Tell a friend about this page
16239
TERZA PAGINA WORLD
Tell a friend about this page
Welcome to the World's Arts Journal. International Arts, Culture, Ideas.
RUBRICHE

...and more




Paura di Dio
di Roberto Pallocca
(racconto secondo classificato sezione Narrativa del Concorso Sortino 2006)

Paura di Dio
Ho improvvisamente tanta paura di Dio.
E non sono un peccatore, non un assassino, non un ladro né un ricettatore. Non ho giocato d’azzardo, né fatto buon viso a cattivo gioco. Non ho infranto nessun comandamento, non ho neppure ignorato egoisticamente i bisognosi, non sono stato finto. Ma ho paura di Dio.
Ho paura di Dio, e non è normale per un prete.
Divenni prete venticinque anni fa, un pomeriggio di sole. Avevo vent’anni quando giurai a Dio di seguirlo. E di spianare la strada a chi voleva fare altrettanto. Lo giurai mezzo vestito e mezzo nudo, di fronte ad un altare e a tutta la Comunità che mi applaudiva. Lo giurai e feci anni di seminario, anni di diaconato, anni di preghiere e di orecchie tese ad ascoltare la Sua voce. Ma oggi ho paura di Dio. Oggi lei non c’è più e io ho paura di Dio.
Quella sera stessa Fabio mi disse che era prossimo alla laurea. Buon vecchio Fabio! Quante sere passate come due amici semplici, quante storie inventate per avere storie da raccontare. E quanto futuro, quanto maledetto futuro immaginato, temuto, sperato. A pensarci ora vien da ridere! Chi l’avrebbe mai detto che avremmo avuto questo futuro qua? Chi? Lui avvocato, io parroco di questo paese di qualche migliaio d’anime. E a parlarne oggi del futuro ci sarebbe da dire che non è mai come te lo aspetti, e che puoi pure parlarne mille e mille anni ma avrà sempre una forma diversa da come l’hai immaginato. E Fabio, quella sera di tanti anni fa, mi espose il futuro. Mi disse che avrebbe fatto apprendistato, che avrebbe voluto uno studio suo, poi. E che nel suo futuro voleva me. Voleva quell’amico perso per strada, trascurato a causa dello studio. Perché se il futuro è sempre ciò che non ti aspetti, per certe cose importanti puoi scegliere, ed è una fortuna.
Io oggi ho paura di Dio e, in questo, Fabio c’entra poco. O non del tutto. Quando divenni diacono affiancai Don Luca, per cinque anni. Poi, un giorno, mi fu detto che ero pronto. Mi fu detto che sarei stato un parroco vero anch’io. Non so perché ma ero pronto. Passai dieci giorni interi a pregare Dio, per ringraziarlo. Quel Dio, che ora temo, mi fu vicino, quel Dio che ho sempre amato e che a quel tempo mi sbocciava dentro come fosse sempre primavera.
Ma oggi temo la sua rivalsa, perché lei non c’è più, e non c’è posto dove può essere ora, se non tra le braccia di Dio. Lei è lì e lo vedrà e non potrà più tacere. Perché chi conosce Dio, o ne ha sentito solo parlare, e ha visto Giada anche solo una volta, non può non pensare che lei sia lì, ora.
Quando divenni parroco fu dura. Mi ritrovai padre di mille persone, dalla sera alla mattina. E non immaginate quanto sia impegnativo e lacerante. Quanto a volte sembra stupido anche pregare per certe assurde e insulse situazioni dell’esistenza. Quanto sia difficile spiegare ad una donna malmenata dal marito ubriaco e nullafacente, perché il domani sarà migliore. Quanto sia doloroso e addolorante dare un senso, o tentare di darlo, laddove gli occhi sono increspati di pianto, laddove mancano il pane e l’acqua. Ma ci provavo, con quel briciolo di fede che Dio mi aveva donato. Tentavo di esser schietto e al tempo stesso utile, perché la fede serve, e la preghiera pure, ma non a chi resta a braccia conserte. Fu dura i primi tempi. Ma Dio mi aiutò ad andare avanti. Dio.
La vocazione mi venne da adolescente. Al liceo. All’inizio si trattò solo di una certa curiosità discreta, un interesse velato. Poi venne la chiamata di Dio. Sentivo sempre più che il mio posto era lì, tra i suoi fedeli, a professare la sua parola.
