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Donne del Regno di Arborea:
Vera de Zori.

di Simonetta Sitzia

Il Condaghe di Santa Maria di Bonarcado, da cui prende le mosse Franco Pilloni per l’elaborazione del suo dramma, è uno dei quattro registri monastici di età giudicale giunti sino a noi in originale.(1)  Esso conserva annotazioni di carattere patrimoniale riguardanti il monastero benedettino camaldolese di Santa Maria di Bonarcado, sito nel Regno d’Arborea, quali permute, donazioni, acquisti e vendite di bestiame, cessioni di terre e di servi.

Le carte del Condaghe in questione hanno consentito agli studiosi di evidenziare alcuni istituti giuridici altrimenti sconosciuti e di ricostruire numerosi aspetti della vita economica e sociale del Regno di Arborea. Significative – in un panorama documentario piuttosto avaro di fonti com’è quello giudicale – sono le carte contenenti informazioni utili a studiare la condizione delle donne arborensi, a evidenziarne la loro posizione giuridica(2) nonché il ruolo da esse rivestito nella società e nei processi produttivi dell’economia giudicale.(3)

E’ particolarmente interessante, a questo proposito, una scheda del condaghe, una delle poche da cui emerga in maniera vivida un personaggio femminile connotato da forte personalità. La scheda cui ci riferiamo, e di cui più sotto proponiamo un commento, è la n. 25.(4)

Redatta in un arco cronologico compreso tra il 1228 ed il 1238,(5)  essa contiene la memoria di un kertu intentato dal priore di Bonarcado, Nicolao, contro Erradore Pisano, memoria che venne rilasciata – a beneficio del monastero di Santa Maria di Bonarcado – proprio da Nicolao, assistito nel kertu dall’armentario (amministratore) del monastero, donnu Pietro Murtinu. Costoro, nella corona di giustizia presieduta dall’armentario del Regno, donnu Pietro de Figus, reclamarono al monastero i due figli di Erradore Pisanu, servo di San Giorgio di Calcaria, mentre questi, avvalendosi della difesa di Furadu de Zori Zorrompis, curadore di Narbolìa, sosteneva che i giovani non potevano essere mandati a servire in quanto nati dall’unione di un servo, Erradore Pisano – appunto - e di una donna libera.

La libera, cui la scheda n. 25 si riferisce, si chiamava Vera de Zori e apparteneva, come ricorda la memoria, al ceto nobile dei liberi maiorali. Il cognome da lei portato è sintomatico delle sue ascendenze. I de Thori, o de Zori, forse originari del Regno di Arborea, cui avevano dato anche alcune dinastie di sovrani giudicali, rappresentavano infatti «la vera aristocrazia tradizionale sarda, forse discendente da un unico ceppo».(6)

La condizione giuridica di libera maiorale veniva a Vera de Zori dall’essere nata dalle nozze di due liberi maiorali arborensi, Elena de Zori e Pietro Sechi. La posizione di Vera era per ascendenza inequivocabile e rilevante. In quanto nobile, sarebbe dovuta essere destinata all’endogamìa, normalmente praticata dalle famiglie di liberi maiorali allo scopo di mantenere nel tempo una forte compattezza sociale ed economica.

Ma, come si evince dalla recordatione, Vera de Zori era uscita dal meccanismo aristocratico dell’endogamìa, non sappiamo se volontariamente oppure costretta dalla famiglia o dalle circostanze, unendosi ad un uomo di condizione giuridica e sociale inferiore, qual era Erradore Pisanu, servo di Calcaria, con il risultato di condannare la prole a seguire la deterior condicio del padre ed essere ascritta alla categoria dei servi.(7)  Pietro e Mariano de Zori, i due figli nati dalla ventennale unione naturale di Vera e di Erradore Pisanu, erano dunque condannati a servire il monastero di Bonarcado o i monasteri da esso dipendenti.

E’ interessante notare, in relazione a quanto sopra detto, come anche nello stato arborense fosse ampiamente utilizzato il matronimico, spia della capacità giuridica delle donne di condizione servile come anche, ovviamente, di quelle appartenenti a più elevata condizione sociale, quest’ultima rappresentata dalla maioralità e dalla regalità. Il caso di Vera de Zori cristallizza entrambe le situazioni: Vera, libera maiorale per nascita, aveva infatti ricevuto il cognome della madre, trasmesso quindi – in virtù del diritto giudicale - ai figli avuti da Erradore.(8)

Né il matronimico né il fatto d’essere nati da una unione naturale poterono però evitare la servitù ai figli di Vera e di Erradore. Né poté evitarlo l’inganno. Furadu de Zori Zorrompis, modificando infatti l’iniziale impostazione della difesa nel tentativo di indirizzare a proprio vantaggio l’azione giudiziaria, sostenne che Vera de Zori non era libera maiorale ma serva del re di Arborea. Come ha sostenuto il Marongiu, la difesa alludeva al fatto che i due giovani sarebbero potuti essere figli del sovrano giudicale e che costui, in considerazione delle importanti parentele della donna, avrebbe certamente mostrato un maggior riguardo nei loro confronti, considerando i figli di Vera de Zori non soltanto alla stregua di forza lavorativa(9).

L’armentario del monastero fu a quel punto costretto a produrre diversi e accreditati testimoni che si pronunciassero a proposito della condizione giuridica della donna. Furono convocati nella corona di giustizia Onorio de Figu, Costantino de Lacon, Gonario Zukellu, Giorgio Mamelli, Mariano de Lacon, Cannau de Bauladu e un cugino di Vera de Zori, Orzoco Varca, evidentemente autorevole per la parentela con la donna, i quali giurarono tutti di fronte al Vangelo che Vera de Zori era libera, in quanto «fiia de Alene de Zori est, k’est libera maiorali». Un altro nutrito gruppo di testimoni accreditarono, invece, che «custa Bera de Zori est fiia de Petru Seke ki fudi liberu maiorali et de mama et de patre».

