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Giugno 2008

Di Gordiano Lupi:
COMUNICARE CON IL FUMETTO
Joe Sacco, Monstars e Cicarè

Esiste un libro a fumetti che dovete assolutamente leggere per capire qualcosa di più dei problemi internazionali e del rapporto Israele - Palestina. Joe Sacco scrive Palestina (Oscar Mondadori - pag. 300 - euro 12,00) e compie un’opera meritoria, un reportage sul campo documentato con tavole spietate, alla Robert Crumb, senza schierarsi, ma solo raccontando ciò che ha visto. Si termina la lettura sconvolti, come dopo Mause di Art Spiegelman, Persepolis di Marjane Satrapi e Il cacciatore di aquiloni di Khaled Hosseini. Palestina è uno di quei libri che fa bene alla letteratura e mi fa piacere che lo pubblichi Mondadori, una tantum non impegnato a propagandare narrativa del niente, scrittori spazzatura, nani e ballerine. Palestina è un libro che andrebbe regalato ai bambini per far capire come un po’ di tolleranza aiuterebbe a vivere in pace, per spiegare che l’arroganza del potere non ha mai migliorato le cose, per  comunicare che il dolore non ha un colore politico. Il fumetto diventa un media importante per trasmettere idee e informazioni, per documentare con immagini la sofferenza di un popolo che si vede tagliare persino gli olivi, deportare i giovani e malmenare i manifestanti. Vincono gli estremisti, come sempre, dell’uno e dell’altro colore. Rimette il popolo, la povera gente che chiede soltanto una terra per continuare a vivere.
Parliamo ancora di fumetto, ma questa volta di argomento fantastico per citare una giovane e coraggiosa casa editrice come la Nicola Pesce che si è da poco trasformata in Tespi srl. Sono uscite due pubblicazioni interessanti come Monstars a cura di Andrea Longhi e Massimo Perissinotto (pag. 200 - euro 12) e L’enigma del condominio di Mauro Cicarè (pag. 50 euro 7). Monstars raccoglie firme interessanti nel campo dell’horror e del fantastico italiano come Tiziano Sclavi, Massimo Perissinotto, Armin Barducci, Paolo Ongaro e Massimo Semerano. Il volume raccoglie racconti che presentano mondi apocalittici e senza speranza, visioni oniriche di orribili spaventapasseri assassini, uomini terrificanti e mostri che provengono dai ricordi d’infanzia. Monstars va oltre l’horror tranquillizzante alla Dylan Dog e va bene per chi ha lo stomaco forte e preferisce disegni angoscianti a soggetti articolati. L’enigma del condominio è un fumetto che valorizza al meglio lo stile lunare e noir di Mauro Cicarè che fa danzare i personaggi in un mondo fantastico e allucinato fatto di notturni senza speranza. Consigliato per gli amanti della grafica e del tratto trasgressivo e moderno. Per chi cerca storie importanti meglio Palestina di Joe Sacco.


Maurizio Stefanini
Grandi coalizioni
Boroli Editore –  Pag. 190

Maurizio Stefanini è un giornalista liberale esperto di problemi del Terzo mondo che abbiamo già avuto modo di apprezzare ne I nomi del male (Boroli, 2007), soprattutto per un’interpretazione condivisibile delle problematiche cubane e venezuelane. Adesso pubblica un nuovo saggio storico - politico per spiegare il fenomeno delle grandi coalizioni, anche se in Italia il pericolo è stato scongiurato da una netta affermazione del centro destra. Stefanini racconta in estrema sintesi tutte le grandi coalizioni del pianeta, descrive la dialettica maggioranza - minoranza con grande attenzione storico - giornalistica, spiegando che è il sale della democrazia e andando sempre al cuore del problema. L’autore parte dalla descrizione del consociativismo, si sofferma sui governi di guerra, di liberazione e costituenti, per arrivare alla Grosse Koalition tedesca degli anni Sessanta tornata recentemente in auge. In Italia abbiamo avuto un’esperienza consociativa durante gli anni di piombo, quando i partiti dell’arco costituzionale fecero fronte comune contro il terrorismo in un governo di Solidarietà nazionale. Il lavoro di Stefanini ha il pregio di non annoiare, spiega cose complesse in maniera divulgativa, soprattutto mette in guardia contro le smanie di semplificazione e contro i tentativi di modificare in corsa le regole del gioco. Il libro è introdotto da Giulio Andreotti e da Lodovico Festa che mettono la loro esperienza al servizio di un notevole lavoro giornalistico.

