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Estate 2008


Segnaliamo
Nicola Verde
"Le segrete vie del maestrale"
Hobby & Work

Non c’è due senza tre. E’ in libreria il terzo libro di Nicola Verde. E’ edito dalla Hobby & Work ed è intitolato: “Le segrete vie del maestrale”. Le vie misteriose e oscure che le storie di paese, e insieme a esse le chiacchiere e le fole, possono prendere spandendosi tra le case, per le valli e le campagne. Come il vento. Il maestrale, appunto, il vento sardo per eccellenza.  Una Sardegna fine anni ’60, ancora misteriosa e oscura. Silenziosa come una minaccia.

Il libro verrà presentato il 2 luglio 2008 alla libreria Melbook via Nazionale 254/255 - Roma. Relatori: Ben Pastor e Luigi De Pascalis. Sarà presente Luigi Sanvito, editor della Hobby & Work.

Dalla quarta di copertina:
Bisogna andare a fondo, fino a tagliare la morte: questo antico proverbio sardo, frutto di una cultura millenaria, racchiude il significato più intimo de “Le segrete vie del maestrale” straordinario affresco in “giallo” di una terra bellissima e arcana.
Ci accompagna tra crimini e misfatti il maresciallo Dioguardi, uomo retto e pensoso al lavoro nella Sardegna del 1970. Una vivida, malinconica, appassionante tempesta di delitti e intrighi scuote il paese di Bonela, dove preti enigmatici e belle donne si alternano a fanciulli ferini e pastori-torelli, fra dicerie, fiabe, ambigui silenzi che l’investigatore, umanissimo e attento, deve comprendere ancora prima di formulare un’ipotesi di dection. Dioguardi – che somiglia a Carlo Romano, “l’attore che doppiava Jerry Lewis – indaga con pazienza e testardaggine, incontrando di volta in volta la ferocia e il terrore di carnefici e vittime, ma anche l’insospettato senso dell’ironia di una società antica e complessa.
Siamo al cospetto della Sardegna dei sequestri e dell’industrializzazione, dei contatti guardinghi con il Continente, in cui il meccanismo del mystery si staglia contro un fondale mutevole di caverne e sacrestie, di bar dove ci si incontra per chiacchierare più che per bere, di omosessualità mal tollerata e tragica avvenenza femminile. Il tutto in una prosa scorrevole ma ricca di amabili chicche per il lettore appassionato di storie e letteratura, che in queste trascinanti vicende di omicidi, ricatti, tradimenti e stregonerie riconoscerà il marchio dello scrittore di razza. 


Di Simona Lo Iacono:
L’Alfabeto dell’amore. Antologia “BUR” a cura di Luigi La Rosa.

Dire l’amore. Raccontarlo. Farne un arabesco di momenti, sensazioni, invocazioni. E’  cucire voci che si rincorrono per continenti, che s’aggrovigliano con afflati diversi, che hanno tonalità ora dolci, ora rauche. Ora ridenti, ora passionali. E’ forse narrare la storia di ognuno, ad ognuno restituire la propria storia.
Per questo motivo, nel parlare d’amore, Luigi La Rosa prende a prestito i versi di tutti i poeti, le parole di tutti gli scrittori. Le storie, o quelle che potrebbero essere le storie, di ciascuno di noi.
Non c’è infatti un solo modo per cantare l’unione. Né un unico fiato per rivelarsi. E non tutti spandono lacrime nell’abbandono, né chi si ritrova ripete rituali già vissuti. Ogni poeta ha un linguaggio. Ogni strada evoca altre strade. E ogni emozione, sia pure universale, freme di un personalissimo interrogarsi, di un lamento assolutamente unico. Proprio.
Non è forse un caso, allora, che l’amore sia sillabato lettera per lettera, dall’alfa all’omega, dal principio alla fine. Che ripercorra l’origine e il chiudersi del nostro errare, dipanando una voce poetica, forte, inestinguibile come le passioni umane.
L’autore sa giocare benissimo con questa convinzione, e non offre al lettore una semplice antologia di testi letterari ma un affresco di intonazioni, legate da un percorso e precedute da una parola rivelatrice.
Le assonanze che ne vengono fuori sono tutte inusuali e con occhiatura ammiccante inducono a immergersi tra le righe di Ovidio,Petronio, Hugo o  Henry James senza quasi avvertire lo scalzare dei tempi , il salto imprevisto dei secoli, l’arrotolarsi dell’oggi e di  ieri tra balzi repentini. Suscitando anzi la sensazione che la letteratura sia sorella della letteratura e che parola cerchi parola, la generi , la covi tra maglie e anfratti, la faccia guizzare quasi frammista a lamentazioni di cori greci.
Ecco, paiono prefiche ondeggianti che incalzino. Ululati rarefatti e unisoni che evochino immagini di corpi , di mani che sfiorano mani, di occhi che sanno bisbigliare in segreto.
L’amore in tutte le sue intonazioni e riletto, sillabato come si fa ai bambini in un abecedario fantasioso e urgente. “A” come “altrove”, “b” come “bagno”, “c” come canto e via via gli accostamenti più arditi e più provocatori,  “g” come “grammofono” o “t” come “toilette”.
Luigi La Rosa inventa parole per le parole, preannuncia il testo con un altro testo, aggiunge la propria voce alle altre. E le letture proposte sono quasi reinventate e riscritte pur nella cristallina purezza che le fa emergere dalla pagina, quasi l’autore le avviasse e le offrisse al nostro sguardo con tocchi invitanti, lirici, arresi alla prepotenza di una contaminazione.
Alla fine, dopo aver percorso  un viaggio tra secoli e autori, dopo  aver veleggiato con proda sicura e guizzante tra i marosi, il fiato è più corto, il battito più acceso, il flusso del sangue repentino.
Chiudiamo la pagina e l’amore ancora ci abita.
Nell’allargarci sterno e polmoni della sua presenza si fa contemplare. Mai ci era parso più simile alla vita e alla poesia. Mai più rapito dalla necessità di trasformarsi in bellezza.


