L'INDIZIO NASCOSTO - GIALLISTA DELL'ANNO 2007
LA PAROLA AGLI AUTORI
Matteo Poletti - Il Giallo Politically Correct
(Lo sguardo di Carola)
Il vostro concorso offre a tutti gli appassionati di gialli e agli aspiranti scrittori, un mezzo per potersi cimentare in un genere di letteratura solo in apparenza "semplice". In effetti, a prescindere dalle regole del giallo classico, la letteratura poliziesca "deve", per forza, rispondere a certi requisiti per essere considerata tale. Quindi aderire al genere è tanto più complesso e per questo la sfida si fa più appassionante.
Per quanto mi riguarda, considero il giallo una prova di intelligenza, un mezzo attraverso il quale stimolare la logica. Una prova di abilità, nè più nè meno di un gioco di enigmistica. Mi diverte quindi risolvere gli enigmi tanto quanto mi esalta crearne. Costruire una trama logica, fare in modo che gli eventi siano credibili, elaborare personaggi, depistare o aiutare il lettore attraverso gli indizi, in breve, pianificare un enigma e sfidare la logica di coloro che leggono è emozionante. Emozionante come leggere un buon giallo sapienetemente costruito, coerente, dotato di una certa "onestà" nei confronti del lettore-detective (anche se molti sostengono che molti autori non siano sempre così' corretti). Come lettore, accetto ogni volta con gioia una sfida con la Christie, con Ellery Queen, Dickson Carr, Conan Doyle, E.S. Gardner. Come aspirante autore, mi piace mettermi alla prova e cercare, rispettando le regole e agendo con coerenza, di creare della buona letteratura poliziesca, invitando il lettore a stare al gioco.
Matteo Poletti.
Maria Cristina Aggio e Nazareno Valente - Giallisti "storici"
(La voce degli dei)
Finalmente un premio letterario non rivolto genericamente al poliziesco e al noir ma al giallo classico! Finalmente la nostra eroina, tutta cervello e niente muscoli, non sarà costretta a competere con l’ormai scontato ispettore un po’ (troppo) nevrotico o con il detective alla Sam Spade, classico epigono della scuola dei duri.
“L’indizio nascosto” ci è così parso sin dall’inizio un banco di prova efficace per verificare se i nostri racconti, che cercano di rifarsi ai lavori dei grandi autori dell’epoca d’oro (Christie, Wentworth, Quentin, Queen, Sayers, etc.), possano suscitare l’interesse dei lettori che amano il giallo d’una volta.
“La voce degli dèi”, la nostra ultima “fatica” letteraria, vuole ricreare l’atmosfera e la suspence tipiche di una detective story dove la trama criminale, inizialmente oscura, riesce a dipanarsi solo grazie a una corretta individuazione ed elaborazione degli indizi via via forniti. Almeno nelle nostre intenzioni, infatti, vorremmo concedere anche al lettore la possibilità di risolvere l’enigma purché egli sappia, naturalmente, utilizzare e organizzare in modo logico le indicazioni che emergono dagli eventi.
In questo romanzo, oltre alla passione per la letteratura gialla, sfruttiamo il comune amore per la storia antica, tant’è che il racconto trae spunto da avvenimenti storici realmente accaduti nel mondo greco del V secolo a.C. e si sforza di riprodurre il suggestivo ambiente sociale dell’epoca.
Il nostro Poirot è una donna affascinante che si dedica alla medicina, una professione a quel tempo inusuale per il gentil sesso. Inusuale, ma non irreale. Infatti, Mnesarete non a caso è di Alicarnasso, una città che, a differenza delle altre poleis, risultava molto aperta al contributo femminile pur in campi allora riservati ai soli uomini. La passione per la medicina conduce così Mnesarete nei vari centri culturali del tempo dove si trova immancabilmente a dover risolvere fatti di sangue inestricabili. In questo suo compito può però contare su una valida spalla: l’anziana schiava Eurice, le cui non comuni doti di preveggenza si dimostrano estremamente utili nella risoluzione degli enigmi.
Le trame e i protagonisti delle nostre storie riflettono i nostri gusti e ciò che in fondo vorremmo ritrovare leggendo un racconto giallo. E di gialli ne leggiamo un buon numero, e non solo per semplice svago, anche se l’uno privilegia più la trama e l’originalità della soluzione finale; l’altra più la caratterizzazione psicologica dei personaggi. Ma quello che ci accomuna è la convinzione che non è il genere letterario a qualificare un’opera quanto piuttosto la capacità dello scrittore di creare un prodotto di una certa levatura, e i tanti autori di racconti gialli apprezzati anche dai non “appassionati” lo stanno a dimostrare.
Per questo motivo apprezziamo i racconti che, pur seguendo i canoni del giallo classico, presentano una certa qualità letteraria, come gli scritti di Dorothy Sayers, Kate Ross ed Anne Perry, tanto per citarne alcuni. Così, quasi di proposito, non ci preoccupiamo se a volte indulgiamo in termini un po’ troppo “classici” o in contenuti magari inusuali. L’esigua schiera dei nostri lettori ci sopporta forse proprio per questo.
Maria Cristina Aggio e Nazareno Valente
Giovanni Maria Pedrani - Il giallo impegnato
(Nebbie d'estate)
“Nebbie d’estate” è un giallo che affonda le sue radici nel male più profondo dell’uomo. Si ispira a tematiche di attualità: inizia con il rapimento di un bambino e prosegue in una inchiesta colma di suspense attraverso corruzione, satanismo e dolorosi drammi famigliari.
Il teatro del crimine è la provincia milanese, grigia come il suo protagonista, attraverso i cui occhi tristi e contemplativi si riesce a leggere una Italia diversa.
Per il lettore “Nebbie d’Estate” è il classico giallo con una trama complessa che si conclude, dopo colpi di scena mozzafiato, con il tipico finale a sorpresa. Ma per l’autore questo romanzo è stata l’occasione di riconciliazione con la propria città, con cui viveva un rapporto di odio e amore, fin dai tempi dell’università. Da studente e poi da lavoratore Giovanni era costretto a fare il pendolare, con tutti i disagi ferroviari, fra la grande Milano e la sua piccola città, che non era in grado di offrirgli tutte le attrazioni della metropoli, così come accadeva ai suoi più fortunati compagni di studio e di lavoro.
Questa riscoperta è stata la taumaturgica catarsi ad un nuovo senso della vita ed il viaggio verso una più consapevole maturità. In quella tranquilla provincia lombarda, Giovanni ha visto, con gli occhi dell’immaginazione, consumarsi degli atroci delitti ed ha scritto pagine di commossa contemplazione. Perché questo è il senso del noir, genere a lui più caro. È lo strumento per amplificare i pensieri, le emozioni, i sentimenti e le paure di ogni uomo. Solo un thriller dal sapore amaro è in grado di mettere a nudo le piccole gioie ed i grandi drammi della vita.
Giovanni ha conosciuto la scrittura più di venti anni fa. E’ stata lei a chiedergli di fare amicizia. Onesta, genuina, così lontana dalle convenzioni scolastiche che lo obbligavano a “fare bella figura” a tutti costi, ad essere ciò che non era, gli è stata accanto facendogli sopportare con umorismo il periodo di leva. Quanti racconti passati ai commilitoni chiudevano con un sorriso una giornata difficile! Il suo primo libro “7 e 16 in ritardo”, ricco di aneddoti comici e dissacranti, è stata la dichiarazione d’amore per la sua amica scrittura.
Poi sono venuti i racconti e romanzi thriller, di fantascienza, fantasy, umoristici e grotteschi, tutti condivisi solo nella ristretta cerchia di amici e di parenti. La partecipazione ai concorsi letterari è avvenuta molto più tardi, dopo vent’anni di silenzio, per l’incoraggiamento delle persone vicine. I tanti premi vinti sono la gratitudine nei confronti di questa compagna silenziosa.
Giovanni Maria Pedrani
Silvio Minieri - Il giallista-filosofo
(Nell’oscurità del circolo)
1. Le ragioni del romanzo
Perché ho scritto il romanzo giallo, intitolato “Nell’oscurità del circolo”? Per partecipare, rispondo subito, al concorso annuale del giallo Mondatori, che costituisce un po’ il classico, nel senso di fondamento, del moderno romanzo giallo italiano. Ma subito questa risposta non appare del tutto soddisfacente, in quanto decidere di partecipare ad un tal genere di concorso significa già rivelare una sorta di vocazione al tema, una predisposizione a sviluppare trame, diciamo, di ordine poliziesco investigativo. Quindi il concorso non era altro che l’occasione, ma forse più un pretesto che un’occasione, per scrivere un romanzo giallo, rispettando i canoni tradizionali del genere, che in linea di massima prevedono una serie di delitti e un investigatore protagonista, che scopre l’assassino attraverso una serie d’indagini. Nel mio caso, peraltro, avevo trenta giorni di tempo per scriverlo ed alcuni parametri di lunghezza da rispettare. Queste due limitazioni mi hanno favorito nella stesura del romanzo, essendo stato costretto in termini di spazio e di tempo, oltre che del tema, a rispettare limiti e scadenze. Diversamente non avrei mai potuto portare a termine l’opera, perché mi sarei lasciato trasportare dall’ispirazione, sconfinando in altri campi e divagando su altri temi, soprattutto, come è mio costume, di ordine metafisico, se mi è consentito usare questo aggettivo, che pure al giallo in un certo senso, il senso dell’enigma, può accostarsi.