La contesa giudiziaria si era evidentemente conclusa a favore del monastero di Bonarcado. Il diritto giudicale aveva dato ragione al priore a proposito dei due figli nati dall’unione di Vera con Erradore, condannati - come detto - a seguire la deterior condicio del padre e a servire a Bonarcado. Stessa sorte, evidentemente, sarebbe spettata a tutti i figli che la coppia avrebbe avuto successivamente alla conclusione della contesa giudiziaria.

Nicolao, come leggiamo nel memoriale, preso atto della propria vittoria giudiziaria, impose dapprima alla donna di lasciare il servo di Calcaria: «non boio k’istis plus cum su serbu de sanctu Jorgi de Calcaria». Non è facile interpretare lo scopo delle ultime mosse giudiziarie attuate da Nicolao nei confronti di Vera de Zori. Il comportamento del priore potrebbe però essere scaturito da considerazioni relative all’estrazione sociale di Vera de Zori, a ragioni, cioè, di natura morale e/o di convenienza sociale, quasi per suggerire alla donna – libera e con importanti parentele - che rivestisse un ruolo più adeguato alla posizione giuridica e sociale a lei assicuratale per nascita.

E’ a questo punto, proprio alla fine della recordatione, che si profila la forte personalità di Vera de Zori, la quale – come dicevamo in apertura – emerge, esempio quasi isolato nel panorama dei personaggi femminili, dal silenzio delle fonti sarde.(10)

Le ultime battute del kertu definiscono la forza d’animo di Vera de Zori. Sconfitta sul piano umano e affettivo, perduti i figli avuti da Erradore, con la concreta prospettiva di perdere anche eventuali altri nascituri, se avesse mantenuto l’unione con il servo di Calcaria, la donna rifiutò categoricamente di lasciare Erradore, difendendo sino in fondo, se non altro, quelle che riflessioni sul kertu fanno apparire libere scelte sentimentali: «pusco perdo ad fiios meos, non mi bolio bogare de.llu», dacché perdo i figli miei, non mi voglio separare da lui.

Al priore di Bonarcado non restò dunque altro da fare se non prendere atto della decisione di Vera de Zori, decisione ufficialmente ratificata dall’assise giudiziaria: «Et adcordarus.nos impare in sa corona ad plakimentu bonu de pare de staresi impare Bera de Zori cun su serbu de sanctu Jorgi pro maridu et pro mugere et fiios cantos enti fagere essere serbos de sanctu Jorgi de Calcaria».(11) 


1 Gli altri a noi pervenuti in originale sono tutti relativi a monasteri ubicati nel Regno di Torres: condaghe di San Nicola di Trullas, di San Pietro di Silki (che comprende anche frammenti dei due condaghi di San Quirico di Sauren e di Santa Maria di Codrongianus). Ad essi si aggiunge il condaghe di Barisone II re di Torres, conosciuto anche come condaghe di San Leonardo di Bosove. Per un quadro di sintesi pertinente a questi e agli altri condaghi, cfr: F.C.CASULA, Dizionario storico sardo, Sassari 2001, pp. 449-453.
2 ELISABETTA ARTIZZU, Il ruolo della donna nei negozi giuridici riportati dai Condaghi, in «Quaderni Bolotanesi», n. 19, Nuoro 1993.
3 Rispetto ad altre fonti coeve relative all’Italia medievale, i condaghi permettono di chiarire non solo la posizione giuridica delle donne che vissero nei Regni giudicali sardi, ma anche il loro rapporto con il lavoro. Su quest’ultimo aspetto cfr. BARBARA FOIS, Il lavoro femminile nei condaghi sardi dell’età giudicale (secc.XI-XIII), in AA.VV., Donne e lavoro nell’Italia medievale, Torino 1991, pp. 55-56.
4 Cfr. MAURIZIO VIRDIS (a cura di), Il Condaghe di Santa Maria di Bonarcado, Nuoro 2003, pp. 90-95, con testo originale in volgare sardo e traduzione italiana a fronte.
5  Sulla datazione della scheda 25, cfr.: MAURIZIO VIRDIS ( a cura di), Il Condaghe di Santa Maria di Bonarcado, Cagliari 2004, pp. XVIII-XIX, già proposta da O. SCHENA, Il condaghe di S. Maria di Bonarcado (note paleografiche e diplomatistiche), in M. VIRDIS (a cura di), Il Condaghe di Santa Maria di Bonarcado, Oristano 1982, pp. XLIII-LXI.
6 ANTONIO MARONGIU, Saggi di storia giuridica e politica sarda, Padova 1975, p. 26.
7 IBIDEM, p. 27.
8 Non sempre il cognome dei figli era quello paterno o materno. A volte i figli prendevano, indipendentemente dalla classe sociale di appartenenza, altri cognomi, attinti dall’ambito familiare. Cfr. BARBARA FOIS, Il lavoro femminile, cit., p. 64, nota 14.
9 ANTONIO MARONGIU, Saggi di storia, cit., p. 27.
10 Un’analisi sul personaggio di Vera de Zori è svolta nel saggio: VALERIA CAMBONI, La donna e la giustizia nella Sardegna giudicale in: MARIA ANTONIETTA BRANDAS-SARA CHIRRA (a cura di), Donne e potere nella Sardegna medievale, Cagliari 2002, pp. 7-13.
11 Cfr. MAURIZIO VIRDIS (a cura di), Il Condaghe di Santa Maria di Bonarcado, Nuoro 2003, pp. 92-93.

CNR di Cagliari

Cultura: l'urlo degli uomini in faccia al loro destino.
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