Di Gordiano Lupi:
Manuel Vásquez Portal
Scritto senza permesso
Spirali Edizioni - Pag. 258 - Euro 25
www.spirali.com

Spirali pubblica un libro importantissimo scritto dal giornalista e poeta cubano Manuel Vásquez Portal. Scritto senza permesso è il racconto della sofferenza, dalla prigione di Santiago, il diario delle condizioni disumane in cui versano i prigionieri politici di Castro. Una narrazione ironica, lirica, umoristica, scritta con energia e speranza, doti che le persone forti di spirito trovano nelle situazioni più dure. Lo scritto comprende lettere alla moglie e al figlioletto Gabriel e un diario che descrive la situazione dei prigionieri politici cubani. Episodi autentici, come la triste storia di un giovane con gravi disturbi di condotta che trova in Manuel Vásquez Portal il padre che cercava. Seconda edizione dopo la prima pubblicata in Argentina.
Mi riprometto di tornare in modo più approfondito sul libro, dopo averne ultimato la lettura, ma è importante segnalare a un’opinione pubblica distratta il grande lavoro conoscitivo che Spirali sta facendo su Cuba. Ha pubblicato in questi ultimi mesi: Carlos Carralero (Saturno e il gioco dei tempi), Armando De Armas (Miti dell’antiesilio), Roberto Luque Escalona (Lorenzo e l’agnello del diavolo) e Armando Valladares (Contro ogni speranza).
Manuel Vásquez Portal è autore che conosco bene perché sono stato il primo a pubblicarlo in Italia nel volume Versi tra le sbarre (Edizioni Il Foglio – www.ilfoglioletterario.it), curato da William Navarrete. Mi sembra l’occasione migliore per riportare un’intensa poesia composta in carcere nella traduzione di Elisa Montanelli (elisam@sintesi-net.it).


Vengo, patria, a portarti un colibrì
che ho scoperto nel mio orecchio.
Offrirti alberi di anacardio che ho salvato nel ricordo,
piantarti quel susino che è cresciuto nel mio abbandono.

Vengo, patria, a dirti che non esisti
che la neve ti copre i tetti,
che il deserto ti cancella la foresta
che i tuoi figli vagano alle intemperie
su ogni frontiera,
che non piango più per te perché ti dimentico.

Vengo, patria, a inventarti,
a non soffrire più per te
perché nasci da un mio abbraccio,
da un amico che parte,
da un figlio che mi aspetta sulla soglia
da un bel verso d’amore
che mi protegge dallo sconforto.

Vengo, patria, ad abbracciarti
Per risorgere insieme a te.

Resto in attesa delle menzogne che verranno lanciate dai castristi, che non si lasceranno sfuggire l’occasione di infangare un nuovo martire delle galere cubane, dopo aver sputato veleno su Armando Valladares. 
Manuel Vásquez Portal è un grande poeta e sa comunicare tutta la sofferenza di un popolo oppresso.