Gordiano Lupi


Di Enrico Pietrangeli:
Marialuisa Sales
Danza araba medioevale e danza interpretativa della poesia araba:
una ipotesi di ricostruzione
Edizioni Akkuaria – 2006

E’ un manoscritto ottomano del XV secolo a scandire il verbo divino nella sua potenza generatrice di melodia. Dal suono, intimamente connesso alla poesia, si evoca una danza che, nella tradizione aniconica islamica, non resta che ipotizzare. La Sales lo fa attraverso questo breve ma consistente trattato, sintesi di lunghi anni che la vedono protagonista nella coreutica, soprattutto in ambito universitario, anche con seminari e conferenze, attingendo tanto da il sama dei Sufi quanto dal kathak indiano a tutt’oggi praticati. Una ricerca nella “ricodificazione” sostenuta con basi teoretiche, che preserva l’integrità di un modello medievale ancora caratterizzato da un approccio simbolico piuttosto che analitico. Al-Fārābī e al-Mas‘ūdī sono i due pilastri di riferimento dell’autrice. Per mezzo delle loro opere, al di là degli aspetti speculativi, sono rese più tangibili talune forme della danza araba medioevale, in particolare l’utilizzo del corpo come “strumento a percussione” e l’innesto dell’interpretazione mimica. Ottimi i riferimenti storici qua e là riprodotti in sintesi e note per meglio ampliare la visione del lettore; quelli più pertinenti l’indagine prodotta sono relativi alla dinastia abbaside, momento in cui è fiorente “il processo di acquisizione dell’eredità culturale greca”. Un ruolo determinante, in questa mediazione, lo ebbero anche alcuni cristiani nestoriani, come ibn Ishāq, che finirono col trovare il loro ultimo rifugio in Mesopotamia. Interessante come, nella centralità del suo razionalismo aristotelico, al-Fārābī consideri la musica inferiore alla poesia poiché il suo “contenuto sensibile” è più consistente rispetto al versificare che, in ultima analisi, è più vincolato a contenuti raziocinanti nel suo indagare i piani emozionali; di conseguenza, “il più elevato degli strumenti musicali”, sarà il canto umano. Cosmopolita, storiografo e altrettanto razionalista è al-Mas‘ūdī, precursore di un approccio analitico che, per i tempi, è a dir poco originale e ricco di spunti. “Mimica, ammiccamento e acrobazia” sono parte di quegli elementi comparativi che la Sales intende rielaborare attraverso la kereshme, ovvero la danza classica persiana ottocentesca, per affermare un valore del “sentimento” nella danza cortese anziché quello del “movimento”, proprio della “coreusi contemporanea araba”. Da segnalare, seppure soltanto accennato, è quel “processo simbiotico” tra cultura islamica ed indiana avvenuto con la dinastia Moghul. Ragguardevole, come si evince fin dall’introduzione, la consulenza storica e teologica, nonché l’apporto di due capitoli, di Shaykh Abdul Hadi Palazzi. Emergono aspetti controversi e meno noti al mondo occidentale, circostanze che, nel corso dei secoli, ci riconducono ad un Islam dotto e moderato, aperto al mondo e al progresso; un contesto che, in Europa, forse vede la sola eccezione di una figura come Federico II. Partendo da un grossolano errore interpretativo di von Sebottendorf, diplomatico tedesco in Turchia prima della grande guerra, Palazzi ci descrive e decodifica un esempio di gestualità rituale Sufi. Le annotazioni di giurisprudenza islamica mettono in rilievo l’autorevolezza di al-Ghazāli, Sufi e teologo, che pone lo “stato d’animo” quale elemento atto a discernere la natura “proficua o deleteria” della musica e della danza, mentre Ibn al-Jawzi e Ibn Taymiyyah vengono citati come letteralisti avversi non solo al suono ma, più in particolare, al sufismo stesso. La disputa tra una visione spirituale ed una integralista si è, di fatto, protratta “sino ai giorni nostri”. Non ci resta che sperare di vedere ancora fiorire quell’Islam più profondo e ricco di contenuti tanto artistici quanto mistici, piuttosto che vederlo miseramente decadere tra “intolleranza” e “oscurantismo”. “L’Amore è la mia religione e la mia fede” non è che un verso di Ibn al-‘Arabi, il migliore, a mio parere, per concludere nella poesia la lettura di questo libro.

Nota di Enrico Pietrangeli - 2007


La critica, come la carità, dovrebbe cominciare a casa propria (B. C. Forbes)
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