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Estate 2009










Di Salvo Zappulla:
FUORI GIOCO
VITA BRUCIATA DI UN CALCIATORE DI PROVINCIA
Il Nuovo romanzo di Turi Scalia

Il primo aggettivo che mi viene in mente, finito di leggere questo nuovo romanzo di Turi Scalia, è: impietoso. Forse persino brutale. O semplicemente: umano. Perché la vita stessa  sa essere impietosa e brutale con i più deboli. (Fuori gioco, di Salvatore Scalia, Marsilio Editori, pagg. 125, € 12,00).  Ho rivissuto le stesse sensazioni che mi ha  trasmesso  quell'immenso capolavoro di Dino Buzzati, “Il deserto dei tartari”. L’attesa perenne dell’evento che dovrà servire a riscattare un’intera esistenza, a darne un senso. Lo sgocciolio lento dei minuti che si consumano, così come la fiammella della vita, fino a spegnersi senza aver rischiarato nulla. Sentiva il battito del tempo scandire avidamente la vita.   L'attesa. L'infinita attesa che dovrà dare una svolta alla nostra vita, quell'evento che invano aneliamo e invece ci sfugge inesorabilmente come sabbia stretta dentro il pugno. Scalia ha la capacità di assemblare in maniera superba fiuto giornalistico e vena narrativa e i risultati sono sempre romanzi di profondo spessore introspettivo, che scavano dentro le miniere di un microcosmo provinciale per estrarne pepite. Come nel primo romanzo pesca nel torbido della sua provincia: mafia, corruttela, personaggi melliflui.  Gioca a  intrecciare  sentimenti di ricche signore annoiate e aspirazioni di ragazzi bramosi di prendere a morsi il futuro, anche con mezzi poco leciti. La parlata catanese, certi modi di dire persino gloriosi, vanto ed espressione linguistica di una sicilianità che si trincera a protezione  del tempo che avanza, infarciscono il testo di ingredienti saporiti e  stuzzicanti. U  pacchiu, per un ragazzo delle zone popolari, non evoca sentimenti di tenero amore, ma è un trofeo da conquistare,  di cui fare pettegolezzo sottovoce negli spogliatoi di un campo di calcio, tra una gomitata e uno sfottò. E se una volta tanto non è quello prezzolato della bagascia di turno  ma appartiene alla moglie del presidente, diventa scalata sociale,  pacchio d'autore in cui inebriarsi e perderci il senno. E Paolo, il protagonista del romanzo, persona realmente vissuta, il senno lo perde veramente, affranto dal gravoso peso dei suoi fallimenti. Il campo da gioco assurge a metafora della vita. L'arbitro fischia l'inizio e si dà il via alla competizione, si tenta di superare gli avversari, con una finta o uno scatto fulmineo. Paolo ci prova, ha talento da vendere ma il destino beffardo ha deciso di giocargli un brutto tiro. Arriva il momento delle disillusioni, le amarezze si accumulano e alla fine decide di rinunciare, va in fuori gioco, si estranea, si tira fuori dalla mischia. E il finale è drammatico. Sulla copertina la foto di Petruzzu Anastasi, indimenticabile gloria calcistica degli anni settanta, dolce chimera per gli assetati. Ma per un ragazzo che alza la testa, altri cento dovranno piegarla e magari elemosinare un posto di elettricista  all'onorevole di turno, in cambio di servilismo e sottomissione. Scalia non esita a denunciare, a indignarsi, ad alzare forte la voce contro questa società malata  i cui modelli da imitare sono diventati letterine e veline. E le isole dei famosi,  i quiz e le ruote della fortuna. Tutto ciò che abbaglia e ammalia. Luci fosforescenti e nastrini colorati.
Salvatore Scalia, etneo di Mascalucia, vive di giornalismo e dirige le pagine culturali del quotidiano “La Sicilia” di Catania. Ha scritto per il teatro e i suoi lavori sono andati in scena alla rassegna internazionale Taormina arte e allo Stabile di Catania. Ha pubblicato Teatro, Trilogia del malessere e Appunti e per Marsilio nel 2006, La punizione, due edizioni.