Marcus Savarese
Cacciatore di ombre
Collana Thriler e Avventura n. 1
Sered srl – Euro 5,90 – pag. 220

Tornano in edicole i romanzi popolari italiani, grazie alla Sered Edizioni con una collana diretta da Mario Spreafico che cura il progetto in prima persona. Citiamo le notizie riportate in quarta di copertina: “Non è il solito intrigo di spie e controspie, non è la solita caccia al serial killer: è un intreccio mozzafiato, con personaggi indimenticabili”. “Un nuovo autore, un nuovo modo di scrivere i gialli. Dopo Scerbanenco non si era più visto un narratore dalle invenzioni così originali e dal ritmo tanto incalzante”. “Un libro che si legge senza mai interrompersi… e poi si ha voglia di ricominciare”.
Gli ingredienti del romanzo sono quelli del giallo: il mistero di un uomo venuto dal nulla, una catena di omicidi uniti da un solo elemento comune (il cane) e un passato cupo che incombe come una maledizione. Il protagonista della storia è un tosacani con un nome altisonante come Oberdan Delgado di Montalserio, ma anche un passato misterioso e decisivo nell’economia del plot. Ilaria è una giovane e bella presenza femminile, così come non mancano poliziotti e commissari che dipanano il mistero.
La confezione grafica del prodotto è spartana, tipica da edicola, ricorda i volumi popolari anni Settanta, stile KKK - Classici dell’Orrore e i Racconti di Dracula editi dalla gloriosa Erp. Carta gialla, impaginazione a due colonne stile Giallo Mondadori e sottotitoli che accompagnano la lettura. In edicola mancava un editore di autori italiani di thriller e gialli, visto che Mondadori preferisce statunitensi, britannici e francesi per le collane Giallo Mondadori e Segretissimo (molti sono italiani mascherati). La scelta coraggiosa di Sered (nota per prodotti popolari come riviste di cucina e passatempi) sta nella ricerca di autori italiani. A tal proposito si invitano gli scrittori in possesso di manoscritti thriller inediti a contattare la mail redazione@leggiillustrate.it.


Di Morena Fanti:
Oro, incenso e polvere
Valerio Varesi
248 pp. 16 euro -Frassinelli 2007

E’ un Soneri sempre meno personaggio e sempre più uomo, quello che troviamo nell’ultimo romanzo di Valerio Varesi Oro, incenso e polvere (Frassinelli editore 2007), e questo uomo commissario, con tutte le sue ansie e i suoi timori ci piace sempre di più.
Il cadavere carbonizzato di una sconosciuta viene trovato nei pressi dell’autostrada, vicino al luogo dove è avvenuto un incidente. Le prime indagini indicano che si tratta di Nina, giovane e bellissima rumena che se la faceva con alcuni ricchi parmensi. Quando si scopre che Nina era incinta, per  Soneri inizia un doppio percorso: le indagini sul delitto si affiancano a un ritorno al passato e ai nodi mai risolti della sua vita, mentre ricorda quando, molto giovane e sposato con Ada, perse il figlio che non aveva mai avuto. La determinazione con cui Soneri insegue l’assassino di Nina è vissuta dal commissario come una forma di riscatto dalla parte dolorosa del suo passato. Intanto, ad aumentare l’ansia e il disagio di Soneri, anche Angela, la sua battagliera e caotica compagna, vive una crisi e gli confessa che nella sua vita c’è un altro uomo.
Le indagini proseguono, all’inizio confuse  e nebbiose, come il panorama che circonda Parma nelle pagine del romanzo, poi come scivolando su un cumulo di mondezza e rivelano, attraverso falsità e disprezzo della vita altrui, marciume e corruzione.
La fase finale rappresenta per Soneri un ulteriore colpo alla sua fiducia nel genere umano e si intuisce che questa delusione farà parte del nuovo Soneri e lo renderà ancora più deciso e motivato nelle indagini future.
Questo libro rappresenta una doppia crescita: quella del commissario Soneri, che acquista sempre più spessore nelle sue introspezioni e anche nelle sue ‘imperfezioni’, e quella dello scrittore Varesi che affina sempre di più la sua penna ferendoci a fondo con le brutture nascoste, e non, della nostra società.



I delitti della terza via - Davide Piazzi
Inedition/edizioni di Lucidamente 2007
pp. 184, € 14,00

Quando Giorgio Macchiavelli, detto Macchia, di professione investigatore privato, risolve il caso della sparizione dell’adolescente Serena, non immagina che dopo pochi giorni si ritroverà immerso in un caso ben più grave e dai risvolti tanto violenti e tragici.
Una Bologna bellissima e immersa nella neve, fa da cornice a una vicenda dalle tinte molto forti e dai risvolti inattesi, in questo romanzo di Davide Piazzi, scrittore di racconti sfumati e malinconici, ora alla sua prima prova con il genere noir.
La tensione, seppur resa più sopportabile dal carattere ironico di Macchia e del suo amico Luciano Solmi, detto Lozzi, psicologo mancato e desideroso di risolvere misteri, che lo affianca nelle indagini, rimane sempre densa e avvince il lettore ansioso di capire chi si cela dietro gli episodi di violenza che turbano il clima altrimenti tranquillo della città.
E man mano si scende nelle pieghe tortuose della mente umana, si scende anche all’interno della città e dei suoi aspetti più segreti e subdoli, come in uno specchio in cui la città diventa simile ai suoi abitanti.
Le indagini proseguono tra sorprese e nuovi orrori, fino alla tragedia annunciata e ormai inevitabile.
Il ritmo è veloce, senza cadute di stile, e la storia è ben congegnata in ogni aspetto, compresa l’ultima inattesa sorpresa. Piazzi sa incatenare e trattenere l’attenzione del lettore e si arriva all’ultima pagina con l'amaro in bocca per aver concluso la lettura così velocemente.


