Gennaio 2008
HASSALEH – L’OCCHIO DI HORUS Manetone aveva ragione!
(brani scelti)
di Antonio Crasto
Premessa
I lunghi studi sulla Civiltà Egizia e la lettura dei più importanti testi sull’argomento hanno messo in luce una grave problematica in merito alla cronologia della civiltà faraonica. Alcuni riferimenti bibliografici di autori non contemporanei mi hanno consentito di verificare come, nel corso del ventesimo secolo, si sia manifestata la tendenza a modificare e accorciare sensibilmente la cronologia della civiltà egizia. Mentre nel secolo precedente l’inizio dell’età faraonica veniva fatto risalire, sulla base dei reperti archeologici, al quinto o al quarto millennio a.C., si faceva ora strada l’ipotesi che il primo faraone fosse vissuto alla fine del quarto o all’inizio del terzo millennio. La nuova tendenza era supportata dalla convinzione che il calendario religioso, legato alla stella Sirio, avesse avuto inizio intorno al 2800 a.C. e che esso fosse stato adottato dal terzo faraone della I dinastia, Djer, così come sembra suggerire una tavoletta d’avorio, a lui attribuita, nella quale compariva per la prima volta il simbolo dell’anno e l’icona di una stella.
Sotto la spinta di queste considerazioni e ipotesi e confortati dalle prime datazioni al C-14 delle culture predinastiche, che sembravano giustificare lo spostamento in avanti dell’età faraonica di circa un millennio, gli Egittologi hanno così incominciato una corsa al taglio degli anni di regno di molti faraoni. Favoriti dalla grande confusione esistente nei dati dei pochi “annali” pervenutici e grazie agli evidenti errori contenuti negli scarsi riferimenti dell’unico libro storico egizio, scritto dal sacerdote Manetone nel III secolo a.C. e purtroppo andato perduto, gli Egittologi hanno così portato avanti il progressivo taglio della durata delle prime due dinastie e di quelle dei primi due Periodi Intermedi (VII-XI e XIII-XVII dinastie), per i quali gli errori attribuiti allo storico tolemaico sembravano essere evidenti e meno spiegabili. Portata così l’unificazione dell’Egitto, da parte del primo faraone Menes, intorno al 3000 a.C., ci troviamo oggi di fronte al tentativo di dare l’ultima “spallata”, il taglio degli ulteriori due secoli per la durata dell’Antico Regno.
Quest’azione di demolizione della cronologia riferita a Manetone non si è fermata neanche di fronte alla correzione delle datazioni delle culture predinastiche, ottenuta grazie all’affinamento del metodo al C-14, per cui veniva riassegnato a esse il millennio tolto precedentemente. La convinzione che l’età faraonica sia iniziata nei primi secoli del terzo millennio a.C. ha suggerito solamente l’assegnazione di un lunghissimo periodo alle culture predinastiche, senza portare a un riesame delle cronologie proposte e alla verifica se le discordanze fra i diversi “annali” e in modo particolare fra le durate dei regni riferite a Manetone e quelle ricavate dal Papiro di Torino potessero avere una qualche giustificazione.
La quasi certezza che il grande storico egizio sia stato a conoscenza dei dati riportati nel papiro della XIX dinastia, avrebbe dovuto suggerire, infatti, la possibilità che il conteggio di eventi particolari, come il censimento del bestiame, utilizzato per quantificare gli anni di regno dei faraoni dell’Antico Regno, potesse essere stato mal interpretato dagli Egittologi, per la non conoscenza della vera chiave di trasformazione, chiave forse in possesso dello storico egizio.
