Anche quest'anno, nel tentativo di evitare che l'esperienza Indizio Nascosto diventi un mero esercizio virtuale teso a raccattare improbabili diplomi e certificati... Giallografia pubblica le motivazioni importanti che hanno spinto la maggior parte degli autori a partecipare.
Sotto questo aspetto, cogliamo anche l'occasione per ricordare che la nostra Giuria esprime sempre e soltanto considerazioni sul testo in partecipazione e mai sulle più generali capacità artistiche dei loro autori, a meno che non sia per sottolinearle.
Tanti di questi sono, infatti, validissimi e affermati scrittori pubblicati che fanno grande onore al concorso stesso.
Per tutti questi suoi figli, l'Indizio è grato ed orgoglioso....
1 Emanuela Ionta e la scrittura che fa compagnia
(Il sentiero delle formiche)
Perché ho partecipato? Non so … indubbiamente mi spinge a scrivere un racconto giallo, la chiara passione per il genere, sia letterario che cinematografico.
E fin qui nulla di stupefacente.
Le mie prime letture comprendono Agatha Christie, Arthur Conan Doyle ed Ellis Peters.
Anche qua nulla di strabiliante.
In realtà ho cominciato a scrivere quasi per disperazione, non so come mai, ma la mia mente partorisce strane idee sempre in periodi piuttosto grigi della mia esistenza.
E ciò nonostante poi mi piaccia molto prendere in giro i miei personaggi, metterli in situazioni imbarazzanti e comiche.
Forse una maniera per sdrammatizzare la vita. Ho scoperto girando su internet, altra mia grande passione, l’esistenza di questo concorso giallo, indetto tra
l’altro da una giovane sarda. La cosa mi ha interessato e, tempo un mese, ho completato un racconto che stava nel cassetto da anni, decidendo così di inviarlo.
Inutile fare un panegirico su di me, sulla mia opera o sul genere giallo.
La mia opera non so se varrà molto, ma scrivere mi fa compagnia, mi allieta e per il resto, tutto quanto è stato già detto intorno all’argomento: non è un genere di serie B, non è un qualcosa mirato a stravolgere l’animo della gente, etc, etc, etc.
Quindi, come andranno le cose, andranno, ma questo concorso merita attenzione e partecipare è un metodo per cercare di valorizzare questa sorta di lettura così appassionante.
E per terminare … ATTRUS ANNUS MELLUS!!! (Detto della Sartiglia).
2 Morena Cabiddu e il giallo matematico
(Lo strano caso degli stivali da giardino)
Scrivo racconti sin da quando avevo sette anni. Ricordo che fermai con ago e filo alcune pagine di quaderno per rilegare alcuni raccontini che avevo scritto. Erano storie drammatiche, racconti colmi di dettagli raccapriccianti, bambini morti, efferati assassini, sangue e paura. E in nessun racconto il colpevole veniva arrestato. La giustizia non trionfava mai. Col tempo cambiai genere. Mi ritrovai in età adulta a scrivere storie d'amore. Ma nessuna di queste aveva un lieto fine. Storie che terminavano drammaticamente con la morte di uno o più protagonisti. In questi ultimi anni, cominciai a scrivere storie ambientate nella prima metà del novecento. Periodo storico che ho sempre considerato come il più importante e determinante per la nostra cultura e la nostra crescita spirituale. Questa mia nuova passione ritrovò il riscontro di molti giudici di concorsi letterari e diversi miei racconti sono stati pubblicati. Quando ho letto il bando del concorso: l'indizio nascosto, ho pensato che non era davvero il mio genere. Non avevo mai scritto un giallo. Lo misi in un angolo del desktop e pensai che tanto non avrei partecipato. Ma col tempo i miei occhi continuavano a cadere su quel bando. Era una sfida. Decisi di tentare. Per gioco ovviamente. Mi dicevo che il mondo è pieno di brillanti scrittori, geniali come Agatha Christie, che aspettano solo di essere scoperti. Certo, io scrivo di storie vissute, di fame e povertà, di paura e di morte. Un giallo è un genere che non avevo mai affrontato. Iniziai a scrivere. Lo ambientai in un paese straniero, mi dovetti documentare parecchio sul Texas, che non conoscevo. Trascorsi settimane in biblioteca, a leggere a prendere appunti, ore su internet. Certo sarebbe stato più facile andare direttamente sul posto, come ha fatto Faletti quando ha scritto: fuori da un evidente destino, ma economicamente non siamo sullo stesso livello, quindi mi dovetti accontentare di una ricerca e uno studio da "remoto".Scrivere un giallo è stato divertente e interessante. Io adoro i quesiti logico matematici, adoro le griglie logiche, tutto ciò che può essere una sfida per le mie capacità. E devo ammettere che scrivere un giallo è questo. E' matematica pura. Mentre scrivevo, mi rendevo conto che stavo producendo decine di cavi elettrici, ognuno dei quali alla fine avrebbe dovuto trovare la giusta presa dove allacciarsi. Durante il racconto i cavi si intrecciano e più si intrecciano più diventa difficile trovarne la presa giusta. Se ogni singolo cavo non trova la sua giusta collocazione, la luce non si accenderà. Un errore può essere fatale.Ecco perchè mi sono divertita a scriverlo.Spero che voi vi siate altrettanto divertiti a leggerlo e lo abbiate trovato quantomeno interessante. Grazie ancora per avermi offerto questa opportunità.