Di Enrico Pietrangeli:
Marialuisa Sales
Danza araba medioevale e danza interpretativa della poesia araba:
una ipotesi di ricostruzione
Edizioni Akkuaria – 2006

E’ un manoscritto ottomano del XV secolo a scandire il verbo divino nella sua potenza generatrice di melodia. Dal suono, intimamente connesso alla poesia, si evoca una danza che, nella tradizione aniconica islamica, non resta che ipotizzare. La Sales lo fa attraverso questo breve ma consistente trattato, sintesi di lunghi anni che la vedono protagonista nella coreutica, soprattutto in ambito universitario, anche con seminari e conferenze, attingendo tanto da il sama dei Sufi quanto dal kathak indiano a tutt’oggi praticati. Una ricerca nella “ricodificazione” sostenuta con basi teoretiche, che preserva l’integrità di un modello medievale ancora caratterizzato da un approccio simbolico piuttosto che analitico. Al-Fārābī e al-Mas‘ūdī sono i due pilastri di riferimento dell’autrice. Per mezzo delle loro opere, al di là degli aspetti speculativi, sono rese più tangibili talune forme della danza araba medioevale, in particolare l’utilizzo del corpo come “strumento a percussione” e l’innesto dell’interpretazione mimica. Ottimi i riferimenti storici qua e là riprodotti in sintesi e note per meglio ampliare la visione del lettore; quelli più pertinenti l’indagine prodotta sono relativi alla dinastia abbaside, momento in cui è fiorente “il processo di acquisizione dell’eredità culturale greca”. Un ruolo determinante, in questa mediazione, lo ebbero anche alcuni cristiani nestoriani, come ibn Ishāq, che finirono col trovare il loro ultimo rifugio in Mesopotamia. Interessante come, nella centralità del suo razionalismo aristotelico, al-Fārābī consideri la musica inferiore alla poesia poiché il suo “contenuto sensibile” è più consistente rispetto al versificare che, in ultima analisi, è più vincolato a contenuti raziocinanti nel suo indagare i piani emozionali; di conseguenza, “il più elevato degli strumenti musicali”, sarà il canto umano. Cosmopolita, storiografo e altrettanto razionalista è al-Mas‘ūdī, precursore di un approccio analitico che, per i tempi, è a dir poco originale e ricco di spunti. “Mimica, ammiccamento e acrobazia” sono parte di quegli elementi comparativi che la Sales intende rielaborare attraverso la kereshme, ovvero la danza classica persiana ottocentesca, per affermare un valore del “sentimento” nella danza cortese anziché quello del “movimento”, proprio della “coreusi contemporanea araba”. Da segnalare, seppure soltanto accennato, è quel “processo simbiotico” tra cultura islamica ed indiana avvenuto con la dinastia Moghul. Ragguardevole, come si evince fin dall’introduzione, la consulenza storica e teologica, nonché l’apporto di due capitoli, di Shaykh Abdul Hadi Palazzi. Emergono aspetti controversi e meno noti al mondo occidentale, circostanze che, nel corso dei secoli, ci riconducono ad un Islam dotto e moderato, aperto al mondo e al progresso; un contesto che, in Europa, forse vede la sola eccezione di una figura come Federico II. Partendo da un grossolano errore interpretativo di von Sebottendorf, diplomatico tedesco in Turchia prima della grande guerra, Palazzi ci descrive e decodifica un esempio di gestualità rituale Sufi. Le annotazioni di giurisprudenza islamica mettono in rilievo l’autorevolezza di al-Ghazāli, Sufi e teologo, che pone lo “stato d’animo” quale elemento atto a discernere la natura “proficua o deleteria” della musica e della danza, mentre Ibn al-Jawzi e Ibn Taymiyyah vengono citati come letteralisti avversi non solo al suono ma, più in particolare, al sufismo stesso. La disputa tra una visione spirituale ed una integralista si è, di fatto, protratta “sino ai giorni nostri”. Non ci resta che sperare di vedere ancora fiorire quell’Islam più profondo e ricco di contenuti tanto artistici quanto mistici, piuttosto che vederlo miseramente decadere tra “intolleranza” e “oscurantismo”. “L’Amore è la mia religione e la mia fede” non è che un verso di Ibn al-‘Arabi, il migliore, a mio parere, per concludere nella poesia la lettura di questo libro.


La critica, come la carità, dovrebbe cominciare a casa propria (B. C. Forbes)
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