Quindi posso affermare, in tutta coscienza, che se non ci fosse stato il concorso letterario, con tutte le sue regole da rispettare, probabilmente questa mia opera non avrebbe visto la luce. E forse non sarebbe stato proprio un male, potrebbe maliziosamente commentare qualcuno. Io, a cuor leggero, potrei anche concordare con quest’ultimo giudizio, scaricando quindi una parte di responsabilità del “misfatto”, la stesura di un romanzo giallo, sui promotori del concorso, ma una tale mossa già di per sé abbastanza inopportuna, mi sembrerebbe anche alquanto ingiusta e dopo tutta negativa nei confronti della letteratura in genere e di quella gialla in particolare. Ed evidenziando un criterio di particolarità o specialità di quest’ultimo genere, ho implicitamente espresso il giudizio di una certa subalternità del genere giallo nei confronti di altri più elevati generi di romanzi, quale ad esempio il romanzo storico, il romanzo psicologico, il romanzo realista. In questa distinzione tra una letteratura principale ed un’altra d’appendice, il romanzo giallo, facendo parte di questa seconda categoria, si verrebbe a trovare in compagnia di altri generi minori, quali ad esempio il romanzo rosa, di fantascienza, di avventura o di altri generi confinanti con il giallo, quali il noir, il blu notte, l’horror, il gotico, il thrilling.
Lasciamo irrisolta la questione e andiamo a consultare un po’ di letteratura classica, per scoprire se non vi sia stato un qualche grande autore che sia espresso nel genere, anche non in senso stretto. Subito nell’Ottocento, nel corso della nostra ricerca, incontriamo un grande della letteratura russa: Fiodor Dostoewskij, con il suo “Delitto e castigo”. Non è proprio un giallo, si dirà, eppure l’autore scava in profondo nell’anima del protagonista del crimine, portandone alla luce le motivazioni più nascoste delle sue malvagie azioni, che costituiscono il nostro inconscio; per non parlare poi degli “Indemoniati”. Ma stiamo andando più sul genere dell’introspezione psicologica del noir che non su quello che costituisce il nostro tema, cioè il giallo.
Quali autori contemporanei, in Italia, si sono cimentati nel genere? Citiamone due per tutti: Leonardo Sciascia ed Umberto Eco, commettendo il delitto di lasciare da parte Carlo Emilio Gadda ed altri. Parliamo brevemente di uno soltanto, quello che ha avuto il suo grande successo con “Il nome della rosa”, cioè Umberto Eco. Si tratta di un professore universitario, semiologo e filosofo, oltre che scrittore di saggi, che non era mai stato, prima di cimentarsi nel genere, un romanziere; quando ha affrontato la sua prima prova col romanzo, non ha potuto fare a meno di scrivere un romanzo di genere giallo, unico e affascinante. E si è lasciato conquistare talmente dall’argomento, da non poter poi fare a meno di tingere di giallo anche il titolo, enigmatico, il cui mistero ha poi svelato nelle “Postille”. Penso che queste sommarie considerazioni e qualche nome di rilievo citato bastino a rendere giustizia al genere giallo nel più ampio panorama della letteratura, che ha in questo tema comunque numerosi altri interpreti classici, le cui storie hanno avuto una fortuna tale che i loro protagonisti sono divenuti più famosi dei loro autori: Sherlock Holmes, Maigret, il commissario Montalbano. E pensare che qualcuno dichiara che questi personaggi non esistono, ma appartengono al mondo della fantasia, ignorando che i prodotti dello spirito recano nel nostro mondo un supplemento d’essere.
In presenza di un tale sfondo culturale, scrivere in trenta giorni un’opera letteraria meritevole di una certa attenzione critica o dotata di una sua dignità nell’ambito della letteratura gialla, era più che altro una sfida. Come è andata a finire? Come ovviamente prevedibile, non ho vinto il concorso, ma ho scritto un romanzo veramente giallo, nel senso che ho rispettato determinati canoni del genere, ed il compimento dell’opera è stato per me la soddisfazione finale della mia sfida più che altro con me stesso. E per gli altri? Qui me la cavo, dicendo che è notorio come tutti gli autori del popoloso mondo dei romanzieri sconosciuti, che tali rimarranno non dico per l’eternità, ma per quel tempo che poi tutto conduce con sé nell’oblio, mendicano una qualche lettura delle loro opere, sperando in una qualche critica o giudizio di quegli elemosinieri dello spirito, che essi auspicano possano trovarsi tra parenti, amici, conoscenti, nonché giurati benemeriti di concorsi letterari, nei cui regolamenti non siano previste tasse di lettura.
Con questo spirito ho inviato a “L’indizio nascosto” un prodotto che avevo già confezionato, rimanendo in trepida e fiduciosa attesa; forse però sto un tantino esagerando nel descrivere questi miei ultimi sentimenti, in quanto non essendo più un esordiente, ho imparato ad acquistare certo un maggior senso della realtà nel mondo letterario, ma anche a conservare tuttora le illusioni nelle avventure dello spirito e nelle sue sorprese.
Ed ora che mi ritrovo con il mio libro giallo compiuto, nel senso di un testo consolidato e abbastanza autonomo ed esauriente nella sua trama, non mi resta che andarlo a rivisitare per scoprire quello che di interessante io stesso come lettore posso trovarci.
Orbene, come ogni storia, anche la mia ha avuto diversi spunti, su cui si è poi formata e tra questi quello principale, che ha dato origine al titolo.
2. Le ragioni del titolo
Quando ho iniziato a scrivere il romanzo, mi stavo contemporaneamente interessando alla filosofia di Hans Georg Gadamer ed alla sua teoria del circolo ermeneutico. Il pensiero di questo filosofo è noto e può essere brevemente riassunto nella maniera seguente. Come risulta dall’esperienza artistica e culturale, la verità si svela nell’atto interpretativo (“ermeneutica”), che storicamente si pone in colloquio con la tradizione, comprensibile come linguaggio non soltanto di testi, ma anche di eventi. Ho pensato bene di approfondire poi per conto mio il pensiero del filosofo tedesco, intanto ne ho approfittato per ispirarmi ai suoi concetti, nella ricerca del titolo del mio romanzo, che provvisoriamente all’inizio era: “Il circolo ermeneutico”. E questa espressione, che conservava il pregio di non essere stata quasi sicuramente usata in precedenza come titolo per un libro giallo, conteneva uno degli spunti della mia storia sul paradigma dei delitti su cui far luce, anzi lo spunto principale. Il mio investigatore, un giudice, un intellettuale quindi, era un personaggio colto, che amava leggere libri di filosofia, come si ricava dalla lettura di un passo del capitolo cinque del mio testo, che riporto integralmente:
“Subito dopo pranzo, il giudice si era seduto sul divano del salotto e si era messo a leggere il libro, che in quei giorni teneva sempre con sé: “Visione e Conoscenza” di Livio Liebman. L’autore presentava la tesi di un filosofo centenario tedesco sul “circolo ermeneutico”:
“Il metodo per la ricerca della verità di un discorso, la via lungo la quale procedere è quella di cercare di eliminare progressivamente le proprie pre-supposizioni o pre-giudizi man mano che avanziamo nell’interpretazione del testo del discorso, al fine di elaborarne il vero significato e adeguarsi il più possibile alla sua verità, alla sua alterità rispetto alla nostra convinzione.”
Il Liebman, illustrando questa tesi, citava due precursori di un tale metodo d’interpretazione, nel pensiero dei quali già si poteva individuare il circolo ermeneutico come il luogo in cui il tutto si lega con le parti e le parti con il tutto; non un volubile cerchio, ma la sede in cui cogliere il pensiero più originario, se l’interpretazione ha compreso di dover eliminare ogni pre-disponibilità o pre-cognizione, per garantirsi la verità della sua ricerca. Il Liebman si spingeva però ben oltre il pensiero di questi due moderni pensatori anch’essi tedeschi, nel cercare le tracce seppure embrionali del circolo ermeneutico, giungendo fino alla sorgente della storia del pensiero, Platone, di cui citava due passi del Fedro, dove in uno, si afferma la preminenza dell’oralità sulla scrittura, e nell’altro, la necessità di una connessione unitaria di un discorso, simile a quella del corpo di un essere vivente, che per essere tale deve essere composto di tutte le sue parti, tutte in funzione tra loro. Il circolo ermeneutico, l’ermeneutica, l’arte del dio Hermes, il messaggero degli dei, l’interprete divino, ma anche il dio ladro e degli inganni, Hermes, il circolo Hermes.”
