Ottobre 2007
Tornano i Tazenda
di Rosalba Satta
“Tornano i Tazenda” scrive, nella bella rivista “Lacanas”, il giornalista Roberto Mura.
E tornano davvero alla grande!
“Vida” è il titolo del loro Cd ; album che comprende tredici canzoni. Così si legge nel retro della copertina. In realtà sono quattordici pezzi, perché la stupenda “Domo mia” apre e chiude l’ascolto di una melodia che, pur affrontando tematiche diverse , non si muove dall’anima che, rapita, e a dispetto della calura estiva, si lascia “invadere dal vento della primavera” che soffia, purificatore, nei versi della bella “Carrasecare”.
L’emozione è grande.
E non poteva essere altrimenti : c’è tanta bella gente in questo Cd…
Avvolge ed accarezza come ieri la voce dell’amatissimo Pierangelo Bertoli nella sempre attuale “Spunta la luna dal monte”.
C’è Piero Marras che, come è sua abitudine, continua a far danzare le note nel cuore degli assetati del bello, con le parole – dolcissime - del brano “Carrasecare”.
Ecco Fabrizio De Andrè che ha lasciato la sua impronta in “Pitzinnos in sa gherra”, dove la poesia si sposa col doveroso richiamo al costruire, al dare… “puru si non as a ottenner bantos”.
Che dire di Eros Ramazzotti che si abbevera nelle nostre fonti sarde ragalandoci emozioni nuove?
Ovviamente ci sono loro, i veri protagonisti : i Tazenda di ieri e di oggi.
Luigi Camedda, Luigi Marielli, Giuseppe Dettori…e ultimo, ma non ultimo!, l’amatissimo Andrea Parodi al quale – come si legge in copertina, – “è dedicato questo lavoro” e “la cui presenza avvolge i nostri cuori e la nostra musica”.
Il tutto è un regalo fatto ad Andrea , alla musica . E poi a chi , come alcuni di noi, forse ingenuamente, continuano a cercare la poesia anche nei testi delle canzoni. E quando accade – come in questo caso – si soffermano… incantati, e sentono e vedono realmente “i cieli d’argento di luna, danzare sui mari e versare piogge da mille barili e lacrime in cento deserti…”.
“Ci piace pensare” – scrivono i Tazenda nella terza di copertina – “che tutte le difficoltà siano solo opportunità mascherate”. Condivido: è una riflessione che rende più forti e da senso alla speranza.
A me, oggi, nell’ ascoltare , e nello riascoltare, la toccante “Domo mia” – che pare scritta e cantata al cielo affinché sentano altri oltre ad Andrea - piace pensare che determinati versi non nascano per caso, ma siano una risposta a un più o meno consapevole bisogno di riconciliazione spirituale dopo un inaccettabile addio terreno. E se è vero – come ci ricorda Pablo Neruda – che una poesia, come una canzone, non appartiene interamente a chi la scrive, io in quelle note, in quelle parole, nella musica e nel canto dei Tazenda ho sentito – nitido - il passo, il respiro e il canto di mio fratello Paolo.
Sono certa che anche altri hanno avuto o avranno lo stesso sussulto e proveranno le stesse lubrificanti vibrazioni.
Anche per questo, GRAZIE, Luigi Marielli. GRAZIE ragazzi . Col cuore.
Presentata l’opera “ Miscellanea Poetica” contenente una selezione di liriche dell’artista recitate da Walter Maestosi e Daniela Barra, al piano Giovanni Monti.
Incise su disco le poesie di Maria Teresa Santalucia Scibona
SIENA,” La poesia è uno slancio dell’anima” ha affermato la poetessa Maria Teresa Scibona nel salone della Libreria Becarelli, dove è stato presentato con pregiata relazione dal critico letterario Luigi Arista, il disco “ Miscellanea Poetica”, contenente una scelta serie di opere poetiche dell’artista senese. Una realizzazione che consente di gustare a pieno e in ogni momento, le sublimi creazioni, fatte di parole che vengono dal cuore, incastonate dall’intelligenza, esplicitate con trascinante comunicativa. L’effetto esplicativo ha una cornice musicale di raffinato adattamento che ne accentua il carisma meditativo.
