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Premessa storica al dramma in due atti di Franco Pilloni
“Bera de Zori”

Il Regno di Arborea
tra la fine del XII e l’inizio del XIII

di Giovanni Serreli

Su kertu n. 25 del Condaghe (1)  di Santa Maria di Bonarcado che riguarda e coinvolge la protagonista di questo dramma, Vera de Zori, è storicamente riconducibile al principio del XIII; più precisamente al periodo compreso tra il 1228 e il 1238(2)  e si svolge nel territorio del Regno di Arborèa.

Questo Stato – nato circa trecento anni prima, con capitale prima l’antica città di Tharros, poi Oristano (3) - usciva allora da un lungo periodo di eventi drammatici e turbinosi che ne posero in forse la stessa esistenza e ne orientarono le scelte strategiche future.

Quando, il 10 agosto 1164 nella chiesa cattedrale di S. Siro a Pavia, il re di Arborèa Barisone I de Lacon-Serra (1146-1185) si fece incoronare re di Sardegna dall’imperatore Federico Barbarossa (1152-1190), con l’indispensabile appoggio di Genova che anticipò i 4.000 marchi d’argento necessari per acquistare il titolo nominale, lo Stato arborense era ormai pienamente formato e organizzato.(4)

I suoi confini erano consolidati: partivano da Santa Caterina di Pittinurri e, snodandosi verso est, passavano sopra Abbasanta per dirigersi verso la Barbagia di Ollolai; scendevano verso sud presso, le attuali Mamoiada, Fonni, Desulo e Aritzo; quindi continuavano verso la Marmilla e, da qui, scendevano verso la costa occidentale, presso le attuali Fluminimaggiore e Buggerru.(5)

La sua organizzazione istituzionale – nella forma monarchica - prevedeva la successione al trono, per linea dinastica maschile, di un re il quale, nelle sue decisioni più importanti, doveva consultare ed ascoltare i rappresentanti del suo popolo, riuniti nella Corona de Logu, assemblea parlamentare deliberativa degli uomini liberi e dell’alto clero; veniva convocata periodicamente, quattro volte l’anno, e nelle circostanze più importanti per la vita dello Stato. I meccanismi di convocazione, di scelta dei delegati nei singoli villaggi, e di riunione erano talmente funzionali che, alla fine del XIV secolo, è attestato che bastavano solo pochi giorni tra la convocazione e la riunione.

La vita civile e istituzionale di questo Stato era  regolata dalle norme della legge fondamentale, la Carta de Logu (Legge dello Stato) che noi conosciamo nella redazione di Mariano IV de Bas-Serra (1347-1376) promulgata il 14 aprile del 1392 dalla famosa figlia e reggente Eleonora, ma che, verosimilmente, regolava lo Stato arborense, fin dai suoi primi secoli, in una forma arcaica, chissà se già scritta o tramandata oralmente, derivante «dalla somma di usi volgari formatisi sotto la spinta della necessità … con elementi provenienti dal diritto romano e bizantino».(6)

Anche la struttura amministrativa era ormai stabile e si basava sulla divisione del territorio statuale in curadorìas o partes, ciascuna retta da un curadore nominato dal re, e formate da un certo numero di villaggi (ville, biddas) a capo dei quali stava un maiore; si trattava, in sostanza, di un forte decentramento di poteri ante litteram. Grosso modo corrispondente alla divisione in curadorìas erano i confini delle diocesi arborensi: l’archidiocesi di Arborèa e le diocesi suffraganee di Santa Giusta, Usellus e Terralba. Le curadorìas e le ville mandavano propri rappresentanti alle Coronas e fornivano i contingenti militari per le guerre difensive e offensive dello Stato, secondo un sistema di reclutamento che permetteva ad una parte degli uomini atti alle armi di rimanere nei loro villaggi a continuare le attività lavorative quotidiane nei campi o al seguito delle greggi, senza lasciarli sguarniti di forza lavoro.

