Dicembre 2007
Giorgio Diaz, "L'eroe della grotta delle fate", Midgard Editrice, 2007
Giorgio Diaz è nato a Livorno. Laureato in legge, lavora nella pubblica amministrazione. Vive e lavora a Firenze. Nel 2004 è stato pubblicato dalla Società Editoriale ARPANet, come vincitore del concorso 20/04/2004, il suo primo romanzo giallo, Il nibbio dell’Uccellina (con presentazione di Andrea G. Pinketts), che in seguito è stato selezionato fra gli 8 finalisti per la sezione narrativa del Premio Carver 2005 per libri editi. Il romanzo giallo inedito Lo sgozzatore di cigni è stato menzionato al concorso letterario Chiave di svolta 2006, si è classificato “premio speciale” per la sezione romanzo inedito al concorso Delitto d’autore indetto dalla Direzione Nazionale ACSI, III edizione 2006, ed è stato segnalato al Premio Moscardelli, indetto dalle Edizioni Noubs, con menzione per la pubblicazione. L’eroe della grotta delle fate è risultato vincitore del Premio Midgard Historia.
“L’eroe della grotta delle fate” nasce dalla lettura di un piccolo libro, pubblicato presumibilmente alla fine del 1800 o al principio del 1900, nel quale si racconta la cosiddetta lotta contro il brigantaggio, dopo l’unità d’Italia, nel Matese, in provincia di Benevento. Un libro dimenticato, ma che, a suo tempo, deve aver avuto una certa diffusione, dato l’argomento di attualità. Vi sono narrate in forma aulica, le gesta del mio bisnonno, di cui sono omonimo. I fatti qui narrati sono realmente accaduti e alcuni passaggi particolarmente significativi del libretto in questione sono stati riportati perché tipici dell’epoca, anche se stilisticamente ridondanti.
Eccezionalmente, pubblichiamo in calce un estratto
dall'opera di Giorgio Diaz.
Parte prima
Capitolo 1
Il capitano si svegliò all’alba. Sentì vibrare la città intorno; già, dalla sua finestra, vide passare qualche carro di contadini che andavano al mercato, e uomini e donne che s’ingegnavano di trovare in fondo alla giornata, di che sfamare sé e la famiglia.
Era un uomo di circa trentacinque anni, non alto ma snello, stempiato, l’incipiente calvizie gli attaccava il sommo della fronte spaziosa. I baffi neri, appena brizzolati, apparivano spessi e pungenti fin sotto gli angoli della bocca; gli occhi, piccoli, scuri, correvano incessanti su tutto ciò che capitava loro d’incontro. Le mani erano larghe, un poco tozze, ma con dita lunghe e forti.
Si rase la barba e si lavò con energia, l’acqua schizzava dalla bacinella sul pavimento; poi indossò la divisa, la cura e la pulizia della propria persona richiedevano una particolare attenzione, ovunque si trovasse, anche fra le montagne più aspre. Si muoveva con gesti rapidi, concisi, concentrandosi su ogni passaggio con silenzioso accanimento.
Era sardo, la sua era una famiglia borghese, a lui, primogenito, era toccata la carriera militare. Ormai da molti anni era lontano dall’isola, la guerra lo aveva spinto sempre più a sud, aveva notizie confuse dei suoi parenti. E quella stessa lunga guerra gli aveva impedito di farsi una famiglia tutta sua, la vita borghese sarebbe cominciata dopo, chissà quando, non aveva troppa tempo per pensarci, anche se gli sembrava uno sbocco naturale, deposte le armi. Non era più giovane; guardandosi allo specchio, non riconosceva già più quel ragazzo fiero che aveva indossato la divisa tanti anni prima, i suoi capelli erano caduti, si erano fatti radi e cominciavano a ingrigire, la sua fronte si aggrottava di rughe che non erano quelle profonde e solide di gioventù. La vita militare lo aveva mantenuto scattante, lo aveva irrobustito ma senza appesantirlo, le lunghe marce lo avevano temprato, il carattere irruento si era adattato alla disciplina, ma ogni tanto usciva dai ranghi e si liberava dai vincoli del rispetto, ma sempre con un acume che gli ingraziava i colleghi e i superiori. Era coraggioso, non temeva la morte, era una eventualità a cui non aveva ancora pensato, pur trovandosela spesso di fronte, la sua tenacia gli sembrava un’arma sufficiente a fronteggiarla e l’istinto gli suggeriva quello che c’era a fare nelle situazioni più incresciose. Per questo gli uomini della compagnia lo stimavano e gli erano fedeli, senza bisogno di temerlo, ma seguendo i suoi ordini come consigli, di un fratello maggiore, un po’ burbero e esigente, mai dispotico o arrogante.