SCALIA SALVATORE
FUORI GIOCO
VITA BRUCIATA DI UN CALCIATORE DI PROVINCIA
Editore: MARSILIO
Pubblicazione: 04/2009
Numero di pagine: 125
Prezzo: € 12,00
ISBN-13: 9788831797429
ISBN: 8831797425                                                                                                                                                                     


Di Morena Fanti:

Ho dodici anni faccio la cubista mi chiamano principessa
Marida Lombardo Pijola

Bompiani, 2007
pp.227, euro 12,00

Elisabetta ha dodici anni e scrive: “Forse stasera mi uccido, ma non è sicuro. Rinvio se la strega mi ridà il cavo del pc che mi ha sequestrato e io posso connettermi a msn e chattare e aggiornare il diario sul mio blog e abbellire il template… ”. Il computer è il filo che tiene uniti agli altri ragazzi, è il modo con cui si diventa visibili ed è anche un modo per essere “belli”. Il blog diventa il vestito con cui Elisabetta, e i suoi coetanei, si presentano agli altri: un blog bello e curato, con sfondi e disegni, diventa il simbolo della bellezza e dell’importanza di chi lo scrive. Senza il pc, senza il telefono e gli sms, non si è visibili per il mondo e si finisce per ‘non esistere’, ‘non essere’: “Quando il mio cellulare tace, io non appartengo. Sono un’ombra. Mi metto a digitare freneticamente per non scomparire, squilli a Carlotta, cuoricini a Luca, sms per Massimo, Nicola, Antonio, bastano due parole, dove sei, come va, che fai, il senso non conta, non conta neppure la risposta, conta soltanto esserci, comunicare, stendere un filo tra due capi per interrompere il vuoto, attraversarlo.”.
Anche Saverio ha dodici anni e una vita che non gli piace, che non sente come veramente sua, in una casa dai muri scrostati, in un quartiere che puzza. “A casa mia non trovo quasi niente. Mio padre ha un banco di frutta al mercato, mia madre lo aiuta, e sono due falliti, due sfigati, due straccioni. […] io cerco di non specchiarmi nei loro occhi, vorrei farli sparire…”. Saverio vorrebbe annullare la sua vita. Il sentimento che prova verso tutto ciò è la rabbia. La rabbia è la sua unica forza e diventa la sua compagna di vita. Ecco che allora i piccoli furti diventano un modo per riscattarsi e diventare ‘qualcuno’: “ Rubare è la mia febbre. Mi fa sentire in gamba, più adulto, più efficiente, come se avessi già un lavoro.”
Questi ragazzi fanno uso di droghe e usano il sesso come un modo per dimostrare a se stessi e al mondo di essere “grandi”, di essere importanti. Il corpo diventa merce di scambio per accedere a favori e ad oggetti che servono per essere più fichi e più potenti. Elisabetta e Saverio raccontano la loro vita sul web, in quella sorta di diario pubblico che sono i blog. Sono due delle cinque storie raccontate da Marida Lombardo Pijola, giornalista del Messaggero, che ha raccolto il materiale proprio su internet, da blog, forum e chat. Il linguaggio è quello dei giovanissimi, simile a quello che usano negli sms: frasi brevi, poca grammatica, k al posto della c e x invece di scrivere ‘per’.
Il ritratto che esce dalla lettura di questo libro, è quello di ragazzini che vogliono crescere in fretta, in un mondo che vuole “apparire”  e non “essere”, dove si dà importanza solo a chi ha potere e successo. E soldi. Chi ha soldi, avrà begli oggetti da mostrare e con cui identificarsi, avrà potere e belle donne – anche se le “donne” in questione sono dodicenni che giocano a fare le grandi con biancheria sexy e stivali bianchi con tacchi a spillo – e quindi sarà riconosciuto dal gruppo come uno fico, uno che conta.
Cosa spinge questi adolescenti a raccontarsi così pubblicamente, proprio loro che in casa non dicono nulla? Cosa sanno le famiglie di ciò che questi ragazzi fanno quando escono? Il sabato pomeriggio si finge di andare da un’amica e si esce con minigonna e stivali nello zainetto e si va alla disco a ballare sui cubi, così ti vedono e se piaci poi puoi trescare anche con i pierre, anche con quelli belli e i più ambiti dalle altre,  e poi diventi molto ricercata e ti senti “grande”. E’ come se queste ragazzine avessero voglia di sapere chi sono, come se volessero attenzioni a tutti i costi, anche vendendo se stesse in cambio di soldi per comprare magliette firmate per essere più attraenti e sentirsi importanti.
L’attenzione sembra essere merce rara in certe famiglie, e non solo in quelle di ceto medio: Filippo è un principe pariolo e suo padre gli ha insegnato che per essere un vincente bisogna portare il Rolex, indossare abiti con le giuste firme e avere tutti gli accessori più costosi, dalle auto ai cellulari. Solo così si ottiene il rispetto degli altri. E Filippo è aggressivo verso i suoi compagni, e pensa che chi non è come lui non sia nessuno. Filippo però, sa che il fascino del principe pariolo deve restare avvolto nel mistero. E allora si rifugia in camera e non parla con nessuno. In queste famiglie c’è poca attenzione ma c’è però, ben tangibile, il silenzio, che diventa tessuto spesso tra i gesti vissuti in comune, come afferma Filippo:
“… chiudo a chiave. Il territorio è al sicuro. Non ci saranno più attacchi fino a cena. Allora bisognerà uscire allo scoperto: venti minuti seduti attorno al vuoto, mamma, papà, io, mia sorella Chiara e il silenzio, anzi, i rumori del silenzio, perché anche il silenzio ha i suoi rumori: piatti, posate, liquido che sgorga nei bicchieri, e i passi del filippino, la sigla del telegiornale.
Tutte le case hanno un audio, e il nostro è quello. […] Non a tavola, no, a tavola non si litiga, si rimanda a dopo, con la tensione che si gonfia nel petto e fa contrarre i volti e contamina l’aria che respiri. […] dopo la frutta, via, si può rientrare, ognuno nel proprio territorio, al sicuro, finalmente.”



