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Maggio 2007


Miriam Punzurudu
Giuseppe Marci, In presenza di tutte le lingue del mondo. Letteratura sarda

In presenza di tutte le lingue del mondo è il titolo scelto da Giuseppe Marci, docente di Filologia Italiana all’Università di Cagliari, critico letterario, giornalista pubblicista, editorialista dell’Unione Sarda, autore di romanzi (una trilogia della memoria: Vita, pensieri e opere di Giuseppe Torres, Bingia e Il tesoro di Todde pubblicata dalla Poliedro di Nuoro), direttore del Centro di Studi Filologici Sardi,  per il suo ultimo lavoro, frutto di uno studio iniziato trent’anni fa e dedicato alla prima storia della letteratura sarda (In presenza di tutte le lingue del mondo. Letteratura sarda, Cagliari, CUEC, 2006, pp. 375, € 22,00).
Il titolo è preso in prestito da un’espressione di Edouard Glissant, uno studioso caraibico che sogna un futuro di comunicazione plurilingue, attraverso la quale raggiungere l’interlocutore senza barriere spaziali e geografiche.
Il paradigma di questo progetto esiste nella realtà: è la Sardegna o, più precisamente, la sua storia letteraria che in dodici secoli si è espressa in cinque diverse lingue: latino, sardo, castigliano, catalano e italiano, quindi tutte le lingue del mondo, di quel mondo, che nell’isola si sono avvicendate e intrecciate per trasformarsi in strade e ponti attraverso i quali gli scrittori sardi si sono incamminati verso l’altrove, l’esterno. Sì, è una storia letteraria di apertura, permeabilità, legami e connessioni che devono essere evidenziati per contrastare il pregiudizio, non supportato da dati concreti, dell’isolamento degli scrittori sardi, i quali, invece, fin dagli albori hanno dato prova di multiculturalità e di padronanza dei vari idiomi disponibili.
Alla fine dell’età nuragica la Sardegna è segnata dal susseguirsi delle dominazioni esterne (quella romana tanto violenta da poter essere definita un genocidio), dalle quali tuttavia ha assorbito competenze linguistiche e conseguenti elaborazioni originali.
Grande interesse suscita il percorso umano e intellettuale di Sigismondo Arquer, scrittore sardo, italiano, spagnolo ed europeo, nato a Cagliari (1530), laureato a Pisa e poi a Siena, pubblicato a Basilea e arso vivo sul rogo a Toledo (1571) che precede di alcuni secoli Antonio Gramsci, Emilio Lussu, Giuseppe Dessì, solo per citare i più famosi, tutti isolani “di mare aperto”, “di formazione europea” o euromeditarranea.
Attraverso le opere dei grandi narratori del secolo scorso, dei quali Grazia Deledda è certamente la capofila, la letteratura sarda contemporanea si è arricchita di fermenti e di nuova consapevolezza, che si esprime anche piegando la lingua isolana alle esigenze del romanzo. Ricordiamo alcuni tra i più noti scrittori: Sergio Atzeni, Francesco Masala da poco scomparso, e poi Salvatore Mannuzzu, Giulio Angioni, Marcello Fois, Luciano Marrocu, Giorgio Todde, Flavio Soriga, che sono tra i rappresentanti della “scuola sarda di giallo”, mentre Salvatore Niffoi vede le sue opere tradotte e apprezzate in Europa e oltreoceano.
L’opera, con la sensibilità dell’insegnante-maestro e la fiducia dell’agricoltore che lancia i semi verso il futuro, è dedicata ai giovani perché riflettano; verrebbe da chiedersi quanti di quei giovani, in special modo sardi, sappiano che la lingua sarda, a partire dall’XI secolo, ha preceduto nei documenti ufficiali l’apparizione del volgare italiano. E qui va citata la Carta de Logu, la legge del Regno di Arborea e poi del Regno di Sardegna fino al 1827, promulgata nel 1392 dalla giudicessa Eleonora.
Nell’ambito della ricerca del termine appropriato, che il professore coltiva con cura, è interessante sottolineare una parola antica, che sa di vino e di generosa ospitalità: mescidanza, riferita al confronto fra lingue e culture diverse che ha avuto luogo nel corso dei secoli in terra sarda, sia per ragioni commerciali che di conquiste militari.
C’è un enigma da risolvere cioè la nostalgia percepita dal sardo che sta in Sardegna come se vivesse lontano dalla sua terra, per la quale il prof. Marci ha chiesto una consulenza alla psichiatra Nereide Rudas, che ha studiato gli scrittori sardi e le loro opere letterarie come se fossero suoi pazienti. E’ emerso il dolore di chi pur abitando la sua terra non ne ha il possesso, non può governarla autonomamente.
In presenza di tutte le lingue del mondo percorre la storia del popolo sardo lungo sedici secoli, eppure si legge come un romanzo, è una narrazione fluida di eventi di sapore epico con il susseguirsi di epoche auree, dominazioni, guerre, rivolgimenti politici al cui centro c’è sempre l’uomo; e infatti si percepisce una forte partecipazione emotiva, un insieme di gioia e dolore, con il piatto della bilancia che spesso pende verso quest’ultimo aspetto.
             Gli argomenti di riflessione sono molteplici: sul concetto di nazione sarda, sull’origine non più che trentennale dello studio della storia letteraria dell’isola, sugli eventi passati scritti dai vincenti e quelli ben diversi vissuti dai vinti, sul futuro di un popolo antico che mal si adatta alla contemporaneità, sulla dignità di una terra che un certo turismo associa alle coste e agli spettacoli folcloristici oscurando del tutto la Cultura di un “eterno presente”, in cui nulla va perduto ma tutto conserva attualità; ogni frammento di questa terra antichissima serba memoria della continuità.
 