Barisone I di Arborèa, con la corona nominale di re di Sardegna in testa, non riuscì a realizzare con le armi il suo disegno, anzi si indebitò talmente che dovette cedere al Comune di Genova alcuni castelli strategici del suo Stato. Ma questo sovrano è ricordato anche per aver fatto consacrare la nuova chiesa del complesso monastico di Santa Maria di Bonarcado; era il 1146 e, in quell’occasione aveva riunito tutti i sovrani degli altri Stati giudicali sardi -i Regni di Torres, Càlari e Gallura- in una sorta di conferenza pangiudicale.

Il santuario dedicato a Santa Maria di Bonarcado aveva origini ben più antiche, risalenti all’epoca bizantina, così come lascia intuire l’appellativo dato alla Vergine: ‘immacolata, purissima’, dal greco panákhrantos (pan = tutto e ákhrantos = senza macchia), appunto.(7)  Era ubicato alle pendici del Montiferru, nella curadorìa o parte di Milis, a poca distanza dall’antica capitale Tharros e dalla nuova, Oristano, nel centro di Bonarcado, evidentemente aggregatosi fra Tarda Antichità e Alto Medioevo attorno all’importante centro religioso. Intorno al 1110, l’allora re di Arborèa Costantino I de Lacon-Serra concesse quest’antico santuario, forse in abbandono, ai monaci benedettini di Camaldoli, affiliati a San Zenone di Pisa.

Alla morte dell’ambizioso e sfortunato Barisone I, lo Stato arborense precipitò in una difficile situazione dinastica e si espose all’attacco e all’invasione del bellicoso e confinante Regno di Càlari. Dobbiamo pensare che in questi frangenti di guerra a fare le spese, come al solito, furono i poveri abitanti dei piccoli villaggi rurali, esposti alle razzie degli eserciti che, per vettovagliarsi, nei loro spostamenti dovevano saccheggiare i raccolti e le provviste: non esistevano, allora, reparti destinati all’approvvigionamento delle truppe.

Ma - come avviene spesso nella storia - il Regno di Arborèa, che sostanzialmente aveva perso la guerra, superò anche questo difficile frangente storico a testimonianza della stabilità che aveva oramai raggiunto. Firmò la pace con il Regno di Càlari nel 1206 e, con i matrimoni fra Ugone I d’Arborèa e la principessa di Càlari Preziosa de Lacon-Massa (1206) e successivamente fra Barisone de Bas-Serra e la regina reggente di Càlari Benedetta de Lacon-Massa (1214), siglò l’alleanza con lo Stato contermine. Invece il Regno di Càlari, che pareva essere stato il vincitore di questa guerra, da lì a qualche decennio fu sconfitto e distrutto dagli eserciti della Repubblica di Pisa, alleati proprio con gli arborensi.

Infatti, subito dopo queste vicende e la pace del 1206 il Regno di Arborèa si staccò sempre più dall’ingerenza genovese e lentamente di avvicinò alla Repubblica di Pisa. Morto Ugone I d’Arborèa nel 1211, rimase a regnare il solo Pietro II de Bas-Serra, sotto la tutela dello zio Mariano II re di Torres (1218-1232), almeno negli anni 1228 e 1229, nei quali fece completare la cattedrale di Oristano, abbellendola con due picchiotti bronzei opera del maestro Placentinus. Da quel momento, probabilmente, Pietro II regnò da solo, fino al 1241.

Era quindi lui, Pietro II de Bas-Serra, il sovrano di Arborèa quando, in un anno imprecisato fra il 1228 e il 1238, Vera de Zori venne coinvolta nella lite giudiziaria descritta nel kertu n. 25 del Condaghe e raccontata in questo dramma. Ma quelli successivi alla guerra col Regno di Càlari e alla pace del 1206 furono anni difficili, caratterizzati da una certa instabilità successoria che aveva messo a rischio l’unità stessa dello Stato.(8)  Forse è per questo che ben pochi documenti relativi a questi primi decenni del XIII secolo sono giunti fino a noi; il Comune di Genova continuava a mantenere una certa ingerenza in Arborèa e, ancora nel 1217, rivendicava i crediti nei confronti della corte arborense, tanto che venne autorizzato da papa Onorio III a mantenere i castelli affidati in pegno, oltre quarant’anni prima, da Barisone.(9)

Comunque, il castello di Marmilla, tornò sotto il diretto controllo della corte giudicale, se dal 1228 il suo castellano era Guantino de Zori, appartenente a una potente famiglia d’Arborèa gravitante a corte e che nel secolo precedente aveva portato anche la corona regia. Ad un ramo di questa famiglia doveva appartenere anche la nostra Vera de Zori, cittadina libera del Regno di Arborèa.