3. Christian Floris, scrittore anti-lemon
(In fondo alla strada)
Una sfida al lettore. Ciò che mi ha intrigato di più nel concorso L’indizio Nascosto e mi ha spinto a partecipare è stato proprio questo.
Sarà che Van Dine (insieme, of course, alla Christie) costituisce per me uno dei monumenti del giallo classico, a cui ogni tanto ritorno con gratitudine come un porto sicuro in cui so bene cosa trovo, per non dimenticarmi come si costruisce un meccanismo narrativo preciso come un orologio.
Sia come sia, il lettore non può essere tradito: se fosse così, ti seguirebbe una volta per le pagine, per poi abbandonarti. Come un cliente che da te acquista un’automobile descritta con tutti i full-optional, e invece si ritrova in mano un lemon, un catorcio a cui si fonde il motore all’inizio della prima salita.
Non so se con In fondo alla strada ho venduto un lemon: so soltanto che, quando metto a punto i miei “veicoli”, rassicuro i miei lettori che potranno partire tranquilli per un lungo viaggio. E, alla fine del loro viaggio, potranno tornare indietro a dirmi se la tenuta di strada era buona o se si sono accese spie sospette nel quadro.
Ma sarà che, fra i maestri a cui guardo, ci sono anche Bernanos, Simenon, Gadda e Chesterton, abili come pochi nell’essersi cimentati in quel genere giallo “atipico” che scandaglia una landa praticamente infinita: quella del cuore umano e delle sue aspirazioni.
Ecco allora che chi legge In fondo alla strada non si trova appena a dipanare le matasse intricate sulle quali il commissario Angioy e la sua squadra si arrovellano. Quello che ho voluto fare, è stato mettere a nudo (per quanto sono capace di fare) le contraddizioni, le gioie, il senso di bellezza, il dolore, la tensione al bene, la caducità della vita che attanagliano e struggono gli uomini, ai quali non si possono fornire soluzioni banali.
Dal momento in cui, a pagina due, viene trovato il cadavere di Marco Shvelidze alla deriva nelle acque di Capo Sandalo, emergerà la necessità di scoprire la soluzione del caso poliziesco. Tuttavia, questa s’intreccerà, in modo via via sempre più dirompente, con il vero tema di fondo del romanzo: la ricerca di un padre.
Dunque, il giallo e le sue trame che diventano metafora di un’indagine più profonda: quella esistenziale. Un’indagine con la quale ogni uomo si confronta, dal momento in cui mette piede sulla faccia della terra. Un’indagine che, se si vuole, si può censurare, ma non eliminare. Si tratta del confronto con le domande con le quali tutti facciamo i conti, anche per il semplice fatto di vivere per cinque minuti: da dove arrivo? Dove vado? Che senso ha quello che faccio? Ha una direzione? E se sì, quale?
È questa la sfida che è lanciata a ogni lettore e a ogni uomo, e non è poco.
Ma, grazie a Dio, abbiamo tutta la vita per trovare la risposta.
4. Elisabetta Papa e le difficoltà del giallo classico
(Indaga Doralice)
Il motivo principale che mi ha spinta a partecipare al Concorso è stato che si richiedeva esplicitamente un giallo classico.
La cosa mi è parsa subito piacevolmente singolare almeno per due ragioni.