Le ancora insufficienti datazioni al C-14 dei molti reperti dell’Antico Regno fanno pensare che gli Egittologi siano restii a considerare l’ormai più che soddisfacente metodo scientifico di datazione dei reperti organici degli ultimi diecimila anni, forse per la paura che un’indagine approfondita possa evidenziare gli errori finora commessi, scottati come sono dai risultati eclatanti dei primi accertamenti effettuati, come a esempio la retrodatazione del regno di Cheope di circa 400 anni. Questi primi risultati avrebbero dovuto suggerire un’indagine particolareggiata, senza l’occultamento dei risultati finora ottenuti, e gli errori evidenziati avrebbero dovuto stimolare un’indagine seria sulla possibilità che le cronologie proposte potessero essere errate, a causa dei molti tagli effettuati. Sarebbe stata auspicabile una verifica degli anni di regno attribuiti a Manetone, nel tentativo di filtrare i molti errori riportati dai suoi referenti, errori forse introdotti in mala fede per screditare tutta l’opera dello storico tolemaico, con la speranza che un qualche archivista o bibliotecario possa trovare, un giorno, il coraggio di ripresentare al mondo scientifico il suo testo originale.
Nuova cronologia
Alla luce di queste considerazioni ho cercato, con tanta umiltà e rispetto per il lavoro encomiabile finora svolto dagli archeologi, d’indagare la possibilità che l’inaugurazione del calendario religioso, fonte di tutti gli errori, si sia avuta in un periodo diverso e in particolare all’inizio del quarto millennio a.C.
Una mia originale ipotesi mi ha portato a considerare i due calendari egizi, quello vago di 365 gg. e quello religioso di 365,25 gg., in modo differente rispetto alle attuali credenze degli Egittologi. Non ritenendo accettabile che i due calendari siano stati inaugurati contemporaneamente, ho indagato la possibilità che quello vago sia iniziato molto tempo prima e in corrispondenza di un particolare evento astronomico significativo, uno dei solstizi o uno degli equinozi, mentre quello religioso sia stato inaugurato, all’inizio dell’età faraonica, in corrispondenza della coincidenza del solstizio d’estate con la levata eliaca della stella Sirio.
La lunga elaborazione matematica, effettuata grazie a un foglio elettronico per Personal Computer, mi ha portato all’individuazione di una soluzione che prevede l’inizio del calendario più antico in coincidenza dell’equinozio d’autunno del 4623 a.C. e l’inizio di quello più preciso nel 3761 a.C.
Questa soluzione, che trova un chiaro avallo nella cronologia degli Ebrei, mette in crisi le cronologie egizie "cortissime" comunemente accettate, ma ha il grande pregio di essere in fase con le datazioni al C-14 dei monumenti della III-IV dinastia, risultati più antichi mediamente di circa 374 anni.
Alla luce di questa mia originale scoperta scientifica, ho intrapreso il difficile compito di rivedere la cronologia di Manetone e, in particolare, di trovare delle possibili correzioni ai dati riportati da Africano, la maggior parte delle quali riferite ai regni dei Periodi Intermedi.
Ho così messo a punto una nuova cronologia delle prime 18/19 dinastie basata sui seguenti punti caratteristici:
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anno 3761 a.C. compreso nel regno di Djer;
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l’incoronazione di Userkara nell’anno 2515 a.C.;
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l’inizio del regno di Amenemhat I (Ammenemes) nel 2038 a.C.;
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l’incoronazione di Senuserrat III (Sesostris) nell’anno 1886 a.C.;
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l'incoronazione di Amenhotep I (Amenophis) nell'anno 1536 a.C.;
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l’anno 1471 a.C. compreso nel regno di Thutmose III (Tuthmosis);
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l’inizio e la fine del regno di Smenkhkara nel 1385 a.C., in coincidenza con l’Esodo biblico;
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l’inizio del regno di Sethi I nel 1320 a.C., in corrispondenza dell’inizio di un nuovo ciclo siriaco dei calendari egizi;
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gli anni di regno e le durate delle dinastie corrispondenti quasi sempre a quelle segnalati da Manetone (generalmente quelle riportate da Africano), fatta eccezione per le dinastie dei primi due Periodi Intermedi.
