La Torre del Nuraghe
Contra temporum stupiditate…
di Rina Brundu
Non tutte le prigioni hanno le sbarre:
ve ne sono molte altre meno evidenti
da cui è difficile evadere, perché non
sappiamo di esserne prigionieri. Sono
le prigioni dei nostri automatismi
culturali che castrano l'immaginazione,
fonte di creatività. (Henry Laborit)
E’ un articolo non facile da scrivere e da pubblicare per chi, come me, è sempre stata convinta che la scrittura sia un mero atto privato. Riportata da qualcuno che ha fatto di Internet il primo editore di riferimento e dei suoi siti la casa dell’anima, mi rendo conto che una simile dichiarazione potrebbe risultare criptica, quando non incoerente, sebbene la stessa non nasconda alcun approccio contradditorio: né comportamentale, né mentale.
Chi ha seguito (bontà sua, anche se consiglierei di utilizzare in maniera più proficua il proprio tempo!) le mie vicende editoriali, sa bene che negli ultimi cinque anni non ho pubblicato alcun libro come autrice, mentre ho dedicato il tempo rubato ad ogni altra possibile dimensione di esistenza, alla diffusione della produzione altrui. Questo l’ho fatto sia come editore virtuale, sia come curatrice dell’antologia ogliastrina ISOLE.
Di questi sort of achievements, sono moderatamente felice, soprattutto laddove mi è riuscito di mettere a disposizione istanti di vita per il prossimo nella convinzione che every little thing helps. Mi rendo pure conto che il prossimo bisognerebbe aiutarlo in altra maniera, anche se non è detto che quelli che riteniamo limiti dell'IO non siano piuttosto compiti da assolvere. Fermo restando che, quest’ultima possibilità, potrebbe essere stata, a sua volta, meditata da un sentire colpevole nel tentativo di scaricare il grosso delle responsabilità morali che gli competono…
La verità è che se sono qui una ragione altra ci deve essere. Tale ragione, io la individuo sempre in quella prima fondamentale convinzione, ovvero il fatto che la Scrittura sia soprattutto un atto intimo. Un atto che pertiene all’anima e di cui è impossibile disporne per fini diversi da quelli destinati. A questo proposito vorrei chiarire che, quando parlo di Scrittura (termine che nei miei articoli ho ormai quasi antropomorfizzato), io non mi riferisco al risultato editoriale ottenuto da una coscienza grammaticale o editativa (si può?) più o meno avanzata, e neppure al lascito consegnato ai posteri dagli sforzi creativi fatti dentro i cosiddetti “laboratori di scrittura” che, in teoria, dovrebbero allevare torme di scrittori che sanno il fatto loro. Quando io parlo di Scrittura, faccio sempre e solo riferimento ad una manifestazione oggettiva delle più profonde pulsioni dell’anima. Ovvero, parlo di Scrittura in senso kafkiano. Per quanto mi riguarda infatti, Kafka è la Scrittura e la Scrittura è Kafka. Il resto sono dettagli. Neppure tanto importanti.
Si tratta di visione privata e ideale, non lo metto in dubbio. Personalmente però voglio pensare che possa essere anche un orizzonte d’attesa, un percorso di vita come un altro. Ma, se di viaggio si tratta, per quanto immaginario, non potrebbe mai cominciare senza il primo, fatidico passo. Questo articolo tratta proprio di quel momento particolare.
Non solo giallo
Ho già avuto modo, in altra occasione (vedi, La mia verità su don Osvaldo), di raccontare del primo approccio verso una forma di scrittura più organizzata e “pubblica”. Spero, in altro tempo, di riuscire a riportare nero su bianco, soprattutto per spiegarlo a me stessa (non ho mai capito, per esempio, perché fin da bambina fossi ossessionata dall’idea di “scrivere” nonostante non scrivessi, non vivessi dentro un ambiente culturalmente cosciente e/o evoluto e nonostante una diversa, possibile ossessione mi avrebbe donato maggiore serenità dello spirito), anche del percorso intimistico di cui dicevo; ma questo potrebbe accadere solo più avanti, ovvero quando una eventuale realizzazione di quel cammino ideale ne giustificherebbe la fatica. In questa sede invece, preferisco concentrarmi sulle implicazioni pratiche che comporta il voler compiere quel primo, fatidico passo.
Non sono poche infatti!
