa. Avremmo mangiato fino alla nausea.
“Guarda Francesco, quell’aragosta si muove ancora, e quanti gamberoni!” I gamberoni cotti al forno con il sale erano i miei preferiti. Eravamo giunti al secondo quando squillò il telefono. Era Daniele.
“Che amico sei! Arrivi a Monterosso e non vieni a salutarci. Io e Rossana ci stavamo chiedendo che fine avessi fatto. Dove ti trovi?
“Sono al Pescatore”.
“Ci avrei giurato. Ho sentito che finalmente sei sceso in dolce compagnia. Chi è la fortunata?”
“Ma dai che lo sai. Te ne avrò parlato una dozzina di volte: è Cristina.”
“Che ne pensi se io e Rossana vi raggiungessimo?”
“Vi aspettiamo”.
“Ho letto su un manifesto che tra due settimane ci sarà un concerto jazz in piazza. Ci andiamo?... è gratuito” mi disse Cristina.
“Certo! Da quando sto con te, anch’io ho imparato ad apprezzare il jazz. D'altronde, non credo che la nostra storia avrebbe funzionato altrimenti”. Sorrisi.
“Hai ragione, ma devo ammettere che l’allievo sta superando il maestro”.
Adoravamo il jazz, ci faceva stare bene. Entrambi concordavamo che una serata passata assieme a leggere un bel libro e ad ascoltare musica era meglio di qualsiasi altra cosa. La ragazza di Ipanema era la nostra canzone.

Quando Daniele arrivò, avevamo appena finito il dolce; un cannolo siciliano che Cristina mangiò  con avidità; avrebbe divorato anche il mio se io non l’avessi fermata.
“Ciao ragazzi; Cristina che piacere conoscerti… io sono Daniele”.
Daniele Campo le si presentò con la signorilità che lo aveva sempre contraddistinto.
“Anche io sono contenta di conoscerti; ma in realtà ti conosco già molto bene: Francesco non fa che parlare di te”.
Daniele, quanto tempo passato assieme. Ricordo come fosse ieri che, quando apprese della morte dei miei genitori, scappò di casa e venne da me. Non mi lasciò finché non si fu sincerato che avrei superato quel momento.
“Ed io altrettanto di lui. Ma Francesco non mi avevi detto che Cristina era una così bella ragazza; ora capisco perché non ti sei fatto sentire quando sei arrivato”.
Daniele scherzava spesso, era un ragazzo divertente, con la battuta pronta ed un sorriso sempre per me quando mi vedeva pensieroso. Sono convinto che al mondo ci siano persone speciali e lui lo era davvero. Aveva avuto tutto dalla vita, ma non lo faceva pesare. La gente che lo conosceva finiva sempre per ritenere naturale che lui avesse così tanto, semplicemente perché era Daniele.
“E Rossana?” gli chiesi.
“Rossana non è potuta venire, non si sentiva molto bene e mi ha detto di salutarvi”.
“Mi dispiace, spero nulla di grave”.
“No, aveva solo un po’ di mal di testa”.
Daniele era quello che si definisce un bel ragazzo; viso regolare, capelli e occhi scuri, alto. Quando eravamo più piccoli ci scambiavano per fratelli; e noi lo lasciavamo credere.
Trascorremmo il resto della serata tra ricordi d’infanzia, battute e aneddoti sulle nostre imprese da ragazzini un po’ agitati. Fu davvero piacevole.
“Ragazzi domani per pranzo avete impegni?”
“Non direi”.
“Allora non prendetene perché io e Rossana ci terremmo ad avervi a casa nostra”.
“Molto volentieri”.
Ci salutammo così; l’indomani avrei rivisto Rossana.

Cortesia Giuseppe Tortorici




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