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Se questo è un uomo che cammina nella notte
                                                                                                       
di Emanuele Fontana

«Tutti i sani (tranne qualche ben consigliato che all’ultimo istante che si spogliò e si cacciò in qualche cuccetta di infermeria) partirono nella notte del 18 gennaio 1945. Dovevano essere circa venti mila, provenienti da vari campi. Nella quasi totalità, essi scomparvero durante la marcia di evacuazione: Alberto è fra questi. Qualcuno scriverà forse un giorno la loro storia» [Primo Levi, Se questo è un uomo, Einaudi, Torino, 1989, pag. 138].
Qualcuno ha scritto quella storia. Esattamente l’ha fatto, con altrettanta drammatica incisività Elie Wiesel nel suo La notte, racconto lungo che narra la storia della sua deportazione nello stesso infame campo di Primo Levi, Auschwitz.
«Per una volta potevamo decidere noi stessi della nostra sorte. Restare tutti e due all’ospedale, dove avrei (suo padre, ndr) potuto farlo entrare come malato o come infermiere grazie al mio dottore, oppure seguire gli altri» [Elie Wiesel, La notte, Giuntina, Firenze, 1997, pag. 82]. Seguirono gli altri.
Entrambi gli autori sono due dei tanti, tantissimi uomini che hanno sofferto la terribile sorte del deportato nei campi nazisti durante la seconda guerra mondiale. Hanno vissuto la morte, la fame, la carenza di ogni elementare tentativo di soddisfazione di un bisogno.
Soprattutto, come entrambi hanno sottolineato più volte nei loro scritti, hanno subito quella che è la più devastante delle offese: la privazione del diritto ad essere uomo.
Ne sono nate due opere distinte che diventano parallele per tema, luoghi e periodi e addirittura sembrano abbracciarsi per poche righe in una trattazione secca e precisa di uno dei momenti culminanti di entrambe le storie: l’avvicinamento alla liberazione.
Come Levi anche Weisel è indeciso se partire o meno con la maggioranza dei prigionieri dal campo di Auschwitz nella notte del 18 gennaio 1945. Come Levi anche Weisel vive ore snervanti, costretto nell’indecisione per un destino che sembra doversi compiere.
Il primo opta per rimanere perché si rende conto che non può sopportare la lunga marcia. Il secondo invece sceglie di partire, con il padre, pur avendo un piede ferito.
Avranno ragione entrambi. Sopravviveranno ma vedranno morire tutti e tutto intorno a loro.
«Appresi dopo la guerra che la sorte di chi era restato all’ospedale: furono liberati dai russi, semplicemente, due giorni dopo l’evacuazione» [Elie Wiesel, La notte, Giuntina, Firenze, 1997, pag. 83].
C’è rabbia in queste righe, la rabbia di chi ha marciato per giorni al freddo, di chi a visto morire suo padre appena giunti al nuovo campo. Una rabbia giusta, dettata dal dolore della perdita di tantissimo. Ma è questa rabbia che riafferma l’uomo, lo ricostruisce. Wiesel rimpiange la scelta di non essere rimasto e liquida con un ironico e tremendo “semplicemente”, quelli, fortunati, che sono rimasti. Analizza la scelta a distanza di anni, quando l’azione è già compiuta. Quando si rende conto che se fosse rimasto forse...
Levi rimane al campo, pensando alla sorte dei deportati. Con loro c’è Alberto, il suo amico fraterno. Colui con il quale ha sopportato gran parte del periodo di internamento nel campo.
Alberto morirà nel viaggio verso il nuovo campo. Prima del padre di Wiesel.
La rabbia e il dolore nelle righe di Levi sono meno evidenti ma non meno presenti. Alberto va a salutarlo alla finestra e sparisce, nella notte, non tornando più. Ugualmente sparisce dalla narrazione, non verrà più citato. In quelle scarne righe c’è, e si sente, tutto il dolore e la rabbia per la perdita di un fratello: «Non l’ho più visto vivo».
Come Wiesel però Levi dimostra di poter sopravvivere anche a questa perdita. Riesce a mantenersi vivo fino alla liberazione, che fortunatamente arriva prima.
Wiesel verrà liberato pochi mesi dopo dal campo di Buchenwald, perché sfortunatamente aveva intrapreso quella lunghissima marcia.