Ero partito da un circolo metafisico, un eminente tema del pensiero, per approdare ad un circolo materialmente esistente, che nella sua plastica immagine ho raffigurato nel successivo capitolo nove, un suggerimento per il disegno di copertina del libro:
“Di fronte alla sede del circolo, in quell’ora di deserto mezzogiorno, si fermò ad osservare la facciata dell’intero edificio, dove al piano ammezzato era ospitato il club.
Si trattava di un’antica costruzione in calce bianca ad un piano con un solo balcone in alto, la ringhiera in ferro dipinta di verde, sovrastante una grande arcata in ombra, in cui si inoltrava una scalinata di pietra; sul lato sinistro una colonna color ocra con rampicanti e fiori in cima, sul davanti colonnine allineate lungo una bassa ringhiera con due barre orizzontali in ferro battuto, ornate da piante di limoni con rigogliose foglie verdi; ed un po’ dappertutto, sul balcone in alto e sull’ingresso del club nell’angolo in penombra dell’arcata, si potevano osservare rami di piante, ricchi di foglie verdi e dei gialli dei limoni.”
Il passo principale era stato compiuto: il giudice Di Cosimo, il principale investigatore, scendeva dagli empirei teorici del suo circolo metafisico, nobilmente ermeneutico, e s’immergeva nella realtà più ordinaria e quotidiana di una “grande arcata in ombra”, il circolo Hermes. In corso d’opera, avevo modificato il titolo del mio libro, ora divenuto: “Il circolo Hermes”, un club già oggetto di attenzione in passato da parte delle forze di polizia, quelle forze su cui il giudice faceva affidamento per legge, per risolvere i rebus delle sue investigazioni e che gli fornivano gli elementi su cui ragionare, non un puro ragionare, alla ricerca di un “noumeno” kantiano inconoscibile, ma un ragionare su dati contaminati dall’esperienza, in questo caso il crimine.
A questo punto, essendo diventato troppo “realista”, mi è venuto il dubbio che un circolo con tal genere di nome esistesse già nella realtà; ho controllato e puntualmente ne ho trovato uno, immaginando comunque che senz’altro ve ne saranno stati diversi altri non pubblicizzati. Recentemente, durante un mio breve soggiorno in Spagna, non mi è capitato di leggere sulla targa in ottone del portone di un palazzo una dicitura di un circolo in tal senso? Ho, dunque, riflettuto ed alla fine, rileggendo brani del mio romanzo ormai compiuto, ho deciso di dargli il titolo poi rimasto definitivo: “Nell’oscurità del circolo”.
Quali brani mi avevano ispirato? Nel capitolo ventinove il giudice protagonista dell’indagine fa il punto delle inchieste in corso con il suo collega, il giudice Ventura, e con lui si addentra in enigmatici risvolti delle loro investigazioni; ed allora io, come narratore, intervenivo con una mia osservazione, che dava un po’ il tono alla storia, nel senso che la circoscriveva nell’ambientazione del nostro territorio e del nostro tempo:
“Qui, tutto cominciava a diventare caliginoso, quella caligine, che salendo da certi ambienti del quartiere “Salto del Cervo” ed avvolgendo come in una spirale il circolo “Hermes” finiva per distendersi su tutta Belmondo e la Gallura ed oltre, oltre il mare fino a Roma e di lì dappertutto. Questo allungarsi dell’ombra dall’isola oltre il mare fino al continente, se per Di Cosimo era una concreta scia scura da seguire, per Ventura era una macchia nera, la cui sorgente si trovava al di là del Tirreno e finiva per espandersi e distendersi su tutto il Mediterraneo.”
3. La filosofia e il mare
Se la tematica dell’oscurità del circolo costituisce la trama di fondo, nel cui contesto esistenziale si svolge la mia storia, e di questa ho cercato di darne ragione, illustrandola a mio modo, devo dire che un altro aspetto su cui si fonda il mio racconto è quell’ambientazione di mare mediterraneo, che costituiva il mio debito nei confronti dell’isola, che da un punto di vista turistico e paesaggistico, è considerata la regione più bella d’Italia, stando ai sondaggi del popolo dei vacanzieri. Io vi ho fatto brevissimi soggiorni in questi ultimi anni e neppure frequenti, ma mi sono bastati, per portare con me e conservare le suggestioni di certe immagini e certe atmosfere, e quindi per potervi ambientare la mia storia.
Non mi è stato difficile, perché anche io, come il protagonista del mio romanzo, i cui sentimenti in verità rispecchiano un comune modo di sentire e di vivere, so che certi luoghi con la loro storia e la loro vita ci divengono familiari soltanto quando essi possono raccontarci la nostra vita ed il nostro passato, i connotati della nostra personale storia:
“Qui… egli aveva i suoi ricordi, la sua vita, la sua storia e le strade, le case, le pietre di Belmondo gli raccontavano non solo la storia e la vita di questa meravigliosa cittadina, ma anche la meraviglia dei suoi giorni, sui quali riandava ora con lo sguardo all’indietro.”
Certo, il mare e il paesaggio mediterraneo, chi vive a Roma come me e frequenta facilmente la costa, li sa raccontare senza eccessive difficoltà, anche se non è mai stato nei luoghi specifici, dove ambienta le proprie storie; io comunque devo dire che mi sono portato dietro, dai miei brevissimi soggiorni nell’isola, sensazioni visive ed emozioni, che poi ho avuto modo di riversare nel mio racconto, senza ulteriori sforzi d’immaginazione.
Ma lo spettacolo di quel mare che divide la Sardegna dal continente disegna anche lo stato d’animo di chi in quell’isola, come in ogni isola, finisce per sentirsi confinato:
“Eccolo, il vasto mare, di fronte a lui! Qui, sull’isola: il dire, ovvero l’immaginare, il fantasticare, il sognare, il desiderare; lì sul continente, la terra: il fare, ovvero il vivere, il realizzare, il raggiungere… che cosa? La felicità! L’insoddisfazione della moglie Rosaria per questa loro vita coniugale, divenuta ormai troppo abitudinaria e provinciale aveva forse una sua ragion d’essere nella loro condizione di abitanti di un’isola? Un’isola di cui entrambi erano diventati cittadini di adozione, risultando come tutti i buon isolani, a cominciare dagli inglesi, ognuno di essi stessi un’isola.”
Poi subito dopo intervengono i versi di John Donne: “Nessun uomo è un'isola, / completo in sé stesso; / ogni uomo è un pezzo di terra, / una parte del continente. / Se anche solo una zolla / venisse lavata via dall’onda del mare, / l'Europa ne sarebbe diminuita, / come se le mancasse un promontorio, / o una magione amica / o la tua stessa casa. / Ogni morte di uomo mi diminuisce / perché io sono parte dell'umanità…”
E’ un richiamo alla realtà, quella realtà della “terra”, a fronte di cui lo spettacolo del “mare”, l’infinita distesa d’acqua azzurra, lascia sognare.
E con i sogni e il mare, il pensiero vaga lontano, lontano dalla terra e dalla sua quotidianità, in una dimensione metafisica, quella che sta oltre ed in un certo senso nascosta “dietro” la realtà. Siamo dunque alla filosofia: qui, io non posso fare a meno di notare come ho trasfuso i miei sentimenti in due differenti personaggi, il giudice Di Cosimo ed il commissario di polizia Valenzano, rendendoli sotto un certo aspetto affini nello spirito, simili nelle loro curiosità intellettuali ed entrambi suggestionati da uno spettacolo teatrale, a cui assistono come spettatori indipendenti l’uno dall’altro e tra di loro sconosciuti.
Consapevole di questa affinità spirituale tra i miei due personaggi, ho avuto modo di farli anonimamente incontrare, nel senso che il più anziano nota il giovane commissario tra la folla, pur non conoscendolo, quasi a voler pilotare dall’alto un simbolico passaggio di consegne:
“La sera prima, dopo la fine della prima scena…, vi era stato un lungo intervallo; gran parte degli spettatori era defluita sullo spiazzo, dove diverse postazioni mobili vendevano panini e bevande e piatti caldi; anche Di Cosimo aveva finito per mischiarsi alla folla ed aveva mangiato un panino caldo; nell’occasione aveva notato un giovane dai modi educati, da lui giudicato poco più che ventenne, vestito in giacca e cravatta, che si muoveva da solo tra la folla e che con grande compostezza aveva mangiato e bevuto; ecco aveva pensato a sé stesso quando era più giovane; poi era andato con la mente al figlio ed ai compagni di giochi del figlio.”
Ma che cosa c’entra la filosofia, seppure introdotta surrettiziamente nella trama, con un romanzo giallo?
La filosofia è essenzialmente interrogativo e dubbio, il doppio, il duplice, Edipo, la Sfinge, l’enigma. In presenza di un delitto, ogni interpretazione trascina con sé il dubbio, l’enigma, che l’investigatore deve sciogliere. Che cosa pensa in proposito il protagonista del mio romanzo?