Ma il nostro Pietro II, nonostante le difficoltà interne ed estere, mantenne stretti rapporti diplomatici con i Regni di Torres e Gallura, con il papato, con i camaldolesi di Bonarcado, ai quali fece numerose e ricche donazioni, e con il Comune di Pisa, evidentemente allacciando nuovi legami diplomatici e di alleanza. E, grazie all’attività di questo sovrano e alla solidità delle istituzioni arborensi, lo Stato superò anche questa difficile fase.

Non meno salda era l’organizzazione sociale, temprata dalle secolari vicende di questi territori e della Sardegna intera. La popolazione era divisa in due categorie: gli uomini liberi - circa un terzo degli abitanti che, nel XIII secolo non doveva superare il numero di centomila- e i servi; la loro condizione non riguardava la persona ma solo le prestazioni d’opera da loro dovute a uno o più padroni,(10) i quali potevano vendere, scambiare o donare le ore lavorative da loro dovute. Ma i servi conservavano comunque la loro personalità giuridica, la possibilità di acquisire un proprio patrimonio, di sposarsi liberamente e di essere attori in giudizio citando pure testimoni. I figli nati da due servi dovevano le loro prestazioni a coloro che conservavano i diritti sui genitori, in proporzione esatta, e queste partizioni erano spesso causa di liti giudiziarie; quando, invece, i figli nascevano dall’unione di una donna libera (come la nostra Vera de Zori) con un servo (come Erradore Pisanu), questi seguivano la condizione peggiore, cioè quella del servo, e venivano destinati a prestare la loro opera (dal lunedì al sabato, dall’ora prima, le sei del mattino, fino al Vespro) per il padrone del padre. Per questo aspetto sociale, oltre che per la sua organizzazione istituzionale - che si potrebbe definire quasi democratica -, il Regno di Arborèa e gli altri Stati giudicali sardi, erano, senza dubbio, un eccezione positiva rispetto al panorama degli Stati europei di allora, per la modernità delle leggi, del ‘decentramento’ amministrativo, della rappresentanza parlamentare nelle Coronas e della condizione servile.

La gerarchia degli uomini liberi, invece, era dettata dalla consistenza patrimoniale, unico metro di distinzione nell’arcaica società arborense; su tutti svettavano i liberos mannos, proprietari di grandi estensioni terriere che erano chiamati a ricoprire le più alte cariche dello Stato, quelle di amministratore (armentariu), curadore, maiore, castellano, etc.; figure che spesso troviamo citate fra i testimoni degli atti emanati dalla cancelleria arborense o nei processi, svolti davanti ai tribunali locali, dove si praticava la giurisdizione ordinaria. Questi tribunali erano presieduti dal curadore o dall’armentariu de logu (l’amministratore del patrimonio statale, come nel caso del nostro kertu), coadiuvato da boni homines. Una sorta di tribunale d’appello si teneva presso la corte itinerante giudicale. L’aspetto più importante rilevabile in questo tipo di organizzazione giudiziaria, ancora in fieri durante il XIII secolo, è la collegialità del giudizio - dove avevano una grossa importanza i saggi, boni homines, dei villaggi - e la formale parità nella quale si confrontavano, di fronte alla legge e alla consuetudine, le parti in causa, fossero essi servi o uomini liberi, enti monastici o grossi possidenti.

Nell’Arborèa dei primi secoli dopo il Mille non esistevano grossi aggregati urbani: Tharros era ormai abbandonata e Oristano stava diventando un grosso centro grazie al suo ruolo di Capitale. La maggior parte della popolazione viveva aggregata in piccoli villaggi sparsi per le campagne, spesso autosufficienti, nei quali l’eccesso di produzione agro-pastorale era destinato alla costruzione di edifici pubblici; si trattava di una sorta di economia di autosussistenza, senza dare a questo termine una caratterizzazione negativa.

