Il giallo che rispetta le regole vince e av-vince
un colloquio con Matteo Poletti
di Morena Fanti
Una scrittura originale e avvincente, quella di Matteo Poletti, vincitore del premio “L’indizio nascosto 2007”, con il suo romanzo Lo sguardo di Carola. Matteo è giovanissimo, classe 1979, ma ha già al suo attivo molte partecipazioni ai concorsi letterari, tante segnalazioni, vincite e pubblicazioni.
Laureato in Cinema – altra sua passione insieme alla letteratura gialla - nel 2003 al DAMS di Torino, con una tesi sul regista Blake Edwards, scrive di cinema per la rivista online WHIPART, ma non disdegna di impegnarsi nella cucina di un ristorante in un paese di montagna sereno e tranquillo, lavoro che gli lascia momenti in cui scrivere senza essere disturbato.
Nato a Susa, ora vive a Bussoleno, Valsusa, un paese della provincia torinese, e forse questo clima di provincia e i bei paesaggi di quelle zone, hanno favorito lo sviluppo della passione per la letteratura gialla: i piccoli paesi offrono molte occasioni di riflessione e di osservazione, doti che Matteo ha ben coltivato visto i risultati. I suoi racconti, e questo suo romanzo Lo sguardo di Carola, offrono un bel mix di scrittura interessante, storie originali, buona cura dei personaggi e dell’ambientazione.
C’è tanta attenzione ai particolari nei suoi racconti gialli. Gli indizi sono seminati ad arte e le mosse dei protagonisti sono disegnate seguendo dei contorni ben tracciati dall’autore. Viene quasi da pensare che Matteo Poletti abbia appeso davanti al suo pc un cartello con le venti regole di Van Dine per scrivere un Giallo – e magari è davvero così.
Credo che Matteo Poletti ci riserverà ancora delle belle sorprese.
Questo ragazzo è da seguire, proprio come fosse un indizio di un romanzo Giallo.
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La scrittura è spesso un giocare con le parole e con il lettore, porgendogli situazioni e personaggi stimolanti e avvincenti. La letteratura gialla, lo è ancora di più degli altri ‘generi’. Forse è per questo che ti piace tanto?
Certamente. Senza conflitto non c’è dramma, non c’è tensione. Certo si può fare letteratura semplicemente raccontando una storia quotidiana… come ho passato la giornata di ieri, o una domenica trascorsa al mare… Ma il giallo offre il conflitto maggiore, la maggior possibilità di tensione: immaginiamo che una persona comune, con una vita normale, si trovi improvvisamente a dover sfruttare la sua intelligenza e le sue capacità per cavarsi da un impiccio ove c’è in gioco una vita (la propria o quella di qualcun altro). Ecco che abbiamo i presupposti migliori per la suspence: sono in pericolo, mi trovo in una situazione inspiegabile, inquietante. Devo agire subito. La posta in gioco è la più alta: la vita umana. Le mie mosse equivalgono a quelle di un giocatore di scacchi: in base a come mi muovo, il mio sfidante (il nemico, l’assassino) agirà di conseguenza. Dunque la letteratura diventa un gioco, una sfida. Più la sfida è avvincente, più il lettore si sentirà coinvolto.
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In questo ultimo periodo i romanzi gialli, stanno vivendo un momento di riscoperta dal pubblico, dopo anni in cui erano considerati quasi letteratura minore. A cosa credi sia dovuto questo?
Credo che purtroppo sia ancora considerata una letteratura minore! E’ il genere letterario più diffuso, quindi viene definito “popolare”, di massa e automaticamente viene declassato. Il motivo si trova, secondo me, in quanto ho spiegato prima. Suscitare l’interesse nel lettore (ormai preparato e abituato a tutto) non è facile, occorre stupirlo, sollecitare la sua curiosità attraverso il misterioso, l’inspiegabile. Il giallo, il thriller raggiungono più rapidamente lo scopo. Lo si vede in letteratura, al cinema, in tv (quante sono ormai le fiction gialle, prodotte in Italia e in America???).
Inoltre l’interesse quasi morboso della cronaca giornalistica per i fatti delittuosi stuzzica sempre più la curiosità e quindi l’ “anima investigativa” di ciascuno di noi. Con i “casi” Cogne o Garlasco siamo diventati tutti detective e i mass media hanno sfruttato appieno la proverbiale gallina dalle uova d’oro. Il misterioso attrae, fa vendere e il continuare a parlarne permette al caso giudiziario di diventare quasi una fiction, una detective story.
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Quali scrittori hanno più influito sulla tua formazione?
Tra gli scrittori di gialli, sicuramente Agatha Christie. Leggere un suo libro è intraprendere un viaggio nella logica e nell’intelligenza, è un passatempo ottimo, una partita sempre entusiasmante da giocare. La Christie è la più “leale”, la più fedele al suo stile. Certo amo molto Ellery Queen, Earl Stanley Gardner, Conan Doyle, Dickson Carr, Chandler. Tra i giallisti più recenti adoro Fred Vargas, francese, sempre in bilico tra il giallo classico e il surreale, Fruttero e Lucentini, Margherita Oggero (e non per campanilismo, essendo di Torino). Non amo i thriller particolarmente violenti, efferati.