“Se come pensava o voleva figurasi Di Cosimo, una mano invisibile aveva scritto il testo della trama dei delitti compiuti, l’interpretazione di questo testo non poteva sottrarsi al criterio di ricerca della verità per approssimazioni successive.”
Egli segue la traccia della ragione, ma non gli è sconosciuta la via del sentimento, che gli suggerisce un ulteriore passo nella realtà, meno metafisico e più soggetto alla generazione ed alla corruzione del tempo: “Sapeva che la storia che lui aveva cercato di decifrare, applicando il suo criterio ermeneutico, era sempre necessariamente incompleta e quindi aspettava sempre la scadenza successiva, il momento ulteriore rispetto all’attuale…”
Forse, alla fine, la filosofia non basta.
Patrizio Sesto Rubino - Giallista per diletto
(Il maresciallo)
Sono uno scrittore dilettante anche se non più in verde età. Ma prima di tutto sono un lettore appassionato di romanzi di vario genere. Mi piace che abbiano un certo ritmo ed i personaggi siano molto umani e credibili.
La lettura è un hobby, un passatempo, ma soprattutto un arricchimento culturale. La preferisco spesso al cinema a alla Tv per il suo ritmo più blando, per la miglior definizione dei caratteri, insomma è più consona al mio carattere e alla mia età in confronto a film di auto che saltano come canguri o fiction meno credibili di Biancaneve.
Il poliziesco specie di alcuni autori tipo Simenon, Christe o Camilleri hanno le caratteristiche che mi piacciono in un romanzo e sono diventate la mia lettura preferita. Non avrei mai pensato di poter scrivere qualcosa anch’io. Ho una discreta facilità di scrittura ma pensavo mi mancasse la fantasia necessaria a trovare una tramacredibile.
Non so come mi è nata in testa una storia. Prima un personaggio: un maresciallo dei Carabinieri.
Qui si potrebbe pensare a cose viste in TV da Proietti a Manfredi o Montalbano (confondendo Polizia e Carabinieri). Spero di non aver inconsciamente copiato e che il mio Maresciallo abbia una sua personalità propria.
La trama è venuta quasi da sé mentre la scrivevo: un personaggio ucciso, dei sospettati, vari alibi che si rinforzano o cadono, una storia di innamoramento, un finale spero inatteso e credibile.Scritto il romanzo mi son chiesto cosa farne oltre a farlo leggere a parenti. Ho cercato su Internet tra i concorsi letterari quello che più mi sembrava adatto all’argomento ed ho deciso di confrontarmi con una giuria per vedere quanto vale ciò che ho scritto. So di non essere un Simenon che la mia trama non ha l’ intricata arguzia di Agata Christie, mi accontento che chi mi legge trovi i personaggi ben delineati, credibili e alla fine non sia pentito di aver dedicato il suo tempo a leggere quello che ho scritto.
Claudio Gianini - Giallista in Pole Position
(Punto di rottura)
Dunque, chiedere ad uno scrittore, o presunto tale, di scrivere qualche riga sul perchè scrive può essere pericoloso e rischia di indurre il soggetto in questione alla narcisistica stesura di pagine e pagine. Di un nuovo romanzo, in definitiva. Cercherò pertanto di tenere le dita a freno e di toccare solamente alcuni aspetti fondamentali.
Ho presentato al concorso "L'Indizio Nascosto" un giallo tecnologico, ossia una vicenda dove gli aspetti tecnologici di un particolare ambiente (in questo caso si parla di Formula Uno) sono parte essenziale della storia, della caratterizzazione dei personaggi, dei metodi impiegati per compiere i delitti. Esempi eccellenti di questo tipo di thriller sono, a mio avviso, "Punto Critico" e "Preda" di Michael Crichton, ma anche moltissimi romanzi di Isaac Asimov, anche se in questo caso specifico la tecnologia facilmente sconfina nella fantascienza.
Perchè un giallo di questo tipo? Sicuramente in primo luogo perchè la professione che mi procura il pane è quella di ingegnere e la mia formazione culturale si affaccia pesantemente nel mio modo di ragionare (e per scrivere un giallo bisogna ragionare molto). In seconda istanza perchè ho lavorato per tre anni in Ferrari (quella della Formula Uno) e anche adesso, dopo una pausa sempre nell'ambito del motorsport, sono impiegato in un team di Formula Uno (la Toyota di Colonia). Per cui c'è stato un momento della mia vita in cui volevo raccontare questo mondo da un punto di vista meno illusorio, spogliandolo di quella patina dorata con cui spesso viene dipinto e tentare invece di renderlo per quello che è. Magari esagerando un po'.
Devo dire poi che questo è il mio primo romanzo, dopo una serie di racconti brevi con temi disparati e la pubblicazione di una raccolta di brevissime storielle d'amore. E dopo la pubblicazione di un manuale tecnico. Ecco, forse in quel momento sentivo l'esigenza di coniugare gli aspetti narrativi con quelli ingegneristici, in una sorta di opera che racchiudesse in sé le mie due metà, razionale e passionale.
Ho poi scritto e pubblicato altri due romanzi (Black Out e Nemmeno Dio), che però definirei più "noir" che non gialli in senso stretto: i personaggi di questi due lavori sono infatti più umani, più reali, pensano di più, a volte troppo. Insomma, sono. E i delitti, gli omicidi, i fatti di sangue sono più uno sfondo che non il centro della vicenda. E dato che invece Punto di Rottura è un giallo puro, partecipare a questo concorso era quasi un obbligo per verificare se, almeno dal punto di vista della pura trama, la vicenda narrata regge. Perchè dal punto di vista stilistico il mio editore dice di no. E forse, visto il percorso che ho seguito nella scrittura dei miei romanzi, non posso nemmeno dire di essere attratto dal genere giallo. Perchè a me non interessano tanto il meccanismo di un omicidio e le indagini necessarie a svelare il colpevole quanto le pulsioni alla base di atti così violenti da portare alla morte di qualcuno. La foga, la violenza, l'ira, il desiderio: tutte espressioni di estrema vitalità che si contrappongono, pur provocandola, alla morte. Sono i dualismi ad intrigarmi: uomo-donna, bene-male, luce-buio, caldo-freddo, troppo-troppo poco.
Ma sto divangando e vorrei quindi concludere con una curiosità: lo spionaggio e i sospetti di sabotaggio in Formula Uno sono di grande attualità, viste le recenti questioni intercorse tra Ferrari e McLaren: chiaro, in realtà e per fortuna non ci sono stati morti né incidenti. Ma gli interessi economici in gioco restano altissimi.
Enrico Luceri - L'intrigo kafkiano
(Gambetto)
L’indizio nascosto
Ho deciso di partecipare a questo concorso perché mi sembra adeguato a chi scrive gialli classici, anche se resi opportunamente attuali dalle tematiche e dalle caratteristiche dei personaggi. Un’iniziativa che trovo molto interessante e non a caso è nata da un sito attento a cogliere con passione e competenza tutte le sfumature del genere narrativo come Giallografia. E poi è sempre utile e stimolante confrontarsi con l’opinione di una giuria così qualificata e con altre opere che immagino curate e sviluppate secondo una tecnica tradizionale e innovativa al tempo stesso, una contraddizione solo apparente di chi scrive gialli.
Gambetto
Il titolo del romanzo è una citazione della mossa degli scacchi con cui si sacrifica un pezzo, in genere un pedone in apertura, per mangiarne all’avversario uno di valore maggiore. L’evoluzione della vicenda chiarirà il significato della metafora.
Una cittadina dell’Italia centrale vive sotto la minaccia di un inafferrabile e feroce serial killer che i giornali con scarsa fantasia hanno già ribattezzato Il Mostro. Lorenzo, tranquillo impiegato trentenne dai ritmi tanto metodici quanto rassicuranti, vede la propria esistenza sconvolta da una serie di fortuite circostanze che lo rendono testimone oculare di un omicidio.
Le modalità dell’assassinio sono tali che l’opinione pubblica attribuisce frettolosamente il crimine al Mostro, ma forse dietro l’apparenza si nasconde una verità molto più complessa e dolorosa.
Con grande stupore delle donne della sua vita, Valentina, la moglie, e Sandra, la sorella maggiore, il timido e svogliato Lorenzo s’improvvisa detective per affrontare chi vorrebbe chiudere per sempre la bocca dell’unico testimone del delitto. Valentina e Sandra, due figure femminili fragili e forti, alle prese con un problematico rapporto con una maternità inespressa. Altrettanto determinata e insicura nel proprio intimo è Paola, responsabile delle indagini per la Polizia di Stato.
Sempre più nitidamente si affaccia l’ipotesi che l’autore dell’ultimo assassinio possa essere un emulatore del serial killer o forse qualcuno che aveva interesse a calare Lorenzo nei panni di uno scomodo testimone da terrorizzare prima ed eliminare poi. Ma chi può odiare così tanto il trentenne mite e pigro impiegato di una banca di provincia?