Guardò dalla finestra. Il cielo era pieno di nubi, bianche, sporche, spesse, ma il freddo non si faceva ancora sentire, era un inizio di ottobre cupo e tedioso. La strada di sotto si dirigeva verso il centro della città, e sull’acciottolato sconnesso animali e uomini fremevano e bestemmiavano.
Chiamò il suo attendente, Alvaro era un giovane veneto di ventidue anni, lungo, dinoccolato, con l’aria stordita e un poco mesta, le gote rosse su una pelle di latte.
“Alvaro, scaldami un po’ di caffè!”, e sentì, nella stanza accanto, il tramestio di chi, seduto sul letto con le braccia a ciondoloni, si muove senza grazia e senza idee fra oggetti quotidiani malconosciuti e usati senza affetto e attenzione.
“Subito, capitano”, e quella voce stridula, da pollo, ma piena di repressa esuberanza, risuonò comicamente nella stanza annunciando l’inizio della giornata.
Il marchese Emilio Pallavicini di Priola aveva quaranta anni, piccolo di statura ma dotato di un fisico vigoroso, era intelligente e molto coraggioso. Nell’agosto del 1862 aveva fatto prigioniero Garibaldi in Aspromonte; nel 1863 assunse il comando della Calabria, e si rivelò abilissimo nel combattere la guerriglia e il brigantaggio. Un’accentuata calvizie ne metteva in risalto la fronte lucida, lo sguardo era intenso e acuto, i lunghi baffi arricciati all’insù gli conferivano un aspetto maestoso e autorevole.
Accolse il capitano con un sorriso: “Capitano, l’azione da compiere è chiara e inequivocabile: svuotare il paese dei manutengoli. Il vostro operato a Morcone è stato encomiabile, ma adesso si tratta di togliere di mezzo decine di complici che, approfittando della paura dei loro concittadini, favoriscono le bande che scorrazzano nei dintorni. Cusano Mutri ne è infestata. Abbiamo la legge dalla nostra e possiamo agire senza tentennamenti. Lei è l’uomo più adatto a questo scopo e sono certo che riuscirà”.
Il capitano si schernì: “Le sue parole, generale, sono per me il più grande stimolo a ben fare, ma mi rendo conto che la situazione a Cusano è critica. I fatti di Pontelandolfo dimostrano che l’appoggio della popolazione, per paura o complicità, non è limitato a pochi episodi, ma consente ai briganti di fare il bello e il cattivo tempo. Applicherò la legge Pica con il massimo rigore”.
Il generale si informò sulle condizioni degli uomini della compagnia e sull’armamento a disposizione; assicurò tutto il suo sostegno affinché non vi fossero ostacoli alla missione e congedò il capitano augurandogli buona fortuna.
Alvaro attendeva in anticamera, seduto indolentemente su una panca; scattò subito in piedi e uscirono in silenzio. La strada era animata e ingombra dei mezzi più svariati. Si diressero verso la caserma, dove la 15^ compagnia era acquartierata e attendeva l’ordine di partire.