La nuova cronologia sembra in linea con le datazioni al C-14 (la media delle differenze fra le datazioni dei monumenti e il valore centrale del regno del faraone di riferimento si riduce da 374 a 11 anni), ma consente anche di giustificare:
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la fine della II dinastia e l’inizio della particolare religiosità della III dinastia (mito di Osiride e religione stellare e delle piramidi), in relazione con una possibile catastrofe in Mesopotamia della fine del 4° millennio a.C. (Diluvio biblico databile, secondo i miei studi, nel 3291 a.C.);
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la realizzazione della stele detta "Pietra di Palermo" proprio durante la V dinastia, in corrispondenza della prima coincidenza dei due calendari, coincidenza dei capodanni, nel 2779 a.C.;
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la concentrazione di annali/tavole murarie nella XVIII / XIX dinastia, in corrispondenza della seconda coincidenza dei due calendari, 1320 a.C., anno d’inizio del regno di Sethy I;
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il fatto che il primo dei testi storici, la Pietra di Palermo, contenga riferimenti alla lunga età degli dèi, quella dei semidei e, infine, al periodo degli Shemsu Hor;
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l’esistenza del Papiro di Torino, quale riepilogo dei due "testi storici", e la sottolineatura, altrimenti incomprensibile, del totale dei regni da Menes fino alla fine della V dinastia;
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la fine della VI dinastia in relazione alle mutazioni climatiche provocate da una nuova catastrofe in Mesopotamia nel 2395 a.C., catastrofe che quasi sicuramente determinò la fine del 1° impero sumerico e la conquista della Bassa Mesopotamia da parte di Sargon di Accad.
Altre problematiche affrontate nel libro
Con l’occasione sono stati affrontati alcuni dei grandi misteri sulla civiltà dei faraoni, quelli che oggigiorno riempiono le pagine di molti libri e riviste e sono al centro di accanite discussioni fra gli Egittologi “ortodossi” e i così detti “eretici”. Le possibili soluzioni proposte, fra cui quelle sui mille misteri delle piramidi, non vogliono essere esaustive delle varie problematiche, ma solamente un modesto contributo a uno studio serio sulla civiltà degli antichi egizi e uno “schiaffo morale” a tutti coloro che sostengono l’assenza di misteri, in quanto secondo loro tutto è stato ormai risolto, e riempiono le loro discussioni, anche in congressi importanti, di parole vuote e senza senso, spinti dalla sola invidia per chi, forse esagerando con ipotesi fantasiose, ha ottenuto con i suoi libri un grande successo editoriale.
Origine della civiltà egizia
Molti indizi hanno suggerito un approfondimento sull’origine della civiltà egizia e in particolare sull’origine della classe dominante, quella che diedi vita alle varie dinastie. I riferimenti di Platone su contatti, durante il Paleolitico Superiore, fra la civiltà egizia e quella di Atlantide e un’originale interpretazione dello Zodiaco Circolare di Dendera mi hanno suggerito la possibilità che la civiltà del Neolitico sia stata il risultato di due differenti contributi culturali dovuti alla migrazione in Egitto di due diverse popolazioni, la prima di origine orientale e la seconda connessa all’antichissima civiltà di Atlantide.
Un’ipotesi originale ha messo in luce una possibile descrizione della storia dell’Umanità tramite le icone dello Zodiaco Circolare, così da ipotizzare che possa esistere una corrispondenza temporale fra fasi storiche ed ere zodiacali.