Percorrendo piste investigative diverse ma che conducono allo stesso luogo, un appartamento fermo nel tempo e nello spazio dove tanti anni prima si consumò un terribile trauma, i personaggi giungeranno infine a scoprire una verità inaspettata e dolorosa.
Rileggendo a distanza di tempo i tre romanzi che ho scritto, mi accorgo che Gambetto è quello che raccoglie in sé il maggior numero di influenze possibili, dall’impostazione cinematografica all’intreccio sviluppato attorno a un numero ristretto di personaggi, con uno sfortunato e incolpevole protagonista catapultato in un’inspiegabile spirale di violenza nel quale tutte le azioni sembrano convergere in un appartamento sospeso nel tempo e nello spazio, dove qualcuno subì, un giorno lontano, un violento trauma. Influenze che si manifestano anche simbolicamente in nomi che stabiliscono delle relazioni precise: per esempio, la via dove vive Lorenzo si chiama “Calcabrini”, come il commissario di “Profondo Rosso”, mentre quella della bambina bionda ha un nome altrettanto evocativo: via “Berto Consalvi, pittore naĭf”, con preciso riferimento all’autore del quadro che scatena la furia dell’omicida ne “L’uccello dalle piume di cristallo”. Inoltre l’assassino veste un impermeabile con un cappello calato a nasconderne il viso, e le mani calzano guanti di pelle nera prima di impugnare un grosso coltello, come nelle sequenze più significative, sottolineate dal commento musicale della filastrocca natalizia, ancora di “Profondo Rosso”. Il movente segreto legato al trauma subito nell’adolescenza da chi in futuro avrebbe architettato il piano diabolico di terrorizzare Lorenzo, prima di ucciderlo, ha una notevole affinità con quello sviluppato nella trama di “Quattro mosche di velluto grigio”. Il ruolo delle donne merita un’analisi a parte: chi è la bambina del prologo, oltre trent’anni dopo? Forse la sorella di Lorenzo, Sandra, o la moglie, Valentina, o ancora Paola Santini, la poliziotta? Il motivo della donna senza volto, dall’identità nascosta ha un’importanza fondamentale in diverse mie opere.
Il tema sotto traccia, quello che diventa il vero protagonista della storia, poiché ne determina l’esistenza stessa, è la privazione dell’affetto. Amore sottratto, amore rubato. Una bambina vive traumaticamente l’annuncio dei genitori che presto un fratellino verrà a farle compagnia. È minacciosa la prospettiva di affrontare un intruso deciso a confinarla nell’abisso di solitudine della sua cameretta, mentre lui, al sicuro nella culla, calamiterà tutte le attenzioni di mamma e papà. La paura di essere lasciati, anzi abbandonati, di restare soli, l’abbiamo vissuta tutti, a torto o a ragione, solo che nella maggior parte siamo riusciti a superarla, anche faticosamente. Certo non è facile, a volte nella vita si è particolarmente fragili e lo sforzo di vincere il senso di frustrazione determinato da quell’abbandono ci sembra insopportabile, però alla fine dobbiamo farcela e riusciamo a superare anche questa prova. Ma alcuni no. Alcuni non ce la fanno. Magari non ce ne accorgiamo, perché loro hanno deciso di mascherarlo, o forse non se ne rendono conto essi stessi. O ancora credono che ciò che hanno semplicemente perso sia stato in realtà rubato da qualcuno. Quindi la loro vittima è un ladro da punire, che verrà trascinato davanti a un tribunale in cui la stessa persona ricopre il ruolo di pubblico ministero, giudice e boia. La sentenza sarà eseguita a qualsiasi costo, anche di sacrificare altri innocenti.
Cosa scrivo, come e perchè
Scrivo perché trovo che sia un modo per conoscere il nostro aspetto più nascosto. C’è sempre qualcosa di autobiografico nello scrivere, e spesso nelle parole riusciamo a esprimere sensazioni sconosciute che finiscono per sorprendere noi stessi per primi. Tutto ciò va al di là della banale immedesimazione fisica o caratteriale in un personaggio. Naturalmente valgono sempre le motivazioni tradizionali: per la fama, per essere letto, per farsi conoscere, ecc. Per il regista Dario Argento la molla principale è “essere amato”. Che non significa cercare di piacere al maggior numero di lettori/spettatori, ma dare di sé un’immagine positiva, di uno che fa le cose per bene, non scrive banalità, anche in un genere di pronto consumo. Condivido completamente, vale anche per me.
Quando mi viene un’ispirazione, l’appunto su un’agenda, integrandola di volta in volta con nuovi particolari e precisazioni. A volte parto solo da un titolo che mi ispira o mi sembra evocativo, poi gli adatto un’idea che lo giustifichi. Se sono certo che la trama sia ormai definita, la trascrivo sul computer e sviluppo una sceneggiatura, esplicitando dialoghi e ambientazioni. Infine estendo quest’ultima in una narrazione vera e propria. Ho un'ispirazione molto selettiva: quando mi concentro su una trama, la sento crescere costantemente e prendere forma, man mano che ne appunto lo sviluppo. È molto raro che in questa fase mi vengano idee per altre storie. Non ho mai avuto quindi la sindrome del foglio bianco.
Scrivo gialli classici. Cosa si intende? Sono quelle storie che hanno una struttura ben definita, a blocchi, si potrebbe dire. C’è uno stato di quiete originaria, ma si capisce subito quanto sia fragile, cui subentra un fatto traumatico, in genere un omicidio, segue l’indagine (non è detto che sia svolta dagli investigatori canonici, ma anche da un outsider) e la soluzione dell’enigma, dove l’assassino è smascherato e la funzione catartica dell’epilogo si manifesta con evidenza. Anche il giallo classico si adegua rispetto alle origini e cerca di coniugare l’enigma tradizionale con il thrilling delle atmosfere e delle motivazioni, spesso psicologiche, se non nevrotiche. Il movente diventa quindi fluido e chiaro nello stesso tempo: non più interesse, passione, o rabbia, ma qualcosa di più complesso, che affonda le radici in un passato lontano e doloroso. In questo senso, dilatando il ruolo del protagonista, questo diventa quel fatto o personaggio o luogo senza il quale la storia non avrebbe significato.
Ogni mia trama è un cocktail con 3 ingredienti che possono variare in percentuale: fantasia, esperienze di vita personali (vicende vissute, o di cui sono stato testimone, o di cui ho sentito parlare; persone; luoghi) e memoria di genere (narrativa, televisione, teatro, cinema). Ovviamente tutto va esasperato e piegato alle esigenze di strutturare una trama gialla thrilling.
Mi spiego: immagino ogni storia come una pianta che nasce e cresce ma non può morire. Perlomeno non in senso tradizionale: nel peggiore dei casi una storia è destinata all’oblio, che per una forma di vita come quella letteraria può essere assimilata a una scomparsa. Come ogni vegetale nasce da un seme (la fantasia), piantato in un terreno (la nostra esperienza personale), alimentato nella crescita dagli agenti atmosferici e ambientali (le influenze letterarie e cinematografiche che abbiamo maturato). Quando i fattori che ne determinano nascita e sviluppo sono equilibrati e omogenei la storia avrà sicuramente una struttura adeguata, più snella per un racconto più robusta per un romanzo. L’aspetto stilistico è il passo immediatamente seguente: verificata l’affidabilità della struttura, si tratta di rivestirla dell’abito più adeguato. Ogni storia ha una cifra, un andamento, ed è immersa in un’atmosfera che deve essere trasmessa al lettore: anche in questa fase l’equilibrio delle componenti è fondamentale. Quindi la trama deve essere espressa in uno stile che l’accompagni e non la contrasti. Ritmato, coinvolgente, freddo, allucinato, delirante, e altro ancora, per aderire come una pelle a una storia pulp, noir, thriller, splatter e così via.
