Po Franziscu Masala
di Franco Pilloni
Cicitu no est Deus.
Francesco Masala non è Dio. Non è neppure il suo legale rappresentante.
È "un piccolo signore con gli occhi blu e lo sguardo scuro".
Rispetto allo sguardo soltanto, suppongo che abbia preso in tutto e per tutto da Sardus Pater-Babbai, considerato che lo sguardo scuro, il viso severo, sono una prerogativa molto diffusa fra noi Sardi adulti.
Infatti, se per ventura incrociamo una persona anziana con la faccia soddisfatta e rilassata, ci viene spontaneo porci la domanda su cosa abbia mai quel vecchio per essere così contento.
Quando Francesco Masala sorride, come tutti gli altri Sardi adulti, lo fa progressivamente.
Ecco, progressivamente è il termine più azzeccato: prima rilassa la ventina di muscoli facciali che contribuiscono a configurare l’atteggiamento severo del viso e dello sguardo, poi contrae i sette muscoli che ci permettono di ridere. Il passaggio dal viso scuro al viso allegro è appunto progressivo e si può cogliere se si scruta con attenzione, così come si può osservare lo svelarsi progressivo del disco del sole in un cielo gremito di nuvole.
C’è anche fra noi Sardi, qualcuno lo avrà osservato, chi contrae i muscoli per ridere senza aver prima rilassato quelli del corruccio: costa una grande fatica: è forse questo il riso sardonico, aldilà dei miti e delle etimologie.
Cicitu est un’omini.
Francesco Masala è un uomo con molti difetti, il peggiore dei quali è il vizio di parlare, di dire le cose che pensa, e di pensare sempre le stesse cose.
In una società divisa equamente fra la filosofia del "qui lo dico e qui lo nego!", che ci ha resi tutti furbi, e quella del "non lo dico e non lo nego!", che ci rende tutti gesuiti e farisei, un uomo che dice quello che pensa è fuori dal mondo e forse anche un po’ pericoloso.
- Si sa moda est custa - direbbe Masala - meglio démodé!
Se questo è l’andazzo, gli errori si pagano, diciamo noi.
Dove sbaglia Francesco Masala?
Sbaglia ad essere un uomo contro; continua a sbagliare a voler cantare fuori dal coro.
Quando negli anni Sessanta parlò contro certa industrializzazione forzata dei piani di Rinascita della Sardegna, data in pasto al Dio petrolio, sbagliò. E ha pagato!
Era il critico letterario dell’Unione? Fuori!
Ha sbagliato quando nel ’72 mandò in scena Quelli delle labbra bianche. Egli, autore, e il regista ebbero la brutta intuizione di affidare ad uno stesso attore la parte di Mussolini e di Stalin: quando questi era Mussolini, parlava italiano con accento romagnolo; quando era Stalin, parlava italiano con inflessione russa. Il regista, dopo tre giorni di cancan, non si sentì di sfidare ulteriormente l’opinione allora diffusa: paragonare Stalin a Mussolini era un’onta per la cultura dominante!
Forse oggi, con tutti i Veltroni liberi di esporre le proprie opinioni, si farebbe un cancan perché il paragone farebbe torto a Mussolini.
L’eresia masaliana resta però un’altra: l’odio per la lingua italiana, il disprezzo per la sua letteratura, da Dante a Pasolini.
Questo è quanto riferito pari pari anche nel pezzo che l’Unione gli ha dedicato il 4 dicembre scorso.
Questo, e tanto altro, ha esposto nella conferenza-conversazione che il 29 novembre u.s. s’è tenuta a Cagliari, nella sede della Fondazione Sardinia.
Siccome ero presente, posso testimoniare che di tale fortissima avversione ha esplicitato anche le motivazioni.
Per quanto riguarda la lingua italiana, ha fatto notare che non esiste una lingua del Popolo italiano in quanto tutti sanno che a Venezia si parla il veneto, a Torino il piemontese, a Bologna l’emiliano, a Firenze il toscano, a Roma e a Napoli il romanesco e il napoletano, e a Cagliari, infine, l’italiano.
La lingua italiana non è nata dalla fusione delle parlate popolari d’Italia, neppure scontando la preponderanza di alcune rispetto ad altre, ma è sorta artificiosamente come "lingua della borghesia", a suo esclusivo uso e consumo. L’italiano è stata la lingua degli avvocati, dei notai e dei burocrati. Oggi è la lingua dei giornalisti radiotelevisivi, che sono burocrati anch’essi.