Bibbia – XVIII dinastia – Esodo
La necessità di trovare nuovi punti di riferimento assoluti per la cronologia, mi ha portato a cercare i possibili collegamenti fra civiltà egizia e mondo ebraico, a partire da Abramo fino all’Esodo, consentendomi, fra l’altro, d’inquadrare:
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l’uscita del vecchio Patriarca dall’Egitto in corrispondenza dell’uccisione di Amenemhet I (2022 a.C.);
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l’arrivo in Egitto di Giuseppe e Giacobbe durante il periodo di secessione dei nomi del Delta durante la XIII-XIV dinastia;
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la permanenza pacifica in Egitto del popolo d’Israele durante il dominio degli Hyksos;
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il lungo periodo di schiavitù durante la XVIII dinastia dopo la scacciata degli invasori, con i quali sicuramente gli Ebrei si erano schierati;
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in Akhenaton il faraone che determinò la prima fuga di Mosè;
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l’Esodo biblico durante il breve regno del successore, Smenkhkara.
Religione egizia e costruzione delle piramidi
Uno studio dei possibili retaggi di una religione della Madrepatria, mi ha permesso di considerare in modo originale il simbolismo della piramide e di ipotizzare lo sviluppo di questi monumenti come omaggio agli dèi e come trasposizione in terra del mito di Osiride, già disegnato nelle costellazioni di Orione, Auriga, Cane Maggiore, ecc.
In virtù di alcune note di Manetone, ho ipotizzato che la costruzione dei monumenti della piana di Giza abbia avuto uno sviluppo differente da quello comunemente riconosciuto.
Il fatto che le piramidi sarebbero state edificate, secondo lo storico tolemaico, da Uenephes, 4° faraone della I dinastia, mi ha portato a considerare la possibilità che la Piana di Giza sia stata la sede di un antichissimo Centro Sacerdotale e che nel Pozzo dell’Acqua siano state venerate in età predinastica le mummie dei principali "eroi/dèi" dell’antica civiltà egizia: Sokar, Toth e Osiride.
L’unificazione dell’Egitto avrebbe suggerito a Uenephes di edificare a Giza un enorme complesso monumentale costituito:
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da tre piccole piramidi, realizzate modellando il tenero calcare della piana;
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da tre ipogei sotto le tre piramidi, come nuova sepoltura dei tre dèi, precedentemente seppelliti nel Pozzo dell’Acqua;
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dalla gigantesca statua leonina dedicata ad Atum;
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da quattro templi dedicati all’antichissima civiltà egizia, uno nella valle a est della piana, un secondo di fronte alla grande statua, un terzo a sud di quest’ultimo e un ultimo di fronte alla faccia orientale della piccola piramide centrale;
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da una strada cerimoniale collegante questi ultimi due templi e la cui direzione era tale da passare proprio sopra l’ingresso del Pozzo dell’Acqua e nascondere così il sacro ipogeo, ormai non più utilizzato.
Questa originale visione dell’antico progetto consente di dare finalmente una risposta a molti enigmi sulle costruzioni a Giza e, in particolare, di dare una giustificazione realistica alla strana direzione delle strada cerimoniale di Chefren, sovrapposta alla vecchia strada della I dinastia.
Non è dato sapere se Uenephes abbia completato il grandioso progetto, ma si ritiene che il suo successore, il faraone Usaphais, abbia celebrato riti nel tempio della Sfinge. L’ipotesi che la grande statua risalga alla I dinastia, ai regni di Uenephes (3726-3683 a.C.) o Usaphais (3683-3663 a.C.) e il possibile periodo molto piovoso della fine della II dinastia (Diluvio biblico del 3291 a.C.) consente di dare una valida giustificazione allo stato di degrado di molti monumenti delle prime due dinastie e risolvere la problematica dell’età della Sfinge e delle anomale erosioni delle pareti della fossa della grande statua.
Sviluppo dei lavori a Giza
Questa originale interpretazione delle origini dei monumenti di Giza, avallata ancora una volta da Manetone, mi ha consentito di considerare un nuovo sviluppo dei lavori sulla piana.