Patrizia Santovecchi e Chiara Bini
Soffrire di magia

una recensione di Gordiano Lupi

Un libro che fa riflettere almeno quante certe trasmissioni di Striscia la notizia che sono servite a smascherare presunti santoni e truffatori d’accatto. Patrizia Santovecchi e Chiara Bini dedicano alcune pagine a una sorta di storia della magia dai primi voli degli uccelli, gli auguri e gli aruspici di latina memoria sino alla New Age che è ancora in gran voga. Il piatto forte del volume viene servito nei capitoli dedicati al racconto in presa diretta delle truffe compiute da personaggi carismatici che si approfittano di debolezze personali. Le autrici conservano i fatti nella loro crudezza ma li raccontano sotto forma di storie anonime per rispettare la privacy delle persone coinvolte. Questo stratagemma è utilizzato per evitare problemi legali e per non rendere pubbliche situazioni spiacevoli che hanno interessato determinati soggetti. Certo che la cronaca ne risente e il lettore legge con passione alcuni racconti ma rischia di scambiare per fiction quella che è triste verità. Le uniche storie corredata da cronaca e da fatti processuali sono quelle che vedono protagoniste Mamma Ebe e Vanna Marchi. A mio giudizio è proprio questa la parte più interessante di un ottimo lavoro, che se avesse avuto il coraggio di osare e di indicare sempre nomi e cognomi sarebbe stato eccellente. Interessante anche il capitolo conclusivo che riporta la cronaca spicciola degli episodi di truffe legate alla magia che si sono verificati nel corso del 2006. Le autrici raccontano storie che potrebbero vedere protagonista ognuno di noi in un determinato momento della propria vita. Basta trovarsi in crisi personale, di salute, economica, sentimentale, per decidere di affidarsi a un mago e incontrare un imbroglione che si è inventato cartomante o stregone. Trasmissioni televisive e giornali sono piene di maghi che dicono di poter aiutare donne e uomini in preda a problemi e depressione. Basta un niente per cadere in tentazione. Due parole per conoscere le autrici. Patrizia Santovecchi è nata e vive a Firenze. È presidente nazionale dell’Osservatorio Nazionale Abusi Psicologici (ONAP). Ha scritto Da Testimoni di Geova a... un aiuto per chi vuole uscire (2002), I culti distruttivi e la manipolazione mentale (2004), I culti emergenti. Sette, magia e... non solo (2004). Con Chiara Bini ha pubblicato Figli di un dio tiranno. Dieci storie di fuoriusciti da gruppi religiosi (2002) e Menti in ostaggio. I familiari raccontano (2005). Chiara Bini è giornalista, inizia la sua esperienza in radio (Controradio, Radio Popolare), passa poi alla televisione come redattrice (Rtv38) e alla carta stampata. Dal 1995 al 2000 lavora a La Nazione come cronista e al settore esteri del Quotidiano Nazionale.