La prima è che, da quello che ho potuto intuire dalle mie più recenti letture di genere e di quanto ad esse attiene (recensioni, interviste ad autori, serate di premiazione di Concorsi Letterari…), mi pare che la tendenza editoriale sia oggi quella di apprezzare e premiare le cosiddette “contaminazioni”, nella più che comprensibile ricerca di novità in un terreno calpestato e ricalpestato non solo dai “grandi nomi”, ma anche da tutto un bosco e sottobosco di autori e autoruncoli che inevitabilmente, soprattutto gli autoruncoli, hanno finito per “ruminare sempre la solita erba” cercando di rinnovarla, a volte senza riuscire troppo convincenti.
La seconda è che la patria del giallo classico è indiscutibilmente l’Inghilterra. Da noi pare essere molto più apprezzato un tipo di giallo che definirei “di denuncia” e/o che tende al noir. Per cui scrivere un giallo in Italia significa cimentarsi quasi inevitabilmente con la mafia, il terrorismo internazionale, i temi sociali più scottanti o i reconditi e peciosi meandri della psiche malata e criminale.
Non che questi temi escludano, ipso facto, la possibilità di scrivere un romanzo che segua le regole classiche del giallo. Anzi, i più bravi autori contemporanei di romanzi gialli sono riusciti, anche grazie ad essi, a nobilitare un genere che per troppo tempo era stato considerato di serie B.
Il rischio, però, almeno per i meno abili, è quello di sfociare nel cronachismo romanzato o di ricadere in un ennesimo cliché che ripropone, o forse impone, temi, linguaggi, climi e tipologie di personaggi che all’inizio si erano presentati come innovatori, o addirittura dissacratori, ma che poi sono diventati a loro modo e a loro volta “classici” o, quanto meno, dejà-vu.
In questo clima culturale può accadere che, agli occhi di un ipotetico Editore, coloro che restano fedeli al milieu del genere classico appaiano come una sorta di amene vispe Terese che scorazzano, inconsapevoli dei mali che affliggono l’umanità, tra tazze di tè delle cinque, bottoni strappati, maggiordomi, arsenico, merletti ingialliti e stanze chiuse.
Insomma, pare che da noi ci si debba quasi sentire in colpa nello scrivere o nell’apprezzare come lettori un buon giallo classico che aspiri solo a essere un intelligente e accattivante compagno delle poche ore di relax che il tran-tran quotidiano ci concede. Un giallo che non abbia altre velleità se non quella di coinvolgere il lettore in una specie di partita a scacchi con lo scrittore, senza che ciò implichi che entrambi, scrittore e lettore, siano due imbecilli soddisfatti di come va il mondo.
Detto ciò, che non è altro, com’è ovvio, che un modestissimo parere personale, devo purtroppo confessare di non essere affatto sicura che il mio “Indaga Doralice” sia un vero giallo classico.
Io ci ho provato, ma procedere con la rigorosa logica della miglior scuola anglosassone non è affatto semplice.
L’unica mia speranza è che il genere “giallo classico” preveda una certa quale gamma interpretativa.
In ogni caso, indipendentemente dall’esito del Concorso, parteciparvi è stato stimolante e divertente. A partire dall’iter d’iscrizione (la lettera a Dublino, l’attesa della risposta, l’invio assolutamente anonimo dei plichi…) che introduceva già da solo in un clima di mistero e suspense del tutto coerente con la situazione.
Ringrazio dunque gli Organizzatori, ma anche i Membri della Giuria che hanno avuto la pazienza di leggere il mio dattiloscritto.
5. Giuseppe Leto Barone scrittore di thriller
(L'ultimo messaggero)
I perché de L’Ultimo Messaggero..
Spiegare i perché di un libro - quando magari sei stato impegnato mesi (se non anni) alla sua realizzazione – non è sempre molto agevole. Provarci in poche righe può rivelarsi un’arma a doppio taglio, anche perché si corre il rischio di banalizzare l’opera.
Innanzi tutto il mio primo scopo è intrattenere e divertire il lettore senza annoiarlo. Cercare di creare una trama coinvolgente che lasci senza respiro, ed in cui gli eventi si susseguano con molte sorprese e senza essere scontati o prevedibile. Non ho la presunzione di dire di esserci riuscito, di certo ci ho provato e i tre anni di ricerche che anno preceduto il libro, sono la testimonianza di quale sia stato il mio impegno.