Ad interpretare, recitandole con ammirevole passionalità, sono Walter Maestosi e Daniela Barra, la quale inizia la recitazione, introdotta dalle magiche note del “ Preludio n. 4” di Chopin allusivamente chiamato “ La goccia d’acqua” per quel tintinnio di crome ribattute sul pianoforte, dalla mano sinistra che sembrano battere alla porta del destino.
Lettore sensibile, Walter Maestosi, si esprime sussurrando le parole per renderle più suggestive e riesce allo scopo, mentre Daniela Barra, intervalla le recitazioni, cantando motivi musicali: una delicata cornice alle poesie che raccontano ciò che ognuno sente senza saperlo riferire. La poeticità della Scibona ha, nei contenuti, la vita e il sentimento..
Quelle espressioni rese preziose da termini imprevedibili, costitutivi di un’ armonia lessicale di strabiliante composizione, finiscono per penetrare nell’uditore suscitando emozione. Non è possibile restare indifferenti ascoltando “Quinta dimensione”, che termina con la frase “Solo i pensieri non vanno mai perduti”; “ Essere Madre, dove si fanno sentiti i battiti del nascituro; “Elegia del silenzio”, una quiete definita il giardino dell’anima; “ Paradiso perduto”, invocante ricerca di un raggio siderale che indichi la via per ritrovare l’aldilà; e tutte le altre composizioni poetiche comprese nel CD straordinariamente appaganti, tanto che dopo averle ascoltate si sente il bisogno di ascoltarle di nuovo. Il disco si conclude con la Barra che canta ”Sumertime” con voce suasiva e poi la recita di “ Vola ad ali spiegate, titolo ben augurante il volare delle poesie di Maria Teresa Scibona, verso il meritato successo.
ATTILIO BOTARELLI - “Il Nuovo corriere Senese”- 22 Maggio 2007
Sandro Montalto
Beckett e Keaton: il comico e l’angoscia d’esistere
Edizioni dell’Orso – 2006 – 16,00 Euro
Lo scorso novembre, a Milano, durante le manifestazioni per il centenario della nascita di Samuel Beckett, sono stati presentati diversi saggi italiani, tra cui quello di Montalto e il più circoscritto Beckett e l’Italia a cura di Giancarlo Alfano e Andrea Cortellessa. Un Beckett che, nella memoria collettiva, ci riporta ad Aspettando Godot, la pièce con Vladimir ed Estragon, i due protagonisti che porteranno alla ribalta il tema dell’attesa, della solitudine dell’uomo in lotta contro il destino del proprio annientamento, fin tanto da temere insita nella stessa morte una qualche forma di residua (r)esistenza, aggiungerei alla luce della lettura del saggio di Montalto. Film, il tema trattato nel libro, è un corto realizzato in bianco e nero nel ’64. Montalto non solo ha voluto testimoniarlo attraverso un’attenta e mai pedante interpretazione, ma è andato oltre, spingendosi dove la critica all’autore definito tra i più “chiosati” non era ancora arrivata. Lo fa in una serrata e avvincente analisi comparata, sino ad addentrarsi nell’impianto del secolo, in un parallelo ed omogeneo ripercorrere il contesto storico e filosofico. Un film che, attraverso le sue pagine, diviene compendio del percorso di tutta la produzione beckettiana. Il testo analizza subito circostanze e dettagli della pellicola, a partire dallo script e dalle tecniche utilizzate: una “camera a mano” che, indubbiamente, vivifica