Avrà torto? Avrà ragione? Quando, giuste o sbagliate, si riferiscono anche le motivazioni della sua insofferenza, l’argomentare non pare così astratto o semplicistico.
Quanto alla letteratura italiana, da Dante a Pasolini, egli la giudica del tutto marginale rispetto alle produzioni di altre culture, dalla russa alla tedesca, all’inglese o alla francese, giusto per parlare solo d’Europa. È mancato il romanzo popolare, quello in cui il popolo si è rispecchiato: lo stesso Manzoni, che scrisse il suo romanzo in un italiano regionale con pregevoli risultati, finì per burocratizzarlo "sciacquando i panni in Arno", così che la narrazione oggi è più congeniale ai don Rodrigo e ai vescovi, che ai tanti "Renzo e Lucia" del popolo italiota (il popolo diventa italiota, nel linguaggio di Masala, quando tradisce se stesso e le sue radici per affettare una "nazionalità" che non è mai esistita).
La letteratura italiana è dunque "provinciale", in quanto classista e non popolare.
Così m’è sembrato che abbia detto ancora l’altro giorno e sento che lo va ripetendo da tanto.
Batti e ribatti su quel chiodo, caro Masala, e ti senti rinfacciare che hai lo sguardo rivolto al passato. Anzi, si parla anche di fantasmi che hanno pertinenze logiche con le illusioni e con produzioni di menti scarsamente lucide.
Chi è lucido ed è immerso nella realtà globale pensa ed agisce come viene spiegato proprio a fianco dell’articolo dedicato a Masala, in cui si deprecano "l’insostenibile pesantezza dell’identità isolazionista" e "certi snobismi della società sarda" e s’invita ad andare a sciacquare i panni dell’identità sarda in qualcuno dei grandi fiumi europei, a incominciare dal Tevere, appunto.
Questa sarebbe la ricetta per crescere culturalmente, per sprovincializzarci una volta per tutte, così come hanno capito a Iglesias, per fare un esempio.
Per fare un esempio, è la prima volta che si sente parlare del Premio Iglesias nei termini coi quali si fa riferimento e lievita il dubbio che lo si sia fatto solo come contraltare per i "fantasmi di Arasolè".
Per fare un esempio, sembra troppo semplicistica la ricetta secondo la quale, per uscire dal provincialismo e dall’isolazionismo, basti far arrivare i testi di Mack Smith o di Dillinger, far passeggiare gli autori sulle nostre spiagge e discorrere amabilmente con loro per due sere sul come va il mondo fuori dal nostro piccolo mondo.
Per fare ancora un esempio: per diventare internazionali, basta dare un premio al primo giapponese che capita?
Forse si dimentica che i testi di Mack Smith e di tutti gli altri scrittori e saggisti italiani e stranieri già arrivano anche nelle edicole e nelle biblioteche dei paesi dell’interno della Sardegna, mentre trovano difficoltà ad entrarvi i libri i cui autori hanno un cognome come Porcu, Basciu o Praxolu, specialmente se scritti in limba.
Questo fenomeno è detto da alcuni globalizzazione, da altri colonialismo culturale: un colonialismo che, dismessa la tuta mimetica e il fucile, ha vestito bombetta, tweed e usa il computer portatile.
Globalizzazione della cultura e dell’informazione significa che tutti, ciascuno di noi, abbiamo la possibilità di comunicare con tutti, con chi scegliamo di farlo, indipendentemente dal punto del globo in cui ciascuno si trova.
In teoria.
In pratica ci sono i tanti, a cui sono stati venduti gli strumenti per ricevere le comunicazioni, e i pochi che si sono tenuti le risorse per trasmettere.
È, un’altra volta, una comunicazione sbilanciata: sembra la favola del leone che invitò la gazzella ad un banchetto: "Sai," la imbonì il leone "ci sarà tanta carne da mangiare!".
Per molti di noi sardi sa limba e su conotu sono cose troppo importanti per essere scommesse sulla roulette della globalizzazione, in cui il valore delle merci che noi vendiamo viene fissato da chi acquista, quello delle merci che acquistiamo da chi vende: in un caso e nell’altro i prezzi sono in mano ai soliti noti, che fanno capo ad un unico clan.
Per altri, limba e conotu sono solo un fatto di folclore, un di più da regalare al turista distratto, al "pellegrino del nulla", per dirla come Placido Cherchi.
Nella nostra cultura vige prepotente la paura del ridicolo: se è venuta meno, anche questa, si dica semplicemente addio a tutti i "fantasmi di Arasolè" e al suo incauto mallevadore.
[da Paraulas n.2]
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