Cocaparty
storie di ragazzi tra sballi, sesso e cocaina
Federica Angeli e Emilio Radice

Bompiani, 2008
pp.163, € 13,00

Quando un libro non è un romanzo, ma un libro inchiesta scritto on the road da due giornalisti, e la realtà che ne esce è così sconvolgente, dobbiamo fermarci a riflettere. I due autori, Federica Angeli e Emilio Radice, due giornalisti che scrivono per “la Repubblica” – Radice è caposervizio della cronaca nera del quotidiano -, hanno verificato come sia facile in una grande città come Roma, procurarsi la droga. Basta chiedere e a volte non serve neppure farlo.
Così iniziano tanti ragazzi, spesso giovanissimi – anche dodici anni -, in un modo semplice e ‘naturale’, con un amico che spinge a fare una prova. E inizia lo sballo. La droga diventa allora un ‘approccio chimico per la comunicazione’ un ‘acceleratore violento’, un ‘passaporto di complicità’ per integrarsi e per sentirsi riconosciuti. E chi si droga pensa sempre di essere più bravo degli altri e pensa che a lui non procurerà danni o incidenti: “ Forte la coca, ti mette diritto come una spada, lucido come uno specchio. Ti fa sentire tutto positivo. A me piace da morire, e non è vero che poi è così pericolosa. Anzi, io quando la prendo mi sento più sicuro. Metti che guidi, no? Beh, io guido meglio. […] Sono stronzate quelle che dicono che è pericolosa, sono cazzate allo stato puro. Tutto sta nel manico. Se uno è incapace non c’è nulla da fare, con la coca o senza. Ma se uno è in gamba tutto gli gira meglio. Ed è la stessa cosa nel sesso. Fantastico… devi solo provare…”.
E loro provano. La coca si trova ovunque, anche all’interno della scuola, venduta da ragazzi che la usano e poi spacciano per avere un guadagno e comprarla, diventando consumatori e pusher nello stesso tempo. Perché la droga aiuta. Prima dell’interrogazione ti fa sentire più forte, “si diventa strafichi e si aumenta nella considerazione delle femmine. Ti fa andare alla grande nelle interrogazioni anche se non hai studiato”.
E c’è anche chi fa un viaggio dal Brasile per portarla dentro di sé, vicino al bambino che dovrà nascere (le donne incinte non devono passare sotto i raggi x dei controlli doganali e sono quindi corrieri molto cercati), rischiando la loro stessa vita in una sorta di “viaggio della speranza” che le porti fuori dalla miseria. Ma il viaggio con la droga è sempre un rischio, anche se i ragazzi non l’ammettono, se non ci credono, come afferma Mirko, un diciassettenne che ha rubato le chiavi dell’auto del padre e si è messo al volante dopo aver fumato hashish e coca e bevuto alcol.
Quando la macchina è uscita di strada, la fidanzata di Mirko, anche lei diciassettenne, è morta insieme ad un amico che era in macchina con loro. E Mirko, ora, è indagato per omicidio colposo plurimo e guida senza patente, ma continua a sostenere che gli incidenti capitano e la droga non c’entra. D’altronde: “Quanti vanno a sbattere ogni giorno? E mica sono tutti fatti di coca. […] ma o si va di fretta oppure non ci resta che dormire. Sennò, col tempo che ci fai? […] noi ci si incontra, si parla, ci si diverte. E se l’alcol e la cocaina ci fanno parlare e divertire meglio, cosa c’è di male?”.
Sono convinti davvero, questi ragazzi. Per loro la droga è anche un modo di socializzare, di “fare gruppo”. E al gruppo loro ci tengono molto, il gruppo è la loro famiglia, quella che non hanno quando rientrano la sera. Già, “la sera, la loro vera nemica, quella che porta con sé la fragilità e che ti costringe a guardarti nei tuoi quindici anni, nel non essere niente mentre di giorno avevi un volto […] La sera che ti riporta a casa, che ti costringe a un tetto, a un confronto sgradito con chi trovi, a un giudizio o, peggio, ad un’indifferenza. […] La sera segna il confine fra il nulla di oggi e quello di domani”.