Mamma Ebe, Vanna marchi e le altre. Otto casi di plagio all’italiana
Editoriale Olimpia – pag. 170 - Euro 14,00



Marilena Soldano
Ai piedi della montagna sacra

una recensione di Salvo Zappulla
                                                         
       La poesia, in quanto espressione dell’arte, è per sua costituzione menzogna, tuttavia aspira a rivelarsi verità. Il Poeta è testimone del proprio tempo, interroga se stesso, plasma e  manipola i suoi stati d’animo fino a renderli poesia, flusso ritmico che regala sensazioni, emozioni, meraviglia. La poesia, come la filosofia, nasce dalla meraviglia.
  I versi di Marilena Soldano  ardono del sacro fuoco della passione, si fanno sangue e materia, scandagliano le fibre stesse del cuore, i fremiti dell’anima. Il suo canto in un climax di travolgente intensità, ha il respiro ampio della musica, a tratti gioioso, a tratti doloroso o tormentato, ma sempre pervaso da ansia metafisica.

       ...Mi giunge dalle sale del Monte
       L'essentico respiro del tuo canto:
       oltre la cattedrale del tempo
       io rinasco
       e vengo battezzata
       a lancia e a fuoco...

Fenditure profonde si aprono, crepe sotterranee, squarci di luce vivida, affascinante ed emozionante. La profondità dell’Essere e l’incanto del verso si intrecciano in una osmosi di straordinario lirismo.

                     ... Fra le trame del silenzio
                           intreccio magmatiche preghiere
                         staccate da una luna indissolubile.
                         E sola.
Per dirla con Henri Guillemin, è il grido di un cuore dilaniato dalla fuga eterna di tutto quanto si vorrebbe amare per sempre e che ci è stato strappato.
  Versi che riflettono una sofferenza esistenziale complessa, profondamente conflittuale, forte di passione e di scavo interiore. La melancholia  ineludibile  di cui scriveva Aristotele, radicata nelle persone in perenne travaglio esistenziale. L’Amore, elemento primordiale che aspira a un linguaggio universale, ben al di là di un puro esercizio letterario, si prefigge di modificare e modellare la realtà. Queste liriche della Soldano sono la continuazione di un percorso iniziato con la raccolta della prima silloge pubblicata due anni fa, la storia di un viaggio attraverso il dolore, fino ad arrivare alla luce, l'incontro con il Grande Vecchio, ai piedi della montagna sacra.
da: "La Sicilia del 24-05-07"