In un thriller la trama è però importante tanto se non più dell’azione quindi ho voluto scegliere un argomento che molto mi affascinava: “Quale è il rapporto tra l’alta finanza ed il terrorismo?” “fino a dove siamo disposti a spingerci per annientarlo del tutto (il terrorismo)”. Nel mio libro, i personaggi cercano di dare un risposta a queste domande, cercando di sventare un attentato alla “Cristianità” senza precedenti. Si troveranno di fronte eventi che non avevano creduto possibile, il tutto in nell’alta società Romana corrotta e dedita solo al denaro.
Ecco vedete, detto così sembra quasi banale, ma mi sento di aggiungere che non si tratta del solito “giallone/polpettone mistico” che tanto successo ha avuto in questi anni. “L’Ultimo Messaggero” è una storia complessa che spero possa risultare veritiera e divertente per il lettore, al quale volevo offrire un intreccio solido accattivante che avesse anche qualità letteraria.
Il romanzo è ambientata ai giorni nostri, anche se all’interno sono però distribuiti altri ingredienti: accanto ala storia principale, si sviluppano numerose sottotrame che vanno dalla spystory al giallo storico: vengono ripercorsi eventi che vanno dalla guerra nella ex Jugoslavia all’11 settembre e vengono affrontate questioni etiche sulle cellule staminali e sulla clonazione.
Che dire di più, spero che piaccia ai lettori, quanto è piaciuto a me scriverlo.
6. Nicoletta Cassani giallista alla prova
(Il germe del male)
‘SPEDISCO O NON SPEDISCO … SPEDISCO O NON SPEDISCO …’
Ho sterminato un intero prato di margherite prima di prendere una decisone definitiva (credo che ci sia qualche astuto insetto-detective a seguire il caso) eppure, ancora adesso rileggendo le venti regole e i motivi per NON partecipare, mi prende l’ansia da prestazione, mi si gela il sangue e mi chiedo imbarazzata: ‘Perché?’. Perché non ho mantenuto questo romanzo giallo a esclusivo ingombro della memoria del mio computer? (Nonché in 2 cd, una chiavetta e una versione cartacea … sono un po’ paranoica ma una volta ho perso 200 pagine di un romanzo che avevo appena terminato). A giustificazione del mio atto (scriteriato o eroico) posso affermare che questo romanzo mi aveva ormai nauseata! L’ho riletto e riletto talmente tante volte che se non me ne fossi liberata l’avrei odiato e forse ucciso, sì, spedendolo credo di avergli salvato la vita. Ero arrivata a un punto tale di saturazione che la parte sana di me si è ribellata ‘Ora Basta! Spediscilo e falla finita! Cavolo! (nemmeno nel subconscio mi scappa una parolaccia!) Cosa sarà mai?!”
Ed ecco … Non per niente sono arrivata a un soffio dalla scadenza, visto che il lato insicuro di me ha comunque tentato di boicottarmi fino all’ultimo.
Ormai è fatta.
Leggo ‘Gialli’ da quando ho imparato a leggere, complice la passione di mio nonno e di mio padre che mi hanno dotata di una fornita biblioteca di ‘Gialli Mondadori’; li leggo perché mi appassionano solo le trame con un mistero da svelare (altrimenti mi annoio) e i personaggi così stereotipati da farmi sentire ‘a casa’. Non ci tengo a essere considerata un’intellettuale e vantarmi d’aver letto Joice, sono felice di saper godere di ciò che mi piace e non mi faccio scrupoli nell’abbandonare un libro che non mi diverte.
Scrivo ‘Gialli’ perché ‘vivono’ nella mia testa; i personaggi camminano, dialogano, gioiscono, soffrono … le situazioni si svolgono sotto i miei occhi quasi appartenessero a un mondo parallelo con cui sono costantemente in contatto (n.b. nel mio paese sono considerata un po’ strana). Le storie mi accompagnano in ogni momento. A volte è quasi un’ossessione, e va bè che gli esperti sostengono che, una volta instaurata un’idea, il cervello continua a lavorarci anche inconsciamente, ma il mio esagera!
A un certo punto mi devo ‘svuotare’ e posso trovare pace solo quando tutto è scritto, riletto 20.000 volte e arriva quel ‘basta’ che me lo fa accantonare definitivamente. Così posso passare a un’altra storia.