Lentamente, però, anche il Regno di Arborèa entrò nell’orbita degli interessi delle Repubbliche marinare di Pisa e Genova le quali, allora, dominavano il Mediterraneo occidentale; l’apertura ai grandi traffici commerciali mediterranei per i prodotti agro-pastorali arborensi creò certamente una soluzione di continuità nello sviluppo socio-economico autoctono, innescando un processo che, nella lunga durata, porterà all’abbandono di numerosi villaggi rurali. I mercanti genovesi e pisani, a Oristano e nei centri rurali, ottennero particolari vantaggi dalla corte arborense anche al fine di legare l’ormai asfittica economia arborense al risveglio commerciale di tutto il Mediterraneo e supplire alla mancanza del sostegno e della guida economica offerta alla Sardegna, fino a qualche secolo prima, dall’Impero bizantino. I mercanti genovesi e pisani cercarono di ottenere dalla corte sempre maggiori benefici e cercarono di occupare i gangli nevralgici e strategici dello Stato; per far questo spesso mascheravano la loro presenza attraverso l’Opera delle loro chiese cattedrali (l’Opera di Santa Maria di Pisa e l’Opera del Duomo di San Lorenzo di Genova).

Un ruolo fondamentale nella società arborense del Due e Trecento svolgevano le comunità monastiche, chiamate a insediarsi nel territorio del proprio Stato dai vari sovrani nei secoli precedenti al fine di rinnovare e dare nuova linfa alla religiosità, oramai sempre più lontana da quella orientale e sempre più vicina alla cristianità romana, e di dare nuovo impulso all’economia. Infatti attorno ai vari monasteri si aggregavano le genti sparse nelle campagne che trovavano fra i monaci, fossero essi benedettini o camaldolesi, una valida guida, oltre che religiosa, anche tecnica nell’uso del territorio. Infatti, questi monasteri avevano accumulato grandi proprietà terriere, con frutteti, orti, terre aratorie e salti - frutto di donazioni effettuate dalle famiglie regnanti e dai grossi proprietari pro remedio animarum - e vantavano il possesso di grandi quantità di manodopera servile, maschile e femminile. Erano diventati, così, proprietari di varie fonti di reddito: dalle saline alle peschiere, alle ricche produzioni agricole, che spesso esportavano nel Mediterraneo; e i loro abati e priori tenevano minuziosamente aggiornati i registri di tutti i loro possessi (condaghes) che sono, per noi, fra le poche e preziose fonti di informazione sull’organizzazione del possesso terriero, del lavoro e della vita quotidiana nel Medioevo sardo.

Gli amministratori di questi grossi enti religiosi controllavano, perciò, il lavoro di decine di servi, uomini e donne, che vivevano nelle piccole aziende sparse nei loro vasti possedimenti; il tenore di vita di questi laboratores era al limite della sopravvivenza: l’alimentazione era basata sui prodotti della terra (cereali e legumi soprattutto) ma la dieta quotidiana poteva essere arricchita dai prodotti raccolti nel saltus e dai frutti dell’attività della pesca e della caccia;(11)  del resto se, nella Carta de Logu, esistevano delle norme che proibivano la caccia di frodo in favore delle sole cacce reali, significa che, comunque, la caccia di frodo era praticata. Nella caccia, oltre alle trappole, era probabilmente usata la virgha sardischa, una micidiale arma da getto dei sardi nel Medioevo di cui, però, non si conosce l’esatta forma. Ovviamente lo stile di vita delle famiglie più ricche, quelle dei possidenti, era più elevato e la dieta poteva essere ulteriormente arricchita, sempre però nell’ambito della produzione agro-pastorale locale.
Comunque, le coltivazioni più diffuse, oltre a quelle cerealicole - grano in pianura, orzo in collina -, erano le leguminose: ceci, fave, cicerchie; erano numerosi anche gli alberi da frutto, spesso negli stessi campi coltivati. E fra questi, gli alberi di fico, probabilmente diffusi dai monaci basiliani in epoca bizantina, erano assai diffusi e il loro frutto ricercato per le alte potenzialità nutritive.