PORTOSEPOLTO – Taccuino letterario
una recensione di Gordiano Lupi
Portosepolto è una nuova rivista letteraria di racconti e poesie di taglio bukowskiano realizzata a Torino da un gruppo di scrittori, disegnatori e grafici come Paolo Pellegrino, Luca Pizzolitto, Lucio Viglierchio, Marco Boscaglia, Melania Gasbarri, Alessandro Rivoir, Ilaria Urbinati e Paolo Bartoli. Esce in una tiratura non disprezzabile di 500 copie e viene sostenuta dall’Associazione Culturale Compagnia del Laccio Rosso e dalla Cooperativa Mirafiori. Diciamo subito che non si tratta della solita rivista letteraria paludata e illeggibile. Tutt’altro. I racconti sono brevi, agili e diretti, al punto che l’intera rivista si divora in meno di un’ora. Interessante la divisione in sezioni che fa capire subito la predilezione bukowskiana: Chinaski I, che contiene scritti di autori piuttosto noti come Matteo B. Bianchi, Sebastian Gush, Marco Missiroli e Giovanna Giolla, Pelle, che raccoglie ottime poesie trasgressive di Marco Rossari e lo splendido Il suono di Torino di Domenico Mungo, Chinaski II, con racconti di autori meno noti ma interessanti come Paolo Zanardi, Emiliano Dominici e Barbara Gozzi, Blu neon che pubblica un’intervista a Marta sui tubi (scusate l’ignoranza ma non sapevo chi fosse) e Freesbee, dedicata alle recensioni librarie. Conclude la rivista l’esilarante rubrica Gli scleri di Catalano. Complimenti a Luca Pizzolitto che ha avuto l’idea di questo geniale taccuino letterario, insolito e originale nel panorama italiano, soprattutto perché riesce ad accostare esordienti assoluti ad autori già esperti. Luca Pizzolitto lo conosciamo come ottimo autore di narrativa per aver letto e pubblicato Dopodomani (Edizioni Il Foglio) e la raccolta di poesie bukowskiane In queste notti di solitudine e birra (Edizioni Il Foglio). Dio sul letto di Matteo B. Bianchi è un piccolo capolavoro che racconta il dialogo tra Gregorio Samsa (vi dice niente questo nome?) e Dio, ai bordi del letto, ma la cosa più divertente è che Dio esaudisce il desiderio di Gregorio che vuol fare lo scrittore. Scoprite da soli come va a finire. La lettura di questo racconto vale l’acquisto dell’intera rivista, ma segnalo pure un racconto teatrale come Il suono di Torino di Domenico Mungo che va letto più volte per quanto è bello. Torino è un monolite rettangolare, bianco come il cemento, sdraiato esangue su un prato verde come il mare. Torino è come un uomo colpito da una raffica di mitra. Consiglio l’acquisto e il sostegno di Portosepolto, una rivista che deve sopravvivere.
LA HABANA COMO UN CHEVROLET
Fotografie di Graziano Bartolini
Testi di Raffaele Paloscia, Nino Marcellino, Danilo Manera e Liber Arce Matos Traduzioni di Carmen Rey Blanco
una recensione di Gordiano Lupi
Uno stupendo libro fotografico curato da un artista come Graziano Bartolini, uomo innamorato di Cuba, un italiano che dieci anni fa è rimasto stregato dal fascino caraibico e questa storia non mi è nuova, purtroppo…
La più antica e affascinante città coloniale scoperta e conquistata nel suo splendore decadente di luogo fuori dal tempo, immerso in una storia fatta di contraddizioni e di progetti incompiuti, riflesso di cadenti palazzi coloniali a picco su un mare in tempesta. Bartolini ritrae L’Avana tra decadenza e vitalità, miseria e nobiltà, vizio, perversione e sensualità, città percorsa da auto d’epoca che non sono un lusso ma una tragica necessità. Lo straniero non comprende e osserva stupito, non può sapere quanto sia difficile vivere da avanero nella città delle colonne, tra strade piene di buche, palazzi screpolati dal salmastro e facciate cadenti. L’avanità raccontata da Cabrera Infante è immortalata dagli scatti di Bartolini, soprattutto nel cuore di Centro Habana, polmone della vita quotidiana e quartiere tipicamente avanero, zona senza regole e al di là di ogni regola. Centro Habana porta inequivocabilmente al mare che si intravede da ogni angolo della città vecchia, soprattutto dagli alti palazzi condominiali delle strade più povere e nascoste. Bartolini non dimentica il Malecón, lungomare salottiero, set cinematografico in disarmo, parte di città bombardata dai cicloni, devastata dal tempo e dall’incuria. Liber Arce Matos nel contributo intitolato Il peso dell’Avana (lo scritto migliore del volume) lo definisce divano sgangherato dell’Avana, panchina su cui sedersi a godere il mare e a respirare la brezza serale. Il turismo sta danneggiando quel che resta dell’avanità, ma Centro Habana resiste…