Mia madre non ci credette, finché non le portai la domanda per l’ammissione in seminario. Era felice, lei, sebbene nel futuro vedeva ben altro. Ma del futuro ne abbiamo già parlato. Mio padre era meno felice. L’unico figlio, prete. Sarebbe senz’altro potuta andar meglio. Ma anche peggio, del resto. Così mi lasciò la mia vita.
Poi conobbi Giada e cambiò anche Dio. Suonava la chitarra alla messa delle dieci, non suonava neanche granché. Aveva vent’anni, come me quando scelsi Dio come amore di una vita. Lei non aveva ancora scelto nulla, ingenua o forse semplicemente più cauta di me. Aveva vent’anni e suonava e rideva e chiacchierava e sorrideva e si scostava con due dita i capelli dalla faccia. Aveva vent’anni ed era bella, forse fin troppo bella, ma c’era Dio in lei, di questo ne ero certo, e non  mi stupii più di tanto. Aveva vent’anni, io più di quaranta e mi stupii moltissimo, invece, di tutto ciò che provavo dinanzi a lei. Mi stupii del mio cercarla con lo sguardo, mi stupii di quel sentore di assenza profondo quando lei non c’era, come se la messa avesse senso solo in sua presenza. Potevo essere suo padre, e in un certo senso lo ero già, ma provavo la gioia di non esserlo per davvero.
Ma perché davanti a lei mi batteva così il cuore? Cos’era? Che diavolo era quel fiato che mancava, quel brivido che scivolava sulla schiena? Non ho saputo rispondere mai. Ho continuamente chiesto a me stesso cosa mi accadeva se ne incrociavo gli occhi, o se solamente li pensavo. Ancora oggi, oggi che ho paura di Dio, non ho la benché minima risposta.
Mi avevano insegnato che c’era il diavolo dietro ogni tentazione. Ma se aveste guardato Giada, o l’aveste sentita ridere, avreste capito benissimo che il diavolo era in ogni altro posto del mondo, eccetto lì. Se Giada era il diavolo, non oso immaginare Dio.
La difficoltà a gestire quei sintomi di calore si faceva insopportabile, così convenni che era scomodo per il mio essere, per il ruolo che ricoprivo per la comunità. E per Dio. Quella passione era scomoda per Dio. Ho pensato di confessare alla mia guida spirituale quelle mie debolezze. L’ho fatto una sola volta. Mi disse che è umano e che è normale sentire l’impulso della carne, o lo slancio verso l’altro sesso. Umano. L’ho fatto una sola volta, dicevo, perché sapere che si trattava di un impulso del tutto umano e normale non è servito a non averlo più. Anzi, si acuiva. Più vivevo Giada, sebbene dietro lo schermo inibente della comunità, più Giada si acuiva. E si acuiva dentro di me. E non c’era confessione, non c’era penitenza, non c’era neppure pentimento che la mettessero a tacere. Che la placassero. Come non c’è mano che plachi il mare.
Alle volte vedevo Fabio. Gli spiegavo a grandi linee, seppure in toni molto smorzati. Lui sembrava capire, poi si sforzava di cercare una strada che avesse un minimo senso percorrere. Ma non la trovava mai, perché non esisteva. Il discorso cambiava talvolta, e si passava a parlare di studi, di ipotesi, di tanto altro, ma Giada restava lì, su quella collina in fiore ad osservarmi dentro.
Chiesi a Dio cosa fare, una sera, in preda alla disperazione per il tentativo di contenere quell’incontenibile amore. Lui non rispose, forse deluso. O forse anche lui non aveva nessuna risposta buona.
Con Giada diventammo amici. Veniva spesso in parrocchia a parlarmi di lei e delle sue storie d’amore e dei problemi della sua famiglia. Sapevo tutto di lei, o quasi. Arrivava a qualsiasi ora, suonava il citofono e le aprivo. Saliva sempre di fretta, come se stesse per perdere l’autobus, sempre così. Una sera ci trovò Fabio, le sorrise e neppure Fabio ci capì più nulla. Dopo, mi diede ragione.