Armando Siciliano Editore
pagg. 46        euro 6,00


Emanuele Bevilacqua
Estate di Yul

una recensione di Enrico Pietrangeli

Siamo nel cuore degli anni Settanta, un’epoca indelebile che l’autore, già affermato manager nel campo editoriale, riesce ancora a trasmetterci attraverso la sua estate, o meglio quella di Yul, approdando alla narrativa con un fresco romanzo d’esordio. Un tema che non può non vedermi coinvolto, a partire da una parallela formazione ed alcune analogie strutturali che, parafrasando il mio testo, definirei da “biglietto di ritorno”. Premettendo che, nel campo editoriale, tanto la mia carriera quanto la mia esperienza è pressoché modesta, vorrei subito mettere in risalto che ho gradito questo libro. Ne ho gustato la storia, la vivida fotografia di una fantastica stagione che sfugge e rifugge un provincialismo italiano per sognare in technicolor, su grandi schermi, tra sconfinati spazi americani. L’Italia, tuttavia, non è mai persa d’occhio da Emanuele, riaffiora qua e là in un gelido e scarno scandire di eventi e di date. Ritorna improvvisa, erompente, assecondata dal peyote, pensando ad Henry Miller. Si dischiude in una somiglianza col nonno trasportandoci nella città lasciata. Torna “l’odore dei copertoni bruciati”, fumogeni, poliziotti che sparano e giovani manifestanti impauriti, “ventre a terra, come gli indiani nella prateria”. E’ da allora che diviene “chiaro il coraggio di Yul”, la scelta di “aspettare che quel casino finisca”, “aspettare fuori dall’Europa”. Siamo nel ’75, esce Rimmel di De Gregori, AIDS e Khomeini tarderanno ancora qualche anno a galvanizzare i nuovi moralisti di turno e l’America, tutto sommato, è un paese con liberi e disinvolti rapporti sessuali, tanta erba e dell’ottimo acid rock. Un romanzo on the road, vissuto in corsa con una vecchia Ford Mustang ed altri possibili espedienti. Non c’è pausa che non sia un bizzarro e folgorante amplesso, un sesso che, prima di tutto, è ritmo. Si susseguono perlopiù momenti esilaranti lasciando comunque spazio a brevi innesti di considerazioni e qualche fugace flash poetico. L’intera vicenda si articola in California con paio di sortite in Messico e l’epilogo finale coast to coast  verso New York, con meno di quattro giorni a disposizione per restituire un’automobile a noleggio e pochi soldi a disposizione. Un finale scandito in viva diretta, con brevissimi paragrafi di percorso e l’onnipresente radio, soundtrack  sull’orizzonte americano. I percorsi di Leo, Sal e Walter si divideranno e ritroveranno in California, riportando e condividendo gioie e dolori in un’indomita voglia di farcela che culmina con Born to run, a Paterson: “ poco più di un’ora dalla meta”. Leo tornerà piuttosto malridotto e provato dal suo più profondo viaggio in Messico, dove si respira ancora il profumo di droga e miseria amalgamato da Kerouac. Un’inaspettata e violenta resa dei conti lo attende con un tassista di frontiera. Sal, innamorato poco ricambiato da Cristine, si ritroverà l’auto sabotata, lei in ospedale ed il relativo padre pronto a fargli causa. Walter sarà molto più sottilmente vittima di Charlotte, la sorellina di Gloria, rischia anche lui qualche brutta denuncia, è amareggiato ma non salterà l’ultimo grande evento: il concerto al Golden Gate Park di San Francisco. Leo, tra succulente scopate (ciliegina sulla torta Lourdes, la cilena), è sempre alla ricerca di Mr. Miller; lo troverai poi, a meno di cinquecento metri, degente in un centro clinico. La musica è cornice ovunque in un’America dove ancora tutto è possibile, quella di Crosby, Stills, Nash e Young, John Cipollina, Jerry Garcia, Grace Slick.. Resta il retrogusto del miele spalmato sopra Agnese, Clara ed il sogno del cinema, il tempo che scorre e mai vanifica, semmai impreziosisce rendendo i ricordi più fluidi, più permeabili alla fantasia: quanto ingenera futuro. Allora una sera Yul, il più veloce, viene a sfiorare una spalla accompagnando il lettore insieme all’autore in un antico file del computer. Una sera in cui riscoprirci più umani e più vivi, disincantati e partecipi a quanto ci lega a quella stessa estate, quella di Yul.

Leconte – 2006 – 12,00 Euro




e ancora segnaliamo....

All'isola dei sardi
Cirese Alberto

Cinquant'anni: tanto è lunga la consuetudine di Alberto Mario Cirese con la Sardegna. E all'isola dei Sardi, come la chiama l'Ulisse dantesco, è dedicata la raccolta di saggi qui riprodotti, per festeggiare un anniversario di mezzo secolo. L'unità di questi scritti, elaborati fra il 1963 e il 2005, non trova ragione solo nell'identità del luogo: la passione dello sguardo sulle cose sarde resta immutata nel tempo e fra le pagine pulsa costante una lezione di metodo nel saper leggere gli oggetti dell'universo "popolare". Il ritratto di un mondo forse già perduto si compone sull'effimero luminoso dei pani cerimoniali, sulla non meno luminosa e ricca testura di rime della "difficile" poesia isolana o sul rituale del gioco di Ozieri: tutti segni di uno specifico antropologico, colto nei suoi tratti originali e nei nessi con altre culture.

Dettagli del libro
Titolo: All'isola dei sardi
Autore: Cirese Alberto
Editore: Il Maestrale
Data di Pubblicazione: 2006
Collana: Tascabili. Saggistica
ISBN: 888980114X
Pagine: 160


dello stesso autore....
Intellettuali, folklore, istinto di classe. Note su Verga, Deledda, Scotellaro, Gramsci
Cirese Alberto

Dettagli del libro
Titolo: Intellettuali, folklore, istinto di classe. Note su Verga, Deledda, Scotellaro, Gramsci
Autore: Cirese Alberto
Editore: Einaudi
Data di Pubblicazione: 1976
Collana: Einaudi Paperbacks e Readers
ISBN: 8806446282
Pagine: IX-155
Reparto: Narrativa italiana


La critica, come la carità, dovrebbe cominciare a casa propria (B. C. Forbes)
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