Per quanto riguarda la letteratura in generale, difficile fare una classifica. Ho letto un po’ di tutto, in particolare gli scrittori americani.
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Vista la tua passione per il cinema, ti diverti di più nella fase iniziale, quando studi la ‘sceneggiatura’ dei tuoi racconti o, in seguito, quando la sviluppi con la scrittura?
Studiare le trame, la sceneggiatura, pensare a quello che deve accadere, concatenare mentalmente il tutto è la fase più stimolante. Per farlo quasi “entri” nella storia che inventi, praticamente la vivi nella tua mente, ti immedesimi nei personaggi, agisci con loro, come loro. E’ la fase più lunga, complicata, ma più entusiasmante. Una volta che tutto è definito, almeno per me, è poi facile tradurre il tutto in un testo scritto.
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Finora ti eri cimentato solo con la scrittura di racconti che non superavano le trenta, quaranta pagine. Come ti sei trovato a scrivere un romanzo? Che difficoltà hai dovuto superare?
Scrivere un racconto breve vuol dire sintetizzare al massimo e spesso si perdono le sfumature, i dettagli. Se non hai limiti di lunghezza sei più libero, però non è facile. Bisogna stare attenti, il rischio è quello di dimenticare qualcosa, di dilungarsi troppo su certe parti e quindi risultare noiosi. Il mio terrore è proprio quello di risultare banale o peggio, di scoprirmi troppo e quindi di far capire troppo presto al lettore l’identità dell’assassino.
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Come è nata la storia che hai scritto per Lo sguardo di Carola? Hai avuto tutto ben chiaro fin dall’inizio: colpevole, indizi da seminare ad arte nelle pagine, personaggi dall’intelligenza acuta e pronti ad indagare? E’ così che si scrive un romanzo giallo?
Non so bene come si scriva un romanzo, questo è il primo che scrivo. La storia è nata come racconto. Poi, mentre scrivevo, mi sono accorto che la trama e lo sviluppo erano troppo complessi per sintetizzarlo in un racconto breve e che poche pagine non avrebbero reso l’idea. Così ho provato a scrivere senza pormi limiti di lunghezza e il risultato è stato “Lo sguardo di Carola”. Però, fin dal principio, fin dalla stesura del racconto, avevo già ben chiaro in mente struttura, personaggi, colpevole, indizi. Senza un ben delineato punto di partenza, secondo me, non si arriva da nessuna parte.
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Vincere un concorso è un desiderio di molti scrittori emergenti. Cosa ha significato per te vincere il concorso L’indizio nascosto?
Primo: dà sicurezza. Quando chi si complimenta con te è un amico o un famigliare, hai sempre il dubbio che sia una gentilezza fatta da una persona a cui stai a cuore. Pochi amici hanno il coraggio di dirti a chiare lettere che detestano il tuo lavoro. Essere giudicati validi da una giuria obiettiva e competente ti carica, ti fa sentire realmente valido, capace. Poi ti incoraggia a continuare. Non vincere significa dubitare del proprio talento (anche se uno crede in quello che fa, lo sconforto è sempre alle porte…). Per me partecipare al concorso è stato un mettersi alla prova. Vincere è chiaramente una soddisfazione per una prova superata, per le lodi ricevute. Una bellissima esperienza.
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E cosa ti aspetti ora che hai avuto questo premio? Credi ti offra delle opportunità in più?
Lo spero tanto. Spero che il libro venga pubblicato (sarebbe la soddisfazione più grande) e che venga apprezzato dai lettori. Spero che questa mia passione, questo hobby, diventi qualcosa di importante nella mia vita. Ma chissà, meglio non montarsi troppo la testa…
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La scrittura offre diverse possibilità: libri, saggi, articoli e sceneggiature. Cosa ti piacerebbe fare da grande?
In articoli e saggi di cinema mi sono già cimentato e tutt’ora, quando posso, mi occupo di scrivere per una rivista on line. Mi piace perché adoro il cinema, quindi spero di poter continuare anche in questa direzione. Racconti, romanzi e sceneggiature stimolano invece la mia vena creativa, mi permettono di inventare, sono uno sfogo per la mia immaginazione. Dunque è difficile scegliere, scegliere significa prendere una strada e escluderne un’altra. Spero di non doverlo mai fare. Spero che tutte queste porte che si aprono, sul mio futuro, rimangano aperte, per poter fare più esperienze possibili.
*Anche in questi giorni Matteo ha ricevuto un altro premio: terzo classificato al concorso Profondo Giallo, un concorso romano per racconti brevi sponsorizzato da Mondadori. Come ho detto, Matteo Poletti è proprio uno scrittore da seguire.