La Habana como un Chevrolet è un grande libro fotografico, ma resta l’impressione che le parole non servono a raccontare un mondo quando sono frenate e manca la libertà di dire ciò che si vorrebbe. Liber Arce Matos sa scrivere e regala dei buoni pezzi di prosa, ma al momento opportuno si ferma e decide di non andare oltre. Danilo Manera introduce storicamente il viaggio avanero e conclude con un interessante racconto nel mondo della santería, tra culti e superstizioni afrocubane. Raffaele Paloscia e Nino Marcellino compilano due parti che non vanno oltre il diligente compitino scritto con cura ma senza passione. Per fortuna Graziano Bartolini non mette freni e bavagli all’obiettivo e scatta foto ispirate di Habana Vieja e Centro Habana per documentare la vita di un popolo stanco. Un ottimo volume che entusiasmerà gli appassionati di Cuba e tutti coloro che hanno lasciato un pezzo di cuore nel Caribe. A mio giudizio il solo limite del libro è che gli autori cercano di non dire cose scomode per risultare graditi anche al governo cubano e avere la possibilità di uscire per Letras Cubanas. Peccato, perché un libro importante ha il dovere di essere pericoloso.
Aldo Zelli
La Popi poliziotta in: Pazza vacanza Colfiorito
Pag. 144 – Euro 12,60
Edizioni Le Brumaie
una recensione di Gordiano Lupi
La Popi poliziotta è un romanzo per ragazzi che Aldo Zelli scrive nel 1974, ma resta inedito perché non trova un editore disposto a pubblicarlo. Nel 2002, dopo la morte dell’autore avvenuta nel 1996, viene giudicato positivamente dalla Casa Editrice Paoline e rischia di essere pubblicato nella collana di narrativa per ragazzi diretta da Serena Bacchiega. Alla fine, però, non se ne fa di niente e il romanzo esce soltanto adesso per un editore microscopico e misconosciuto che ha in catalogo soltanto tre libri. Peccato, perché Aldo Zelli meriterebbe maggiore considerazione e ben altra diffusione nazionale, visto che le sue opere migliori sono uscite per Salani, Nuova Italia e Sei. In ogni caso La Popi poliziotta è una storia moderna e ben strutturata, i dialoghi (come consuetudine nella narrativa di Zelli) sono efficaci e servono a condurre il lettore alla scoperta degli eventi narrati. Vediamo in breve la trama. Popi (in realtà si chiama Elvira) è una bambina di undici anni e suo fratello Pappo (il cui vero nome è Fernando) ne ha otto. Insieme vanno in vacanza a casa della zia Fiorenza, una pittrice dal carattere originale che abita in campagna. Qui incontrano il cane setter Melampo (che tutti chiamano Melenso per la sua pigrizia) e stringono amicizia con Peppino e Mariuccia che abitano poco distante dalla casa della zia. Il padre di Popi e Pappo è uno scienziato e la madre una famosa scrittrice di romanzi rosa che pubblica sotto tre diversi pseudonimi (negando con tutti di essere l’autrice). Popi è un’accanita lettrice di gialli, romanzi d’avventura e libri storici, spesso si fa prendere da queste passioni, sogna di essere al centro di intrighi internazionali e di storie poliziesche. Il suo carattere suggestionabile le fa credere che la zia Mercedes sia una spia e per questo la tiene sotto sorveglianza. Chiarito l’equivoco, Popi si vergogna di aver nutrito sospetti e quando la zia Fiorenza viene a conoscenza di ciò che è accaduto litiga con Mariuccia. Dopo questo fatto viene rapito Peppino sotto gli occhi di Pappo che era il reale bersaglio dei banditi. Il lettore si appassiona alla storia e pensa che anche questa volta ci sarà la scoperta di un equivoco, ma non è questo il gioco dell’autore. Il colpo di scena è proprio la veridicità del rapimento che viene sventato dai ragazzi e soprattutto dalla coraggiosa Popi. La bambina poliziotta scova il rifugio dei banditi con l’aiuto del formidabile olfatto del cane Melampo. La mente criminale dell’impresa è Edit Hargitay, una donna ungherese che si avvale della complicità di due uomini, uno grosso con i baffi e l’altro biondo e magro. Popi scrive un romanzo da questa avventura e si propone di scriverne un altro, più tranquillo e con minor suspense: La Popi in prima media.