Cheope avrebbe iniziato la costruzione di una prima piramide colossale, in base a un progetto unitario di Imhotep, inglobando la vecchia piccola piramide del versante nord di Giza. Il vecchio monumento sarebbe dunque identificabile nella "collinetta" di cui parlano gli Egittologi, mentre la camera sotterranea sarebbe il vecchio ipogeo. Cheope avrebbe fatto costruire una strada cerimoniale, che, per ragioni di simmetria con quella preesistente di Uenephes, avrebbe assunto sulla Piana una direzione opposta rispetto all’est, mentre dopo un ardito scavalcamento della scarpata della Piana, avrebbe raggiunto, piegando leggermente ancora più a N-E, il tempio a Valle, costruito restaurando il vecchio tempio nella Valle della I dinastia. E’ possibile ancora che Cheope abbia ripristinato la vecchissima sepoltura degli dèi nel Pozzo dell’Acqua e che egli abbia fatto scavare un terzo livello per realizzare la sua sepoltura, vicino agli dèi, su di un’isola bagnata dalle acque del sacro Nilo.
Questa interpretazione giustifica quanto detto da Erodoto sulla chiusura ordinata da Cheope dei vecchi templi e quanto riportato dalla Stele dell’Inventario, forse copia del Nuovo Regno di una stele molto più antica, secondo la quale Cheope avrebbe restaurato l’antica e rovinata Sfinge.
Chefren avrebbe realizzato la seconda grande piramide sopra la vecchia piccola piramide centrale, avrebbe restaurato il tempio di fronte alla Sfinge e quello alla fine della strada cerimoniale (Tempio a Valle) e avrebbe costruito, infine, un nuovo tempio funerario di fronte alla piramide.
Micerino avrebbe completato il progetto unitario di Giza, realizzando la terza grande piramide, sopra la terza piccola piramide della I dinastia, e, non più vincolato da strade preesistenti o da ragioni di simmetria, avrebbe realizzato i suoi templi e la strada cerimoniale nella direzione ideale verso est.
Piramide di Cheope
Uno studio sull’Antico Egitto e le piramidi di Giza non poteva escludere il tentativo di dare una risposta alle molte domande sulla magnifica piramide di Cheope.
Un’analisi dettagliata delle caratteristiche costruttive mi ha portato a vedere nella stessa un grande tempio funerario, progettato per ottimizzare la rinascita del faraone, il quale avrebbe immerso la sua piramide in una serie di magie matematiche, che dovevano facilitare la magia massima della resurrezione e ascensione al cielo della sua anima. Egli avrebbe realizzato inoltre i quattro condotti stellari, partenti verso nord e sud dalle camere del Re e della Regina, per consentire alcune cerimonie altamente simboliche durante la sua sepoltura. Ritenendo che i sacerdoti egizi abbiano considerato le costellazioni imperiture quali icone dei personaggi della cerimonia della "Pesatura del cuore", ho elaborato una nuova teoria per giustificare la presenza e l’utilizzo dei quattro condotti:
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condotto settentrionale della camera della Regina, indirizzato alla costellazione del Piccolo Carro, nella quale gli egizi avrebbero visto Anubis e verso il quale il ba di Cheope sarebbe stato indirizzato per la cerimonia della pesatura del cuore;
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condotto settentrionale della camera del Re, indirizzato alla stella polare del momento, alfa Draconis, stella centrale di un’immaginaria bilancia stellare e della piuma celeste di Maat, e dalla quale il ba sarebbe rientrato verso la piramide dopo aver superato la prova celeste;
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condotto meridionale della camera del Re, indirizzato alla costellazione di Orione per consentire l’ascensione dell’anima risorta di Cheope fino alla costellazione dove essa sarebbe diventata una nuova stella divina;
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condotto meridionale della camera della Regina, indirizzato a Sirio, tramite il quale sarebbe arrivato al successore di Cheope l’investitura divina, quale nuovo Horus.