L’abbigliamento dei meno abbienti era, ovviamente, semplicissimo e si basava su un unico capo, da indossare sia d’estate che d’inverno, magari smanicabile, e sia in pace che in guerra; era fatto con le stoffe disponibili in loco: lana o lino. I possidenti, magari, potevano acquistare i tessuti più pregiati, commercializzati anche in Sardegna dai mercanti genovesi o pisani.

Immaginiamo, perciò, i protagonisti del nostro kertu: il priore di Bonarcado Nicolao, uomo colto e capace di scrivere, che indossava l’abito dei monaci camaldolesi del XIII secolo; il suo potente amministratore Petru Murtinu, con un abito ben curato ma sempre di tessuti locali. L’armentariu de Logu Petru de Figus, essendo uomo di potere e di corte, indossava sicuramente abiti realizzati con tessuti pregiati e d’importazione, secondo fogge ‘di moda’ nel XIII secolo. Invece i nostri Erradore Pisanu e Vera de Zori indossavano, verosimilmente, abiti popolani, adatti al lavoro nei campi e nella vita quotidiana; infatti, pur essendo donna libera, Vera de Zori scelse di sposare un servo, mantenendo magari i suoi possessi ereditari, ma condividendone verosimilmente la condizione economica e lo stile di vita. E, con loro, anche i figli furono destinati alla vita del lavoro nei campi, dal sorgere del sole al tramonto; vita dura ma, per altro, non dissimile da quella dei servi, dei braccianti, dei piccoli possidenti agricoli, degli allevatori di tanti altri Stati dell’Europa medievale.


1 Il Condaghe, in latino cartularium, era il registro nel quale venivano annotate tutte le operazioni patrimoniali e tutti i beni in possesso di un ente, la maggior parte delle volte monastico; la parola deriva dal greco kontakion, a sua volta da kontos, con cui si indicava il bastone attorno al quale si avvolgeva la pergamena e, per esteso, il contenuto della stessa; M. VIRDIS (a cura di), Il condaghe di S. Maria di Bonarcado, Cagliari, 2002, p. XI.
2 O. SCHENA, Il condaghe di S. Maria di Bonarcado (note paleografiche e diplomatistiche), in M. Virdis (a cura di), Il condaghe di S. Maria di Bonarcado, Oristano, 1982, pp. XLIII-LXI; M. VIRDIS (a cura di), Il condaghe, cit., p. XVIII.
3 Cfr. F.C. CASULA, La storia di Sardegna, Sassari, 1994, vol. II, pp. 667 e sgg.
4 Cfr. G. SERRELI, Las Plassas. Le origini e la  storia, Serramanna, 2000, pp. 97-99.
5 Cfr. F.C. CASULA, La storia, cit., vol. II, pp. 670-71.
6 La citazione è da A. SOLMI, Studi Storici sulle istituzioni della Sardegna nel Medioevo, Cagliari, 1919, p. 260 e ss.; per la Carta de Logu si veda F.C. CASULA, La “Carta de Logu” del Regno di Arborèa. Traduzione libera e commento storico, Sassari, 1995.
7 M. VIRDIS (a cura di), Il condaghe, cit., p. XXVI e segg.
8  In un documento del 1224, emanato dalla cancelleria del Regno di Torres, si prospettava la possibilità di conquistare la parte dell’Arborèa spettante a Ugone I: «… si partem que fuit Ugonis de Basso conquidere et habere poterimus …». Cfr. P. TOLA, Codex Diplomaticus Sardiniae, Torino, 1861, Tomo I parte I, doc. XLIV pp. 337-338.
9  P. TOLA, Codex, cit., Tomo I parte I, doc. XXXVIII pp. 332-332.
10  Se il lavoro di un servo era dovuto a un solo padrone, era detto integru; se dovuto a due padroni, lateratu; a più padroni, pedatu. La servitù fu abolita nell’Arborèa dal grande Mariano IV, per motivi politico-militari, nella seconda metà del XIV secolo.
11 F. CERCHI PABA, Evoluzione storica dell’attività industriale agricola, caccia e pesca in Sardegna, vol. II, Cagliari, 1974.

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