Con la mente “on the road”
Viaggio nel trauma della strada
a cura di Andrea Spinello

Edizioni Guida, 2008
pp.116, euro 10,00

La Psicologia dell’Emergenza, argomento di questo libro, è per noi, per l’Italia, una disciplina non ancora molto conosciuta. E’ molto diffusa, invece, nel mondo anglosassone fin dagli anni ’80 e in Nord America ha addirittura una tradizione quarantennale.
Alla scrittura di questo libro, un vero trattato ricco di informazioni utili, hanno collaborato molti esperti di vari settori: medici, psicologi e Funzionari della Pubblica Amministrazione, oltre ad operatori della Polizia Stradale, coordinati egregiamente da Andrea Spinello, Dirigente del Compartimento Polstrada Basilicata, che è alla sua seconda esperienza letteraria, avendo già curato un altro volume sull’argomento: La psicologia dell’emergenza (Città del Sole edizioni, 2007).
Andrea Spinello, con l’esperienza acquisita in tanti anni di lavoro e con la sensibilità maturata “sul campo”, ha compreso che la Psicologia dell’Emergenza è una branca della Psicologia che avrà grande sviluppo. Ha sentito l’esigenza, per sé e per tutti gli operatori che svolgono attività correlate alla situazioni di crisi (singola o di massa), di approfondire le conoscenze e di acquisire le giuste competenze per affrontare al meglio gli eventi critici, le emergenze, che gli operatori di Polizia – e gli operatori di altri corpi, ad esempio i Vigili del Fuoco e la Protezione Civile solo per citarne due - si trovano a dover superare nello svolgimento delle loro funzioni.
Gli interventi presenti nel libro sono molto chiari e tendono a raccogliere quante più informazioni possibili, affrontando il tema da vari punti di vista e da diverse competenze professionali. L’ambito in cui opera, e potrebbe operare, la Psicologia dell’Emergenza, infatti, è molto vasto. E’ perciò importante definire procedure omogenee tra le figure interessate e soprattutto è importante arrivare a quell’integrazione tra loro, tanto auspicata dal Comandante Andrea Spinello.
Integrare le conoscenze è il modo migliore per affrontare le criticità, gli eventi di emergenza, che possono essere un incidente stradale, ma anche le calamità naturali che vedono coinvolte più persone. Le emergenze vanno affrontate nella loro globalità. Chi opera, quindi, in questi settori deve essere in grado di muoversi con flessibilità tra i vari momenti in cui è richiesto un aiuto, individuale o di gruppo che sia, e deve maturare un’attenzione diversa e più spinta verso gli aspetti psicologici delle persone in difficoltà.
Inoltre, chi opera a contatto con le emergenze, e perciò con vittime di primo e secondo livello, diventa lui stesso vittima, cosa da non sottovalutare, e può sviluppare stress e disturbi post-traumatici. In questo libro ci si occupa anche di loro, oltre che delle vittime di primo e secondo livello (i familiari). Ci sono anche testimonianze di chi ha avuto parenti coinvolti in gravi incidenti, anche con esiti mortali.
Un libro davvero utile per fare il punto della situazione e rendersi conto dell’importanza di riflettere su quanto accade sulla strada, affinché la stessa, come auspicato dal direttore del Servizio Polizia Stradale Roberto Sgalla, nella postfazione al volume, “torni ad essere un luogo sicuro e le sia restituito il valore positivo di occasione d’incontro, di viaggio, di progresso e civiltà”.


La critica, come la carità, dovrebbe cominciare a casa propria (B. C. Forbes)
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