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La mia verità su don Osvaldo.

di Rina Brundu

Nel Paese delle ombre, delle stragi impunite, dei processi mediatici tesi a dimostrare tutto e il contrario di tutto, nel Paese dei colpi proibiti, degli intrighi finanziari, delle mezze verità condite con mille bugie, immagino che questo mio desiderio di provare a raccontarne almeno una di verità, intera, sia in qualche modo giustificato. Soprattutto, immagino che sia il mio essere a sentire il bisogno di farlo!

Scherzi e humour nero a parte, di vero c’è che io debbo molto a don Osvaldo. A dirla tutta, questo debito di gratitudine mi perseguita da diverso tempo e sono ormai convinta che non mi darà tregua fino a quando, almeno una parte del non-detto, verrà riportata nero su bianco.

Il bibliotecario di Villarosa mi è di fatto venuto incontro in un periodo particolarmente delicato, ovvero quando il solco tra i miei due mondi di appartenenza diventava più marcato, aumentando il rischio di cadere nell’abisso. Concedo che l’iperbole possa essere fuori luogo, ma non vi è nulla di esagerato nella situazione denunciata, come sicuramente potrà testimoniare qualunque Cristo che porta in sé le lacerazioni tipiche dell’io diviso.

Nel 2003 abitavo da sei anni in Irlanda, una nazione gaelica ma, per suo destino, avviluppata e costretta dentro la particolare prigione dorata procurata dai potentissimi tentacoli linguistici e culturali di matrice anglosassone. Come non bastasse, ad un tale status quo, dovevo aggiungere “l’effetto nefasto” procurato da anni di studio “delle cose”, letterarie e non, appartenenti a quello stesso imprint dominante e, infine, un lungo periodo di lontananza dalle mie culture dell’anima che, a dispetto di qualunque difficoltà geografica, continuavano a restare quella sarda e quella italiana. 

Consequentia rerum fu che alle sempre più frequenti approssimazioni linguistiche nel parlato, si andarono presto sommando anche approssimazioni scritturali assolutamente imbarazzanti per chi, come me, conservava, come primo ricordo dell’io cosciente, la certezza di essere nata per scrivere. Fu proprio a questo punto che don Osvaldo si interessò di me e, sebbene con somma fatica, mi diede una mano importante nel tentativo di rallentare, e quindi di invertire completamente (spero!), quel processo di disintegrazione linguistica e culturale. I lavori sono attualmente in progress, probabilmente dureranno una vita, ma è nella certezza del loro esistere che procurano conforto allo spirito ancora palesemente affaticato.

Se è vero che l'ho incontrato in quel particolare periodo, è pure vero che la figura del bibliotecario di Villarosa non è nata allora. In realtà, don Osvaldo (proprio come Terza Pagina) è sempre esistito: dentro di me! Dopo la pubblicazione di Tana di Volpe, molti lettori, nonché tanti abitanti di Villanova Strisaili, hanno tentato di individuare nei numerosi amici saggi ogliastrini che mi sono vicini, una sorta di musa ispiratrice per la creazione di questo character e hanno accettato con riserva ogni mia affermazione che una tale musa non sia mai esistita. Tali affermazioni, non posso che ribadirle in questo articolo; o meglio, nel presente contesto, non posso che ribadire la non-esistenza di una simile fonte permeante rispetto ad un singolo elemento, tuttavia, la stessa è sicuramente esistita rispetto ad una tipologia di individui!

Don Osvaldo è infatti, a mio modo di vedere, quintessenza di tutto ciò che c’era e c’è di buono in quei vecchi ogliastrini che io ho avuto la fortuna di conoscere nel mio paesino abbarbicato sulla verde collina che guarda direttamente alle pareti granitiche della Grande Montagna.  Il ricordo di quei vegliardi è gemma preziosa nello scrigno che è il mio cuore, energia ultima che permette di sopravvivere a qualsiasi latitudine. Alla maniera di quegli altri uomini, il bibliotecario di Villarosa è tenace, caparbio, ostinato, dotato di un senso dello humour spiccatamente sardo, curioso di guardare attraverso ed oltre i costoni dorati del Gennargentu, fonte inesauribile di storie incredibili, intelligenza vivace e a tratti scaltra.

In simil guisa, vivono di luce riflessa da una realtà incredibilmente favolosa, i numerosi personaggi che affollano il suo mondo, a cominciare proprio dal character della simpaticissima moglie, la signora Palmira Palmas da Silva. Non nego, per esempio, che il menage famigliare e “particolare” di don Osvaldo e Palmira, possa essere la trasposizione fictional di situazioni concrete direttamente testimoniate da me in quella vita altra e impresse per sempre nella memoria e nell’anima. Allo stesso modo, trovano sicuramente riscontro nella realtà factual di riferimento, l’attitudine della signora Palmas, nonché della carissima e mai presente amica, la signora Grazia, a colorare con estrema ridondanza di particolari ogni più piccolo accadimento mondano paesano, o ad interessarsi troppo delle faccende altrui.