Progetto unitario delle piramidi
Alla luce della religiosità stellare dell’Antico Regno, è stata sviluppata la teoria di Bauval sulla correlazione fra le piramidi di Giza e le stelle della cintura di Orione, considerando la possibilità che tutte le grandi piramidi dei faraoni, costruite dalla III alla XIII dinastia, abbiano una corrispondenza nelle stelle principali delle costellazioni nelle quali fu disegnato il mito di Osiride.
Questa originale teoria mi ha portato a ipotizzare una nuova costellazione egizia, il Falco, formata dalle stelle della costellazione dell’Auriga, dalle stelle occidentali della costellazione dei Gemelli e da quelle poco luminose della costellazione dell’Unicorno.
Il nuovo simbolismo stellare delle piramidi consente così di giustificare le differenti aree di costruzione, le dimensioni dei monumenti, connesse non alle capacità economiche del sovrano ma alla scelta dell’elemento del progetto, e risolvere alcuni misteri, quale l’esistenza della Piramide Romboidale di Snefru e quelle lontanissime edificate verso il Fayum.
HASSALEH – L’OCCHIO DI HORUS Manetone aveva ragione!
una recensione
La conoscenza della civiltà egizia presenta ancora lacune, particolarmente gravi per quanto concerne il periodo preistorico e predinastico. Esistono poi numerosi e intriganti misteri che paiono di ardua soluzione in mancanza di studi interdisciplinari. Ci si chiede con insistenza: quale fu l’origine della civiltà egizia; quando iniziò realmente il periodo dinastico; chi, come e perché costruì le piramidi della piana di Giza; perché esse dovevano essere maestose? A queste e molte altre domande cerca rispondere l’autore, da me personalmente conosciuto all’ultima Fiera del libro di Torino, indagando senza pregiudizi in differenti campi scientifici. Appassionato di storia delle civiltà antiche e accanito lettore di testi sull’Antico Egitto, l’autore ha raccolto i frutti dei suoi lunghi studi, effettuando alcune significative scoperte scientifiche sulla civiltà egizia e rivedendo la cronologia delle prime 18 dinastie attraverso una rivalutazione degli scritti di Manetone. Chi giunge al termine del saggio, potrà scoprire la probabile soluzione di alcuni misteri più intriganti e riuscirà a vedere il mondo dei faraoni con un’ottica nuova e affascinante. Uno dei più bei saggi sull’Egitto degli ultimi tempi.
Recensione apparsa sulla rivista Hera – Miti – civiltà scomparse – Misteri archeologici N. 89 Giugno 2007
A cura di Flavio Ermini
Il racconto ulteriore
Moretti e Vitali – 2006 – 18 Euro
Il Racconto ulteriore, “antecedente all’intelligibilità” nella contrapposizione di un tempo mitico alla desolante contemporaneità di una terra già esplorata da Eliot, è un progetto che vede Flavio Ermini coordinare dei pensatori nel “gesto narrativo”. L’ ”inquietudine dell’imprevedibile” ci ha condotto verso false certezze allontanandoci dal vero senso della tradizione, dall’origine. Dal chaos, nello stesso gesto della creazione sussiste ancora, inalterata, l’energia per una prospettiva ulteriore, devoluta a un sapere autentico, non più reso asettico, e considerato nel suo originario contesto organico. Bonnefoy lo fa attraverso una possibile variante per la cacciata dal giardino. Un punto in cui il tempo non ha avuto ancora inizio, dove l’immediato e il mediato, opportunamente affrontati da Vitiello nell’episodio finale, sono ancora “erranza nell’eterno” e prendono forma col giorno, nell’esperienza, tra l’eco di un flauto, mediando dolore e speranza. Prima o dopo divengono l’intangibilità del tempo dove l’archetipo, riflesso nella forma, si tramanda nel mito, restando impresso tra luci e ombre. Nel tema della leggenda primordiale resta ancorato anche Félix Duque, è quella indigena della foresta e del suo