Il romanzo è gustoso e divertente, si legge con rapidità e contiene elementi educativi inseriti in una storia avvincente. Aldo Zelli è un autore cattolico e non dimentica di inserire un monito religioso quando invita a pensare al Creatore in ogni momento del giorno, non soltanto la mattina e prima di andare a dormire. Non mancano riferimenti ai libri e alla loro utilità nella formazione di un ragazzo, ma ci sono anche molte pagine basate su valori eterni come l’amicizia, la solidarietà e l’amore per gli animali. Una bella storia - scritta sull’onda del successo anni Settanta del popolare Giallo dei Ragazzi - che educa divertendo senza mai cadere in uno sterile moralismo. Aldo Zelli avrebbe meritato la pubblicazione con le Edizioni Paoline, che potevano dare maggior diffusione a un testo importante. Per apprezzare l’opera di un importante autore per ragazzi che non deve essere dimenticato consiglio il mio Per conoscere Aldo Zelli (Edizioni Il Foglio, 2002). Le Edizioni Il Foglio di Piombino presentano ancora in catalogo: Kaslan, La bertuccia malandrina e Putifarre e Serafino.
La colomba color arancio, il corvo bianco e il paese dei Romanzi
di Silvio Minieri
Nel libro di Jostein Gaarder “Il mondo di Sofia”, la tematica di fondo del racconto principale, che fa da cornice all’esposizione in brevi tratti della storia della filosofia, è la consapevolezza di alcuni personaggi di essere il prodotto della fantasia del loro autore. Tale consapevolezza si svela al lettore, quando il filo del racconto si è ormai dipanato per circa due terzi. Nell’ultima parte della storia poi i personaggi si muovono proprio in funzione di questa loro consapevolezza ed insofferenti al giogo del loro autore. Architettano allora un piano per fuggire dal Romanzo e sfuggire così al loro autore. Ma ovviamente, riuscendo nel loro intento, finiscono in un altro Romanzo comprendente il primo. Saltano cioè dal romanzo “fittizio” (“scritto da un personaggio del romanzo “reale”) nel romanzo “reale” scritto da Jostein Gaarder. Ma in che senso è questo romanzo “reale”? Risponderemo più avanti a questa domanda. Per ora atteniamoci ad alcune considerazioni.
Il tema dell’artista che crea un suo mondo ed il rapporto tra l’artista ed il mondo creato sono la metafora del dio-artista, il demiurgo di Platone, il quale con il suo mondo delle eterne idee risolve il problema del “dove” attingere, per “creare”.