Non mi sono imposto dei canoni, quindi i passi che ho appena descritto sono stati verificati empiricamente. Quando mi viene un’idea, un’ispirazione che mi sembra valida, mi sento il contadino che getta il seme sul terreno e ancora non sa se esso un giorno germoglierà. Apro il mio quaderno e appunto qualche nota sulla storia. Come ho detto poco prima, talvolta parto da un titolo: mi piace, lo voglio usare, quindi comincio a costruirci sopra una trama che lo richiami o lo rispecchi. Certo non arrivo al virtuosismo di Dario Argento: quando scrisse il soggetto di uno dei suoi primi film, “Quattro mosche di velluto grigio”, partì proprio da quel titolo bizzarro, come mi ha detto il regista Luigi Cozzi, co-autore della sceneggiatura. La fase di gestazione dell’idea di base può durare più o meno a lungo, secondo il tempo che ho a disposizione. Poi arriva un momento in cui mi rendo conto che la struttura è definita ed è tempo di passare a un livello di dettaglio superiore: comincio a definire i personaggi, i luoghi in cui intendo farli vivere, le circostanze che li spingono ad agire. Annoto a margine ogni riferimento letterario e/o cinematografico che mi sia venuto in mente analizzando la storia, o, al contrario, che l’abbia ispirata. Le descrizioni di luoghi, personaggi e circostanze che preparo sono molto accurate, anche se poi ne uso solo una parte nello sviluppo della trama. Per me è comunque importante avere chiara un’immagine, netta, precisa, come se la persona fosse davanti a me, oppure mi trovassi a passeggiare in un certo luogo o stessi vivendo ben precise situazioni. In altre parole, mi calo completamente dentro la vicenda, nei panni di un testimone che descrive ciò che vede. Meglio ancora un regista che, armato di una cinepresa, stia filmando in una serie di sequenze ciò che la sua mente immagina. Esiste un confine, un limite invisibile ma sensibile, oltre il quale la mia trama non potrebbe crescere di più: a questo punto, inizio a scriverla con il computer, un giorno dopo l’altro. Il periodo della prima stesura dipende dalla lunghezza dell’opera. Quando ho scritto il mio primo romanzo, “Perché sei tornato?”, ho impiegato solo un mese e mezzo, soprattutto perché avevo preparato una sceneggiatura assai minuziosa, una struttura scandita dall’alternarsi delle scene, così ogni pagina scivolava via facilmente, come se le parole uscissero direttamente dalla bocca dei singoli personaggi. In seguito ho impiegato un altro mese per rileggere il dattiloscritto, correggendo qua e là tutto ciò che non mi sembrava essenziale alla trama. Ho ripreso il romanzo due anni dopo e l’ho esaminato criticamente da capo a fondo: l’ho asciugato, anzi sfrondato, se la metafora della pianta è ancora valida, quanto basta per ottenere ciò che volevo. Cioè una trama volutamente fredda e minuziosa, in cui non c’è, non ci può essere, posto per le riflessioni più intime dei personaggi. Evidente, altrimenti l’enigma sarebbe risolto a pagina 5, visto che in genere chiunque compaia sulla scena nasconde un segreto inconfessabile, un’altra identità, una motivazione misteriosa che lo spinge ad agire in un certo modo. Quindi, poiché è comunque disonesto ingannare il lettore, mi limito a seminare una serie di indizi che, definendo in maniera chiara il carattere dei personaggi, evidenziano i loro comportamenti incoerenti e dunque sospetti.
L’evoluzione della scrittura di ogni mia storia corrisponde in un certo senso a quella di un film di cui sono allo stesso tempo autore del soggetto, sceneggiatore e regista. Talvolta anche interprete. Un regista privilegiato perché mi posso permettere il lusso di scegliere i miei attori di carta come meglio credo, senza limiti di budget! Quando scrivo una trama, mi piace immaginare subito quale volto e carattere dare al personaggio, cioè con quale fisicità farlo muovere sulla scena e da quali passioni, più o meno nascoste, farlo agitare. Nel romanzo “Perché sei tornato?”, ho lasciato interpretare la parte della moglie del protagonista, Alfredo, da Veronica Lake (opportunamente ribattezzata Veronica Laghi), mentre il commissario Viani ha l’aspetto e le movenze dell’attore che recitava una parte simile nel film “Bianca” di Nanni Moretti. Il ruolo di Alfredo, l’ho lasciato per me. Ho interpretato anche il ruolo del poliziotto nel racconto “Trauma”, dove la protagonista, Ornella, ha il volto di una mia amica, che ritroveremo nel ruolo di Valentina nel romanzo “Gambetto”. Nei racconti “Compagni di scuola” e “Il miglior perdono è la vendetta” compaiono i miei veri insegnanti e alcuni studenti della mia stessa classe, che recitano nella parte di se stessi. Spero che non si riconoscano, perché fanno una brutta fine, quasi tutti! Niente di personale, naturalmente.
Mettiamo subito le carte in tavola, a scanso di equivoci: a me piace scrivere dei gialli thrilling, cioè delle storie che riescano a coniugare il meccanismo dell’indagine con il brivido della suspense. In altre parole una trama che discenda direttamente dalle costruzioni cinematografiche e televisive innovate da Dario Argento all’inizio degli anni ’70 e sviluppate compiutamente dallo stesso regista e da tanti suoi più o meno degni epigoni nel decennio seguente. La mia è stata una scelta che si spiega empiricamente con i chilometri di pellicola e i chili di pagine di cui mi sono nutrito nella mia adolescenza e gioventù che coincide, appunto, con il periodo d’oro del thrilling all’italiana. Quando esistevano solo due canali televisivi della Rai e l’offerta cinematografica era per forza di cose ridotta all’osso, i cinema presentavano i film con tempi e durate oggi impensabili. Se non ricordo male, “Profondo Rosso” fu uno dei maggiori successi del 1975: insieme ad “Amici miei” e “Fantozzi” rimase in prima visione per diversi mesi. Inoltre da giugno in poi, quando una parte delle sale effettuava la chiusura estiva, le restanti presentavano ciclicamente una serie di pellicole, più o meno recenti, che facevano la gioia di ogni cinofilo, fra cui tanti gialli. Anni dopo li ho collezionati, quei gialli, scovandoli nelle programmazioni notturne delle televisioni private o nelle videoteche dei negozi di genere che bazzico. Ebbene, rivedendoli a distanza di anni mi sono accorto che tutto sommato avevano lasciato in me delle sensazioni precise, sia come sviluppo della trama che delle soluzioni di impatto visivo.
Ancora adesso sono un collezionista di letteratura gialla e un lettore onnivoro, anche di saggistica. Ho una biblioteca di circa mille titoli, equamente divisi fra scrittori italiani e stranieri, storia del cinema e del romanzo thrilling, cronaca nera e psicologia. Le letture hanno influenzato in misura maggiore o minore la mia produzione: Agatha Christie, la regina dell’intreccio psicologico, una matassa apparentemente ingarbugliata risolta solo all’ultima pagina quando l’immancabile detective deus ex-machina svela il nome dell’assassino, al solito il più insospettabile personaggio; Cornell Woolrich, inventore e massimo esponente del gotico americano, dove il protagonista è non di rado un individuo qualunque, improvvisamente catapultato in un incubo scuro come le tenebre, da cui riuscirà, forse, a svegliarsi, rimanendo però con la consapevolezza che nella vita esistono solo perdenti; Earl Derr Biggers, il creatore di Charlie Chan, il poliziotto di origine cinese dal linguaggio perifrastico che coniuga le tecniche della moderna investigazione con l’intuito orientale e la saggezza di una civiltà millenaria. Peccato che il nome dell’autore di trame avvincenti, al limite fra il noir e il giallo classico, spesso ambientate in luoghi esotici, sia legato a una sfilza di film prodotti a basso costo da Hollywood, dove l’investigatore è una simpatica macchietta e nulla più. Potrei continuare a lungo, esplorando i sentieri della narrativa gialla italiana che percorro abitualmente ma l’elenco sarebbe troppo lungo. Quello che è chiaro è che a me piace inventare delle storie dove il delitto è anche la conclusione, e non solo l’inizio, di una storia, la fine di un tormento insopportabile, avvolto nelle pieghe di un trauma lontano che un giorno si è svegliato e chiede prepotentemente un pesante tributo di violenza. Un vortice che finirà per inghiottire un personaggio anonimo, talvolta coinvolto per circostanze casuali, che dovrà soffrire e rivelare insospettabili capacità di reazione per giungere vivo all’ultima pagina, o all’ultimo fotogramma, dove il volto dell’assassino avrà un nome. E saranno un nome e un volto che conosciamo bene, anche se non lo avremmo mai sospettato, nella classica tradizione del “Whodunit”. Ė altrettanto evidente che non mi interessa descrivere un’indagine tradizionale, dove la verità si fa strada volta per volta, seguendo i progressi scanditi dalle moderne tecniche d’investigazione. I miei personaggi hanno vite esclusivamente funzionali alla trama e al suo scopo: creare della tensione. Pertanto niente poliziotti o carabinieri alle prese con i problemi adolescenziali dei figli, con la difficoltà di mantenere la famiglia con uno stipendio solo, o in crisi coniugale con la moglie. Niente di tutto ciò: con tutto il rispetto, il modello di “Hill street giorno e notte” o “Distretto di polizia” non mi interessa. Scrivo storie che siano verosimili e non vere, realistiche e non reali, una fuga dall’ansia che cade nell’angoscia e nella paura per approdare nel delirio vero e proprio, quello che stringe in una morsa la mente di quella persona che un giorno lontano visse un trauma. Un dolore che ora si è risvegliato dal suo letargo mentale e bussa forte per chiedere ciò che considera giustizia e potrebbe, il condizionale è d’obbligo, averne le sembianze. Ma solo quelle, perché la violenza è comunque da condannare e infatti all’ultima pagina, o nell’ultimo fotogramma, il “denouement” dell’intrigo contribuirà a ripristinare la tranquillità lacerata nel gorgo della paura. Ma sarà una serenità diversa, più consapevole, dopo il travagliato viaggio nelle angosce della mente: perché scrivere, spiegare, analizzare non vuol dire giustificare, ma capire. E solo chi comprende può rischiare di stabilire un confine fra giustizia e sopraffazione.