lago, mentre, a poca distanza, si consuma “l’imminente fine di questo mondo”, tra disastri ecologici e notiziari flash sul terrorismo. Quella di Labarthe è un’Allusione all’inizio migratoria, iniziatica ed incentrata sulla comunicativa, in un viaggio che ci vede dubitare e disperderci, ricominciare: possibile metafora della stessa vita. L’arcangelo, con Antonio Prete, dalla sua sostanza di luce, viene a contatto col tempo e la disgregazione della materia. Vive con rammarico i suoi fallimenti, la distrazione di una colpa ancestrale. E’ questa la prima delle Tre storie sul tempo e l’apparenza, quale “impossibile somma d’infiniti vuoti” nell’epilogo della sera: lo scorgere finalmente il sorriso di una bimba ricongiunta al suo gatto. Articolato e dettagliato è il ritratto ginevrino di Roberta De Monticelli che, traversando memorie e riflessioni, approda su più acquietanti sogni in una “fragorosa e sporca” piazza toscana. Spinoza, l’ottico, tanto ebreo quanto eretico, con Tagliapietra lo ritroviamo che si diletta coi ragni e sarà specchio di una risata che è dio, vittima e carnefice nelle vesti di un Benjamin portato al martirio, ancora immerso nella lettura di Ethica. Uno Spinoza che ricorre anche con Vitiello, ricordandoci “che ogni definizione è negativa” e che, con Jean Luc Nancy, ci riporta a quel “sentiamo e sperimentiamo il nostro essere eterni”. Interessante il contesto in cui si sviluppa Diario, “fluttuante in un’incerta intemporalità” che va dal 4 al 10 novembre 2002. Realizzato per conto della rivista Parallax, vede qui la sua versione italiana dopo essere stato tradotto in inglese. Il marionettista di Givone, unitamente al racconto di Tagliapietra, è, a mio parere, tra gli episodi più centrati, almeno in relazione all’intento narrativo preposto. Tutto il fascino e la magia dello spettacolo dei burattini viene rilevato allontanando lo spettro di un demiurgo dietro le quinte, restituendoci personaggi con un’anima sottesa ad un filo tramite cui comunicare, finanche a recepire “dal basso” “le sollecitazioni sceniche”. Ironico ed incisivo giunge Carlo Simi che, attraverso l’antica e collaudata formula del dialogo, ci trasporta nel mondo delle fiabe che preannunciano ciclicità atemporali. Con Donà ci si addentra in tematiche che includono risvolti psicologici, mentre con Gargani si abbandona il filone narrativo soltanto per meglio sviscerarlo con esiti che, personalmente, trovo convincenti, soprattutto per quell’ “indissolubile legame” tra “etica e scrittura” ricordato anche attraverso il monito di Wittgenstein: “non possiamo scrivere qualcosa di vero se non siamo veri”. Riportare la figura dell’intellettuale ad un suo più connaturato baricentro rendendogli la giusta attenzione, a partire dall’operato scientifico e politico, potrebbe essere un varco aperto da questo libro, poiché in queste condizioni, come Gargani stesso afferma, “non c’è da sorprendersi che fenomeni mafiosi si estendano all’ambito dell’organizzazione della cultura e del mondo accademico”
Nota di Enrico Pietrangeli - 2007
Daniela Catelli
Ciack si trema
Guida al cinema horror
Costa & Nolan – Euro 16,40 – pag. 230
Pochi testi sono indispensabili come questo per chi ama il cinema horror e bene ha fatto l’autrice ad aggiornare la prima edizione uscita nel 1996 per Theoria e a cercare un nuovo editore per renderla fruibile. Daniela Catelli si occupa di cinema da sempre, scrive per Segnocinema e Duel, lavora a Coming Soon Television, pubblica saggi come Friedkin. Il brivido dell’ambiguità (Transeuropa, 1997), L’Esorcista 25 anni dopo (Puntozero, 1999) e L’Esorcista, il cinema, il mito (Falsopiano, 2003 – con Danilo Arona), collabora al Dizionario mondiale dei registi (Einaudi) e a Il cinema di Mel Gibson (Il Foglio, 2003).