Orbene l’artista che crea spesso conosce l’angoscia e la disperazione di non poter comunicare con le proprie creature; la sua solitudine è la stessa dei personaggi “inventati” (rinvenuti dove?), i quali possono soffrire la stessa solitudine ed angoscia, quella che in Gaarder si presenta come indignazione e desiderio di libertà. Ed allora bene descrive Sartre questa situazione, questa angoscia:
“Io non sono né il padrone, né lo schiavo, / o Giove, / io sono la mia libertà. / Nel momento stesso in cui mi hai creato / io ho cessato di appartenerti. / Io non ritornerò a te. / Mille sentieri sono tracciati / per condurre a te, / ma io non posso seguire che la mia strada, / perché sono un uomo, o Giove, / ed ogni uomo deve inventare la sua strada. / La Natura ha orrore dell’uomo / e tu Sovrano degli dèi, / tu pure hai orrore degli uomini. / Che c’è fra me e te? / Noi scivoleremo l’uno contro l’altro / come due navi, senza toccarci. / Noi siamo egualmente soli / uguale è la nostra angoscia”. (Le mosche)
Ma in Gaarder che cosa succede? Le creature si ribellano al creatore quando diventano consapevoli della loro finzione letteraria e capiscono di non esistere se non nella coscienza del loro autore, anch’egli confusamente immaginario o reale, e discutono di questo nella loro storia. Questa situazione rispecchia la vicenda dell’uomo, l’homo sapiens, che ad un certo punto della sua storia ultramillenaria si comincia a porre i grandi quesiti esistenziali e comincia a filosofeggiare, cioè a ragionare. Ecco, nella storia umana, la filosofia, la ragione, il Logos segue immediatamente il Mito, il racconto del fantastico, del favoloso, la fabula.
Può capitare allora che chi filosofeggia, quando comincia a narrare, non riesce a smettere di ragionare, di guisa che il racconto si colora di logica, quasi a perpetuare l'intreccio tra mito e filosofia, favolistico e reale, verosimile e vero. E senza dubbio, sotto questo riguardo, Platone con i suoi miti può essere considerato uno dei più grandi narratori di favole di tutti i tempi.
Si può allora incominciare a capire perché ho accostato nel titolo la "colomba color arancio" ed il "corvo bianco", le immagini di due autori, entrambi cultori di filosofia, avvicinati dalla circostanza che li vede entrambi alle prese col genere letterario del romanzo, vale a dire con il desiderio del fantastico. Questo desiderio, la necessità di “sognare” è propria di tutti gli esseri umani. Freud ha insegnato che il sogno è la realizzazione di un desiderio: quello che non si può realizzare nella realtà, lo si “realizza” nel sogno. La ricerca dell’irrazionale, di quello che si sottrae alla ragione, “la brama verso qualcosa di mistico, di diverso che rompa l’arida materia di tutti i giorni”, come scrive Gaarder, è inseparabile dalla ragione. Alla fine del quart’ultimo capitolo, Alberto dice a Sofia: “Tutti i veri filosofi devono tenere gli occhi aperti. Anche se non abbiamo visto nessun corvo bianco, non dobbiamo mai smettere di cercarlo”.
Se il desiderio di Gaarder si condensa nel corvo bianco, la ricerca del mistico in Eco si raffigura nella colomba colo arancio. Ma un interrogativo dobbiamo porci: che cosa hanno in comune questi due volatili dal fantastico colore? Sono veri oppure falsi? Esistono essi soltanto nel paese dei Romanzi?
Registriamo che cosa ha detto in tema di corrispondenza tra pensiero e mondo esistente un logico moderno, Bertrand Russell, nella sua “Storia della filosofia”, quando commenta il ragionamento di Parmenide, che primo tra nella filosofia greca pose il problema ontologico in termini chiari:
"... quando pensi, pensi a qualcosa; quando adoperi un nome, deve essere il nome di qualcosa. Quindi sia il pensiero che il linguaggio richiedono oggetti al di fuori di sé... Questo è il primo esempio in filosofia di un ragionamento che prendendo come punto di partenza il pensiero e il linguaggio si estende all'intero mondo."
Siamo al tema riguardante i rapporti tra le parole e le cose, tema dibattuto in filosofia con la classica e suggestiva immagine dell'unicorno. Le parole devono significare qualcosa che c'è o possono significare anche soltanto altre parole?