Sandro D'Elia - Tutta colpa della zeppola
(Solo la luna sa)
È tutta colpa di un dolce alla crema.
Si chiama zeppola. Buono, buonissimo, è una ciambella di pasta fritta oppure al forno, coperta da una montagna di crema gialla con un’amarena sulla cima. È consigliato in tutte le diete, naturalmente. Dalle mie parti si dice che qualcuno ha la “zeppola in bocca” quando non sa pronunciare la “esse”. Non ho mai capito perché: se parli davvero con una zeppola tra i denti, è vero che non riesci a dire la “esse”, ma nemmeno le altre consonanti o vocali vengono fuori molto bene, forse con l’eccezione di qualche “emme” o di suoni strani come “glglglg” o “nvnvnvnv”.
Bene, io ho la “zeppola in bocca”. Le sibilanti non sono mai state il mio forte, ho seri problemi nello spelling, e qualche amico che mi prende in giro per questo da trent’anni. Sì, è vero, si tratta di qualcuno che non ha niente di più interessante da fare. Comunque, quando mi è venuto in mente “Solo la luna sa”, con quelle due bellissime “esse” sonore e rotonde, ho capito subito che era il titolo giusto: non avrei mai potuto pronunciarlo ad alta voce, ma almeno mi garantivo la soddisfazione di scriverlo in caratteri enormi sulla prima pagina del mio romanzo.
Già, trovato il titolo bisognava scrivere il romanzo, ma questo non è stato molto difficile. Metti insieme un po’ di ricordi, aggiungi qualcosa che non hai mai avuto il coraggio di fare, poi immagini di essere bello, intelligente e simpatico e ti chiedi che cosa cambierebbe nella tua vita, che cosa faresti se non fosse tutto un sogno. Anche inventare i posti è facile: prendi quelli che conosci, e che sono squallidini e normali come tante cose della vita di tutti i giorni, e li fai appena un pochino più interessanti. Non c’è bisogno di altro, basta guardare fuori dalla finestra, o negli occhi del signore seduto davanti a te nella metropolitana, e troverai molto più di quello che ti serve.
Le storie sono come i figli: fai una minima fatica all’inizio, pensi che sia tutto sotto controllo, ma poi ti accorgi all’improvviso che il processo ti sfugge di mano e sei costretto ad inseguire gli avvenimenti. Non ci puoi fare più niente, tranne restare a guardare. All’inizio la storia sembra proprio come la volevi, mancano solo i parenti che dicono: “ha gli stessi occhi azzurri del papà”. Eh già, è una tua creatura, la controlli perfettamente, è il prodotto del tuo genio, ti senti fiero come nessuno al mondo. Poi le pagine aumentano, e scopri che i tuoi personaggi non sono proprio come te li aspettavi. Accidenti, non sono perfetti, assomigliano ai parenti scoccianti o ai colleghi antipatici, gli vengono i tic, si mettono le dita nel naso o si grattano l’orecchio. Peggio ancora: russano la notte e gli scappano le scoregge in ascensore. Ma come fai a scrivere cazzate del genere? E poi, la trama! Non ne parliamo! Avevi cominciato a descrivere il delitto perfetto, un meccanismo scintillante che tutti avrebbero ammirato a bocca aperta. E invece, che cosa esce fuori? Un piccolo errore lì, un indizio dimenticato da un’altra parte, una traccia che l’assassino non ha il tempo di eliminare… alla fine, viene fuori una storia da quattro soldi, come quelle cosucce che leggi in cronaca nera, la moglie che ammazza il marito per due centesimi di pensione o l’amante tradito che si vuole vendicare. Ma chi la leggerà mai una cosa del genere? In fondo c’è già la vita che è piena di storie incredibili, perché ne vuoi inventare un’altra?
Appunto, è questo il problema. Non c’è un motivo per cui qualcuno prende la penna o il computer e si mette a scrivere. Succede, e basta. Secondo me è come una malattia, una cosa che ti prende a tradimento e da cui è difficile guarire. Un virus che ti fa dire a moglie e figli, dopo cena, “vado a scrivere qualcosa” con gli occhi bassi e l’aria di chi si vergogna, o che ti prende all’improvviso mentre sei a chiacchierare con gli amici o in una importante riunione di lavoro, quando vedi il direttore che si trasforma davanti ai tuoi occhi nel lupo mannaro del tuo ultimo racconto, si copre di peli e comincia ad ululare mentre fa finta di commentare il budget dell’ultimo trimestre.
Io credo di essere ormai un caso disperato. Ma mi sto curando: adesso scrivo tutti i giorni, così prima o poi le storie nella mia testa finiranno, e sarò libero di guardare ogni sera la televisione. Manca ancora poco, lo sento, e poi tornerò ad essere una persona normale.
Sandro D’Elia – agosto 2007
Beniamino Sala - Scrittore pre-disposto
(Morte sull'Appennino)
Circa la mia partecipazione a: “L’indizio nascosto”
Come nasce la voglia di scrivere? Quale irrefrenabile stimolo spinge schiere di persone (appartenenti a tutte le classi sociali, immagino) a buttarsi su macchine da scrivere e computers con l’idea di provarci almeno, a dare al mondo il proprio apporto fondamentale alla letteratura? Molti amici, conoscenti, parenti, scrivono. Poesie, autobiografie, racconti, perfino romanzi, mi vengono sottoposti di frequente: “Leggilo, e dammi un parere.” C’è anche chi, non ritenendosi proprio un premio Pulitzer, ma ha delle cose da comunicare (in genere la propria esperienza di vita) mi chiede di fargli da penna.
Questo abbordaggio letterario non avviene tutti i giorni ma, vi assicuro, abbastanza spesso da impormi delle domande sul perché. Quali molle spingono la gente ad esternare su fiumi di carta ciò che le ribolle dentro? Io posso riflettere con cognizione di causa solo sulla mia esperienza personale, naturalmente, che sarà simile, e diversa, da quella di tanti altri.
Chissà se c’era una naturale “pre-disposizione” nell’essere costantemente il più bravo a scuola, nei temi scritti di italiano? Certo che se quel ragazzo è cresciuto, e più tardi la vita lo ha portato in tutt’altri luoghi, il ricordo di quei componimenti letti in classe è sempre stato il mio filo d’Arianna che infine, molti anni dopo, mi riportò lì: a ritrovarmi, un po’ sorpreso, anche un po’ spaventato, con una penna in mano e tanta voglia di provarci, finalmente, a fare sul serio. C’erano dentro tutte le tensioni, le aspettative, le frustrazioni di una vita il cui bilancio, confrontato ai sogni di quello scrittore in erba, non era certo il massimo.
Ne è venuto fuori il mio primo romanzo. Un po’ autobiografico (come inevitabilmente accade), raccontava del furto di dieci miliardi -una somma enorme, per allora- compiuto ai danni di una banca da un impiegato della stessa. Ci misi dentro aneddoti giovanili, amici ritrovati, forti sentimenti. Non era un brutto romanzo.
Romazi, racconti, poesie. Non ho più smesso, da allora. Essendo impegnato nel teatro amatoriale della mia regione come attore e regista, ci ho aggiunto anche commedie brevi e lunghe che allestisco, recito e rappresento io stesso.
Non ho mai pubblicato niente. Perché ci ho provato, a mandare il manoscritto a importanti case editrici: ebbene, mai nessuna risposta. Perché pubblicare è facile, se hai denaro da spendere. Il guaio è che non sai mai se l’editore sia più affascinato dai tuoi soldi o dall’eccellenza dei tuoi scritti. Perché infine, lo ammetto, non ho più tanta voglia di sbattermi. Vuol dire che i miei lavori resteranno nel cassetto, e pazienza se l’umanità si sarà perduta l’opera del secolo.
C’è un’altra strada, che percorro di tanto in tanto, ed è la partecipazione ai concorsi per opere inedite, che in genere assicurano la pubblicazione al primo arrivato. Anche lì, non hai molte garanzie, ma almeno partecipi a una gara, qualcuno ti confronta con altri, giudica, infine sceglie un vincitore.
Ecco la ragione della mia partecipazione a “L’indizio nascosto”. Avevo giusto un giallo nel cassetto, scritto a tempo perso un paio di anni fa. Parla di un efferato delitto avvenuto fra i monti, negli Appennini (forse l’idea è tratta da un fatto di cronaca, non ricordo). La traccia conduce a Milano e l’investigatore (anche qui c’è molta autobiografia), con un percorso tra neonazisti, immigrati clandestini e arrampicate sulle roccie granitiche della Lombardia, arriva a scoprire alla fine il classico assassino. C’è perfino tanto di sorpresa finale. Pur non essendo un giallista, ho cercato di metterci tutti gli ingrediente per farne un thriller intrigante. Auguri.