E’ un po’ faticoso ma gratificante e, del resto, non posso fare altrimenti, non è colpa mia.
Però, mi chiedo, sono veramente capace di scrivere un ‘Giallo’? E come lo scopro se non mi sono mai confrontata con degli esperti? Se nessuno ha mai letto i miei lavori?
Ecco, questo concorso è il mio ‘banco di prova’.
Attendo una risposta.
7. Silvio Da Rù
(Omicidio al Parco Nord)
Certe cose nella vita non giungono mai per caso. Se questo vale negli eventi di tutti i giorni, figuriamoci per le opere letterarie. L’anno scorso, a sei mesi dalla pubblicazione del mio primo romanzo “Il Celebre Ignoto” di genere poliziesco, molti lettori mi chiedevano se avrei scritto il seguito, dato che il finale pareva presupporre che la vicenda non fosse conclusa. Ci riflettei: se da una parte non volevo “toccare” l’opera, dall’altra mi dispiaceva dire addio ai personaggi del romanzo, soprattutto all’investigatore di polizia Guido Mente.
Un giorno, mentre cercavo in internet alcuni concorsi sul genere poliziesco, sono venuto a conoscenza de L’Indizio Nascosto. Fu per me un vero e proprio colpo di fulmine, perché immediatamente compresi che avrei potuto far rivivere nuovamente quel personaggio, e con lui i suoi più stretti collaboratori.
Dato che però L’Indizio è un concorso per i gialli, sentivo che mancava qualcosa che trasformasse l’ottimo ispettore in un grande detective, così da fargli fare il salto di genere. Dato che non mi veniva nessuna idea, ma avevo alcune domande sulle tecniche investigative da porre ad un esperto, un giorno mi recai dal funzionario di polizia che mi fece da consulente per “Il Celebre Ignoto”. Mi raccontò di un episodio che accadde ad un suo collega, fatto che mi diede indirettamente la chiave per la trasformazione del mio personaggio: in pratica il collega, destinato per meriti a ricoprire la carica di commissario, fu invece trasferito d’ufficio e abbassato di ruolo per motivi “inspiegabili”. Tremendamente deluso da questo evento, il funzionario decise, dopo vent’anni di onorato servizio, di lasciare la polizia.
Fu così che, mantenendo il nucleo centrale di questo episodio e aggiungendo altri particolari immaginari, l’ispettore Mente divenne il Diavolo Grigio, l’infallibile detective campione di scacchi, chiamato in tutto il mondo a risolvere i casi più intricati, tra cui “Omicidio al Parco Nord”.
Ringrazio quindi di tutto cuore Terza Pagina World, i giurati e Rina Brundu, i quali, attraverso il loro concorso, hanno concesso lunga vita al Diavolo Grigio.
8. Maria Arca sfida i 10 piccoli indiani
(Delitto quasi perfetto)
“Solo il povero negretto in un bosco se ne andò, ad un pino si impiccò e più nessuno né resto”.
Così finisce la filastrocca che ispira l’assassino in “Dieci Piccoli Indiani”, probabilmente il libro giallo più perfetto che sia mai stato scritto. La velocità dell’azione, la vividezza dei personaggi, il senso di angoscia che traspare nelle circa duecento pagine del romanzo lo rendono unico nel suo genere. È stato il primo romanzo giallo che abbia mai letto e che ha segnato l’inizio di una lunga, lunghissima serie. Sono stata fortunata nel trovare questo libro e nel scoprirne tanti altri dello stesso valore.
Considerata la mia passione per questo tipo di storie, ho capito che dovevo assolutamente prender parte al concorso l’Indizio Nascosto appena ho letto il bando perché quello che mi si proponeva era di scrivere qualcosa di logico e razionale ispirandomi a grandi scrittori quali Agatha Christie. Ho acceso il computer e ho scritto cercando di fare del mio meglio per rispettare le regole del gioco, ovvero fornire al lettore una serie di indizi che messi insieme in modo ragionevole avrebbero portato alla soluzione del mistero. Un giallo è una sfida al lettore, una strana sfida però, perché un buon lettore si rallegrerà sempre di essere sconfitto e metterà da parte con una smorfia quei romanzi che sono troppo facili da risolvere…
Spero di essere riuscita nel mio scopo, gli indizi sono tutti lì sia per l’investigatore che per il lettore. Vedremo chi di noi vincerà la sfida.