Scrive ancora Russell: "... gli unicorni sono una specie immaginaria. Alcune frasi in cui compare la parola "unicorno" sono vere, ed altre false, ma comunque non direttamente... la prova che gli unicorni abbiano un corno va trovata soltanto nei libri... Tutte le frasi riguardanti gli unicorni riguardano in realtà la 'parola' unicorno".
Il tema dell'unicorno è il tema del corvo bianco e della colomba color arancio? Che cosa hanno in comune questi tre animali, oltre alla medesima appartenenza ad un bestiario immaginario? Diciamo che il corvo bianco e la colomba color arancio hanno una tonalità in più. E' la tonalità del sogno. Nel sogno si realizza il desiderio. Il sogno, dove esplicitamente si realizzano i desideri di Eco e Gaarder, è il paese dei Romanzi.
In "L'Isola del giorno prima" un capitolo è espressamente dedicato a "Dell'Origine dei Romanzi". Racconta Eco che Roberto de la Grive, il protagonista della sua narrazione, dolorante di gelosia per l'amata ha "una idea, anzi, una Idea, un grande e anamorfico tratto d'Ingegno". Pensa di costruire una storia da svolgere nel Paese dei Romanzi, dove le relative "vicende si sarebbero svolte parallele a quelle del mondo in cui lui era, senza che le due serie di avventure potessero mai incontrarsi o sovrapporsi". Perché pensa questo?
"Decidendo di inventare la storia di un altro mondo, che esisteva solo nel suo pensiero, di quel mondo diventava padrone... D'altro canto, diventando lettore del romanzo di cui era autore...".
Scopriamo - Eco ci fa scoprire - che un autore, oltre che autore della sua opera, può esserne anche lettore. Un lettore però non può o non deve più intervenire sul suo testo, dopo la sua pubblicazione: "Il testo è lì e produce i propri effetti...L'autore dovrebbe morire dopo aver scritto. Per non disturbare il cammino del testo".
Quello di cui stiamo parlando è in definitiva il tema del rapporto tra l'autore ed i personaggi della sua opera, tra l'autore e la sua opera.
Nel momento in cui dell'opera cominciano a fruire gli estranei alla composizione, essa raggiunge una sua autonomia nei confronti dell'autore: la creatura si emancipa dal suo creatore.
Ha detto Giuseppe Pontiggia: "Accade leggendo... di emozionarci alla storia. E' l'effetto più antico dell'arte. E' strano, si sa che è un'invenzione, eppure siamo addolorati da quello che succede ai personaggi. Ma anche questa è una illusione. Perché i personaggi siamo noi".
Spaziando nel Paese dei Romanzi, attraversiamo un mondo di sogno, ma è un mondo di sogno reale. In questo senso - e possiamo finalmente rispondere al quesito iniziale - il romanzo di Gaarder è un romanzo "reale". Ma quello che caratterizza il mondo di sogno, a cui appartengono il corvo bianco e la colomba color arancio è quella intensità di desiderio che il sogno divenga realtà, anche se soltanto nel sogno. E questa intensità di desiderio, questa tensione si traducono in intonazione di canto, tocco di corde liriche, che prima della "ragione" raggiungono il "cuore". E' il momento in cui Eco descrive in ipotesi gli ultimi istanti di Roberto, prima del compiersi del suo destino, allorché il desiderio avrebbe dovuto realizzarsi: "Prima ancora che il destino, e le acque, avessero deciso per lui, vorrei che, sostando ogni tanto per prendere respiro, avesse lasciato scorrere lo sguardo dalla 'Daphne', che salutava, sino all'Isola. Laggiù, al di sopra della linea tracciata dalla cima degli alberi, con occhi ormai acutissimi, dovrebbe aver visto levarsi a volo - come un dardo che volesse colpire il sole - la Colomba Color Arancio".