Volete sapere, ma per davvero, cos’è che mi spinge a scrivere? Bè, ve lo dico: il senso di libertà. Quando creo le mie storie, io volo! Quando inizio un romanzo, non so mai come finirà. Mi do, certo, uno schema di riferimento, ma posso seguirlo o meno, anzi, di solito devio in tutt’altre direzioni. Indago, scopro situazioni, definisco caratteri, faccio accadere le cose. Nei miei romanzi io sono il Demiurgo, e questo è stimolante. Da matti!
È di gran lunga, al di là di ogni editore ritroso, di ogni concorso non vinto, la ragione per cui vale la pena SCRIVERE.
Un ciao a tutti.
Beniamino Sala
Giorgio Diaz - Scrittore della domenica
(Lo sgozzatore di cigni)
Articolo – presentazione Lo sgozzatore di cigni
Sono uno scrittore della domenica. Da lettore accanito e onnivoro, già da tempo mi sono voluto cimentare con la scrittura, con molteplici forme di scrittura. Senza alcun risultato di rilievo, devo dire.
Sono un “giallista” per caso. Nelle mie letture non ho mai trascurato il “genere”, né mai l’ho considerato un tipo di letteratura di serie “B”, come usava un tempo. Ma non mi ero mai azzardato a scrivere un giallo, un noir, un thriller, o qualcos’altro che ne avesse la parvenza. Finché, verso la fine del secolo, il nascere e l’affermarsi di una nuova serie di autori italiani, giovani e meno giovani, non importa, il riemergere e il riaffermarsi di autori già in disparte, mi ha spinto a mettermi alla prova e sperimentare.
E’ nato così Il Nibbio dell’Uccellina, il mio primo romanzo di “genere” (noir, giallo? non saprei definirlo), che nelle mie intenzioni voleva essere leggero, ironico, dolente, e scritto in uno stile molto personale. E che sarebbe rimasto a dormire sulla mia scrivania come tutti gli altri, se sulla mia strada non fosse comparso Andrea Pinketts.
In precedenza avevo sempre spedito i miei dattiloscritti agli editori, come si faceva nella preistoria, ricevendo puntualmente le ben note risposte (“purtroppo non rientra nelle nostre attuali prospettive editoriali”, “siamo spiacenti ma il nostro catalogo è già programmato da tempo”, etc.). Poi ho scoperto internet e i suoi concorsi, quelli seri e quelli meno seri (a prescindere dal valore dei miei libri, sia ben chiaro: non ho mai preteso di essere Simenon).
Nella giuria di uno dei primi concorsi a cui ho partecipato c’era proprio lui, Andrea Pinketts, di cui avevo vagamente letto su qualche articolo di giornale come di un innovatore del genere. E’ andata a finire che il mio libro ha vinto il concorso ed è stato pubblicato. Credo che più che altro, più ancora della storia raccontata, a Pinketts sia piaciuto il linguaggio con cui era scritta, forse per una certa sintonia con il suo stile. “Ho letto questo libro quattro volte, prima di capirci qualcosa”, ha esordito alla presentazione, “ma poi alla fine mi sono reso conto che mi era piaciuto”. Ma di questo aspetto parlerò dopo.
A quel punto mi sono messo a leggere freneticamente libri gialli, favorito anche dalla ampia diffusione in libreria, e soprattutto in edicola. Ho detto che già in passato ero un lettore del “genere”, ma specialmente di quegli scrittori che si possono definire classici, dagli americani, Hammet, Chandler, all’implacabile Dürrenmatt, a Simenon (che mi ha sempre affascinato anche quando non è Maigret), tanto per fare qualche nome. A volte un giallo Mondadori, in anni più lontani, ma non certo assiduamente. Allora però mi si è aperto tutto un mondo: autori delle più svariate nazionalità, detectives impensabili, da Aristotele a Dante, storie per lo più ben congegnate, scritte più o meno bene. E poi gli autori di punta: lo stesso Pinketts, col suo stile funambolico e le vicende paradossali, Lucarelli preciso e inesorabile, e Camilleri, con il suo idioma e la sua ironia. Già Pinketts nella sua presentazione a Il Nibbio dell’Uccellina aveva scritto che il protagonista doveva qualcosa a Montalbano, ma io non me ne rendevo conto, non avendolo ancora mai letto. Solo dopo ho imparato a godermelo e in effetti lo sento molto vicino al mio modo di intendere la scrittura. Ma in generale mi piacciono quegli autori che sanno introdurre nel lento e monotono scorrere della vita quotidiana, nella banale normalità di personaggi che possono assomigliarci, la nota imprevista di un orrore inaspettato , che può venire da fuori o da dentro, ma che percorre con un brivido chi legge (appunto, per esempio, Dürrenmatt e Simenon).
Devo dire che, nella mia ricerca di stile, mi ero ispirato a un outsider di lusso del genere, uno dei miei scrittori preferiti in assoluto, non certo per volerlo imitare o accostarmi a lui, ma come per rendergli un omaggio postumo, pur premettendo “domine, non sum dignus”: Carlo Emilio Gadda di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana. L’ho letto e riletto negli anni e ne sono sempre stato incantato. Anche se non si tratta certo di un giallo “vero”, e anzi trascende le regole canoniche che ci sono state opportunamente ricordate per partecipare a L’indizio nascosto. Ma, secondo me, è il primo giallo moderno. Le digressioni, le puntualizzazioni, le descrizioni divaganti, le stesse imprecisioni dell’ingegnere sono a mio modo di vedere sublimi. Voglio dire che, con tutte le distinzioni possibili e immaginabili, mi ha fatto un effetto simile a The Life and Opinions of Tristram Shandy, Gentleman di Laurence Sterne, quando lo lessi la prima volta e mi apparve come il più moderno e originale dei romanzi. Penso, e sicuramente sbaglio perché non rientra nel canone, che sia un libro imprescindibile per un giallista di classe, più, e dirò un’eresia per i patiti, dei pur bravissimi pionieri, con in testa Scerbanenco, che pure apprezzo. E come non pensare a un altro caposaldo della letteratura tout court, ma anche in qualche modo del genere giallo, che secondo me è Sciascia (Il giorno della civetta, A ciascuno il suo), le cui storie essenziali e perfette costituiscono anch’esse un insegnamento imperdibile (e certo lo è stato per Camilleri). E tutti questi autori hanno in comune una dote fondamentale: l’ironia.
Certo, ognuno ha le sue preferenze, e si potrebbe ancora citare una pletora di scrittori importanti, prestigiosi, irrinunciabili, che magari ora non mi vengono in mente, o che non ho mai neanche letto. Ho frequentato per esempio a lungo Conan Doyle e resto sempre beneficamente stupito dai suoi libri: Sherlock Holmes mi incanta perché non sarei mai capace di concepire e di scrivere storie come le sue, con tanta esattezza.
Ma a questo punto, per tornare al gergo del mio primo giallo, che è poi lo stesso del secondo, Lo sgozzatore di cigni, che immeritatamente e di straforo partecipa a L’indizio nascosto, devo dire che i miei scarsi lettori si sono divisi: chi, come Pinketts all’inizio, non ci ha capito nulla e l’ha definitivamente chiuso dopo le prime pagine, chi invece è riuscito a entrare nel ritmo, ci si è cullato, e è arrivato in fondo.
Era proprio lo scopo che mi ero proposto all’inizio dell’opera: infondere una cadenza, come una cantilena anche se in qualche modo stonata, un ronzio nella mente, che, al di là delle singole parole, accompagnasse la lettura e desse carattere e significato ai personaggi, ai luoghi, agli eventi.
Si tratta di un miscuglio linguistico che accomuna il vernacolo (livornese) ad altre espressioni dialettali italiane, come un romanesco un po’ abborracciato, a frasi e parole di altre lingue (inglese, francese soprattutto), a termini desueti o reinventati. Quindi non posso dire che sia un romanzo “in livornese”, anche se in parte può assomigliargli e, in quella che dovrebbe essere la sua terra di origine, infatti non ha avuto granché successo.
Infine voglio dire che ho partecipato a questo concorso perché mi piace partecipare, al di là dei risultati, e perché mi ha ispirato la severità di Rina Brundu nel dettare le regole, alle quali il mio romanzo trasgredisce praticamente in toto, ma che mi hanno sedotto. E spero che ci sia qualcuno in grado di rispettarle e di essere insignito dell’ambito titolo: sono ansioso di conoscerlo e di leggerlo.
Lo sgozzatore di cigni è innanzitutto un omaggio al mio mentore, Pinketts: uno dei protagonisti, l’ispettore Pinkerston di Scotland Yard, è modellato su di lui, scrittore, ma anche personaggio, investigatore, sceriffo, avventuriero. E poi un tentativo di rievocazione del clima dei primi anni sessanta del novecento, in una Londra non ancora swinging, ma sul punto di diventarlo, in cui i giovani italici di provincia scoprivano le meraviglie della libertà d’azione e del sesso. Ma anche una storia di quella che un tempo (a quel tempo) si chiamava perversione, e poteva scatenare i lati bui dell’anima anche nei ragazzi