Ciack si trema è un vero testo di critica del cinema horror, per niente fanzinaro, tecnico ma non incomprensibile, preciso e puntuale ma non eccessivo, deciso nei giudizi e molto equilibrato. Finalmente si fa critica, verrebbe da dire. Sì, perché da un po’ di tempo a questa parte riviste e libri di cinema sembrano cataloghi di capolavori irrinunciabili. Tempo fa mi è capitato di leggere uno special dedicato a Bruno Mattei dove l’estensore del pezzo trattava un simpatico mestierante alla stregua di un Fellini incompreso. A tutto c’è un limite. Daniela Catelli non vuol fare una storia del cinema horror in duecento pagine, cerca soltanto di fissare alcuni punti fermi, partendo da un orrore antico che deriva da una scena di Vampyr per comunicare il piacere della paura. L’horror è il genere cinematografico per eccellenza, amato dai giovani che non possono fare a meno di una sana dose di terrore. Il cinema esorcizza questo bisogno che viene da lontano, sin dalle fiabe narrate dalla madre che racconta la trasformazione della strega di Biancaneve e le terribili storie dei fratelli Grimm. L’horror non genera mostri, nonostante quello che dicono i benpensanti, ma puro divertimento fatto di incubi surreali. Il sonno della ragione genera mostri, ma questa cosa l’ha già detta qualcuno. Non ci ripetiamo. Daniela Catelli prende per mano il lettore e lo accompagna alla scoperta delle vecchie pellicole, illustra il ruolo dei bambini nelle pellicole horror, parla di Roger Corman, dei demoni, delle donne, degli effetti speciali, della famiglia, dei freaks, del gore, della Hammer, del cinema italiano e giapponese, dei lupi mannari, dei mutanti, dei natural born killer, dell’orrore biologico, delle paure, dello splatter, del fantahorror, della Universal, dei vampiri e degli zombi. Ogni capitolo cita registi e film con dovizia di particolari, estrema precisione e grande capacità di sintesi. Visto che sono appassionato di cinema italiano sono andato a verificare come la Catelli tratta la materia e mi ha entusiasmato la disamina del ruolo della donna nel cinema di Dario Argento. Il nostro regista horror più amato è stato spesso tacciato di misoginia perché i suoi assassini sono quasi sempre donne problematiche che uccidono mosse da rancori verso il mondo maschile, traumi infantili, poteri luciferini e segreti inconfessabili. Un altro capitolo ben fatto si intitola Italian Blood e in sole undici pagine realizza una sintetica e obiettiva storia del cinema horror italiano. Niente a che vedere con le panzane che scrive Antonello Sarno sulle pagine di un abominevole testo targato Newton & Compton che per non fare pubblicità neppure cito. Daniela Catelli parte dall’esempio letterario di Buzzati e Landolfi, racconta Riccardo Freda e il primo horror italiano (I vampiri, 1957), prosegue con Mario Bava (La maschera del demonio, 1960), Giorgio Ferroni (La notte dei diavoli, 1972), Renato Polselli, Antonio Margheriti (Danza macabra, 1963 e il remake a colori del 1971), arriva a Dario Argento, Pupi Avati, Lucio Fulci, Lamberto Bava, Michele Soavi e le ultime promesse dell’orrore nostrano. Faccio soltanto un appunto. Dimentica Roger Fratter (Il male nella carne, 2002) e Ivan Zuccon (Nimpha, 2007), a mio parere due giovani promesse che potrebbero dare molto all’horror italiano. A parte questo, Ciack si trema è un gran bel libro che fa venire voglia di scaricare tutto il possibile da internet e di guardare film horror fino allo sfinimento. Mica è poco…
Gordiano Lupi