corrispondenze e azioni tra Og, un ormai anziano e malandato Keaton, ed Oc, ovvero l’occhio che lo riprende, in un cortometraggio anacronisticamente muto, dove incombe “un silenzio drammatico quanto parodistico”. Tutta la tensione iniziale dell’esterno girato in strada ed il relativo inseguimento si sposta poi nella “stanza-utero della madre”, colei che “costringe ad esistere” e dove, infine, si consuma l’agonia di Og. Finale che si gioca sull’eliminazione delle possibilità di “essere percepito”, nella negazione della propria esistenza, attraverso la soppressione delle “scorie della memoria”, ovvero le fotografie di un’intera vita. I titoli di coda compaiono con “un primissimo piano dell’occhio di Keaton” definito “torbido, dalla palpebra squamosa”. La morte diviene quindi un atto pietoso e l’altrui percezione, oltre ad essere una violenta invasione nella nostra esistenza, ne diviene anche conferma. Keaton, tanto come personaggio a sé quanto in relazione a Beckett, è altrettanto scrupolosamente analizzato. Un protagonista definito cinematografico rispetto all’essenza “smaccatamente teatrale” di un Chaplin precedentemente contattato per svolgere lo stesso ruolo. Forti i richiami, a partire dall’ambientazione, al cinema d’autore surrealista, in particolare ad Etoile de mer di Ray per talune tecniche di ripresa e, più in generale, nell’onnipresente occhio, sebbene l’espressionismo, nell’ “esigenza di controllo assoluto di tutti gli elementi della messa in scena”, sembrerebbe prevalere. Tra la lunga sfilza d’intellettuali analizzati per paragrafi, risalta Bergson, per via di quella “anestesia momentanea del cuore” che suscita il riso. “Il comico e l’angoscia d’esistere”, infatti, è sottotitolo e tema, perno tra Beckett e Keaton. Non si tralascia nulla, neppure le attestazioni negative che la pellicola ha suscitato e i remake, inclusi quelli ipotizzati, dove compare persino il nome di Gassman. Con Film, tutto il peso del Novecento, proteso alla fuga ma imbrigliato in gabbie accademiche, diviene chiave di svolta per approdare all’assopimento creativo della soggettività sovrapposta in un’alternanza di percepito e percepente. Non citato nel testo, Ezra Pound, a tal proposito, mi sovviene per la "distanza trascorsa fra il mondo del Novecento e quello della serenità". E’ comunque il tema della vecchiaia ad incalzare nei retaggi proustiani di un tempo che “consegna al fallimento le aspirazioni umane costringendo l’uomo ad un aborto del desiderio”. Tutto diviene vacuità, drammatica e dagli inevitabili, nonché cinici, risvolti comici. Anche l’esistenzialismo, quell’ultimo blasonato baluardo dell’epistemologia eretto ad estrema difesa dell’uomo, viene scavalcato. Un uomo che, con Beckett, non ha più vie d’uscita. Il tempo, i ricordi, la propria immagine riflessa allo specchio, unitamente alla profonda consapevolezza di una lunga ricerca intercorsa nei secoli precedenti, altro non sono che pietra che si sgretola lentamente, lasciandoci impotenti, abbandonati nel moto perpetuo del dondolo, tanto caro alla simbologia dell’autore e che, non a caso, anche qui ricorre. L’angoscia della vita, forse, si concretizza tutta lì, celata in quel breve intervallo intercorso nell’oscillazione.