Macchiette tipiche sono naturalmente anche la figura del medico del villaggio, il dottor Marcello che, nel suo prendersi cura della salute dei compaesani, non a caso è presentato come l’alter ego fisico del nostro beneamato vecchio. Lo stesso discorso vale per il burbero don Flavio, una sorta di don Camillo sui generis, con una visione molto pratica di come debbano essere amministrati gli affari della parrocchia; il maresciallo Asdrubale Vinci ed il bellissimo, timido appuntato Massimiliano Sartori sono pure figure molto probabili alle pendici della Grande Montagna. O almeno, lo erano!

Quest’ultima indicazione è molto importante. Moltissimo. L’ho evidenziata perché potrei digerire qualsiasi critica rispetto a questo progetto, ma davvero farei fatica a confrontarmi con chiunque partisse dal presupposto che tali storie non hanno ragione d’essere perché un tale universo fantastico non esiste più, o non è mai esistito. Perché la realtà è un’altra! Meno romanzata! A costoro, io rispondo che quel mondo straordinario, non solo E’ ESISTITO, ed io ho avuto l’immeritata fortuna di averne fatto parte, ma che esiste ancora oggi più splendente di prima: dentro di me! Il mio modesto tentativo (che spero potrò portare avanti con maggiore vigore in un futuro prossimo!), è proprio quello di farlo rivivere quel mondo! Posso concordare sul fatto che io sia indegna di un simile compito ma, fino a quando non incontrerò un’altra anima capace di raccontarlo così come io l'ho vissuto, non tenterò di sottrarmi alla responsabilità che mi spetta. Nel bene e nel male!

Con questo voglio approfittarne per ricordare che, a mio modesto avviso, le storie poliziesche di don Osvaldo, per loro natura, vivono benissimo dentro gli schemi severi del genere giallo classico, ma indubbiamente sono dotate anche di elemento che non faccio fatica a definire fantastico/realistico, che automaticamente le colloca dentro una sorta di limbo pseudo-letterario tutto da definire. Onestamente, io non vedo quale sia il problema! Di sicuro, il problema può porsi però per il lettore serioso, determinato ad esplorare e interpretare grandi verità nascoste, nonché la morale ultima, in ogni romanzo letto. A questo tipo di lettore (che sono naturalmente i lettori ideali!), io dico di non leggere né Tana di Volpe, né qualsiasi altra avventura del vecchio perché non sarebbe materiale adatto al suo naturale elucubrare.

Le storie di don Osvaldo possono essere apprezzate forse solo da un’anima capace di lasciarsi andare quel tanto che basta per goderne il valore estetico. Tale plusvalore non è dato sicuramente dalla minima capacità scritturale dell’autrice, ma piuttosto “nell’impressione d’Ogliastra” e di Sardegna che, a ben cercare, scaturisce dalla lettura. Inutile spiegare cosa possa essere “un’impressione d’Ogliastra” perché un’anima allenata sa cogliere di suo, dentro ogni pagina che legge, suoni, rumori, profumi, gli scherzi del vento e perfino il silenzioso battere delle ali di ogni grifone in volo, sopra il Gennargentu.

Con quel pizzico d’orgoglio che questa onesta confessione mi ha lasciato, voglio però assicurare al lettore serioso di cui sopra, che la capacità di scrivere favole gialle non inficia l’abilità di uno scrittore di scrivere altro: piuttosto l’accresce! E’ mia ferma convinzione infatti che un scrittore a tutto tondo, sia tale solo in virtù del suo saper fare proprio ogni "genere".  Da questa convinzione, che per me è assioma, deriva anche la certezza che non possa esistere un sinonimo delle parole scrittore e scrittrice. La categorizzazione di giallista, romanziere, persino di giornalista è a mio modo di intendere le cose assolutamente ridicola rispetto alle potenzialità dell’io-che-scrive. Un io-che-scrive è infatti un’anima-che-scrive, ovvero una espressione di una coscienza superiore, assolutamente indifferente ai vincoli imposti da una qualsiasi segregazione letteraria, con buona pace di ogni burocrate accademico. A questo aggiungo anche, che non è la serietà dell’argomento trattato, o l’abbondanza di figure retoriche usate, o una pseudo sperimentazione linguistica portata avanti al mero scopo di cercare l’appeasement con il critico impegnato, a qualificare il grande scrittore come tale, quanto piuttosto la forza immaginifica e la portata della sua visione ideale messa a disposizione dei tanti contemporanei per il beneficio di tutti (i.e. inutile intessere fiori bellissimi e ricercati sulla tovaglia se poi la stessa non serve per apparecchiare!).

L’auspicio è quindi che il mio difficile (forse impossibile!) cammino di redenzione letteraria (?), messo in moto grazie ai buoni uffici del tenace bibliotecario di Villarosa, possa portare i suoi frutti migliori negli anni futuri. Frutti variegati (i.e. frutti simili o diversi dalle molte altre storie di don Osvaldo che verranno!), ma che in qualche modo giustifichino quella iniziale “certezza di essere nata per scrivere”. Soprattutto, la speranza è che, indipendentemente dalla felicità del percorso, lo scrigno del cuore continui a preservare sempre, come sua gemma più preziosa, proprio quei primi favolosi ricordi d’infanzia ai piedi della Grande Montagna di cui si è già detto. Se così non fosse, meglio sarebbe che mi fossero asportati i polpastrelli delle dita per impedirmi di continuare a batterli su questa innocente tastiera!

Rina Brundu
Dublino, Agosto 2007 ©


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