Risolto l’ultimo mistero nella vita di Leonardo: svelato il periodo più oscuro tra settembre 1481 e aprile 1483
Valeria Botta racconta il periodo più oscuro della vita di Leonardo, svelando i segreti che lo hanno accompagnato e l’enigma irrisolto della Gioconda
La vita di Leonardo da Vinci (1452-1519) è documentata dagli appunti che lui ci ha lasciato, dai suoi contratti di lavoro, dalle testimonianze dei contemporanei. Dei diciannove mesi fra la fine del settembre 1481, data in cui è registrato a Firenze l’ultimo pagamento per l’Adorazione dei Magi (opera rimasta inspiegabilmente incompiuta), e il 25 aprile del 1483, quando a Milano l’artista firma il contratto per la Vergine delle Rocce, non c’è traccia. Questo vuoto l’autrice Valeria Botta colma con l’immaginazione propria del romanzo e l’accuratezza tipica dello studio più approfondito, donandoci un vibrante Leonardo che vive avventure che rispecchiano il suo carattere, la sua personalità e il suo modo unico di guardare il mondo.
In questi mesi fondamentali e oscuri, che segnano il passaggio dalla giovinezza alla maturità, dall’insuccesso al successo, Leonardo viaggia, ha un enigma da risolvere, vive l’accettazione della vertigine che un futuro lungo e indefinito suscita. Proprio a questa accettazione Leonardo approda: farà il pittore. Andrà a Milano e comincerà a edificare la leggenda del proprio genio.
Ma Valeria Botta, nel suo romanzo “Leonardo nascosto” (Fermento 2006 - € 14,00 - 264 pagg.), presentato da un’intensa introduzione dello scrittore e giornalista Pietrangelo Buttafuoco, propone altri due elementi di assoluta originalità: il titolo dei capitoli, scritti dallo stesso Leonardo; e una nuova ipotesi sulla vera identità della Gioconda. Per la prima volta nella storia della letteratura vengono utilizzati i dieci titoli che Leonardo ha appuntato su un foglio del Codice Atlantico per un romanzo che non ha mai scritto. Dieci titoli straordinariamente visionari: da “la predica e persuasione di fede” a “la subita inondazione insino al fine suo”; da “la morte del popolo e il suo pianto e disperazione” a “la caccia del predicatore e la sua liberazione e benevolentia”. I dieci capitoli segnano la strada e sono l’indice del romanzo, che di un viaggio narra: un viaggio per misurarsi col passato e scioglierne i nodi; un viaggio verso l’ignoto in quanto, fondamentalmente, viaggio verso il futuro.
Il volto soave, enigmatico di Monna Lisa potrebbe appartenere a un cadavere. È la suggestiva ipotesi di Valeria Botta, che nasce dall’intima conoscenza che l’autrice ha del genio di Vinci, circa la controversa identità della Gioconda.
Questa tesi scandalizza e affascina contemporaneamente. Molti sono infatti gli indizi che la avvalorano. Primo: non c’è traccia nei documenti di Leonardo circa l’identità della misteriosa figura femminile, non ci sono bozzetti preparatori, né appunti su eventuali compensi. Secondo: l’artista non ha mai consegnato il quadro al committente, se mai ci fu committente, e non si è separato da esso fino al giorno della sua morte. Terzo: il volto e le mani di Monna Lisa, a ben guardare, appaiono gonfie come quelle di un cadavere. Quarto: il volto è incorniciato da un velo nero trasparente e l’abbigliamento è sobrio e assolutamente privo di gioielli. Insomma ci sono elementi sufficienti per aprire nuovi scenari negli studi su una delle opere più esaminate e celebrate al mondo.
“Ha tenuto Monna Lisa fino al suo ultimo giorno – sostiene Valeria Botta - per poter sempre aggiungere una pennellata, una lieve carezza che ogni volta si riproponeva d’avvicinarsi all’infinito. Credo che sia questo il motivo per il quale Monna Lisa ci affascina tanto: perché è una via sospesa verso l’assoluto”.
Fermento Editore
SEGNIALIAMO INOLTRE.....