Nota di Enrico Pietrangeli - 2007
AVANTGARDEN ALLA CONQUISTA DEL WEB
Si sta chiudendo un ciclo. Il primo cerchio (da far quadrare) è infine stato completato e, nel bene e nel male, i nostri propositi sono stati portati avanti. È nata Avant Garden (www.statale11avantgarden.com), spazio on line sulla letteratura di genere, vetrina vir-tuale molto marginalmente dedicata all’omonima nostra collana, spazio aperto a tutto ciò che ha e avrà significato negli ambiti della letteratura di genere, dal giallo al fantasy per così dire, quindi anche alle altre case editrici, senza preconcetti o pregiudizi o strumentalizzazioni di sorta. Niente confini ne chiusure. E chi più di Sabina Marchesi po-teva prendersi carico di sviluppare un così ardito progetto? Ci voleva una persona già ben inserita nel movimento underground e upground, una persona informata, preparata e soprattutto disposta a darsi da fare, coraggiosa nel seguire i folli istinti dell’editore (ma saranno poi così folli?), una persona capace di fare un salto nel buio. Lo sappiamo, cara Sabina, che non è stato facile e ti ringraziamo per la fiducia che in noi hai riposto. Il nostro è il più caro dei benvenuti, è un abbraccio caldo e pieno di speranza, è la voglia di costruire assieme qualcosa di grande per poi guardarci negli occhi e chiederci “ma siamo veramente stati noi?”. Il sito è on line, I collaboratori stanno arrivando, c’è una collana da mandare avanti (già, perché Sabina è anche un nostro nuovo ed amatissimo direttore editoriale), insomma c’è un mucchio di lavoro da fare. Perché Avant Garden è appena all’inizio, è quasi ancora prima dell’inizio. E per diventare quello che deve di-ventare ha bisogno del lavoro di tutti. E ha bisogno di essere segui-ta/amata/criticata/consigliata dal fruitore finale, da chi si mette on line e davanti allo schermo ha voglia di leggerci, di guardarci, di seguirci. Facciamo qualcosa di grande dai. Facciamolo assieme.
Perché un’altra rivista sul Web? Sicuri che se ne senta il bisogno? Questa è stata la prima obiezione che mi è stata rivolta, quando con Statale 11 mi sono imbarcata in questo progetto.
AvantGarden, le nuove forme dell’arte.
Potrebbe già bastare come manifesto programmatico di una rivista appena nascente, è vero, ma con ambiziosi programmi. Ma, non contenti, abbiamo voluto e fortemente desiderato come sottotitolo una frase di Umberto Eco, tratta da uno dei libri più convincenti che mi sia mai capitato di leggere.
"Sino ad allora avevo pensato che ogni libro parlasse delle cose, umane o divine, che stanno fuori dai libri. Ora mi avvedevo che non di rado i libri parlano di libri, ovvero è come se si parlassero fra loro."
Umberto Eco - Il Nome della Rosa
Ecco che allora, per quella strana magia alchemica che le parole hanno se ben miscelate, il progetto comincia a prendere forma. Libri che parlano di libri, ovvero libri che parlano tra loro, e ancora, lettori che parlano tra loro, e non ultimo, scrittori, che parlano tra loro. In effetti non ci interessava tanto creare una nuova rivista multimediale dove pochi qualificati e selezionatissimi esperti avessero l’occasione di dire la loro, e di censurare, distruggere o osannare un libro, un autore, uno spettacolo o un evento culturale. No. A noi interessava, soprattutto, creare un punto d’incontro tra domanda ed offerta. Una specie di ponte virtuale tra scrittori, lettori, operatori del settore, editori e il popolo del Web. Un luogo di raduno metaforico, dove ognuno possa dire la sua.
Ci proponiamo di essere uno specchio, un catarifrangente, un satellite ripetitore. Non veicoliamo solo informazione, ma offriamo anche uno spazio per promuovere idee, iniziative, eventi, presentazioni, debutti, sperimentazioni e ipotesi.
Tra le molte sezioni, come di prammatica, riservate alle anteprime librarie, al mondo del cinema, al palinsesto televisivo, alla stagione teatrale, agli eventi culturali e no, abbiamo previsto apposite categorie in cui i lettori possano dire la loro, partecipare fattivamente alla composizione della rivista, commentare o criticare le notizie pubblicate, intervenire nei dibattiti, comunicare il loro parere sui libri che hanno letto o sugli eventi a cui hanno assistito.
Consigli di scrittura, Interviste, Rivisitazione dei Classici, Indagini sugli antichi Misteri del Passato, Rubriche e Speciali Approfondimenti, dunque, ma anche Racconti di Esordienti, Segnalazioni dei Lettori, Pareri su fatti di cronaca, Contestazioni, Esperienze Personali e Dibattiti.
