le lamine inclinate verso il basso della veneziana, era inerte. Gli parve che tutto di quel luogo appartenesse già al passato: la televisione sul braccio a muro nell’angolo, il tavolo a scrittoio, la sedia, il frigobar, la moquette blu, i vestiti sparsi ovunque e il corpo nudo, giovane e fresco di Veronica, che giaceva al suo fianco, semiavvolto in un lenzuolo bianco macchiato di sangue.
L’unica cosa animata in quella stanza, densa del puzzo dolciastro e vagamente rancido dei loro corpi, era lo sguardo deformato di un autoritratto multicolore di Francis Bacon appeso alla parete. In quegli occhi e in quel volto vide se stesso: Zoltan Dageba. (continua)
un racconto di Elisabetta Papa
“In mezzo ai monti, circondato da un fitto e impenetrabile bosco, c’era una volta un ameno paese di tetti d’ardesia, odore di caminetto e formaggio...
Doralice Fracassi teneva l’indice e il medio infilati nel taschino sinistro dei jeans. Il filo di un auricolare spariva dentro quello destro. Si muoveva a passi cadenzati, ciondolando appena il capo, come se ascoltasse musica. Sulla maglietta arancio brillante aveva una scritta nera glitterata “Memento mori” che ogni tanto sbucava dalla giacca...