Quando un velo di Cipria rivela la bellezza della Verità
un colloquio con Mariolina La Monica
di Morena Fanti
“Cipria” non è un libro da leggere, è un libro in cui vivere.
Leggendolo ti senti parte integrante del racconto. Entri in sintonia con la protagonista e le sue emozioni, condividi con Matilde e la famiglia Panara una parte della loro vita, passando tra cambiamenti ed eventi dolorosi, in atmosfere così intense da racchiuderti in loro. Dimentichi che stai leggendo ed entri in quell’angolo di mondo a Castagneto Mare.
L’autrice scrive con parole spesso essenziali, ponendo l’accento su ciò che di più autentico c’è nelle storie vissute con amore e dolore: l’intimità dei sentimenti veri, quelli che non hanno bisogno di artifici per farsi comprendere da tutti.
Scorrendo gli eventi narrati nelle pagine di “Cipria” (Edizioni Il Filo) si sente sempre più vicinanza e intimità con la protagonista Matilde e la storia è così forte e intensa, pur essendo scritta in modo naturale, da farti pensare di conoscerla davvero. La immagini insieme a Mario, l’amore di sempre, nel passare degli anni e delle vicende.
Il loro è un amore tragico che passa attraverso gli anni e rimane immutato nella sua profondità, come a significare che i sogni giovanili, quelli coperti da quel velo di cipria fornito dalle illusioni proprie dell’età acerba, si possono mantenere sempre vivi dentro l’anima.
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Questo suo romanzo è uno squarcio su un tipo di vita che ora non esiste quasi più. Leggendo “Cipria” tutti noi possiamo ritrovare un sapore o un odore della nostra infanzia. Scrivendo della famiglia Panara ha provato le stesse sensazioni? Come un immergersi in una vita non più possibile?
Sicuramente, scrivendo “Cipria”, mi sono catapultata in una dimensione trascorsa consapevole che una parte di essa era molto amata e un’altra contestata. Tuttavia, non ho rinunciato all’idea che certi valori e sentimenti forti di una volta fossero ancora oggi possibili. Per questo ho provato a metterli in rilievo opponendomi a quel tipo di progresso che ha fatto perdere le basi del discrimine tra bellezza e bruttezza dell’essere e della realtà che lo circonda.
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Per questa sua scrittura, a tratti quasi scarna senza lirismi superflui, si è ispirata ai grandi Maestri del Verismo, come Verga e De Roberto?
In realtà, non mi sono volutamente ispirata a nessuno dei due. Nondimeno credo che, inevitabilmente, lo stile di qualsiasi scrittore si possa infine paragonare ad un ordito realizzato con fili che, pure inconsciamente, ha tratto da più parti.
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Lei dà grande risalto alla psicologia dei suoi personaggi, mostrandone pensieri intimi e i comportamenti che ne derivano. Questa sua capacità nasce da uno sguardo speciale che lei ha e che rivolge verso le altre persone, e forse anche verso se stessa?
Lei non è la prima persona che mi fa notare questo aspetto.
In verità, se di sguardo speciale vogliamo parlare, esso fa talmente parte di me che quasi non me ne rendo conto. Comunque, devo ammettere che esiste e che esso proviene dalla mia voglia di cercare e trovare l’uomo, dall’abitudine, quasi maniacale, di mettere un tassello dietro l’altro. Inoltre, io parto dalla poesia, ovverosia da una sorta di isolotto di contemplatività interiore, in cui si è quasi costretti ad analizzare se stessi e, di conseguenza, il mondo.
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La scrittura richiede sempre passione e inoltre richiede metodo e coraggio. Quanto c’è in lei di queste cose quando si siede a scrivere?
A volte, le tre componenti si fondono in una comunione ideale e vanno in sincronia, mentre, in altre, mi risulta necessario limare o inserire e quindi attenermi al metodo. Ad ogni modo, la componente che da me è più fortemente avvertita, quella che mi dà la spinta, è la passione.
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Dopo l’esperienza di “Cipria” pensa di proseguire e scrivere un altro romanzo che tratti gli stessi temi, o ha altri progetti?
Quanto prima, dovrebbe uscire un numero monografico a me dedicato della rivista “Spiritualità e Letteratura” diretta dal professore Tommaso Romano, su cui andrà una raccolta di dieci racconti il cui titolo (per il momento provvisorio) penso che sarà “Ventaglio in Verticale”. Inoltre io non riesco mai a stare a lungo senza scrivere qualcosa, poiché la scrittura, sia in versi che in prosa, è per me diventata un’esigenza vitale. Per quanto riguarda un nuovo romanzo, invece, anche se per il momento ho diverse idee che se ne stanno in una sorta di sottofondo, dal quale, di tanto in tanto, mi mandano bolle in superficie, non amo programmare, perché so che, per prima cosa, ho bisogno di ricreare la condizione di isolamento ideale che, per adesso e per diversi motivi, si è in parte disperso.
Tuttavia, ciò che so per certo e che, a prescindere dal contesto sociale in cui si svilupperà la nuova storia, continuerò, inseguendo l’umanità di ognuno.
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Leggendo il suo romanzo ho pensato che la sua sia una scrittura vera, una scrittura che indossa le scarpe di tutti i giorni e scende in strada tra la gente comune e i loro drammi. Quanto si sente a suo agio in questa definizione?
Molto, perché questo è per me un magnifico complimento. Difatti, pur avendo coscienza dei limiti che caratterizzano l’individuo, io non riesco a non amare la gente, a vedere, nei loro, i miei difetti e -perché no- a volte le mie reazioni. Per di più, penso che il quotidiano ci ponga dinanzi a volti ormai così consueti che, troppo spesso, sono da noi osservati di sfuggita e senza considerare per nulla le loro storie all’apparenza banali. Volti e storie che, tuttavia, sono convinta nascondano drammi, insoddisfazioni, passioni, momenti di gaudio e di morte, spesso, inenarrabili al punto, che solamente un occhio attento può rivelarli, facendo emergere o quella sorta di grumo interiore dato dal silenzio, o l’infinito in loro.
Mariolina La Monica è nata a Casteldaccia (PA) l’8 settembre del 1951 e lì risiede tuttora con buona parte della sua famiglia. Appassionata di letteratura, da ragazza ha aderito al gruppo teatrale paesano, scatenando in lei anche la passione per il teatro. Nel 1997 ha pubblicato la sua prima raccolta “Dall’ombra e dalla luce”. A questa si sono accodate: la silloge “Specchio tra le onde” nel 2001, il poemetto “Il figlio dell’aquila” nel 2004, la nuova raccolta “Io, canzone di vento e di metallo” nel 2005, e infine la sua prima opera in prosa, il romanzo “Cipria” Alcuni suoi racconti sono presenti in riviste e antologie ed ha partecipato ad alcuni concorsi letterari ottenendo significativi riconoscimenti.