Saremo, anzi già siamo, una rivista non rigorosamente tematica, né legata a uno specifico genere letterario, e tanto meno dipendente solo dagli interessi di determinate case editrici o ristretti gruppi di potere. La nostra informazione intende essere a 360°, anzi 361°, e per fare questo abbiamo bisogno, ora e sempre, del vostro aiuto e dei vostri contributi.
Ed adesso tutti in banchina, per il classico lancio della bottiglia di spumante che vari il nostro bastimento verso il più avventuroso dei viaggi.
Sabina Marchesi
Di Gordiano Lupi
Roberto Occhi
Che Guevara
La più completa biografia
Verdechiaro Edizioni - Euro 18,00 – pag. 320
www.verdechiaro.com – info@verdechiaro.com
Roberto Occhi pecca un po’ di presunzione nel sottotitolo di questa nuova opera dedicata a Che Guevara, perché la sua non è certo la più completa biografia, ma solo una delle tante biografie dedicate a un grande personaggio del nostro tempo. In realtà non troverete nessuna novità, se avete già letto la monumentale biografia di John Lee Anderson edita da Baldini e Castoldi e soprattutto Il Che - Una leggenda del secolo di Pierre Kalfon, edito da Feltrinelli (la migliore biografia in assoluto perché molto obiettiva). Per i meno informati sulle gesta del Che, invece, il saggio di Roberto Occhi si presenta come un ottimo lavoro di divulgazione storica che ha il notevole pregio di citare preziose fonti dirette. L’autore si documenta bene e studia a fondo una materia che maneggia con autorevolezza. Il lettore troverà ampi stralci dai diari del Che, della moglie Aleida, del padre, ma anche di compagni di battaglia, insieme a citazioni importanti estrapolate dalle più importanti biografie. Molto spesso è proprio il Che a parlare in prima persona e l’autore è capace di raccontare la sua vita sfogliando pagine di diario. Ne viene fuori un resoconto agile e di rapida lettura, che appassiona come un romanzo e che non risulta neppure troppo schierato politicamente. Una sola nota stonata in un lavoro che reputo interessante e che consiglio senza mezzi termini. Non condivido una riga del capitolo intitolato Breve storia di Cuba che poteva essere tranquillamente omesso, anche perché è impossibile fare una storia di Cuba in dieci pagine senza cadere nella retorica e nel non approfondito. Roberto Occhi cita addirittura l’opinione dei Wu Ming, che saranno pure la nuova letteratura italiana contemporanea, ma su Cuba non hanno capito niente e non so a quale titolo ne possano parlare. In questo capitolo dobbiamo sorbire le solite favole sul miglior sistema sanitario del mondo (vero soltanto per gli stranieri che possiedono dollari e non per i poveri cubani), sull’assedio ideologico e sull’embargo che giustificherebbe repressione e mancanza di democrazia. Stendiamo un pietoso velo su questo capitolo che pare scritto da Gianni Minà in persona, magari saltiamolo a piè pari e concentriamoci sul resto del volume, che risulta interessante e obiettivo. Roberto Occhi tratteggia la figura del Che come un guerrigliero idealista che cerca di realizzare l’utopia dell’uomo nuovo, ma forse era troppo avanti rispetto ai tempi. Il Che muore senza veder compiuto il suo sogno e lascia Cuba in balia di un regime che tradisce completamente le sue idee. Resta l’esempio di un coraggioso guerrigliero in lotta per la libertà, di un uomo di cultura che antepone lo studio a ogni cosa, seguace fino in fondo del motto di Martí: ser cultos para ser libres. Un uomo che, a mio parere, avrebbe lottato fino in fondo contro il mostro burocratico e senza cuore che è diventato il comunismo cubano. E alla fine sarebbe morto lo stesso, pure se non lo avesse ucciso un soldato boliviano.