Fabio se ne andò quella sera. Giada restò e, me ne vergogno, le diedi un bacio sulle labbra. Lei mi guardò con gli occhi spalancati. Restò ad una distanza di quasi un metro che mi guardava atterrita. Capiva di non poter capire nemmeno lei. Sicuramente pensò d’un tratto all’infinito e lo contemplò tutto quanto, perché solo contemplando l’infinito e capendo che non c’è nulla nell’infinito di più grande dell’amore, ci si può sporgere per ricambiare un bacio di un prete. Ci baciammo per non so quanto tempo, io pensavo a Dio. Avrei voluto avere una sola ragione per fermarmi, ma non l’avevo.
Diventammo amanti con tutta la città che parlava male di noi. A proposito, per una volta. Del resto, quando si è in pochi, basta poco davvero per pensare male. Lei veniva da me ad ogni ora, rimaneva quanto voleva. La gente cominciò a sparlare, ma nessuno con quell’insistenza e quella durezza che avrebbero infastidito. Sospettavano, e a me non interessava.
Amarla, Dio mi perdoni, è quanto di più bello la vita m’abbia concesso. Sentirla vivere, riconoscerne i sospiri, tenerle dolcemente la mano, avvertirne il cuore. Non c’è stato altro, di così sublime. E se c’era il diavolo in lei, Dio mi perdoni ancora, è un diavolo che auspico a tutti. Perché non c’è un uomo che non meriti un diavolo così nella sua esistenza. Ma mi rimane una folle paura di Dio.
Oggi Fabio è sposato e aspetta di diventare padre per la seconda volta. Ma è qui anche lui. E lo apprezzo. Ricordo quando mi parlava di sua moglie Laura e della sua famiglia e di quanto fosse bello tornare a casa e sentirsi vivo. Di quanto fosse bello carezzare la pelle di una vita che hai creato. Mi vedeva triste, diceva sempre. Mi vedeva infelice. Ma non lo ero, ho avuto Dio nella mia vita e Giada, poi. Certo alle volte mancava una famiglia, ma sono tanti i modi per dare e avere amore.
Oggi, però, Dio mi fa paura. Perché oggi lei lo dirà a Dio, dinanzi ai suoi occhi nemmeno Giada potrà più fingere. Oggi ho paura di Dio perché Dio non ha capito. O forse non ho capito nulla io. Ho paura di Dio perché adesso lui lo sa e sa che l’ho amata e sa che dentro non potrò fare a meno di amarla. Nonostante tutto. E sebbene finga, sebbene sorrida, non potrò mai rinnegare quell’amore, né pentirmene, perché non ci si pente mai di un amore vero.
Ho pensato più volte di andare via, ma ero legato mani e braccia a lei. Ero inerme. Potevo prendere chilometri di rincorsa, poi, quando ce l’avevo davanti mi scaricavo in un istante come una vecchia batteria consunta. E rimanevo.
Ci ha pensato Dio, però. E ho paura. Paura perché Dio mi ha tolto ciò di cui dovevo privarmi da solo. Così, oggi di Giada mi resta il ricordo.
Eccola, Giada. Eccola qui, sdraiata supina, che risponderebbe al mio segno di croce, se solo potesse. Eccola qui, che direbbe amen se gli fosse concesso un ultimo flebile filo di voce.
Ed ecco Fabio che mi sussurra di star calmo, che c’è un Dio che ci guarda e ci protegge. E sa qual è la giustizia. Ed è proprio quello a farmi male, adesso. Proprio quello. Ed è lo stesso che tanti anni fa mi faceva vivere.
Eccola qui, comunque, Giada. Le sono vicino per l’ultima volta. Mi ha chiamato la famiglia stamattina, dopo tre interminabili giorni di silenzio. Dopo un mese di assurda malattia. Ho quarantacinque anni, io. Lei appena venticinque. Eppure sono io a darle l’estrema unzione, adesso.
E non pensavo fosse così dolorosa l’estrema unzione di un amore.

25 novembre 2005

La giovinezza! Niente può esserle paragonato. Non ha senso parlare dell'ignoranza della gioventù. Gli unici di cui ascolto le opinioni con rispetto, ora, sono quelli molto più giovani di me. Mi sembra che mi precedano. La vita ha svelato loro l'ultimo mistero
(Oscar Wilde)
ESORDIENTI
www.terzapaginaworld.com                              www.villanovastrisaili.com
Ringraziamenti
Collaboratori
Newsletter
L'articolo del mese
Links
Chi sono
Sala Stampa
Cultura
Narrativa
Saggi
Poesie
Speciali
Concorsi
Classics
Collabora
Giallografia
TP Book Review
English




L'Indizio Nascosto