La prima è senz’altro un cambio di rotta rispetto alla “produzione” precedente, a cui si accompagna la decisione di non pubblicare (almeno per ora) la seconda, annunciata avventura del mio detective don Osvaldo da Silva Ochoa, ovvero Ruinas. In questo particolare momento del mio esistere, infatti, io non mi sento una scrittrice di gialli! A dirla tutta, credo di non essermi mai sentita tale! Vero è invece che del giallo, e dei più grandi maestri di genere, ho sempre amato le qualità visionarie assolutamente uniche: la capacità di creare atmosfera, la capacità di organizzare il gioco, la capacità del sogno, la capacità di essere fedeli al diktat dell’anima senza preoccuparsi troppo delle puntuali stroncature critiche, la capacità di cogliere il bello, la capacità di saper rendere felice il “fanciullino” dentro, l’ammirazione e la percezione del metafisico, l’intuizione del mistero. Ad una cara amica che, settimane fa, mi faceva notare le “pecche” del creatore di Gideon Fell che evidentemente non riusciva a inibire la sua passione per le gonnelle, non ho esitato a rispondere che è centomila volte meglio un John Dickson Carr che fotte le donne, piuttosto che una torma di scrittori colti ma senza immaginazione che fottono la letteratura. Imagination is more important than knowledge, sosteneva Einstein che, sebbene a sua volta non immune al fascino del peccato, di date cose se ne intendeva. E se l’immaginazione è importante per uno scienziato, figuriamoci per uno scrittore! Per ogni scrittore che si rispetti, l’immaginazione non può che essere l’entrata principale alla casa dell’anima, il resto è solo inchiostro male utilizzato! Un John Dickson Carr, una Agatha Christie sono scrittori a tutti gli effetti dunque: un grande giallista è uno scrittore a tutti gli effetti! Ma vi è scrittura e scrittura: scrittura di partenza (pubblica) e scrittura di arrivo (privata, intima). E tra la prima e l’ultima c’è sempre di mezzo quel percorso particolare di cui dicevo, un cammino accidentato la cui validità ed utilità per l’individuo e/o per la società potrà essere giudicata solo a posteriori: meglio mettersi l’anima in pace, insomma! Almeno per quanto mi riguarda, naturalmente!
Rispetto alle mie misere prospettive, mi preme solo precisare che la decisione di non pubblicare Ruinas in questo frangente, così come quella di non guardare ulteriormente dentro le investigazioni di don Osvaldo, non comporta un venire meno dei miei obblighi verso terzi e neppure un venir meno del mio interesse per le cose del giallo. Quindi, fino a quando le minime risorse lo permetteranno, continuerà ad esistere Giallografia (un termine della cui creazione vado paga – ricordo ancora, per esempio, quando una google search rivelò che nel motore di ricerca non esisteva ancora una singola entry con quel nome!), continuerà ad esistere L’Indizio Nascosto, un concorso che ha avuto sin da subito, forse anche per merito dell’impostazione particolarmente severa data allo stesso, così come per l’indiscutibile qualità e preparazione del team dei giurati, molta fortuna e continua ad averla e, il va sans dire, continuerà ad esistere tutto il variegato mondo di autori, personaggi, avvenimenti, situazioni che ruota loro intorno.
L’unica differenza? Non esisterà più una Rina Brundu scrittrice di gialli, o almeno una Rina Brundu che è solo una scrittrice di gialli. Per la serie, non si può mai dormire sogni tranquilli!
Contra temporum stupiditate…
Presa la decisione di mettersi in marcia, non resta cbe scegliere la direzione! Di buono, c’è che si tratta sempre di tragitto già scritto: sarà impossibile perdersi! Lo spirito vagabondo saprà trovare istintivamente la vera casa (home), qualunque essa sia: anche fosse un ipotetico black hole dell’annientamento dell’Essere, della sua disillusione più grande. Ciò che è davvero importante dunque è solo il saper trovare il coraggio di provare, sperimentare, giocare con gli interessi di sempre.
Con le passioni di una vita.
La torre del nuraghe, contra temporum stupiditate (Terza Pagina Edizioni), la mia satira in edicola ad Ottobre 2008 tenta, nel suo piccolo, di mettere in pratica un simile Credo. Questo lavoro, che ho iniziato nel Gennaio del 2005, è nato primariamente in lingua inglese (The Nuraghe Tower) è il target resta sempre quello di farlo arrivare, al più presto, a contatto con quel diverso universo. Tuttavia, come spesso accade, la “satira” in questione riguarda mondi molto più vicini e cari allo spirito, nonché nettamente marcati culturalmente.
Sul testo in questione non desidero comunque dire di più, anche perché ho sempre pensato che a parlare debbano essere i libri e i loro personaggi, non certo i loro autori. L’unico particolare rivelatore che mi sento di dare ai miei quattro lettori è che in questo lavoro ci sarà molto della Rina Brundu degli articoli pubblicati su il Barbiere della Sera, quindi la Rina Brundu che si interessa di giornalismo (e di critica delle sue brutture), di politica con la p minuscola, delle tante baruffe chiozzotte della Seconda Repubblica (siamo adesso nella Terza, no?) e naturalmente di nostra madre matrigna Internet, ovvero della conditio sine qua non.
Dimenticavo: ci sarà dentro anche la Rina Brundu che ammira Orwell e la letteratura inglese in generale ma, mettendo le mani avanti, mi sento di liberare quei grandi da qualunque corresponsabilità.
Detto quanto sopra, credo di avere implicitamente risposto anche alle mute domande poste dal sottotitolo del libro. Nel nostro tempo privato di tutto ciò che è naturalmente buono, parlare di stupidità quando si dibatte di etica giornalistica, di Politica e di quel far-west culturale che è la Rete, mi pare scontato come parlare di rondini a primavera.
Rispetto a questo discorso, ci tengo però a precisare che se è vero che la Torre del Nuraghe mira a criticare la stupidità dei tempi, vero è anche che la sua autrice non intende proprio chiamarsene fuori. Quale figlia (agitata) di questi giorni agitati, alla mia razione di idiozia giornaliera davvero non saprei rinunciare! Dirò di più: la esigo! Fortuna ha voluto che non mi sia stata mai neppure negata!
Dublin, 08/03/2008
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