Francesca Mazzucato
Via crucis per corpo e anima svestita…
Arpanet – Mini Concepts - Euro 3,00 – pag. 34
www.edizioniARPANet.it – ARPANet@ARPANet.it
Le Edizioni Arpanet fanno cose egregie e una serie di libri tascabili dedicati al Gusto ne sono l’ennesima riprova, anche perché a inaugurare la collana c’è un pezzo di ottima letteratura a firma Francesca Mazzucato. La scrittrice bolognese è molto prolifica, ma difficilmente sbaglia un colpo quando pubblica un nuovo lavoro e ai detrattori pronti a lanciare accuse di poligrafia consiglierei la lettura del racconto Come si diventa un intellettuale di Luciano Bianciardi. Lo trovano edito da Stampa Alternativa nella collana I Bianciardini e sono certo che fa per loro, stucchevoli intellettuali da quattro soldi che si rigirano nei loro minimalismi analizzando a fondo il proprio ombelico. Francesca Mazzucato scrive molto perché ha tanto da dire e fa bene a farlo, ché il compito di uno scrittore è soltanto quello di scrivere, non certo quello di stare ad ascoltare tanti tiramenti…
Questa Via crucis per corpo e anima svestita nel gusto dell’avvilente voluttà di chi cerca di rimanere vivo è un frammento che parte da un ricordo d’infanzia e rappresenta un omaggio all’odore di cipria, dolciastro e allusivo, che esce dal portagioie di una nonna e fa capolino dal passato. Francesca lavora sulla parola e confezione un gioiello di narrativa breve che profuma di ricordi e regala brani di grande letteratura. Tante parole di forbita critica letteraria non rendono giustizia alle sue frasi che raccontano da sole sensazioni indescrivibili.
Ho ai piedi dei cocci, roba che punge, roba che ferisce, ho ai piedi detriti, delle schegge, dei vetri a triangolo, preservativi usati, rossetti finiti, smalto secco, sangue diventato denso, l’incarto di una pizza, delle pietre di un braccialetto rotto, mazzi di carte senza i jolly, dischi di Bach senza la copertina, tappi di penne che macchiano ancora, pezzi di torta da mordere a turno, libri ingialliti, altri con le pagine bianche, fotografie di madri stanche, orologi dal cinturino fluorescente, ho tante cose, un’immensità esagerata di oggetti strambi, impensabili, indefinibili, una sconvolgente marea di cose solo da scegliere davanti a me. Fra i piedi, a portata di una mano o di tre passi, ho tutto questo ma pochissimi ricordi e quasi nessun desiderio.
Mi domando perché una scrittrice così profonda, che plasma le parole sino a renderle pura poesia, sensazioni palpabili trasfigurate nella nostalgia del ricordo, dovrebbe limitare il suo estro creativo e pubblicare meno.
Consiglierei ad altri tanta parsimonia, magari agli scrittori del niente, agli autori di centinaia di libri sfiniti, romanzi vuoti di significato, autori di thriller e inventori di sagaci trame televisive a base di gialli confezione famiglia.
Ecco, di loro possiamo fare a meno. Di Francesca Mazzucato no.
Luciano Bianciardi
Come si diventa un intellettuale - Un occhio a Cracovia
La tradotta per Mosca - La mamma maestra
I BIANCIARDINI - Stampa Alternativa – E 0,01 - Pag. 16
Marcello Baraghini resta uno dei pochi veri editori indipendenti del nostro Paese, una persona con le idee chiare che rischia in prima persona per affermare le cose in cui crede, un vero paladino della Letteratura con la elle maiuscola, quella che gli editori del libro sfinito hanno da tempo perduto. Il coraggioso editore di Stampa Alternativa resterà nella storia della letteratura italiana per la geniale invenzione dei millelire, ma anche per essersi contrapposto alla filosofia editoriale basata sul profitto a scapito della qualità. La sua ultima idea controcorrente (portata avanti con la collaborazione di Ettore Bianciardi) sono i Bianciardini, una serie di librettini che contengono i racconti scritti da Luciano Bianciardi e pubblicati in rivista negli anni Sessanta e Settanta. Dal libro sfinito al libro infinito, recita il motto della collana che si presenta come fuorilegge rispetto alle leggi del mercato, affidata alla passione dei lettori che si sostituiscono alla catena distributiva. Si tratta di piccoli libri tascabili in vendita ad almeno un cent e proprio per questo non seguono la logica della distribuzione libraria, ma vanno richiesti scrivendo a almenouncent@riaprireilfuoco.org. Il Foglio Letterario aderisce alla campagna per il libro di qualità, incentiva la lettura e la riscoperta di Bianciardi regalando un Bianciardino per ogni libro acquistato sul sito www.ilfoglioletterario.it. Basta con la promozione (dovuta) e passiamo ai testi.