Entrambi hanno vinto sulla morte. Hanno pagato un prezzo altissimo ma sono sopravvissuti.
Tutta la rabbia che c’era nelle righe passate si stempera in ognuno dei due racconti nelle pagine finali. Quando arrivano i liberatori sia per l’uno che per l’altro protagonista la vita ricomincia a scorrere non solo per loro ma anche per il padre di Wiesel e Alberto. Testimonia questo uno stile quasi simmetrico che fa la cronaca dei primi momenti dalla liberazione.
«I russi arrivarono»… «Charles si tolse il berretto. A me dispiacque di non avere berretto» [Primo Levi, Se questo è un uomo, Einaudi, Torino, 1989, pag. 153].
«Verso le sei del pomeriggio il primo carro armato americano si presentò alle porte di Buchenwald» [Elie Wiesel, La notte, Giuntina, Firenze, 1997, pag. 112].
Ma il parallelismo è ancora più profondo se si pensa a tutte le volte che nei rispettivi racconti gli autori citano, amorevolmente, molti compagni, protagonisti di quei terribili episodi. Citano nomi, cognomi e luoghi di provenienza con rigore così da ridare dignità di essere uomini a quegli sfortunati scomparsi nei campi di sterminio.
Così le due opere si uniscono idealmente e storicamente nella denuncia di un orrore e nell’affrancamento delle sue vittime, per non dimenticare gli amici, i compagni: il polacco Zimmel, l’italiano Alberto, il francese Dorget.
Entrambe le opere sono importanti non solo per la memoria dell’uomo ma soprattutto perché rappresentano quell’unico indicibile sforzo che rende eterni gli uomini: l’affermazione della propria dignità.
Opere intense, diverse per personaggi e per stile del narratore ma uguali per forza di idee, prospettiva, oltre che per lo sfondo della scena.
Viverle in parallelo è un’emozione ancora più profonda. Testimonia quello che è stato e quello che uomini più grandi di noi, hanno sopportato. Come hanno fatto a superare quei terribili istanti, quelle privazioni, quelle paure nessuno lo potrà mai spiegare ma leggendo prima l’una poi l’altra delle testimonianze si capisce che un filo conduttore ha guidato entrambi: la voglia di sopravvivere. L’unico modo di affermare la dignità umana, in armonia con la natura, la storia, la società.
Da questo assunto di fondo è nata tutta la letteratura tesa a far luce sulle atrocità di quel periodo, ricostruendo da diversi punti di vista ora la vita quotidiana del prigioniero, ora i tentativi di fuga, le modalità di cattura, sterminio, lavoro.
Oltre Levi e Wiesel altre centinaia di ex prigionieri o studiosi hanno composto migliaia di pagine su quel tema.
Come lo stesso Levi ha sottolineato più volte esistono tre filoni di un corpo di testimonianze (è riduttivo chiamarlo genere) che ha riguardato e riguarda i campi di sterminio o di concentramento.
Un primo filone prende in esame l’aspetto storico e sociologico del periodo di riferimento. E’ un insieme di opere perlopiù di carattere scientifico che ricostruiscono puntualmente il dramma delle deportazioni inquadrandolo nella più ampia tragedia della guerra.
Esistono poi le opere letterarie dei deportati, frutto dell’elaborazione dell’esperienza vissuta. Infine il filone dei diari e testimonianze dei deportati, elaborati di cronaca, spesso cruda ed essenziale, sulla esperienza soggettiva nel campo.
Se il primo filone è opera solo di studiosi, salvo qualche eccezione, il secondo e il terzo sono, a mio avviso, le parti essenziali di un progetto di ricostruzione della propria dignità che ha coinvolto tutti coloro che hanno scritto o testimoniato la loro esperienza nei campi nazisti.
Sono le più belle prove del coraggio incredibile dell’uomo che sottoposto al tentativo di scomposizione sistematica del proprio essere, si ribella con un grido disperato che ne afferma la volontà di sopravvivere.

bibliografia
Primo Levi, Se questo è un uomo, Einaudi, Torino, 1989
Elie Wiesel, La notte, Giuntina, Firenze, 1997
Bruno Bettelheim, Sopravvivere, Feltrinelli, Bologna, 1981

altri interventi di Emanuele Fontana sul suo sito www.emanuelefontana.it

Cultura: l'urlo degli uomini in faccia al loro destino.
(Albert Camus)
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