Come si diventa un intellettuale completa il discorso aperto con il numero zero della collana ed è un racconto ironico pubblicato su ABC nel maggio 1966. Bianciardi è sferzante come sempre. Qual è l’accusa più frequente che muovono i letterati al collega appena appena più prolifico di loro? “Scrive troppo”, dicono. “È un poligrafo”. Parrà strano, ma nel mondo delle lettere il peggior peccato di uno scrittore consiste nello scrivere. Grande Bianciardi che mi ha tolto le parole di bocca. Quante volte avrei voluto dire la stessa frase a tanta gente che starnazzava accuse, se avessi letto prima una cosa così geniale…
La mamma maestra è un piccolo capolavoro di minimalismo, l’ultimo scritto prima della morte, datato 14 novembre 1971, un racconto di formazione nel quale l’autore miscela realtà e fantasia per costruire un gioiello narrativo perfetto, una storia che si legge con trasporto e nostalgia. Una maestra resta tale per tutta la vita e non è facile convivere con una mamma - insegnante anche a casa, nel quotidiano, sopportando rimbrotti e pretese in ogni momento del giorno. Bianciardi ricostruisce uno spaccato interessante della vita di provincia in Toscana e condisce il racconto di espressioni tipiche della Maremma, oggi in disuso, ma che non vanno dimenticate.
La tradotta per Mosca è la storia di un viaggio a Mosca in treno, carrozze di seconda classe e albergo supereconomico, per fare un reportage che verrà pubblicato su Il Giorno nell’ottobre 1963. Un intellettuale di provincia passa il confine e si trova a fare i conti con usi e costumi di un Paese troppo diverso, tra le trovate goliardiche dei compagni di viaggio, la voglia di trasgredire e la passione per il calcio. Notevole esempio di stile e ancora una volta racconto zeppo di toscanismi che faranno la gioia di un pubblico non troppo giovane.
Un occhio a Cracovia è un racconto del 1967, forse meno accattivante e perfetto rispetto ai precedenti, ma in ogni caso da leggere, soprattutto per la descrizione di Pitigliano: un paese che compare all’improvviso, sospeso a picco sopra uno strapiombo di roccia d’un rosso ferrigno, colore al quale par che non sia estranea l’assenza di fognatura in paese e l’abitudine di rovesciare dalla finestra i vasi da notte. Non solo. In poche pagine troverete illustrata molto bene la problematica ebraica, raccontata come sa fare uno scrittore vero, comprensibile, popolare, lontano anni luce dalle costruzioni artificiose tipiche di squallidi emulatori di Proust che è bene tacere per non pubblicizzare troppo.
Correte a ordinare i Bianciardini! Collezionateli! Diffondeteli!
Luciano Bianciardi non è soltanto il più grande scrittore maremmano del ventesimo secolo, ma è un patrimonio culturale immenso della letteratura italiana.
Il libro infinito cerca sostenitori e le idee di Marcello Baraghini ed Ettore Bianciardi vanno incoraggiate per schierarsi al loro fianco nella dura lotta contro i troppi libri sfiniti che infestano le librerie italiane.
Articolo comparso in prima pubblicazione su BOOKS AND OTHER SORROWS di Francesca Mazzucato